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Eurocrazia e Bankster

March 27th, 2013 by Leonardo

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di Silvano, IHC

 

Uno degli argomenti forti pro-euro è (era?) la tutela del risparmio. Ovvero se un Paese esce e svaluta i risparmi dei cittadini si riducono, quindi meglio stare dentro perché fuori fa freddo. Vero, fintantoché non ti mettono le mani in tasca chiudendo le banche di soppiatto. Già la chiusura coatta degli sportelli può essere eufemisticamente definita nel linguaggio degli economisti un costo non monetario (un po’ come le code alla ASL, quando ti dicono che la visita è gratis ma devi aspettare due mesi e se nel frattempo la patologia evolve.. beh non si può avere tutto a questo mondo). Il prelievo forzoso invece è un costo monetario vero e proprio con la peculiare caratteristica negativa di essere uno “shock inatteso” (come direbbe il mainstream) e deve essere così perché se lo anticipi al pubblico questo si regola di conseguenza e ritira il contante. I ladri non lasciano avvisi nella cassetta delle lettere con scritto “gentile condomino domani passo a ripulirti l’appartamento tra le 12.00 e le 14.00”, passano e basta. Anzi studiano il momento in cui probabilmente non ci sarà nessuno a disturbarli.

  

Generalmente i mercati finanziari offrono un’ampia gamma di strumenti per preservare i propri risparmi, anche se non si vive in un Paese dal cambio forte (fondi comuni a diversificazione valutaria, titoli a tasso variabile, titoli indicizzati all’inflazione, etc.), ma per gli shock inattesi se non annoverate tra i vostri amici il Ministro delle finanze o non giocate a tennis con il Governatore della Banca Centrale, rassegnatevi ad apprendere la notizia dal telegiornale di venerdì sera. Per questo motivo il prelievo forzoso è una misura controproducente, a maggior ragione in percentuali così consistenti. Spesso è anche inutile: i mercati capiscono perfettamente che queste misure non possono essere ripetute e non servono certo a riportare i buoi (ovvero i quattrini) dentro la stalla. È successo anche in Italia con la lira nel 1992: sovente ricordato a livello popolare come “lo scippo di Amato” si trattò di un prelievo retroattivo sui conti correnti pari al 6 per mille. Al grido di “mettiamoci una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio” il Governo si inventò questa patrimoniale notturna che avrebbe dovuto mantenere la Lira “credibile” ed evitare la svalutazione che puntualmente arrivò come un treno il 18 settembre dello stesso anno. I politici confondono il masochismo con la credibilità. Deformazione professionale.

 

Torniamo a Cipro: per fortuna il prelievo sui conti con saldo inferiore a 100.000 euro è stata scartata. Però vista la bocciatura del primo piano di salvataggio il bank holiday è stato esteso per una settimana, mentre ulteriori misure di controllo sui movimenti di capitale sono state protrate. Ma non siamo in un’Unione votata alla libera circolazione di merci, persone, capitali dove regna la cooperazione macroeconomica? Fottesega. Quando c’è da salvare un paio di banche e qualche fat cat, i trattati diventano carta straccia per uso igenico. Il potere e la fantasia dei socializzatori di perdite di Bruxelles e delle loro marionette locali non conosce limiti.

La logica che sottostà a questo Eurodelirio è che ogni paese si sobbarchi la stabilizzazione dei propri sistemi finanziari. Non esiste una procedura per la mutualizzazione dei debiti in modo da portarli a carico del bilancio dell’Unione sulla fiscalità comunitaria. In un’unione valutaria questo è un problema per un motivo molto semplice: i Governi devono farsi carico delle passività di un settore su cui non hanno alcun controllo. Certo, possono fare un po’ di prestiti agli amici degli amici o vigilare che ciò non avvenga, ma non sono in grado di operare sulle variabili macroeconomiche rilevanti. Non possono alzare il tasso d’interesse di fronte a una bolla immobiliare come in Spagna e sono impotenti dinanzi agli afflussi di denaro caldo (ovvero trasferimenti a breve termine dal carattere speculativo): la politica monetaria è a taglia unica. Gli shock al settore bancario diventano traumatici e si ripercuotono sui bilanci pubblici. La presenza di Paesi strutturalmente esportatori e paesi strutturalmente importatori genera poi un’evidente asimmetria: poiché chi ha un deficit commerciale è un importatore netto di capitali, questi subirà un impatto fiscale nettamente maggiore nel momento peggiore. La dinamica finale è simile a quella dei “sudden stop and reversal” tipica delle crisi dei paesi emergenti. Il risultato politico dell’Euro è esattamente quello previsto da Feldstein nel 1997: maggiori tensioni fra Governi e maggiori tensioni sociali interne.

