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Gli Incroci della Storia e il Ruolo della Cultura (parte I)

February 1st, 2012 by Leonardo

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di Biagio Muscatello, Università di Siena

 

Le teorie su morale, diritto, economia, politica, studiano fenomeni di natura diversa, sulla base di ipotesi specifiche; tutte, però, tendono a spiegare la complessità del reale, che è il risultato di molti ordini di motivazioni, ritenute concause dell’agire. Perciò, filosofi come Hume, Smith, J. S. Mill e Menger parlano di discipline morali e sociali.

La contrapposizione marxiana tra lavoro e capitale, tra forze («sociali») e rapporti («privati») di produzione, e la contraddizione dialettica fra struttura economica («determinante in ultima istanza») e sovrastruttura ideologica, sono un modo semplicistico di spiegare la storia. Hanno avuto, però, un successo enorme; anche perché il loro semplicismo è stato piegato a ogni tipo di lettura.

Weber, collegandosi alla tradizione liberale, contesta la sequenza causale di Marx e sottolinea il ruolo delle idee, della cultura e dei valori morali come determinanti dell’agire. Negli stessi anni di Weber, Pareto giunge alla conclusione che, per comprendere la storia (e capire meglio l’economia) bisogna studiare la società: il Trattato di Sociologia Generale (1916) segue la pubblicazione delle sue opere economiche. Percorsi analoghi sono seguiti da Schumpeter e Hayek.

 

Negli anni 1942-44 vedono la luce opere fondamentali, che studiano l’intreccio di relazioni che formano l’oggetto delle scienze sociali[i].  

·         Nel 1942 Schumpeter pubblica Capitalism, Socialism and Democracy[ii].

·         Dal 1942 al 1944, su Economica, escono tre saggi di Hayek dal titolo “Scientism and the Study of Society”[iii].

·         Nel 1943 Popper pubblica The Open Society and Its Enemies. I vol. The Spell of Plato[iv].

·         Nel 1944 sono pubblicati due libri di Mises: Omnipotent Government. The Rise of the Total State and Total War; e Bureaucracy[v].

·         Sempre nel 1944, Hayek pubblica The Road to Serfdom[vi].

Esistono serie ragioni per una lettura comparata di queste opere, nelle quali alcuni grandi protagonisti della diaspora austriaca si interrogano sulle radici del clima intellettuale e politico nel quale si sono sviluppati gli eventi bellici, e sul destino della civiltà alla quale si sentono legati, e che vedono seriamente minacciata. Bisogna anche dire che l’interesse per questi temi è evidente in tutte le opere – precedenti e successive – di questi autori.

 

1) Capitalism, Socialism and Democracy

Schumpeter sottolinea il condizionamento che le componenti istituzionali, culturali e morali esercitano sull’economia. Lo scenario di fondo è la possibile fine del capitalismo, da molti posta in relazione con la ‘vittoria’ del socialismo, suo erede designato. La I Parte dell’opera è dedicata alla dottrina di Marx, di cui sono criticate le principali tesi economiche e le errate previsioni (la più clamorosa, quella della crescente miseria). Quanto all’obiettivo finale, Schumpeter definisce quella di Marx una rivoluzione «nella pienezza dei tempi»[vii]. Malgrado il «conservatorismo» di Marx, però, il futuro del capitalismo è decisamente compromesso, per le seguenti ragioni[viii]:

L’ordine capitalistico non controlla il proprio settore intellettuale e non ne è capace: sarebbe contro i principi di libertà da cui esso è nato;

Gli intellettuali difficilmente sentono di avere un’adeguata collocazione nell’insieme delle relazioni economiche e sociali;

L’estensione dell’atteggiamento razionalista arriva a criticare la proprietà privata e lo schema dei valori borghesi;

L’«evaporazione della sostanza della proprietà»;

La disintegrazione della famiglia borghese;

– Il prevalere di un atteggiamento ostile al risparmio, indice di una filosofia del breve termine.

Per Schumpeter, l’imprenditore è l’anima dello sviluppo; ma il futuro dello sviluppo non è garantito. Le condizioni culturali, così come hanno favorito la nascita del capitalismo, possono decretarne la fine. Cosa potrà sostituire il capitalismo, nessuno può prevederlo; anche se l’alternativa oggi viene da tutti definita «socialismo».

È marcata, in Schumpeter, la sfida a ogni tipo di conformismo – vedi, ad es., la sua ipotesi della politica come mercato (scambio voti/benefici). Ma il suo anticonformismo (precocemente attestato dalle critiche al suo maestro Böhm-Bawerk) non risparmia la tradizione austriaca.

