Clicca qui per Opzioni Avanzate


Evitare la Deflazione – Un Falso Problema

1 Votes | Average: 5 out of 51 Votes | Average: 5 out of 51 Votes | Average: 5 out of 51 Votes | Average: 5 out of 51 Votes | Average: 5 out of 5 (1 voti, media: 5 su 5)
Loading ... Loading ...

November 29th, 2007 by Leonardo

692 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

di Leonardo, Ihc
 
Nel precedente articolo “Evitare la Deflazione – Il Dubbio” ho schematizzato la visione liberalista della neutralità di stati inflazionistici/deflazionistici sulle decisioni imprenditoriali, assieme al giustificato dubbio di Pietro su un’effettiva “non-neutralità deflazionistica”.
Richiamando la schematizzazione formale del precedente articolo, cerco adesso di discutere in merito all’effettiva rilevanza del problema.
I risultati esposti, a parer mio, trascurano troppo le cause della deflazione per permettere di rovesciare i giudizi su “austrismo” e “inflazionomia”; di seguito espongo i casi principali.

 
In costanza di progresso tecnologico, forme di offerta di moneta pressoché “fissa” lasciano spazio a fasi deflazionistiche, infatti gli aumenti di produzione (comandati dalla maggiore produttività) aumentano il valore della moneta in circolazione (banalmente: scambio la stessa moneta con una produzione maggiore) e quindi guidano i prezzi verso il basso; l’aumento di produttività (KY minore) significa maggior redditività reale dell’investimento (maggior ρ), che compensa la crescita del tasso di interesse reale indotto dalla deflazione (r=|π|) “salvando” la “condizione di investimento” (in effetti la deflazione, e quindi il rialzo del tasso di interesse reale, si dispiega in ragione dell’ammontare della produzione, che a sua volta si ha in ragione dell’aumento della redditività netta del capitale).
Il problema della deflazione, in questo caso, per me è un falso problema.
 
In caso di una riduzione autonoma della domanda aggregata, è l’indotto eccesso di produzione che trascina in basso i prezzi. Oltre una certa soglia di questo processo di ridimensionamento, quando il tassi di interesse nominale si annulla, si innesca il processo di marginalizzazione a suo tempo descritto; ma questo non è altro che un processo “naturale” di selezione delle imprese più economiche in sede di riequilibrio tra domanda e offerta: l’eccesso di produzione indica un investimento di capitale in produzioni non richieste, e la marginalizzazione non è che una delle forme di liquidazione del capitale per una sua più funzionale riallocazione.
Anche in questo caso si può dire che il problema della deflazione sia un falso problema; si può aggiungere inoltre che il meccanismo appena descritto può in realtà essere la risposta del sistema economico all’inflazionomia, cioè proprio a quelle politiche che a prima vista sembrerebbero giustificate dalla “non-neutralità deflazionistica” già sostenuta da Pietro e da me in precedenza esposta: come ben si sa, l’inflazionomia disallinea gli investimenti dal risparmio (che in realtà dovrebbe finanziarli) coprendo la differenza con il circulation credit generato dalla fiat money, il che alla fine significa una domanda aggregata artificialmente sostenuta; il downturn (almeno quello “austriaco”) è dato dall’annullamento del circulation credit e quindi dalla contrazione della domanda aggregata, in cui disinflazione, rialzi dei tassi di interesse reali e fallimenti imprenditoriali non sono altro che “strumento di ripulitura e riequilibrio” dell’economia. La “non-neutralità deflazionistica” può ben accelerare la fase di “ripulitura” dell’economia e quindi, in realtà, evitare deflazioni ancora più profonde (la chiusura stessa di imprese marginali riduce l’eccesso di produzione e anticipa il riequilibrio di domanda e offerta).
 
Infine esiste una causa meramente monetaria della deflazione, cioè proprio una stretta monetaria e creditizia esogena. Le Banche Centrali, in virtù di principi di interventismo di varia origine, possono decidere di contrarre l’offerta di moneta, il credito in circolazione, o fissare più elevati tassi di interesse. Contrazioni particolarmente forti possono pure portare a stati deflazionistici, e questi a loro volta possono assumere profondità tale da innescare fallimenti imprenditoriali secondo quanto più in precedenza esposto.
Questa situazione è puramente teorica, e comunque non ha nulla a che vedere con meccaniche spontanee di mercato, quanto con mere volontà esogene dalla logica essenzialmente non-economica.
 
Tirando le somme, da parte mia confermo l’intuizione di Pietro riguardo la non-neutralità degli stati deflazionistici, causata dal limite inferiore del tasso di interesse nominale (i=0), che comporta progressive marginalizzazioni di imprese con l’incedere della deflazione stessa; allo stesso tempo però concludo che si tratta di un falso problema dal punto di vista della validità dei meccanismi di riequilibrio endogeni del mercato, riconoscendo questa marginalizzazione da deflazione come sostanzialmente irrilevante in un percorso “naturale” di sviluppo economico o al più riconoscendola come uno dei “naturali” meccanismi endogeni che il mercato sviluppa in risposta agli squilibrio indotti dall’inflazionomia.
 
Se qualcuno sperava di trovare una falla nelle teorie liberaliste, e quindi una giustificazione all’inflazionomia, ha sbagliato indirizzo.
 
