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Flynn: Istruzioni per Diventare Intelligenti

November 30th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ho ritrovato una recensione del Sole24Ore (“Istruzioni per diventare intelligenti”, 14/10/2012) su due libri di tale James Flynn, filosofo morale ed esperto di test di intelligenza. Non ho letto i libri, ma penso ne valga la pena; in realtà, da quanto emerge dalla recensione, dovrebbero venir letti in età scolare.

I libri sono Are we getting smarter? Rising IQ in the Twenty-First Century e How to improve your mind. Twenty Keys to Unlock the Modern World, e definiscono un percorso logico che parte da ciò che starebbe incrementando l’intelligenza media e arriva a quali strumenti logici andrebbero utilizzati per applicare adeguatamente l’intelligenza alla comprensione del mondo.

Mi interessa parlarne perché toccano alcuni punti che ho ritrovato – anche in negativo – nell’Austrismo.

 

Anzitutto parto riportando che il quoziente di intelligenza IQ sta tendenzialmente crescendo; il fenomeno è più forte nei Paesi emergenti mentre pare essersi arrestato in Scandinavia. Flynn spiega la cosa partendo dal fatto che le capacità intellettive potenziali sono uguali per tutti, e ciò che fa la differenza nel loro effettivo sviluppo è il contesto sociale. Non esistono differenze genetiche “di razza”, solo differenze individuali sparse. Il contesto sociale, in particolare le caratteristiche di una vita moderna descritta dalla ridotta numerosità delle famiglie (che permette un rapporto più stretto e continuativo con i genitori) e la scolarizzazione crescente risultano fattori di stimolo alla crescita dell’intelligenza. Tra le righe ricavo anche che la possibilità di ampliare la rete di relazioni (non superficiali) rientra tra i fattori di stimolo all’intelligenza tipici della vita moderna.

Cosa c’entra con l’austrismo? C’entra, perché sento l’eco delle parole di Hayek sull’isomorfismo, per cui le strutture intellettive profonde sono le stesse per ogni essere umano, nonché del suo insistere sugli aspetti culturali, in particolare sulla possibilità di elaborare i frammenti dispersi di conoscenza e permettere loro di circolare, quali veri vettori dello sviluppo di una società. Ritorna particolarmente il problema, così tanto condiviso da Mises, della “educazione” impartita da un sistema esplicitamente o meno socialista, in cui si forma un ambiente sociale – una cultura – deresponsabilizzante ed intellettualmente atrofizzante, che causa l’involuzione dell’intelligenza fino all’incapacità di afferrare concetti basilari della natura umana come la libertà con i suoi vantaggi e costi.

Credo sia esperienza comune la conoscenza di immigrati da culture ben diverse che, dopo una certa permanenza, vanno ad assumere comportamenti e retorica assolutamente allineati al nuovo luogo di permanenza. Non che sia sempre così, c’è anche chi resiste scientemente all’assimilazione… ma l’ipotesi – verificata – di isomorfismo è sufficiente a buttare nel cesso ogni tendenza “razzista”, ed a definire come elemento essenziale di una società la forza – o funzionalità – della sua cultura (che a sua volta è il risultato di una propria catallassi).

Certo, fa pensare che la crescita dell’IQ sia più forte nei Paesi emergenti che in Scandinavia. A parte soddisfare il provincialismo italiano del sentirsi più intelligenti soprattutto dei popoli del Nord (qualcuno ha detto “in Italia ognuno si crede più furbo degli altri, quindi siete tutti bischeri”), questo fenomeno potrebbe esser letto nel contesto di un più rapido sviluppo economico e conseguente apertura sociale avutosi nei Paesi appunto “emergenti” rispetto alla ricerca di una certa stabilità se non uniformità (riporto da fonti con esperienze in loco) sociale dell’esempio scandinavo; da un maggior dialogo con chi è uguale a te difficilmente puoi ricavare qualcosa di utile (e qui si potrebbe ragionare della scarsa progressione delle teorie austriache negli ultimi decenni, specialmente nel blocco Austrodosso). Ma è anche vero, semplicemente, che partendo “da dietro” i miglioramenti sono più vistosi.

 

Il lavoro di Flynn spiega che l’intelligenza, per poter comprendere il mondo sempre più vasto di cui si viene a conoscenza ampliando le proprie relazioni, si emancipa da utilitarismo ed empirismo, e si accresce elaborando il pensiero astratto ed ipotetico. In un certo senso si ritrova il percorso avviato da Menger, con apice in Mises, di un pensiero rivolto alla ricerca di “leggi esatte” (svincolate dall’esperienza contingente) per la comprensione della irriducibile complessità della società-economia. La complessità è data dal crescente numero di attori con cui si ha coscienza di aver a che fare, ognuno di essi essendo sia portare di un frammento di conoscenza dispersa che strumento – anch’esso disperso – di elaborazione della conoscenza. Oltre alla Hayekiana dispersed knowledge dobbiamo pensare anche al dispersed knowledge processing, cioè ad una elaborazione della conoscenza effettuata in modo disperso da ogni individuo grazie anche alla crescente capacità di “astrarre” dalle condizioni immediate di operatività.