Quella che qui interessa è la sua affermazione che il socialismo non sarà mai in grado di realizzare le sue promesse, «ma, dal punto di vista logico, è innegabile che il modello socialista è costruito su un superiore piano di razionalità»[ix]. In sintesi, il ragionamento di Schumpeter è il seguente: come la fase monopolistica, dimostrando la superiorità organizzativa del big business, ha preso il posto del capitalismo concorrenziale, così la direzione socialista dell’economia, proseguendo lungo la strada tracciata dal capitalismo monopolistico, «può dimostrarsi superiore al capitalismo del genere big business».

Tesi clamorose per un liberale ‘austriaco’. Lo dimostra il fatto che Mises, in Omnipotent Government, cita The Road to Serfdom (appena uscito) di Hayek, ma non fa il minimo cenno al (precedente) libro di Schumpeter, pur potendo condividere tutte le critiche al marxismo ivi contenute. In realtà Schumpeter, nel  cap. 16 di Capitalism, Socialism and Democracy, ripropone, in forma provocatoria, il problema della possibilità del calcolo razionale in un’economia socialista, partendo da un famoso saggio di Enrico Barone[x]. Egli ricorda come l’ipotesi di Barone (anticipata, in linea di principio, da Pareto e – nota Schumpeter – anche da Wieser), ebbe una certa fortuna, finché non fu contestata da Mises. Schumpeter sostiene che «non c’è nulla che non funzioni, nella pura logica del socialismo». Vi è da dire che il «socialismo», di cui egli parla in questo contesto, non è che la «logica perfettamente generale della scelta» (un modello astratto, come quello dell’equilibrio di Walras).

 

In “The Use of Knowledge in Society” (1945), Hayek critica le tesi di Schumpeter, considerandole errate dal punto di vista della teoria del capitale:

 

«Il prof. Schumpeter sostiene che la possibilità di un calcolo razionale in assenza di mercati dei fattori di produzione consegue per il teorico “dalla proposizione elementare secondo cui, nel valutare (‘domandare’) beni di consumo, i consumatori valutano anche, ipso facto, i beni strumentali che entrano nella loro produzione”»[xi].

 

Può sembrare che Hayek voglia qui rimproverare a Schumpeter una specie di adesione all’idea del moltiplicatore keynesiano. Ma ora non è in questione il moltiplicatore. Qui egli contesta la presunzione che si possa dirigere coscientemente l’intero processo economico: nella prospettiva ora attribuita a Schumpeter, la domanda di beni di consumo e la domanda di fattori di produzione sarebbero reciprocamente in equilibrio, come se dipendessero da un’unica mente capace di controllare l’una e l’altra.

Hayek vuole sfatare il mito che Pareto e Barone avrebbero «risolto» il problema del calcolo socialista: in realtà essi avevano solo enunciato «le condizioni che un’allocazione razionale delle risorse dovrebbe soddisfare» (che poi sarebbero le stesse condizioni caratterizzanti l’equilibrio in un mercato concorrenziale). Ma l’enunciazione delle proprietà formali di un modello non implica affermazioni sulla realizzabilità del modello[xii].

 

(Continua)




[i] Lo storico F. Braudel, in maniera fin troppo semplice ma eloquente, sintetizza quest’intreccio nei seguenti termini: «Si potrebbero scrivere le seguenti equivalenze in un senso come nell’altro, a piacere: l’economia è politica, cultura, società; la cultura è economia, politica, società; la politica è cultura, economia, società» (Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo. Secoli XV-XVIII, vol. III I tempi del mondo, Einaudi, Torino, 1982, p. 26).       

[ii] Capitalismo, Socialismo, Democrazia, Etas Libri, Milano, 1984.

[iii] Poi inseriti dall’autore in The Counter-Revolution of Science: Studies on the Abuse of Reason (L’abuso della ragione, SEAM, Roma, 1997).

[iv] La società aperta e i suoi nemici, vol. I Platone totalitario, Armando, Roma, 1986.

[v] Lo Stato Onnipotente, Rusconi, Milano, 1995; Burocrazia, Rusconi, Milano, 1991.

[vi] La via della schiavitù, Rusconi, Milano, 1995.

[vii] «Dire che Marx, spogliato degli orpelli fraseologici, ammette un’interpretazione in senso conservatore è soltanto dire che lo si può prendere sul serio» (CSD, p. 55).