Dal 2001 la Germania ha adottato un modello di crescita export driven cumulando significativi surplus anno dopo anno soprattutto nei confronti dei Paesi dell’area euro. Assieme ai surplus ha accumulato una crescente esposizione di attività finanziarie ed investimenti all’estero. Da un lato questo è indubbiamente positivo sia in termini di PIL che di PNL ma dall’altro introduce un elemento di fragilità finanziaria. I Paesi dell’Eurozona sono economie mature e accumulare crediti a una velocità a volte superiore perfino al loro tasso di crescita nominale è indice di potenziale squilibrio (sempre più crediti sempre verso gli stessi clienti). La dinamica non si discosta molto dalla logica boom–bust del ciclo austriaco: i primi investimenti vanno bene, poi l’espansione creditizia continua, le opportunità offerte da un’economia matura sono quelle che sono, la crescita viene drogata con il credito al consumo e alla fine le banche esportatrici di capitali si accorgono che, direttamente o indirettamente, stanno finanziando un po’ di tutto: dall’ennesimo complesso residenziale lungo la Costa del Sol alle cartolarizzazioni delle banche greche. Phantom profits, direbbe Catalàn citando Hayek, ma volendo possiamo anche chiamarli malinvestimenti in economia aperta a cambi fissi in onore a Mises.

 

Mai come in questi ultimi due anni l’euro ha rivelato tutta la sua fragilità. È stato fatto notare che l’introduzione di controlli sui movimenti di capitali ha creato un virtuale Euro Cipriota legato con un rapporto 1:1 all’Euro “continentale”. Uno dei primi a notarlo è stato il sito Tim Duy’s Fed Watch; l’argomento è stato ripreso da Krugman con un editoriale dal titolo, indubbiamente efficace: “Pessimal Currency Area Theory. In effetti un cipriota non può acquistare merci italiane con la propria moneta bancaria, è sottoposto a un “corallito” da 100 euro al giorno, ma al contrario un francese può comprare beni da Cipro pagando con i propri euro. Il nome è uguale (euro), la sostanza economica delle due valute diversa. Ormai questi salvataggi che non salvano hanno raggiunto un livello di dilettantismo “doloso”.

 

·         Nel caso Greco, il Paese già abbondantemente in crisi fiscale è stato caricato di “aiuti finanziari” dalla Troika. Essendo tali aiuti privilegiati rispetto al debito senior va da sé che il Paese si è trovato immediatamente fuori mercato appena segnato il deal. Sarebbe successo lo stesso nel giro di poco tempo, ma il debitore sarebbe ripartito notevolmente alleggerito in termini di stock. Invece la scelta è stata di procrastinare il più a lungo possibile per poi arrivare a un default “volontario” su di una parte tutto sommato limitata del debito che gravava il bilancio di Atene con oneri per interessi sostenibili solo a patto di combinare una stretta shock sulla spesa con un incremento altrettanto significativo sul versante delle entrate. Aveva ragione Feldstein nel 2012 e nel nostro piccolo avevamo ragione anche noi.

·         Il caso di Cipro riesce ad essere più perverso. Lo Stato uscirà da questa serie di aiuti e salvataggi con un debito insostenibile, probabilmente vicino al 140%, i cittadini si trovano in una surreale prigione valutaria, il sistema bancario starà “out of the business” per un bel po’ mentre una depressione è giusto dietro l’angolo. Il tutto senza considerare il panico scatenato dall’idea iniziale del prelievo forzoso. Cui prodest? Considerando che un deal di questo tipo può significare la fine di una carriera politica, forse è più semplice concludere che i vincitori sono i banchieri del nord e i loro ammanicati collegi periferici. Difficile trovare spiegazioni differenti.

