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Epistemologia del Rifiuto

January 31st, 2013 by Leonardo

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Questo pezzo è una libera traduzione dell’originale “Epistemology of Rejection” di J. Finegold Catalàn (traduzione di Leonardo, IHC).

 

di Jonathan M.F. Catalàn

 

In Misunderstanding Financial Crises, Gary Norton offre una breve visuale sull’esperienza bancaria USA tra, all’incirca, il 1830 e il 1913. Parte del lavoro è indirizzata a costruire una giustificazione dei salvataggi bancari quale strumento per preservare la liquidità del sistema. Nei suoi esempi, i  salvataggi bancari precedenti alla Federal Reserve e le politiche attiviste del Tesoro erano forme di associazioni in stanze di compensazione che mettevano assieme gli asset delle banche partecipanti e li usavano per coprire le banconote emesse (temporaneamente) dalla stanza di compensazione stessa al fine di soddisfare sbilanci nei saldi delle singole posizioni; tutto questo sosteneva la posizione delle banche partecipanti verso quelle che detenevano il loro debito, il che significa che la liquidità degli asset veniva preservata. Un altro esempio di soluzione di mercato a fenomeni contingenti di illiquidità era la temporanea sospensione della redimibilità, che di solito portava con sé come previsione contrattuale la promessa del pagamento di interessi aggiuntivi per tutto il periodo della sospensione.

A scapito di questi esempi, molti libertari – alcuni dei quali particolarmente eruditi – rifiuteranno le premesse sottostanti certe forme di interventismo.

 

Un altro esempio riguarda il disequilibrio monetario: non è inusuale per un libertario, sebbene sia forse più preciso qui dire “austriaco”, rifiutare in toto qualsiasi possibile fondamento, quanto credibile possa essere, di una difesa della politica anticiclica della Fed; nei fatti, per sugellare l’esempio, molti austriaci si spingono fino a dire che la “corretta” soluzione di mercato ad un aumento della domanda di moneta sia un calo del livello dei prezzi. Riconosco una punta di hubris fino a questo punto della discussione; riconosco che in entrambi gli esempi io possa sbagliare a concludere che il mercato offra soluzioni diverse, ma si prendano questi esempi per ciò che sono: spunti per l’esposizione di una discussione più ampia.

 

Ciò che voglio dire si sintetizza nell’idea che, a causa di certe predisposizioni degli austro-libertari e dei limiti nelle capacità cognitive della mente umana, spesso falliamo nel riconoscere i meriti di posizioni a noi opposte, e si ha l’evidenza che questi rifiuti possano essere prematuri. Mentre a volte è difficile sapere certe cose con certezza, alcuni casi (come i due di cui sopra) suggeriscono che dovremmo meglio cogliere le sfumature delle teorie con cui siamo in disaccordo (come disclaimer, la mia posizione qui esposta è stata influenza dalla recente lettura di Hayek’s Challenge di Bruce Caldwell, ma le idee esposte sono le mie, ed a me sono imputabili tutti gli eventuali errori).

La società umana è complessa, ed è complessa a diversi livelli. La sua complessità la rende difficile la comprensione, e se capiamo qualcosa è per lo più solo superficialmente. Spesso ciò che davvero capiamo viene dall’esperienza, e non lo capiamo bene abbastanza da poter fare predizioni su come le istituzioni e le organizzazioni si evolveranno o si svilupperanno nel tempo. Come risultato, si hanno limiti alla capacità di chiunque di sapere come il mercato, o istituzioni e organizzazioni sviluppatesi privatamente, reagirebbero alle varie avversità. A peggiorare le cose, spesso non ci è permesso di sperimentare specifiche soluzioni di mercato perché le istituzioni ed organizzazioni di mercato vengono spesso rimpiazzate da enti pubblici o semi-pubblici creati all’uopo. È conveniente che entrambi i miei esempi di cui sopra abbiano a che fare con l’attività bancaria, perché ciò è anche un esempio perfetto di come cambiamenti di natura privata vengano fin troppo spesso scalzati da alternative di Governo (ad esempio la frequente proibizione del branch banking, il 10% di tassazione su banconote privatamente emesse dopo la guerra civile americana, il sistema della Riserva Federale, l’assicurazione sui depositi ecc.).

