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Egoismo e Collaborazione: Evidenze Sperimentali

February 9th, 2011 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Terzo richiamo a Riflessioni sull’azione umana, cinquant’anni dopo di Vernon L. Smith. Più che alle sue riflessioni, stavolta si tratta di un richiamo a risultati di altri che Smith cita e commenta brevemente: esperimenti di economia comportamentale (behavioural economics) i cui risultati contrastano con quanto sarebbe previsto dalla teoria dei giochi. Tra l’altro l’argomento può servire anche a richiamare la “nota” del Prof. Muscatello sulla teoria dei giochi vista da Hayek.

Quel che ho personalmente ricavato, è che forse esistono dei problemi di specificazione dei “giochi”, in cui va inserita una certa “conoscenza” della realtà che probabilmente è originata dall’esperienza, e che rende economicamente spiegabile su base “egoistica” un comportamento “cooperativo” apparentemente contro-intuitivo. Il pezzo è un po’ più lungo dello standard di IHC, perdonatemi.

 

Brevissimamente, l’esperimento richiamato da Smith coinvolge un soggetto A e un soggetto B che né si conoscono né si vedono, e ad entrambi vengono riconosciuti € 10. La prima mossa è data al soggetto A, che può decidere se chiudere qui il gioco (entrambi si portano via € 10) oppure “investire” i propri euro e rimettersi alla scelta di B di “cooperare” o “non cooperare”; la seguente scelta di B è tra prendersi € 40 (cioè un bonus aggiuntivo di € 30) lasciando € 0 ad A (scelta “non cooperativa”), oppure tenersi € 25 e riconoscere € 15 ad A (scelta “cooperativa” che praticamente redistribuisce il guadagno di B). Rappresentando la tabella dei payoff (guadagno di A; guadagno di B) del gioco si ha:

B coopera

B non coopera

A non gioca

(10 ; 10)

(10 ; 10)

A gioca

(15 ; 25)

(0 ; 40)

È chiaro quale equilibrio viene predetto dalla teoria dei giochi: se ha “non gioca” prende € 10; una volta che decide di giocare, la risposta massimizzante per B è “non cooperare”, ma questo significa un guadagno nullo per A; sapendo questo, A deciderà di “non giocare”.

E in pratica? La conduzione dell’esperimento ha comportato un risultato contro-intuitivo: su 52 “partite”, solo in 26 casi (50%) A non ha giocato, e questo farebbe pensare che non tutti gli A seguono la logica della teoria (sono irrazionali?); inoltre, nei 26 casi in cui A ha giocato, in soli 8 casi B non ha cooperato, cioè nel 69,23% dei giochi avviati il soggetto B ha agito contro la logica della teoria (irrazionali pure questi?).

 

La teoria dei giochi sembra aver fallito, dato che la maggioranza dei comportamenti contrasta con le sue previsioni. Ma la cosa ancora più interessante è che mediamente i soggetti A che decidono “contro-intuitivamente” di giocare guadagnano di più (15*69,23%+0*30,77% = € 10,38) di coloro che, secondo teoria, “non giocano” (€ 10). Insomma, i giocatori contravvengono alla teoria e hanno pure ragione (pensate ancora che siano irrazionali?). L’interpretazione di Smith è che, conoscendo la struttura del gioco, qualche giocatore A è conscio che giocando manda un messaggio a B del tipo “ti do la possibilità di ottenere più dei tuoi iniziali € 10, so di rischiare di perdere tutto, ma confido sul fatto che collaborerai in risposta all’opportunità che ti ho dato”, ed è conscio del fatto che il giocatore B recepirà il messaggio e probabilmente risponderà positivamente.

Nell’uomo esisterebbe quindi una certa tendenza alla cooperazione, ed in qualche modo questa tendenza è collegata alla diffusa consapevolezza che la collaborazione permetta risultati superiori per tutti i partecipanti. Il tutto è quindi razionale ad un livello che la teoria dei giochi non riesce a comprendere.

Io ritengo che questa tendenza alla cooperazione sia un fattore imprescindibile del comportamento umano, ed in qualche modo debba venir incluso in una descrizione dell’azione umana pure se rappresentata nella forma della teoria dei giochi. Diversamente, come nella sopra riportata versione standard del gioco, la teoria perde una informazione e quindi diventa per lo meno “irrilevante” sia per lo studio che per la rappresentazione della realtà.

 

In che modo questa informazione può venir “interiorizzata” in un modello? Io ricordo di alcuni esperimenti (non ho i riferimenti, li ho sentiti alla radio) fatti di richieste a persone a caso su quale valore avessero certe variabili o certi fenomeni di varia natura. Non si trattava di vedere quanti avrebbero azzeccato, bensì come le risposte si sarebbero distribuite tra i valori possibili, segnando a livello complessivo (sociale) quale “funzione di probabilità” o “curva di distribuzione”; i risultati (distribuzioni normali, logistiche, uniformi, chi-quadro…) sorprendentemente erano aderenti alle distribuzioni reali delle variabili! Detta in termini Hayekiani, esiste una opportuna “conoscenza diffusa” delle caratteristiche dei fenomeni, per cui il singolo può “sapere” o no, ma è come se l’insieme delle persone in aggregato ragionasse con sistemi statistici corretti. E se è così, dobbiamo ammettere che la “conoscenza diffusa” di Hayek funzioni adeguatamente nel sotto-insieme economico dell’esperienza umana, cioè sul mercato.