 

Lo storico conservatore Niall Ferguson in The Cash Nexus: Money and Power in the Modern World, 1700-2000 suggerisce di applicare un rilettura del concetto di “lotta di classe” utilizzando le categorie del taxpayer e del bondholder sia alle crisi finanziare che a quelle fiscali. La crisi dell’Eurozona sicuramente fornisce un buon esempio di vittoria dei creditori sui contribuenti all’interno di una cornice istituzionale disfunzionale arrivata alla sua ottantesima settimana decisiva dall’inizio della crisi.

 

E intanto, mentre Cipro si appresta a vivere la depressione prossima ventura, anche la Slovenia scricchiola

 


6 Responses to “Eurocrazia e Bankster”

  1. 1

    Leonardo Says

    Non capisco questo volersi sempre riferire alla Germania in quanto rea, ad euro già avviato, di essersi strutturata per poter campare esportando. Hanno fatto quel che avrebbe dovuto fare l’Italia che non l’ha fatto per stupidità e miopia. L’attacco ai primi della classe in quanto tali è una cosa che non mi torna dai tempi delle medie.

    La storia dei due euro come conseguenza dei controlli sui movimenti dei capitali è solo una forzatura retorica. Va bene che l’informazione ufficiale è confusa, ma le transazioni commerciali da e verso Cipro restano (è un isolotto, morirebbero semplicemente di fame). Che poi i controlli siano una cosa assurda dove si dichiarava di voler totale mobilità di tutto, non ci piove, non siamo a discutere questo.

    Sulla mutualizzazione necessaria in una area valutaria, per favore lasciamo perdere Silvano. Se non ha senso che un comasco debba buttar soldi per ripianare il dissesto del comune di Catanzaro (e viceversa, qualcosa accadesse), o che un fiorentino debba contribuire per tenere in piedi una improduttiva miniera sarda (leggi: se non ha senso una socializzazione a livello italiano perché elimina incentivi alla buona gestione e impedisce la pulizia del mercato dalle imprese meno produttive), non vedo come si possa giustificare una socializzazione a livello continentale.

    Il problema cipriota – e lo pubblico venerdì – sta nel metodo con cui si è imposto ai correntisti di subire perdite operative della banca, non nel fatto che la soluzione dovesse essere locale. La nostra storia è piena di mutualizzazioni, e su questo sito le abbiamo attaccate da tutti i versi, non c’è luogo per fare strappi krugmaniani.

    Se poi il problema sta nel fatto che si voglia salvare una banca giusto perché le banche sono legate alla politica, sfondi una porta aperta (da tirare in faccia anche ai crucchi di Commerzbank)

  2. 2

    Silvano Says

    “le transazioni commerciali da e verso Cipro restano”, beh certo anche in Islanda ci sono le transazioni commerciali, però ci sono 2 cambi: uno off shore e un altro on shore. I controlli a Cipro saranno “temporanei” ma bisognerà vedere quanto è lungo il concetto di “temporaneo” per i regulators. Se vogliono evitare una fuga di capitali, ovvero evitare che tutto si scarichi sul Target2 (parlo sulla scorta delle scarse informazioni che circolano) e non allargare ulteriormente l’Emergency Liquidity Assistance concessa alla BCN di Cipro de facto Cipro va messa in quarantena, finanziariamente parlando. Più o meno come se avesse un’altra moneta.
    Bisogna vedere che fanno: un’isola valutaria coi capitali chiusi a compartimento stagno è sicuramente più vicina ad una situazione pre-euro che post.

  3. 3

    Silvano Says

    Un livello standard di mutualizzazione è “necessario” per far funzionare un’unione bancaria all’interno dell’area Euro per un motivo intuitivo: se non vale la logica cipriota per tutti (e non vale, lo sappiamo e lo abbiamo già visto) allora abbiamo un settore, quello finanziario, in cui stiamo competendo a colpi di aiuti di Stato. Ti sembra normale?

