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Funk don’t Stop (Let the Zulus Rock)

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August 25th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Voglio tornare brevemente sulla tematica degli aiuti all’Africa. Ho toccato il tema già due volte: la prima ho parlato di Dambisa Moyo e della sua critica al tipo di aiuto “assistenzialista” dell’occidente; la seconda volta ho commentato l’annuncio di una diversa politica di aiuto all’Africa, un svolta “costruttiva” emersa nell’ultimo G-8, cercando un qualche parallelo con le idee di Dambisa.

La Moyo è solo l’ultima di una serie di economisti che critica l’aiuto “assistenzialista”, sostanzialmente perché disincentiva la ricerca di soluzioni “virtuose” sia in politica che in economia, cioè soluzioni che ottimizzino il rapporto tra risorse utilizzate e bisogni da soddisfare sia ora che in una prospettiva futura. Il messaggio dell’ultimo G-8 sembra in questa direzione: non più aiuti alimentari bensì aiuti per lo sviluppo di una autonomia alimentare africana. Il 22/08 il Ministro Frattini ha lasciato una nota sul Sole24Ore proprio su questo tema.

 

Sarebbe interessante fare un po’ di dietrologia sulle parole di Frattini. E curioso infatti vedere come all’improvviso i Grandi della Terra, di cui la voce di Frattini è una sorta di richiamo o di eco, ammettano che gli aiuti di marca “assistenzialista” si siano rivelati un boomerang, che un problema basilare sia la stabilità politica e la responsabilizzazione di classe politica e popolazione intera, e che annesso a questo vi sia la necessità di miglioramento dell’istruzione come sub-strato necessario per lo sviluppo economico. Anzi, il concorso di conoscenze responsabilità stabilità e cooperazione internazionale porta allo sviluppo di una dovuta imprenditoria basata sulle risorse naturali disponibili, in particolare l’agricoltura, da cui discende l’autosufficienza alimentare.

Sarebbe anche interessante cercare di indovinare quale sia il messaggio in codice lanciato con questo articolo, cercare di scoprire cosa significhi davvero questo invito a vedere l’Africa come “opportunità”, cosa significhi sottolineare la ridicola quota di investimenti diretti verso l’Africa sul totale mondiale (un 4% triste triste), cosa sottintenda Frattini nel suo richiamo a “mobilitare attori e risorse, sia in Africa che a livello internazionale, per favorirne le sinergie, includendo governi, istituzioni locali, settore privato, Ong, università. Perché se le posizioni di Dambisa sembrano in qualche modo richiamate, va sottolineato, ora come nel secondo articolo richiamato sopra, che resta questa presenza “ingombrante” dell’occidente che vuol dirigere, pardon aiutare, l’Africa nella sua risalita seppur stavolta con forze imprenditoriali e non con aiuti ciechi e miopizzanti; insomma, non si vogliono lasciar gli africani a gestirsi da soli. Solita storia.

È infatti Frattini che, con il suo stile fantasticamente asciutto, ci dice che “i piani per modernizzazione [sic] l’agricoltura e migliorarne la produttività vanno accompagnati dal rinnovato impegno dei paesi industrializzati ad aprire i propri mercati ai prodotti africani”. La dichiarazione è perfetta, il fatto che provenga da un rappresentante di uno dei paesi della PAC invece molto molto curiosa. Personalmente, quest’ultima affermazione insieme a quanto già detto sopra mi convince dei sospetti espressi in passato di un invito a “colonizzare” direttamente l’Africa, in qualche modo suggerendo una sorta di delocalizzazione dell’agricoltura europea. A parte che sarebbe sempre meglio di nulla, resta il problema che un’imprenditoria importata è una cosa ben diversa da una imprenditoria autoctona, e che si parli di investimenti diretti dall’estero invece dello sviluppo di un locale “microcredito” appare a tutto ciò tristemente coerente.

 

In ogni caso, ripeto, sempre meglio di nulla. Sempre meglio sicuramente della vecchia politica che era e resta una forma di tappa-buchi che non risolve i vecchi problemi ma li aiuta a perpetuarsi se non ad aggravarsi. Frattini ci ricorda che i costi dei conflitti armati in Africa dal 1990 al 2007 sono stimati a circa 284 milioni di dollari, circa il valore degli aiuti forniti dai principali donatori per lo stesso periodo. Per me il meccanismo è questo: si possono sprecare tranquillamente risorse nella misura in cui queste verranno ricostituite da un aiuto esterno; è una specie di bail-out: possiamo trascinare la situazione più o meno indefinitamente, contando che la distruzione di ricchezza progressivamente realizzata verrà coperta da altri, e la garanzia di tale copertura è esattamente il trascinamento della situazione. L’equilibrio si ottiene distruggendo ricchezza nella misura della copertura richiamabile, e il meccanismo di distruzione di ricchezza più immediato e gestibile è certamente la guerra. Che i costi dei conflitti armati siano proporzionati agli aiuti ottenuti temo sia un risultato che dovevamo aspettarci, e credo che questo si sposi bene con il fatto che l’Africa sia andata a conoscere una stagione di ripresa proprio quando gli aiuti occidentali sono ai minimi da decenni (meno bail-out, meno possibilità di tamponare i danni dei conflitti, maggior stabilità e efficienza politico-amministrativa… in linea con Moyo at similia).