[viii] Vedi CSD, pp. 146-sgg.

[ix] CSD, p. 189.

[x] Barone E., “Il Ministro della produzione nello Stato collettivista”, Giornale degli economisti, vol. 37, 1908.

[xi] Trad. in Hayek, Conoscenza, mercato, pianificazione Saggi di economia e di epistemologia, Il Mulino, Bologna, 1988, p. 290.

[xii] Per il seguito della discussione Schumpeter-Hayek, v. il cap. 13 del mio libro su Hayek, F. Angeli, Milano, 2004.


9 Responses to “Gli Incroci della Storia e il Ruolo della Cultura (parte I)”

  1. 1

    Leonardo, IHC Says

    “[…] come la fase monopolistica, dimostrando la superiorità organizzativa del big business, ha preso il posto del capitalismo concorrenziale, così la direzione socialista dell’economia, proseguendo lungo la strada tracciata dal capitalismo monopolistico, «può dimostrarsi superiore al capitalismo del genere big business»[…]”.
    MI colpisce questo passaggio. Quanto, allora, in questo particolare ragionamento di Schumpeter perde lo status di “teoria esatta” (in senso Mengeriano) ed è in realtà e magari all’oscuro dello stesso Schumpeter una “teoria empirica” o più appropriatamente “teoria storica”? Possibile che vi sia alla base un sillogismo su base storica (dalla concorrenza al monopolio, ergo dal capitalismo al socialismo) – quindi possibilmente basato solo su un “incidente storico” o una “fenomeno temporaneo” – che Schumpeter ha scambiato per verita a-storica?
    Nel caso la discussione da fare sarebbe molto diversa…

  2. 2

    Silvano Says

    Quella di Schumpeter è un’analisi non solo economica ma anche storica e sociologica. Il capitalismo (per S.) nasce e muore con la borghesia, i suoi valori ed i suoi “eroi”. L’affermazione del capitalismo monopolistico (che in termini più attuali corrisponde alla versione manageriale di questo) riduce agli occhi di Schumpeter l’importanza dell’imprenditore come soggetto motore dello sviluppo economico. La sua sostituzione con delle elites di professionisti “tecnici” ne altera l’essenza. La funzione imprenditoriale e quella manageriale sono due concetti totalmente distinti (questo vale anche per Mises). E sotto il profilo sociologico Schumpeter li identifica in due idealtipi dai caratteri totalmente differenti: tra imprenditore e manager la cesura è netta, mentre tra ruolo manageriale all’interno di un monopolio ed uno direzionale in una grande azienda pubblica vede una linea più continua. Per cui il passagio da un capitalismo manageriale al socialismo può – in linea teorica – avvenire senza neanche grandi sconvolgimenti e senza nemmeno che sia percepito dalle masse come un fenomeno rivoluzionario.
    (Mi corregga se sbaglio professore)

    Nell’allentarsi del vincolo tra proprietà e controllo e nell’affermarsi di una classe di “possessori temporanei” (i manager) dei mezzi di produzione, il capitalismo perde una parte della sua essenza.

  3. 3

    Leonardo, IHC Says

    Grazie della supercazzola.
    Ripeto la domanda: non è che l’analisi di Schumpeter non è una analisi “pura” o “esatta” ma risente in modo determinante del momento storico che Schumpeter stava vivendo (e quindi la sua è una “teoria storica” nel senso di Menger), per cui necessariamente si è prestata alla critica da parte di Hayek?
    In altri termini, non è che per una volta Schumpeter in realtà ha fatto cilecca usando un metodo storicista?

  4. 4

    Silvano Says

    Quella di Schumpeter è più una sorta di previsione che una conclusione teorica, una visione su quello che sarà il trend futuro. Come tutte le estrapolazioni poggia su di una analisi del passato. Non credo però la si possa assimilare ad una necessità storica assoluta nel senso marxista del termine o che Schumpeter stia affermando l’esistenza di una inesorabile legge di tendenza storica sulla falsa riga dello storicismo attaccato da Popper.

    E comunque gli elementi della diagnosi riportati dal prof.:
    – Mancato controllo degli intellettuali;
    – Scarsa comprensione di questi dell’ordine economico;
    – Critica della proprietà privata e dei valori borghesi;
    – «Evaporazione della sostanza della proprietà»;
    – Disintegrazione della famiglia borghese;
    – Il prevalere di un atteggiamento ostile al risparmio, indice di una filosofia del breve termine
    si sono rivelati corretti. Ognuno in modo diverso ha posto delle criticità all’evoluzione del sistema capitalistico.

