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Elezioni in Italia, e Riflessioni Austriacheggianti su Prassi e Norme

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January 9th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ci avviciniamo a nuove elezioni politiche, dopo un’esperienza definita giornalisticamente di “governo tecnico”, definizione cui molti hanno creduto. Molte sono le recriminazioni sul fatto che il Governo non abbia (o abbia proprio) fatto questo o quello.

Oggi farò riferimento alla Costituzione per far capire come stanno, sono state e staranno le cose (altro che la vuota retorica di Benigni fatta aggettivi a cascata e tautologie) e per stuzzicare qualche riflessione sulla differenza tra “come funziona” e come “si crede o pretende che funzioni” il gioco di leggi elezioni e Governo. 

 

Cominciamo. Chi fa le leggi? Esistono due fasi: l’idea della legge (iniziativa) e la trasformazione dell’idea in legge (funzione legislativa). La prima è regolata dall’art.71 e la seconda dall’art.70:

 

Art.70 La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere

 

Art.71 L’iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro della Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale.

Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli.

 

In altre parole, praticamente chiunque può “proporre” una legge, ma poi questa deve passare dal Parlamento che attraverso il suo voto (prima alla Camera poi al Senato) la rende effettivamente legge. In altre parole, il Governo non fa alcuna legge se non nel caso dei decreti legislativi in cui comunque la “traccia” è data dal Parlamento, come dicono l’art.76 e il primo comma dell’art.77:

 

Art.76 L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinati principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e oggetti definiti.

 

Art.77 Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. […]

 

Credo che bastino questi quattro articoli per capire chi davvero comanda la legge in Italia: il Parlamento, che rappresenta il popolo italiano in ambito legislativo; è così che va letto il secondo comma dell’art.1:

 

Art.1 […] La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

 

Certe cose si capiscono anche da un conteggio simbolico: nella Costituzione, al Governo sono dedicati 5 articoli (più altri 4 riferiti alla Pubblica Amministrazione e agli organi ausiliari), al Presidente della Repubblica sono dedicati 9 articoli, ed al Parlamento 15 articoli cui si aggiungono altri 13 sulla formazione delle leggi.

Andremo a votare. Ma chi votiamo? Dall’art.55 e successivi si rileva tutta la ratio e la meccanica. Alle elezioni politiche vengono eletti i membri del Parlamento, 630 alla Camera dei Deputati e 315 al Senato della Repubblica. Viene eletto l’organo sovrano che appunto poi farà le leggi. D’altra parte all’inizio la Costituzione precisa che

 

Art.1 L’Italia è una repubblica democratica […]

 

Cioè, in quanto repubblica è fondata su una serie di principi e norme inviolabili; in quanto democrazia le leggi discendono dalla volontà del popolo (che esercita tale sovranità in certe “forme e limiti” ed in particolare eleggendo un Parlamento che ha funzione legislativa – il sistema si chiama “democrazia rappresentativa”, non “diretta” come nell’antica Atene).

 

Si è parlato & recriminato sul fatto che questo Governo fosse “tecnico”, non eletto, non legittimato dal basso. Il problema è che quel che si recrimina, nei fatti non esiste nemmeno. Come nasce il Governo è dettato dall’art.92:

 

Art.92 Il Governo della Repubblica è composto dal Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri.

 

Spiego: non è scritto da nessuna parte che il Governo abbia un qualche legame con le votazioni politiche, né come processo né tanto meno come risultato. Il Presidente (della Repubblica) nomina Premier (Primo ministro, Presidente del Consiglio dei ministri) semplicemente chi gli pare. Che scelga qualcuno in un certo ruolo del partito uscito “vincitore” dalle elezioni è solo un fatto di opportunità politica, e non incide assolutamente sulla qualità della carica di Premier, anche perché sempre ed in ogni caso il primo comma dell’art.94 dice che

 

Art.94 Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. […]

 

In altre parole, il concetto di “Governo tecnico” è inconsistente, in quanto la “politicità” del Governo viene sancita dalla necessaria fiducia (ritirabile) del Parlamento.

Tutto quanto è stato detto su legittimità/legittimazione di Monti al premierato o a decidere o meno su certe materie (tipo “legge elettorale”) è quindi semplicemente fuffa. Il Governo Monti era un Governo della Repubblica, né più né meno. “Un governo tecnico o è un’illusione o un’eversione”; Monti aveva la fiducia del Parlamento, quindi che fosse “tecnico” era un’illusione. Insomma, avete un problema con una legge esistente o mancante? Potete prendervela con il Governo che non l’ha proposta, ma forse di più con il Parlamento che oltre alla facoltà di proporla ha poi l’esclusivo potere di “crearla” effettivamente. Niente discende dal Governo, che non abbia l’approvazione del Parlamento (o per lo meno della maggioranza politica), e già su questo dovreste riflettere a lungo tutti.