Per il bene della discussione, assumiamo che le alternative pubbliche ad organizzazioni ed istituzioni private siano inferiori nel compito che cercano di adempiere. Nell’attività bancaria, ad esempio, i cambiamenti pubblici nella struttura dell’industria, e le regole che la guidano, non hanno fatto veramente un buon lavoro in termini di smussamento delle fluttuazioni cicliche. Si potrebbe perfino sostenere che questo abbia peggiorato lo stato dell’industria, ed abbia esacerbato le fluttuazioni. Tutto questo è, direi, un tema più o meno universale nella letteratura libertaria.

Si sta sviluppando di conseguenza una cultura che stimola l’impulso a rifiutare tutto ciò che è classificato come interventismo. Alcuni non si oppongono solo a specifici interventi, ma perfino ad argomentazioni e premesse che vi stanno dietro. Ma, come mostrano gli esempi delle sospensioni e elle stanze di compensazione di cui sopra, questo non è sempre l’approccio corretto.

Potrei dire che un bel po’ delle idee sottostanti a certe teorie che possiamo rifiutare, paradossalmente, abbiano in realtà molto in comune con le idee che sosteniamo. Dato che la società umana, includendovi l’economia e le relazioni economiche, può essere incredibilmente complessa, è vero che nessuno di noi ha una spiegazione completa, o specifica, per diversi fenomeni. Comunque, penso che spesso tutti partano da una base simile – cioè, ognuno ha una idea sostanzialmente ampia, o generale, di come funzionano le cose – e che è solo uno spostamento da quella base a produrre le maggiori differenze tra gli intellettuali (influenzati da una gran varietà di altri fattori, ideologie incluse). Per di più, potrei dire che molte delle premesse generali sottostanti una politica interventista, o delle teorie che potrebbero postulare politiche interventiste, siano vere, perché tutti tendono a concepire correttamente una qualche parte del disegno generale, anche se poi possono andare nella direzione sbagliata. Alla fine, le complessità sociali e la fallibilità della natura umana si riversano sia sui libertari che sui non-libertari, e il fallimento di alcuni libertari nel vedere i meriti delle elaborazioni altrui è uno dei prodotti di un’ignoranza diffusa (questo vale anche nella direzione opposta, chiaramente).

Può essere che un interventista possa raccomandare una certa politica perché questi è incapace di sondare la capacità del mercato, attraverso una pianificazione spezzettata e/o l’ordine spontaneo, di ottenere un risultato simile ma superiore; detto questo, allo stesso modo è assolutamente vero il caso opposto. Quel che voglio dire è che dovremmo stare attenti alla possibilità che il nostro totale rifiuto delle idee con cui non concordiamo possa essere il risultato del fatto che non siamo in grado di iniziare a definire come una società libera potrebbe alla fine impegnarsi in simili soluzioni ai problemi sociali. Detto in altri termini, le critiche che spesso muoviamo ai “pianificatori” sono ugualmente applicabili a noi stessi. Questo non significa che dovremmo accettare l’interventismo; sto parlando soprattutto nell’interesse della preservazione di un qualche tipo di percorso intellettuale scientificamente virtuoso. Questo significa precisamente che dovremmo star attenti a non gettare il bambino con l’acqua sporca, perché siamo esseri umani – quindi fallibili – e possiamo rifiutare cose che ancora (e forse mai) non comprendiamo a pieno (a proposito, questa è stata più o meno la mia iniziale reazione alla discussione di Gorton sui salvataggi bancari “privati”).