Come è che in aggregato le persone “sanno”? È probabile che esista un fatto “naturale” di una certa propensione almeno di alcuni a “rischiare” la cooperazione, avallato da un fatto “culturale” di esperienza storica dei superiori risultati della cooperazione (sempre in Smith ho trovato una discussione sulla contrapposizione tra “natura” e “cultura”).

Ma se questo aspetto culturale e naturale è un “fatto”, non se ne può prescindere, e dobbiamo infine pensare che pure nella valutazione del gioco di cui sopra i soggetti A siano in qualche modo consci di quali atteggiamenti attendersi (con relative probabilità) ed i soggetti B sappiano che dalla loro risposta discende la conferma di un sistema “fiduciario” di cui si stanno avvantaggiando. In termini matematici, dovremmo ritenere che (in media) il soggetto A sia conscio che (circa) nel 69,23% dei casi troverà una risposta “cooperativa”, di conseguenza giocando si attende di guadagnare (15*69,23%=) € 10,38, e valuta il payoff atteso di B (25*69,23%=) € 17,31 nel caso di “collaborazione” e (40*30,77%=) € 12,31 nel caso di “non collaborazione”. La tabella dei payoff integrata della “conoscenza diffusa sulla propensione alla collaborazione” si presenta allora come:

B coopera

B non coopera

A non gioca

(10 ; 10)

(10 ; 10)

A gioca

(10,38 ; 17,31)

(0 ; 12,31)

Se questi sono i payoff, il soggetto A sa che giocando si può attendere probabilisticamente che per B risulti economicamente (ed egoisticamente) più attraente una risposta “cooperativa” (€ 17,31 sono più di € 12,31), nel qual caso A guadagnerebbe € 10,38 cioè più dei € 10 ottenuti senza giocare. Chiaramente questo è un risultato probabilistico, non certo, pertanto esiste un problema di “avversione al rischio”, cioè un problema di valutazione individuale sul fatto che quella differenza di € 0,38 valga o meno il rischio di trovare un soggetto B non cooperativo – non per nulla nel 50% dei casi il giocatore A ha deciso di “non giocare”. Ma è dimostrato che nei casi in cui il possibile maggior risultato sia considerato più che sufficiente a ripagare il rischio – cioè nell’altro 50% dei casi in cui l’avversione al rischio vale meno di € 0,38 – i giocatori A ottengono effettivamente un risultato superiore.

Dopo questa mia correzione che, ripeto, non è tanto una correzione “probabilistica” ma è l’incorporazione di una “conoscenza diffusa”, il modello della teoria dei giochi funziona adeguatamente nell’interpretazione dei comportamenti osservati. Certo, resta il fatto che l’avversione al rischio non è misurabile, quindi la teoria non è in grado di dirci quanta parte dei soggetti A deciderà di giocare; ma la teoria ci dice che possono esserci soggetti che valutano opportuno giocare (e rischiare), ed in quei casi questi ottengono razionalmente un risultato superiore. Non si può dire che tutti i soggetti A possiedano la stessa “informazione diffusa”, ma soprattutto questa ipotesi non serve, perché quel che serve è che esista una esperienza, che esista una diversità di opinioni e di sensibilità che comporta, nel tempo, continui tentativi finché “diffusamente” si finisce per interiorizzare una certa aspettativa, e questo sulla base del semplice fatto che se i risultati fossero inferiori gli operatori progressivamente smetterebbero di rischiare invano una collaborazione.

 

La mia conclusione è che ci possono essere casi in cui la teoria dei giochi, che pure vuol studiare comportamenti strategici di operatori con certe aspettative (un passo avanti rispetto al vecchio homo oeconomicus che opera meccanicamente su stimoli storici), fallisce non nel principio teorico, bensì per una carenza di informazioni che la renderebbero aderente alla realtà che vuol studiare, in particolare perché nella sua attuale formulazione trascura l’aspetto della “conoscenza diffusa”. Con questa opportuna revisione ci si rende conto che gli operatori sono assolutamente razionali nella loro scelta cooperativa, e agiscono sempre e comunque nel loro proprio interesse; un corollario è che se quel che spiega la realtà è una “conoscenza diffusa” che sfugge alla coscienza del singolo, un singolo pianificatore centrale in realtà “toglie intelligenza” al sistema economico e lo porta a situazioni sub-ottimali. Il risultato non è prevedibile nel risultato, ma austriacamente lo è nel meccanismo.