Più o meno dal ‘94 siamo stati martellati con la storia del leader della coalizione che si presenta alle elezioni come candidato Premier. Per quanto in passato proprio il leader della coalizione “vincente” venisse chiamato dal Presidente a fare il Premier, questa è – come fatto capire sopra – solo una prassi (violata già quattro o cinque volte dal ‘48 ad oggi) dettata dall’opportunità politica (il Parlamento dovrà poi votare la fiducia, ed è più “facile” che questa venga concessa al vincitore invece che al trombato). Che il Presidente proponga Premier il leader della minoranza o un perfetto estraneo è semplicemente contemplato dalla Costituzione.

Quanto detto finora è per aiutarvi a pulire le notizie politiche che sentite da tanta inutile e sviante merda, e non farvi sorprendere più di tanto dai possibili sviluppi delle prossime elezioni.

 

Il problema che vi sottopongo, detto à la austriaca, è: che si sia instaurata una certa prassi, o che i partecipanti percepiscano una certa fattispecie come “regola”, è sufficiente per ridefinire una istituzione? Nel caso italiano, diciotto anni di martellamento sull’automaticità della candidatura a Premier in seno alle elezioni politiche possono “soppiantare” una pre-esistente procedura codificata in cui manca l’automaticità di tale candidatura ed in cui tale candidatura in seno alle elezioni politiche in realtà nemmeno esiste? In termini di poteri delle istituzioni repubblicane (cioè nei termini del diritto che volenti o nolenti vige in Italia) il problema può essere esposto così: che il popolo si convinca, quando va a votare per il Parlamento, di star invece scegliendo il Premier, basta perché il potere (discrezionale) del Presidente venga annichilito?

Il problema che sollevo non è strettamente economico, è prima “filosofico” e poi applicabile a una istituzione reale, ma in senso ampio tocca un problema molto “austriaco” sulla natura delle istituzioni con cui oggi il mondo reale ha a che fare, e la questione è estendibile in passi successivi ad altre questioni come libertà, norme commerciali, contrattualistica, moneta e quant’altro (sì, anche alla riserva frazionaria, per i Rothbardiani incalliti)… quindi ha ripercussioni su tutto l’ambito teorico austriaco, economia compresa.

È un po’ una questione epistemologica di definizione dei confini tra codificazione e prassi (in ambito giuridico il problema è in realtà risolto dalla “gerarchia” delle fonti del diritto, per cui la prassi cede il passo quando esista una legge, che a sua volta cede il passo di fronte alla Costituzione e, se non contrastante con i principi repubblicani, al diritto internazionale e in particolare comunitario; d’altra parte già la precisazione di una distinzione tra “repubblica” e “democrazia” definisce un limite ai poteri politici di ridefinizione delle istituzioni italiane). Per questa discussione non servo io, serve un filosofo. Mi è però dubbio che, pur potendoci comodamente comportare “come se” vigesse una certa prassi finché questa non contrasti con la codificazione (nel caso concreto: senza impedire che prima o poi il Presidente nomini Premier un “terzo”), sia ammissibile una modificazione “di fatto” dell’istituzione nel senso della prassi percepita. Esistono ragioni per cui la codificazione ha quel contenuto, e anche il fatto che esista una certa codificazione esplicita è funzionale alla certezza delle regole; la certezza delle regole vigenti è in generale un presupposto necessario per la pianificazione economica, perché implica certezza nell’opponibilità dei diritti verso terzi e un quadro giuridico prospettico (e noi sappiamo che l’economia si svolge “nel tempo”, mica come quei baiocchi che lavorano con “funzioni di produzione istantanee”). In tutto questo la possibilità di una sovrapposizione della prassi, che può avere pure un carattere di “capriccio”, diventa una fonte di incertezza e può avere effetti anti-economici (il caso particolare della nomina del Premier in Italia potrebbe sfociare – ad esempio – nella perdita di un livello di “controllo” delle derive populiste).

Per dirla in un altro modo, anche la codificazione in sé (nel caso: regolamenti, leggi, o Costituzioni a prevalere sulla mera prassi) è una istituzione, e come tale può avere ragioni di “spontaneità” e risponde ad esigenze proprie degli agenti. Così come la prassi è origine ad esempio del rispetto delle norme contrattuali, può essere origine anche di particolari codificazioni (o loro assenza) per determinati tipi (o “livelli”) di norme, perché la combinazione di certe norme e codificazioni è più funzionale al progresso della società (intesa come contesto di individualità che interagiscono economicamente).