 
Coda
 
Resta da dire una cosa riguardo alla modellizzazione in origine da me utilizzata, e cioè che non necessariamente la componente inflazionistica compresa nella redditività del capitale e nel tasso di interesse nominali siano la stessa cosa; è infatti ben possibile che la produzione dell’impresa presenti un’inflazione πs diversa dall’indice di inflazione π che i finanziatori prendono a riferimento nel fissare i tassi di interesse. In altre parole
πs-π=δ
dove chiamo δdeflazione/inflazione relativa”. Questo trasforma la “condizione di investimento” (nominale) in ρ+πs≥r+π+σ e cioè in
ρ+δ≥r+σ
In tal caso l’impresa si avvantaggia uno stato di “inflazione relativa” (πs>π e quindi δ>0) che si aggiunge alla redditività reale del capitale. Lo stato di “deflazione relativa” (πs<π e quindi δ<0) comporta fenomeni di marginalizzazione deflazionistica, infatti la “condizione di investimento” (nominale) diviene
ρ≥r+σ+|δ|
riducendosi quindi la capacità della redditività del capitale di coprire i dovuti “costi”. D’altra parte, all’azzerarsi del tasso di interesse nominale in conseguenza della generale deflazione, cioè avendosi r=|π|, la “condizione di investimento” diviene ρ+π+δ≥σ o meglio, essendo in deflazione:
ρ+δ≥σ+|π|
dovel’inflazione relativa” mitiga la “non-neutralità deflazionistica”, oppure
ρ≥σ+|π|+|δ|
dove la “deflazione relativa” contribuisce alla marginalizzazione dell’impresa.
Print This Post

3 Responses to “Evitare la Deflazione – Un Falso Problema”

  1. 1

    Avv. Filippo Matteucci Says

    Complimenti a Leonardo per l’articolo e le tesi ivi esposte, con le quali grosso modo concordo.
    Ho ripetutamente esposto i miei dubbi sull’interpretazione corrente e nettamente neokeynesiana della manovra sul tasso d’interesse (vedasi il mio articolo su
    http://neolib.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=94&Itemid=52 ) .

    Tuttavia sono costretto a invitare tutti gli economisti di area liberista ad essere più divulgativi: dobbiamo combattere un bombardamento ideologico quotidiano di stampo keynesiano, assistenzialista, statalista, con target il cittadino comune. E’ quindi dal cittadino comune che dobbiamo farci capire, con concetti chiari e semplici e senza formule e termini tecnici per iniziati. Dobbiamo, come dire, sporcarci le mani col linguaggio comune per combattere la battaglia liberista, altrimenti la gente non ci capisce e non ci legge. Chi ha le capacità di Leonardo, deve trovare anche la capacità di parlare al meno colto dei cittadini.
    Avv. Filippo Matteucci

  2. 2

    Leonardo Says

    Gentilissimo avvocato,
    grazie dell’attenzione; sono felice di trovare una nuova voce tra coloro che capiscono come il problema non sia l’essere liberale o libertario, bensì smascherare quanto di keynesiano c’è spacciato per liberale.

    L’articolo in oggetto è stato scritto partendo da un dubbio di LibertyFirst che ho faticato prima a capire e poi a dipanare (lui non è molto soddisfatto, ma io sì), infatti questo è il proseguimento dell’articolo precedentemente postato in cui, diciamo, ho presentato il problema. Siccome con LF mi scontro anche per l’approccio “neoclassico” (che mi corrompe la mente, direbbe LF) ho cercato un approccio in linea, e quindi con un poco più di formule.

    Va da sé che le persone dovrebbero trovare il coraggio di scrivere “non ho capito, me lo rispieghi senza formule?”, senza alcuna paura (siamo qui per parlare, non c’è nessuna cattedra). Ma la sua osservazione, avvocato, è giusta, quando si vuol fare divulgazione e non si segua un percorso proprio di “ricerca” (come in realtà questo lavorino pretendeva di essere).

    In questo sito dovrebbe trovare anche spunti più discorsivi, che ad esempio mostrano come la BCE sia un’istituzione essenzialmente keynesiana e non monetarista come pare sia stato fatto credere.

  3. 3

    broncobilly Says

    Eccomi di nuovo qui finalmente.

    Ho rintracciato e letto la tua ricostruzione e direi che concordo. L’ equilibrio è destinato a ripristinarsi anche dopo forti processi deflazionistici “da bolla”.

    Sta di fatto che, in assenza di un aggiustamento istantaneo, si attraverserebbe pur sempre una fase in cui investimenti “buoni” salterebbero per colpa di una moneta “cattiva”.

    Il mercato degli investimenti ha fallito dunque, per un certo lasso di tempo ha impedito che si realizzassero investimenti corretti. Ma dove sta la radice di questo fallimento?

    Sta nel fatto che la moneta è un bene/rete. Ovvero un bene nella cui offerta non puo’ realizzarsi una concorrenza perfetta.

    Se anche il bene moneta fosse offerto in concorrenza perfetta gli investimenti economici impediti da M1 verrebbero realizzati all’ istante con M2. Purtroppo passare da M1 a M2 è estremamente costoso per gli effetti/rete tipici di questo bene, cosicchè M2 non sarà disponibile senza costi supplementari.

    Cio’ non toglie, ovviamente, che anche un banchiere centrale possa fallire. ciao.

Aggiungi un tuo Commento