Gli Incroci della Storia e il Ruolo della Cultura (parte III)
March 2nd, 2012 by Leonardo
Questo articolo continua l’esposizione avviata con “Gli Incroci della Storia e il Ruolo della Cultura (parte I)” e proseguita con “Gli Incroci della Storia e il Ruolo della Cultura (parte II)”.
di Biagio Muscatello, Università di Siena
6) The Road to Serfdom (Hayek, 1944)
La schiavitù, il tema di questo libro pubblicato nel corso dell’ultimo anno di guerra, si riferisce agli esiti politici di un percorso che ha le sue radici in certi filoni della cultura europea, che non appartengono solo alla Germania, alla Russia o all’Italia. I regimi totalitari di questi paesi sono realizzazioni differenti di modelli sociali che sono stati al centro della discussione in tutto il continente, dalla seconda metà dell’ottocento in poi, e che continuano ad essere discussi in Inghilterra e in America. All’origine di queste discussioni vi era l’idea che le dottrine individualistiche fossero ormai superate, e che occorresse un cambiamento radicale nella struttura sociale. L’individualismo è stato giudicato incapace di assicurare tutto ciò che aveva promesso; ma, invece di apportare correzioni migliorative, molti hanno pensato di imporre un nuovo percorso, ispirato a valori ‘sociali’, e hanno rifiutato un’intera tradizione, etichettandola come era del laissez faire. Scrive Hayek:
«Noi abbiamo progressivamente abbandonato quella libertà in campo economico senza la quale non è mai esistita nel passato la libertà personale e politica. Sebbene fossimo stati ammoniti da alcuni dei più grandi pensatori politici del diciannovesimo secolo, da Tocqueville a Lord Acton, che il socialismo significa schiavitù, noi ci siamo costantemente mossi nella direzione del socialismo.»[1]
Non abbiamo solo rifiutato il laissez faire, ma ci siamo gradualmente convinti che l’individualismo sviluppatosi dal Rinascimento al liberalismo inglese e scozzese, sulla base di elementi tratti dall’antichità greco-romana e dal cristianesimo, sia un disvalore. E ci illudiamo che i regimi totalitari che hanno segnato l’epoca delle due guerre mondiali, siano estranei alla nostra cultura (e derivino, magari, da un’innata cattiveria dei tedeschi). Se pensiamo questo, non comprendiamo che – una volta sconfitto il nazismo – ci ritroveremo le stesse idee e convinzioni di prima, quelle idee che hanno dato origine sia al comunismo, sia al fascismo e al nazismo, e che hanno messo in crisi «il rispetto dell’uomo singolo in quanto uomo» e «la credenza che è desiderabile che gli uomini sviluppino i loro talenti e le loro inclinazioni individuali».
Si potrebbe pensare che queste tesi degli anni ’40 siano obsolete. Negli anni ’70, lo stesso Hayek si pone il problema della loro attualità; ma non recede dalle sue posizioni, perché la mentalità corrente non gli sembra mutata. Nella Prefazione all’edizione del ’76, egli nota che, nel frattempo, è cambiato il significato del termine «socialismo»: mentre negli anni ’40 esso indicava la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e la pianificazione economica centralizzata, ora si presenta nella veste di un sistema generale di pubblica assistenza e di redistribuzione del reddito mediante strumenti fiscali.
Fin da giovane, Hayek s’è occupato di psicologia; ed è sempre attento ai meccanismi di formazione delle conoscenze e delle attese («Il più importante cambiamento prodotto da un controllo estensivo dello Stato è di ordine psicologico: un’alterazione nel carattere della gente»).
L’universale adozione delle politiche keynesiane ha ulteriormente ridotto l’importanza attribuita all’autonomia degli individui, in campo economico; ed ha enormemente aumentato le attese nei confronti dei governi.
Nulla può sintetizzare il percorso verso la schiavitù, meglio della citazione di Hume che Hayek premette alla 2a edizione di questo libro: «È raro che la libertà di qualsiasi tipo si perda tutta in una volta». Nella visione di Hume, le forti convinzioni richiedono tempo per radicarsi; ma una volta attecchite, diventano parte di noi stessi e determinano i comportamenti, come se fossero principi naturali.
Certo, non tutte le tradizioni sono ugualmente buone: la loro efficacia – dirà Hayek – è testata dai risultati che fanno ottenere, ai fini dell’adattamento. Ogni artificio, inventato dagli uomini, è oggetto di selezione: hanno successo le società che adottano tipi di comportamento idonei, e sono in grado di correggere gli errori.