 

Anche per l’economia si deve ragionare di una “Costituzione”, di principî superiori che non possano restare alla mercé di un malinteso (e capriccioso) concetto di “democrazia”; in pratica – in termini di istituzioni economiche – è opportuno un approccio in un certo senso “repubblicano”, ed un concetto di “istituzione” che abbracci anche la codificazione delle norme, nonché una sorta di “gerarchia delle fonti” (nella speranza che poi quei principî vengano accolti nel mondo giuridico). Il semplice primato della “prassi”, come a volte emerge da certe letture, è un errore ideologico.

 

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5 Responses to “Elezioni in Italia, e Riflessioni Austriacheggianti su Prassi e Norme”

  1. 1

    Claudio Says

    Il livello qualitativo del dibattito politico italiano si situa da qualche parte sotto quello della gara di rutti. Da ciò viene che la Costituzione, come qualunque altra cosa, può essere usata (e in questo caso dimenticata) per giustificare qualunque posizione.
    Il problema, dici te, è più generale, e riguarda il confine tra norme scritte e prassi. Ma forse non è neanche questo.
    Hume scriveva, e Hayek ricordava che “ogni potere risiede in definitiva nell’opinione“. Cosa implica? Implica che quello che dice la Costituzione non è importante laddove non ci sia una mentalità diffusa che lo legittima. Intendo dire che se in Italia fanno tanta presa l’appello alla prassi e l’idea che si possano stravolgere o ignorare le leggi e i principi fondamentali, questo ha radici profonde nel fatto che l’idea della rule of law e della certezza del diritto qui non ha mai fatto breccia fino in fondo. E a questo non si rimedia tanto facilmente. Per completare la triade e citare anche Burke:

    Manners are of more importance than laws […] According to their quality, they aid morals, they supply them, or they totally destroy them

    Il problema allora è avere una prassi che vede nelle norme e nel loro rispetto un valore. Certo, a monte bisogna che queste norme siano illuminate e non arbitrarie, altrimenti saremmo qui a predicare il positivismo giuridico.
    Le Costituzioni servono (se fatte bene) ma non bastano. Occorre rilevare che il paese che ha di fatto “inventato” l’idea di Costituzione non ha una organica e non se la passa peggio di altri.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    @Claudio
    non dico esattamente che esista una prassi che stravolga la Costituzione; dico cosa dice la Costituzione, che definisce come le varie istituzioni si sono mosse e si muoveranno, e sfato il mito del “tecnico”. Dopo questo dico che oggi esiste una percezione di una prassi che collide con la Costituzione, e mi pongo il problema se questo possa ridefinire le istituzioni; la risposta è negativa in forza della volatilità dell’opinione (ed appunto, se a scuola tutti imparassero qualcosa della Costituzione forse tante illusorie prassi non ci sarebbero). Proprio per questo, ritengo che anche la “forma” abbia un carattere istituzionale, se non altro per l’opponibilità dell’istituzione (giuridicamente parlando).

    Poi, quel che dici ha molto senso; quel che tu definisci prassi o opinione in effetti è “cultura”, uno schema di comportamento profondo, chiamiamola “morale”. Senza questa, delle codificazioni ce ne sbattiamo (e infatti si deve distinguere tra una “morale ideale” e la “morale reale”, perché è dalla seconda che seguono le azioni che vediamo). E sei altrettanto nel giusto quando poni il problema dell’adeguatezza delle istituzioni, perché aderire a uno schema sbagliato è peggio sicuramente di disattenderlo.

    Nel caso particolare parliamo di una carta che regola poteri politici, di cui posso dire che ha delle ragioni per essere così, ma non posso dire che sia “perfetta” perché in fondo so una sega io. Però cerco di portare la questione nell’economia, e lì invece siamo tutti più a nostro agio nel valutare la correttezza di una istituzione (almeno a seconda della Scuola), ma il problema della prassi resta.

  3. 3

    Claudio Says

    Nel caso particolare del governo tecnico hai ragione te a dire che è perfettamente legittimo e che ogni attacco in questo senso è segno di ignoranza e/o malafede. Ad ogni modo, se ci sono stati questi attacchi sono stati puramente strumentali per contestare le politiche del governo, non la sua esistenza in se. Se, per assurdo, un giorno facessero un governo, tecnico quanto vuoi, che taglia le tasse e aumenta la spesa a pioggia, stai tranquillo che nessuno di quelli che oggi mugulano avrebbe da ridire.