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    Sì ora mi torna… in effetti il socialismo à la Marx/Lenin & soci non ha vinto, però il sistema attuale benché necessariamente ancorato ad uno strato operativo “capitalista” è tutto fuorché capitalismo in senso stretto o “puro”, sicuramente anche per i fattori indicati da Muscatello e da te riportati (effetto collaterale della democrazia?).
    Il capitalismo non si è estinto (la conclusione “storicista” marxiana e, a prima veloce lettura, Schumpeteriana) ma proprio bene non se la passa.

    Cambiando discorso, “l’enunciazione delle proprietà formali di un modello non implica affermazioni sulla realizzabilità del modello” mi manda un’eco delle diatribe austro-Hayekiane sul target di politica monetaria su MV (in pratica il NGDP targeting), per cui a volte (a qualcuno, non a me) sembra essere Hayek il keynesiano che vuol dirigere centralmente la moneta… il che contrasterebbe con la sua stessa critica a Schumpeter.

  6. 6

    Silvano Says

    Hayek “dirigista” mi sfugge…

    L’Hayek di Prezzi e Produzione e degli anni ’30 è interessato all’idea di una moneta “neutrale”. E’ immerso in un dibattito a cui hanno contribuito anche Wicksell, Myrdal, Fisher, e altri a vario titolo, con varie tesi ed in momenti diversi nella ricerca di una qualche regola di policy monetaria. Ma in ogni caso si muove ancora essenzialmente all’interno di una prospettiva “sistemica”* all’interno della quale l’esistenza di un delle banche centrali non è mai messa in discussione in termini radicali à la Rothbard.
    L’idea di un NGDP targeting o di una productivity-rule cerca un endorsment negli scritti di Hayek di quegli anni, ancora lontani dalla “rivoluzionaria” proposta di denazionalizzare la moneta.

    Ovviamente tirando fuori Hayek mi hai esposto al fuoco del sommo professor Muscatello e quindi ho dovuto fare un post extralarge…

    *Nota (sempre per non essere bastonato dal prof.): Sì, ha una view positiva – seppur con alcune riserve – sulla proposta di Simons e della scuola di Chicago a proposito della riserva bancaria intera sui depositi ma la considera di improbabile attuazione (Prezzi e Produzione) e nel 1936 è relatore della dissertazione dottorale di V. Smith “The Rationale of Central Banking and the Free Banking Alternative”, un testo importante per i sostenitori del free banking. Nonostante questa “empatia” verso tesi liberiste poco ortodosse credo sia corretto dire che tra l’Hayek accademico negli anni dell’ “alta teoria” e l’Hayek della “denazionalizzazione della moneta” vi sia ancora un percorso che, quando Schumpeter scrive CSD, deve essere ancora in buona parte compiuto.

  7. 7

    Biagio Muscatello Says

    Schumpeter sa benissimo quello che dice; ma è un provocatore.
    Egli non mette mai in discussione le leggi esatte di Menger. Ma, agli occhi di Mises, ha fatto degli errori capitali:
    1) Rimane sempre influenzato dal convenzionalismo di Mach (le teorie devono servire a qualcosa, devono essere utili; un atteggiamento simile a quello di M. Friedman).
    2) E’ molto attento alla storia a) non solo della teoria economica ma anche b) dell’economia.
    3) Vede in Marx degli aspetti interessanti: a) la dinamica interna del sistema economico e b) il fatto che vi sia un rapporto tra sfera economica e altri aspetti dell’attività sociale.
    4) Sostiene che i cicli appartengono alla natura dell’economia. E per comprendere i cicli, bisogna studiare i dati empirici. Certo, i dati sono sempre raccolti in base a criteri di ordinamento; ma non si possono fare ipotesi sul nulla.

    Il giudizio di Hayek è più attento ai meriti di Schumpeter. Certo, non può accettare che si parli di logica economica nella pianificazione socialista.

    Questa è una prima risposta a Leo.

  8. 8

    Biagio Muscatello Says

    Il primo commento di Silvano è perfetto.

  9. 9

    Biagio Muscatello Says

    Sulla questione, che avete tirata fuori, della moneta.
    In Capitalismo, Socialismo e Democrazia, la moneta non è in gioco; e non è in gioco nemmeno nella critica di Hayek.
    Quella è un’altra storia, che discuteremo, parlando di altri testi.

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