Per quasi cent’anni, abbiamo perseguito modelli di cooperazione basati sulla deresponsabilizzazione dell’individuo e sulla forza del collettivo. Per questo, abbiamo commesso errori dalle conseguenze incalcolabili; ma possiamo sempre tornare indietro. D’altra parte – e l’esperienza l’ha dimostrato – non vi è garanzia che la retta strada, una volta imboccata, sia mantenuta per sempre: mantenerla richiede una continua ricerca di soluzioni ai problemi via via emergenti, dal momento che non avremo mai una società perfetta.
♦ Il Laissez Faire
Mises usa tranquillamente l’espressione laissez faire.
Hayek non dà nulla per scontato; vuole far chiarezza sulla confusione delle lingue, distinguere i possibili significati dell’espressione, e affrontare il problema della relazione tra il ruolo degli individui e le necessità della coordinazione.
La rozza difesa del laissez faire – inteso come regola senza eccezioni, o difesa dell’esistente, o assenza di un quadro legislativo adeguato – è uno dei fattori che ha portato alla crisi del liberalismo dell’ottocento.
«The successful use of competition as the principle of social organization precludes certain types of coercive interference with economic life, but it admits of others which sometimes may very considerable assist its work and even requires certain kinds of government action.»[2]
È evidente che il quadro legislativo, richiesto da Hayek, mira a far «lavorare» meglio il metodo della concorrenza, non a reprimerlo. Questo quadro legislativo può anche imporre precauzioni o prescrizioni, nei processi produttivi, ma non al fine di condizionare prezzi e quantità di determinati beni, né di favorire alcuno a danno di altri (gli esempi citati nel testo non lasciano adito a dubbi). Nella pagina seguente, egli fa riferimento alle istituzioni il cui corretto funzionamento le leggi devono garantire:
«The functioning of a competition not only requires adequate organization of certain institutions like money, markets, and channels of information – some of which can never be adequately provided by private enterprise – but it depends, above all, on the existence of an appropriate legal system, a legal system designed both to preserve competition and to make it operate as beneficially as possible.»
Anche la moneta è un’istituzione da proteggere. Qui Hayek non dice se la moneta è esclusa dall’ambito dei servizi che possono essere adeguatamente forniti da imprese private. Sappiamo, però, che il controllo statale sulla politica monetaria sarà ancora previsto in The Constitution of Liberty (1960), come egli stesso ricorderà in Denationalisation of Money (1976). Quest’ultima opera segnerà invece una cesura, da questo punto di vista. Ma il controllo statale sulla moneta, riconosciuto in precedenza, non è mai condiscendenza verso gli errori e l’arbitrio delle politiche monetarie.
♦ Proprietà privata
Se il fine è quello di favorire i migliori modi di cooperazione tra gli sforzi di individui responsabili, il problema non è solo quello di difendere l’istituto della proprietà privata. Questo problema Hayek lo vede strettamente connesso a quello di un perfezionamento della concorrenza. L’ultimo passo citato così continua:
«It is by no means sufficient that the law should recognize the principle of private property and freedom of contract; much depends on the precise definition of the right of property as applied to different things. The systematic study of the forms of legal institutions which will make the competitive system work efficiently has been sadly neglected.»
1) La legge non può costringere i privati a svolgere attività erogatrici di servizi che non hanno, o non possono avere, un ritorno in termini di prezzo. In tal caso – come già affermava Smith –, se questi servizi sono necessari, è aperta la strada all’intervento dello Stato. Vi sono, però, carenze (non necessarie) nella legislazione, che devono essere sanate:
2) L’attuale sistema dei brevetti e licenze (patents) può arrivare a distruggere la competizione. Questo sistema, quindi, andrebbe riformato.
3) Il meccanismo del prezzo è inefficace quando i danni a terzi, prodotti da certi processi produttivi, non possono essere posti a carico del produttore (in seguito, questo problema sarà definito come quello delle esternalità negative).
4) “Prevenzione della frode e dell’inganno (compreso lo sfruttamento dell’ignoranza)”.
I punti 3 e 4 sono semplicemente enunciati. Hayek non entra nel merito delle misure legislative da prendere. Un punto rimane fermo nel suo ragionamento: quale che sia il tipo di regolazione, essa deve andare nella direzione di far funzionare la concorrenza.
Non si può credere di poter conciliare concorrenza e pianificazione centralizzata, creando una specie di sistema misto: i due criteri sono inconciliabili. Questa tesi è perfettamente identica a quella di Mises.
Qualcuno ha contrapposto l’indicazione dei difetti da correggere, da parte di Hayek, alla presunta difesa acritica del laissez faire, da parte di Mises; e si è sentito legittimato a parlare di “socialismo” di Hayek. Non ha evidentemente compreso un punto fondamentale del liberalismo classico: la coordinazione volontaria di sforzi, capacità e poteri di disposizione degli individui; ed ha confuso il liberalismo con una caricatura del laissez faire – facendo esattamente quello che faceva Marx, quando parlava delle “robinsonate” degli economisti classici.