Comunque, attenzione alla valutazione dell’economia comportamentale. Questa non permette comunque la scoperta di leggi economiche, che Menger chiamerebbe “leggi empiriche”: l’esperimento in oggetto non insegna che il 50% delle persone cerca la cooperazione e di questi il 70% riceve effettivamente cooperazione. L’esperimento invalida lo standard della teoria dei giochi, o almeno la dismette come “irrilevante”, e mostra che esistono dei punti su cui lo studio puro deve scoprire la teoria sottostante, le “leggi esatte” di Menger.

Il fatto che il gioco funzioni solo a posteriori, inserendo una “conoscenza” non quantificabile a priori, dimostra la superiorità dell’ordine spontaneo e l’impossibilità di una efficace gestione centralizzata di qualsiasi tipo.

Infine, tutta questa discussione mi fa pensare anche a qualche meccanismo sottostante al ciclo economico: la crescita economica dipende anche da un maggior grado di cooperazione, e questa dipende da un certo diffuso senso di fiducia nella cooperazione altrui; il grado di cooperatività dipende anche dalla fase più o meno espansiva dell’economia, dalla positività dell’ambiente economico. Di conseguenza in una fase di boom, in particolare di fiat-boom naturalmente caratterizzato da elementi di moral hazard, l’attività economica si sovra-dimensiona anche attraverso una maggior propensione alla cooperazione; quando la situazione comincia a scricchiolare e si riduce la fiducia nel futuro, cominciano a ridursi anche le tendenze alla cooperazione (diminuiscono le risposte positive, aumentano i comportamenti opportunistici, e da qui si riduce la ricerca di cooperazione), e questo diventa un meccanismo per il ridimensionamento dell’attività economica a livelli sostenibili. Ma questo è un altro filone.


4 Responses to “Egoismo e Collaborazione: Evidenze Sperimentali”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Sacrosanta la tua ricezione dei seguenti principi:
    1) Superiorità dell’ordine spontaneo e minore efficacia di una qualsiasi gestione centralizzata.
    2) Importanza dei livelli di conoscenza diffusa (Hume, Hayek, M. Polanyi, B. de Jouvenel, V. Smith) e dei processi di apprendimento sperimentale di quali siano le migliori forme di cooperazione. De Jouvenel (L’arte della congettura) parla di «ecologia delle idee sociali» . V. Smith parla di «razionalità ecologica» del contesto sociale: non cita De Jouvenel, ma Polanyi.
    3) Interazione tra “natura” e “cultura”. La natura, nel momento (e nei modi) in cui viene percepita dall’uomo, diventa cultura; così come, nel momento (e nelle forme) in cui è percepita come scarsa, diventa bene economico.
    Sottoscrivo, poi, la tua osservazione finale (che si ricollega, senza volerlo, al punto 2 della mia nota sui “giochi”): la maggiore o minore disponibilità alla cooperazione dipende dalle attese, connesse alla fase più o meno espansiva dell’economia.

  2. 2

    Franco Says

    Recentemente un’antropologa (Diana Harrelson) ha studiato il motivo che spinge alcuni programmatori a collaborare ad un progetto open source (nello specifico Fedora, una distribuzione GNU/Linux), le sue conclusioni sono abbastanza interessanti:
    “My entire research was just to find out why you guys do it,’ Diana said in her talk. Motivation may seem more obvious to those within communities, but from the outside, it looks more like doing a lot of hard work for no pay. […] High on the list of reasons were learning for the joy of learning and collaborating with interesting and smart people. Motivations for personal gain, like networking or career benefits, were low on the list. Self motivation, however, is important, as seen in comments from multiple contributors who said things like, ‘Mainly I contribute just to make it work for me.”

    http://www.cyber-anthro.com/beta-an-exploration-of-fedora’s-online-open-source-development-community/

    Non so quanto sia in tema col tuo ottimo articolo, ma spero possa interessare.

  3. 3

    Silvano Says

    L’esempio dei programmatori open source casca a fagiolo. In primo luogo è utile per rimarcare la differenza tra homo agens della scuola austriaca e l’homo oeconomicus. Il motore ex ante dell’azione è il miglioramento del proprio stato psicofisico o la rimozione di un disagio, non è mai la massimizzazione monetaria fine a se stessa. Quest’ultima è una indubbiamente utile approssimazione di amplia appiccabilità in economia, ma concettualmente non ricomprende tutte le cause dell’agire economico. In secondo luogo l’open source è un mondo dove lo sviluppo è veramente destrutturato, un ordine spontaneo continuamente in fieri, che si evolve tramite l’apporto di molti e senza una regia organizzata. In esso convivono un ampio livello di condivisione della conoscenza, di innovazione e di concorrenza al tempo stesso. E’ quasi un paradosso che Bill Gates, nella sua stora sistematicamente vincente contro tutti i competitors tradizionalmente organizzati, abbia trovato più difficoltà a confrontarsi con un tipo di competizione molto destrutturata.

  4. 4

    Leonardo IHC Says

    L’intervento di Franco casca doppiamente a fagiolo: sono proprio quelle motivazioni che mi hanno spinto al tempo a collaborare a IHC e poi rilevarlo.
    Non sono motivazioni monetarie, certo, ma restano motivazioni economiche.

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