    Poi il discorso della prassi è complesso ma alla fine, se davvero ci fosse nel paese un sentimento largamente maggioritario contro i governi tecnici (che non c’è in realtà checchè se ne dica) il prossimo governo eletto la Costituzione potrebbe anche cambiarla senza tanti scrupoli e allora si la prassi avrebbe vinto davvero. Per questo dico, la Francia ha avuto 15 Costituzioni, l’Inghilterra nessuna (sempre inteso come documento unico e organico) eppure preferisco la seconda e credo abbia sempre funzionato meglio.
    La stabilità delle istituzioni è necessaria, d’accordissimo(per l’economia e per tutto il resto). Ma come nel 90% dei casi non funziona l’esportazione della democrazia, altrettanto spesso non funziona darsi delle regole e delle istituzioni liberali se non c’è una conoscenza e una fiducia diffusa nella loro utilità. Certo, è sempre meglio di nulla perchè anche la sola esistenza e autorità di una Costituzione influenza l’opinione (e in Italia lo vediamo bene: a parte in questo caso particolare dire “lo dice la Costituzione” fa sempre un certo effetto, anche se poi alla luce dei fatti vediamo che non tutti la conoscono poi tanto bene).
    Comunque alla fine diciamo le stesse cose, solo che cercavo il passo prima verso le radici del problema, ecco.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Bene. Però vedi, che un “sentimento” cambi la Costituzione è sempre un gioco di parole (in Italia), perché un Governo può proporlo e far mettere al voto l’ipotesi, poi è sempre un Parlamento (di eletti diretti) che decide se passare la proposta o meno, e con un processo più lungo ed ampio che espone, se il consenso dei parlamentari non è così forte e stabile, di far fallire tutto. E questo comunque rientra nelle procedure della Costituzione stessa, per cui si è di nuovo nella codificazione e non nella praxis. A quel punto, se non piace come verrà la Costituzione, i cittadini non se la prendano con il Governo ma con il Parlamento (e magari ogni tanto anche con loro stessi che quella gente l’hanno votata!).

    Il fatto inglese è veramente intrigante, lo so: non c’è una Costituzione, nemmeno “elastica” (cioè senza i vincoli procedurali italiani per modificarla), eppure mi pare non ci siano troppi dubbi su quali siano i principi fondamentali della società (benché anche loro si siano socialdemocraticizzati parecchio); certamente esiste un fatto culturale che discende anche dalla storia, e la geografia del luogo (più stabilità della casa regnante) ha evitato si dovesse ogni volta riaffermare una certa identità, una certa unità, un certo modello, un certo diritto… il che permette di basarsi più sulla prassi. Ed ancora, il fatto che il Sovrano, che faceva le veci del Governo, avesse pieno potere di spesa ma non di tassazione, cosa in mano al solo Parlamento (non ricordo se i soli Commons o anche i Lord, però), sicuramente ha ridotto la necessità di normare ulteriori spazi… Insomma, c’è da capire quanto sia “modello” e quanto “incidente storico”.

  5. 5

    Claudio Says

    Ho scritto governo ma vale lo stesso per il Parlamento: resta valido il discorso che se davvero ci fosse una diffusissima volontà di fare cambiamenti, anche dannosi, alla Costituzione i meccanismi di controllo che sono stati approntati prima o poi cadono. Per fortuna questa volontà si concretizza raramente e quindi facciamoci bastare i casini che già abbiamo con questa impalcatura istituzionale.

    L’Inghilterra per conto mio è il frutto di un incidente storico fino a un certo punto nel senso che via via che si risale alle cause remote di una certa mentalità prima o poi tocca ad arrendersi di fronte all’inconoscibile (del resto la “morale” o comunque i “costumi” di un popolo rientrano negli ordini spontanei più complessi). Per quanto ne so, molto ha potuto la “common law mind” che dal Medioevo si è fatta strada fino al ‘600 e allo scontro tra Re e Parlamento che ricordavi e ha influito su generazioni di giuristi per poi arrivare a Burke. Da lì sopratutto venivano i limiti “ideologici” all’arbitrio legislativo.
    In una qualche misura (non facilmente quantificabile) anche questo ha contribuito al successo economico dell’Inghilterra e gli altri paesi si sono “dovuti adeguare” cercando di farsi uno stato di diritto per via costituzionale. A qualcuno è venuto meglio a qualcuno peggio.
    Quindi può aver rappresentato anche un po’ un modello, ma non uno facilmente esportabile (per tacere del fatto che anche l’Inghilterra è stata tutt’altro che immune da un certo decadimento delle sua fondamenta).

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