 

Se non siete soddisfatti dei miei esempi, sono sicuro che ce ne siano molti altri tra cui scegliere. Inoltre, non sto suggerendo in nessun modo che tutto questo sia la sola causa di disaccordo. Nemmeno sto rifiutando la possibilità che molto del disaccordo sia giustificato. Sto solo chiedendo a tutti di ricordare che è preferibile un approccio più raffinato alla valutazione di tesi che possano non coincidere con la vostra corrente visione del mondo, perché ci possono essere cose che vi sono sfuggite – tutti abbiamo una propensione ad aver torto, come spesso accade.

 

***

 

Come post scriptum collegato, in una sorprendente replica ad un tweet di Noah Smith su un post pubblicato nel blog di Paul Krugman, qualcuno ha scritto:

 

“La teoria keynesiana è in realtà troppo ostica perché la maggior parte dei libertari la capiscano”

 

Io ho risposto così:

 

“Non sono d’accordo; in quanto libertario, penso che ci sia una certa cultura del non fare il dovuto sforzo per capirla”

 

Non intendo con ciò sferrare un attacco opportunistico al libertarismo (e penso che la prima risposta a Noah Smith fosse al limite dell’ignoranza, nel peggior senso possibile) – dopo tutto sono un libertario (e bacchetto il libertarismo solo perché voglio il meglio per le nostre idee) – piuttosto tutto ciò è inteso in senso costruttivo. Dato ciò che ho scritto sopra riguardo la fallibilità della mente umana, non ha senso che io promuova un approccio restrittivo alla scienza. Sfortunatamente, nella mia esperienza, questi metodi vengono troppo spesso propugnati. Questo secondo me semplicemente incrementa le possibilità di aver torto. Pensate al progresso intellettuale attraverso la metafora di profitti e perdite: abbandoniamo le idee che scopiamo essere sbagliate e teniamo quelle che pensiamo essere corrette. Le idee devono venir testate sul principio prova-e-sbaglia. Restringere la propria esposizione ai potenziali giudizi e confronti, si limita anche la propria crescita intellettuale. Quelli che spingono verso quanto è equivalente all’isolazionismo, stanno facendo un disservizio ai loro lettori ed a coloro che influenzano.

 

Colgo questa perfetta opportunità per chiudere con un riferimento ad un post del professor Callahan che parte dalla mia discussione nel post di ieri sul trattamento di Keynes da parte di Mises. Callahan puntualizza che al tempo della pubblicazione della Teoria Generale, quando Mises decise di scriverci sopra, quest’ultimo potrebbe essersi trovato oltre il punto di voler imparare cose nuove; non fu semplicemente molto bravo ad includere ciò come caveat nel discutere di cose di cui avrebbe potuto non sapere abbastanza. In un commento a quel post, ho anche sottolineato (e Callahan in una risposta lo rimarca) che Mises era noto per le sue povere reazioni alle critiche. Sapendo che molto della dottrina di Keynes non era in linea con la sua, Mises può aver avuto una tale fiducia nella sua conoscenza da essenzialmente rifiutare completamente qualsiasi cosa Keynes avesse da dire (non è solo che la rifiuti, in realtà fallisce nel maneggiarla).

Mi vengono in mente due economisti che, in tal senso, erano completamente all’opposto di Mises: Hayek e Lachmann. Entrambi erano economisti che, si potrebbe quasi dire, hanno prosperato sulle critiche. Il lavoro di Hayek è stato positivamente influenzato per tutta la vita dalle critiche subite (e noi stiamo meglio grazie a questo). Penso che spesso negli ultimi anni Lachmann prendesse degli svarioni (come la sua apparente accettazione della teoria Hicksiana dei “prezzi fissi”), ma si può notare anche una drastica evoluzione del suo pensiero lungo la sua vita lavorativa. Non intendo sminuire Mises – è stato un pensatore brillante che ha positivamente contribuito in molti più modi di quanto le persone possano affrontare – ma quando si tratta di riconoscere la tua propria fallibilità, economisti come Hayek e Lachmann sono i veri modelli.

 


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