Niente però assicura contro gli errori – come ogni serio austrofilo sa – ed anche la capacità di astrarre deve avvalersi di strumenti concettuali opportuni per non ridursi ad un fallace esercizio di auto-giustificazione. Flynn appunto elenca la necessità della logica, del criterio di falsificabilità, della campionatura e… della conoscenza del funzionamento del mercato (e chi segue IHC sa che già dietro il “mercato” sta tutto quanto detto finora). Soprattutto Flynn avverte che una errata capacità di astrarre conduce a problemi di relativismo (culturale, epistemologico e storico) e antirealismo. Cosa significa? Significa ad esempio che impostare un ragionamento astratto partendo da ipotesi non falsificabili (cioè di cui non è possibile dimostrare verità o falsità), o non curando la logicità dei ragionamenti (forzando i passaggi od omettendo la causalità), o estraendo esempi “con leggerezza” se non “ad arte”), o trattando di realtà che non si conoscono (e quanti parlando di “mercato”, “derivati” o “istituzioni” varie senza sapere cosa siano né tanto meno come funzionino!), porta a conclusioni sbagliate. Gli errori di solito sfociano in enunciati di presunta “validità” solo in circoscritti ambiti culturali o storici, il che contrasta con quel fine delle “leggi esatte” Mengeriane che dovrebbe conseguire dalla capacità di ragionare in astratto, o riconoscibili solamente adottando una certa “filosofia del metodo d’indagine”, mentre l’epistemologia deve essere uno strumento per un fine, e non fine essa stessa.

Ora, è banale che una conclusione che viene da un pensiero incompleto illogico o “ignorante” sia sbagliata; ma il punto è che il segnale di un – non inizialmente riconosciuto – errore può essere il relativismo e l’antirealismo della conclusione stessa. Se il rischio di relativismo metodologico pare toccare con forza l’Austrismo – forse l’unica branca del sapere che scrive quasi di più di epistemologia che di teoria – il problema dell’antirealismo ci sbatte con ancora maggior forza: le giustificazioni basate sull’aderenza o meno a un concetto di naturalità (“va bene perché naturale” o “è dannoso perché innaturale”) sono solo scappatoie intellettuali. Non sarà sfuggita l’assonanza con quel rimando, anche di molti pensatori Austriaci, al concetto di “diritto naturale” che giustificherebbe o meno quel certo assetto istituzionale, quella certa azione, e perfino quel tale contratto pur tra soggetti consenzienti. Tra tali suggestioni di “naturalità” e le concezioni “religiose” non corre molta differenza: far calare dal cielo una “spiegazione” non vale a capire il mondo bensì a sognarlo di punto in bianco come non è.

 

La società – qualunque società – si muove, nel suo costante ampliarsi ed evolversi, verso un incremento dell’intelligenza individuale che diventa sempre più capace di “guardare oltre” attraverso gli strumenti dell’astrazione e dell’ipotesi. L’isomorfismo ci permette di pensare che tendenzialmente le tappe, e la meta, dell’evoluzione sociale possano essere sostanzialmente le stesse per ogni società indipendentemente dalla cultura di partenza perché i processi logici sono gli stessi e non dipendono da fattori genetici localizzati (anche se eventuali blocchi culturali – imposti tramite violenza da chi sia sovra-ordinato alla società stessa – possono certamente rallentare o deviare anche per tempi lunghi tali evoluzioni). Quel che è importante è il contatto con gli altri, lo “scambio” di conoscenza, e la libertà di azione.

In questo percorso però resta la possibilità di errore; come si può sbagliare nel comprendere il fatto materiale, si può sbagliare nell’elaborazione astratta. Un pensiero che si sviluppa da un assioma di partenza scelto ad hoc non è una gran dimostrazione di intelligenza. È come passare dalla carta al computer per scrivere con un word processor 2+2=5 invece di passare da un foglio di calcolo e verificare che 2+2=4, sostenendo magari che quel “+” ha tutta una serie di implicazioni trascendentali, imperscrutabili, di una tal natura, o contingenti, rifiutando il parallelo tra il 2 e una coppia di mele, negando che il tutto abbia a che fare con quelle due coppie di mele sul tavolo che, empiricamente, fanno semplicemente quattro mele…

 

Ringraziamo i grandi pensatori che, istruendoci anche dal passato, ci hanno aiutato ad astrarre. Cerchiamo però di non astrarre indebitamente.

 


2 Responses to “Flynn: Istruzioni per Diventare Intelligenti”

  1. 1

    broncobilly Says

    Non fidarti troppo di Flynn, non sembra che abbia capito bene cosa sia l’ IQ e cosa misura: http://www.cato-unbound.org/2007/11/08/linda-s-gottfredson/shattering-logic-to-explain-the-flynn-effect/

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Grazie per la segnalazione, ma quella è una critica del 2007 a lavori precedenti. Su alcuni punti Flynn ha ritracciato del tutto, ammettendo ora che la nutrizione è un fattore rilevante per lo sviluppo dell’intelligenza. In ogni caso dalla recensione viene fuori il focus su una parte dell’intelligenza (lui stesso dice che questa è fatta di molti elementi diversi), e cioè sulla capacità di astrazione, che non rende di per sé intelligenti in generale ma è un presupposto da applicare poi su alcuni strumenti (e conoscenza). Non per nulla il furbo ne ha ricavato due libri.
    In ogni caso il livello di IQ annualmente si alza, e i test devono venir ricalibrati; su questo mi sa che di discute poco (salvo attestare che Flynn è bugiardo, ma non credo che se vuol fregare lo faccia su cose tanto evidenti).
    Poi… per quel che mi interessava, i suoi ragionamenti “astratti” mi tornano.

    Restiamo cmq in campana…

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