  4. 4

    Leonardo IHC Says

    No, non è normale… o meglio è normale in un mondo in cui alcuni politici – e Stati retrostanti – pesano più degli altri. Unione bancaria significa standard di controllo uguali per tutti, e gestiti da un unico ente, e quindi anche rapporti semplificati nelle transazioni reciproche. Non ho capito di che ti stupisci: Cipro è in quarantena, è esattamente quello che stanno facendo per provare a evitare che 1 Cipro si svuoti di capitali e che 2 la caga cipriota si diffonda. La Caga non è il capitale che va da altre parti (in una unione bancaria ma con concorrenzialità, il fatto che i capitali vadano da una banca nella cacca a una sana è parte del corretto funzionamento) ma è la possibilità che in altri Paesi, sentendo puzza di bruciato, qualcuno pensi di "scappare", mentre adesso c’è l’esempio per cui se dichiari "al fuoco al fuoco" l’Unione ti "isola" quindi non scapperesti comunque. Casomai chiariamoci su cosa significhi Unione Bancaria perché il termine è suggestivo ma in realtà nasconde di tutto (altro punto della vaghezza dell’informazione che denunci anche tu). Ma non significa certo "tot banche per paese e che restino lì cascasse il mondo". Quel che vedo più che una Unione Bancaria è una Corporazione Bancaria o un Soviet Bancario (con gulag per chi traballa), ma è un concetto politico e non economico, la teoria economica e perfino l’unicità della moneta non c’entra un cippone all’aglio.

  5. 5

    Francesco Says

    Già era fantastico leggervi quando vi trovate in sintonia , figuriamoci quando sembra che si aprano delle crepe nel sodalizio austriaco. Battute a parte… mi chiedo come si possa salvare la logica dei primi della classe senza necessariamente rischiare lo sfacelo degli ultimi ma tenendosi l’euro ?

  6. 6

    Leonardo Says

    Ciao Fra’
    Si, ci piace pestarci i piedi tra noi, non è divertente?

    Ti smantello un po’ le palle con la mia visione.

    La logica dei primi della classe a me piace perché, davanti a un euro fatto – e Bagus ci ha detto più volte che era voluto dalla politica ma non dall’economia tedesca – si sono riformati e ne hanno tratto vantaggio specializzandosi sulle produzioni su cui avevano vantaggio.
    Riguardo le banche, i primi della classe hanno fatto i furbi – si sono salvati le loro banchine socializzando quando potevano, e poi hanno fatto un po’ i grossi con il resto; davanti a una Cipro nana e per un terzo “russa” hanno fatto particolarmente le cacche (ma anche gli altri). Insomma hanno fatto i politici.

    L’euro come moneta per me non è in questione. Quel che la può distruggere seriamente è lo stampaggio continuo magari dettato dal voler salvare a ogni costo il sistema bancario (poi intendiamoci, per me ne possono fallire diverse di banche e non casca il mondo, ma la politica non ci sta lo stesso). Cominciare a scaricare direttamente le perdite nel basso (senza una monetizzazione per lo meno diretta) secondo me è una strada per evitare di cascare ulteriormente (perché ci siamo già entrati) in questo buco.

    Altra cosa che potrebbe distruggere l’euro è effettivamente lo sfacello degli ultimi, in quando una moneta vale per quel che compra, e il PIL europeo si dimezza (esempio), la moneta perde metà valore reale (cioè… che te ne fai? che ci compri?), e allora davvero resta carta igienica e l’europa si dollarizza (ipotesi).
    Ora… lo sfacello degli ultimi è causato dagli ultimi, chi è cagion del suo male pianga se stesso: certo l’euro ha livellato al basso i tassi (cioè: il mercato si aspettava un comportamento più responsabile sì dell’Unione ma soprattutto dei singoli Governi, e una pol.mon. che doveva assomigliare a quella della Bundesbank… ma che non è così lo diciamo da quel dì) e questo è un veicolo di malinvestment poco ma sicuro, ma fin troppo tutto questo è stato alimentato dall’ipertrofica spesa pubblica (sarebbe un altro mondo se dati i tassi più bassi, pur in costanza di investimenti e consumi in crescita causa tassi bassi, i Governi avessero ridotto spesa e loro dimensioni, o permesso/costretto il mercato a convertirsi su produzioni e servizi non in concorrenza di prezzo con la Cina bensì superiori come tecnologia e “contenuto di conoscenza”… forse ci sarebbe stato comunque un downturn ma certo non magnificato come l’attuale).

    Ora la scelta: inflazioniamo a tiriamo avanti per cadere in un burrone più grosso (con o senza euro la scelta è uguale, con questa struttura produttiva anche una svalutazione del 30% all’Italia vale forse un anno di vita e basta), o gli ultimi – con i costi che comporta – decidono di adottare la logica dei primi? E’ solo la politica che sta impedendo un’evoluzione.

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