Ora si vuol cambiare strategia. Nuovi strumenti, ma stesso funk? Una colonizzazione agricola sarà la via per l’autosufficienza alimentare africana? Il passato non dà lezioni incoraggianti, ma non ci resta che aspettare la risposta di Bono e Geldoff… e poi leggerla al contrario.

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5 Responses to “Funk don't Stop (Let the Zulus Rock)”

  1. 1

    John Christian Falkenberg Says

    La colonizzazione è ormai diventata pratica corrente di alcuni stati arabi, che stanno comprandosi enormi latifondi in alcune nazioni africane, in maniera totalmente opaca; nessuno conosce i termini dei contratti di cessione, in alcuni casi nessuno conosce neppure i dettagli dei piani di “sviluppo” arabi e fioriscono i sospetti che le popolazioni locali non siano minimamente tutelati.
    Non sarei così pessimista sugli investimenti diretti, che in un contesto di apertura dei mercati agricoli potrebbe aiutare anche l’imprenditoria locale. Questo se non ne parlasse un esponente di una nazione entusiasta della PAC, come fai giustamente notare. Se gli investimenti fossero diretti ad attività la cui validità economica fosse legata ad un’apertura selettiva di un dato mercato, replicheremmo una soluzione di dipendenza politica ed economica che purtroppo abbiamo già visto.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Mi deprimi, cioè mi conforti nella mia visione, e la visione è deprimente.

  3. 3

    silvano Says

    La posizione esposta é un po’ “listiana” se così si può definire. List parlava di sviluppo delle nazioni, qua si discute di sviluppo continentale, con una visione negativa non solo dell’assistenzialismo post (o neo ?) coloniale, ma anche degli ide. Sotto il profilo teorico é un po’ eccessivo, in ogni caso sono ben certo che tu per sviluppo endogeno non intenda una sorta di autarchia africana. Le ultime osservazioni, specie sugli ide, mi hanno fatto venire in mente appunto List: di formazione liberale era sostanzialmente un pragmatico. Il non disdegno di List per il protezionismo derivava dall’osservazione empirica che spesso i campioni del liberalismo predicavano bene e razzolavano male: l’India, finché colonia, non ha mai potuto competere sul mercato tessile con la madrepatria ed utilizzare tutto il suo vantaggio comparato. Similmente gli stati del Nord America hanno sfruttato il Sud con le loro politiche di chiusura commerciale.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    BE’ certo, la mia posizione non riguardava gli investimenti diretti tout-court, bensì quelli che derivano da strategie corporative con soldi pubblici in un ambiente dove tra l’altro non si permette una competizione interna libera. E il dubbio mi viene sapendo chi vuol promuovere questi investimenti, come ha detto ottimamente Falk “Non sarei così pessimista sugli investimenti diretti, che in un contesto di apertura dei mercati agricoli potrebbe aiutare anche l’imprenditoria locale. Questo se non ne parlasse un esponente di una nazione entusiasta della PAC”.

    Ripeto la mia posizione: se si vuol autonomia in una certa industria (meglio dire una capacità industriale autonoma, ché autonomia alimentare sa, hai ragione, di autarchico oltre che di irreale) bisognerebbe permettere che si realizzino le condizioni per una imprenditoria. Dopo tutta la fuffa del microcredito indiano, perché non piantare qualcosa di simile in Africa? (tanto poi sarebbe giusto credito, solo a tassi più alti). Questo non esclude, bensì completa gli investimenti esteri. E invece no, si parla di bravi italiani che piantano pannocchie in Africa. Scusa, ma a me puzza, anche se come ho sottolineato un paio di volte nel pezzo, sempre meglio di niente.

  5. 5

    silvano Says

    Sono d’accordo. Per tornare all’esempio dell’India colonia inglese, List notava come la madrepatria del liberismo in realtà impedisse un libero sviluppo all’India e tutto, dalle produzioni al possesso della terra, all’imposizione fiscale fosse in funzione del Regno Unito. Da qui deriva la conclusione che, per una popolazione ancora non completamente in grado di respingere gli interventismi esteri, la protezione di segmenti del mercato interno finalizzata al raggiungimento di una massa critica minima é un male minore, una situazione transitoria accettabile.
    In assenza di infrastrutture giuridiche ed in presenza di risorse controllate e contese da piccoli rais armati e grondanti di sangue definire tutti gli investimenti diretti esteri come il meglio che il libero mercato può offrire é in effetti ampiamente opinabile. Un crollo della carità pelosa (e interessata) non può altro che far bene al continente africano.

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