(Continua)
[1] Hayek, La via della schiavitù, Rusconi, Milano, 1995, p. 58. «La nascita del fascismo e del nazismo non fu una reazione contro le tendenze socialiste, quanto piuttosto un esito necessario di quelle tendenze» (p. 48). «Quando Hitler salì al potere, il liberalismo in Germania era morto e sepolto. E ad ucciderlo era stato il socialismo» (p. 77).
[2] Hayek, The Road to Serfdom, ed. by B. Caldwell, The Univ. of Chicago Press, 2007, p. 86.

(5 voti, media: 4.4 su 5)
Leonardo Says
L’articolo è troppo bello, non (solo) perché è del Prof. Muscatello… (rima).
Mi resta un sapore amaro per la sequenza degli argomenti esposti, che per me suggerisce uno scontro di “ideologie” (socialismo e liberalismo) basato in buona parte su visioni caricaturali (del laissez faire di sicuro); alcune discussioni recenti mi fanno pensare che se non è cambiato molto dagli anni ‘40 ai ‘70, come diceva Hayek, dopo altri 30/40 anni siamo più o meno sempre lì.
Ragionando su Hayek, ha perfettamente senso l’avvertenza di Muscatello. non prendere la singola frase di Hayek (ma anche di chiunque altro) fuori dal contesto, per non arrivare a conclusioni paradossali, che pur facendo marketing recano solo danno alla comprensione. Le regole che propone Hayek servono a ristabilire il funzionamento del mercato dopo i “sopprusi” dei legislatori o per prendere atto della necessità di nuovi strumenti di conoscenza (ad esempio, le esternalità) su cui il mercato possa svolgere la propria funzione.
Le considerazione che mi viene è che Hayek scinde il suo lavoro tra ricerca di “teorie esatte” e continua contestualizzazione di queste in relazione alle fattispecie che via via diventano più rilevanti, cioè “teorie pratiche”: i mezzi di produzione, l’organizzazione della società, i beni presenti, ma pure la semplice densità della popolazione, rendevano irrilevanti i problemi delle esternalità; queste c’erano comunque ma semplicemente erano un problema talmente minimo da non doversene occupare… ora le cose sono cambiate nel senso che sono cambiati i rapporti di rilevanza. In un certo senso Hayek fa anche da “artista” (politica economica). Ma non dice mai quando cambia veste.
La politica economica di Hayek è comunque sempre sul “meccanismo” dell’economia, ma non sugli effetti; questo distingue il liberalismo dal socialismo.
Mar 14th, 2012 at 9:34 am
Leonardo Says
Un altro pensiero che mi viene dopo aver letto questo pezzo.
Mi colpisce un po’ che Hayek ritenga necessaria una protezione legale da frodi e inganni quando intesa come sfruttamento dell’ignoranza. Frodi e inganni sono in effetti violazioni dei vincoli contrattuali e false rappresentazioni della realtà, comunicazioni dolosamente sbagliate che violano le regole dei rapporti (di mercato in primis). Ma lo sfruttamento dell’ignoranza come si inserisce? Intendo: se non conosco una materia e mi lascio abbindolare con false rappresentazioni, si rientra nel primo caso e ho “diritto” a una protezione; se non conosco la materia ma voglio comunque lanciarmi nel contesto (ad esempio operando in Borsa) e trovo qualcuno che guadagna sulla mia ignoranza senza indurmi in errore ma solo “prendendo atto” delle mie azioni, non vedo titolo per chiedere alcuna “protezione ex post” sulla mia libera e stupida scelta.
Qualcosa di simile è discusso qui Si veda anche la mia osservazione qui http://www.coordinationproblem.org/2012/03/only-one-thing-worse-than-an-open-inflation-is-a-repressed-inflation-f-a-hayek-1975.html. Hayek “chiedeva” maggior istruzione economica per far funzionare il sistema… ma noi sappiamo che perché il mercato funzioni non c’è bisogno della condivisione degli stessi “modelli interpretativi”… la quadratura sta per me nel fatto che qui Hayek si cala nel contesto reale di gente “ingannata” o di conoscenze “distorte e incanalate” da altre scuole o interessi politici, insomma va dal teorico alla fattispecie di un mercato “non libero”, e reagisce con le stesse armi dell’offendente.
Mar 14th, 2012 at 9:42 am
Silvano Says
Beh dai negli anni ‘70, nonostante tutto, l’opzione socialista era presente sul tavolo e sostenuta con convinzione da una parte significativa dell’intellighenzia. Una parte rilevante del sud est asiatico si è fortemente sviluppata senza riprodure quella dialettica di lotta classe con dai connotati fortemente ideologici come avvenuto in occidente. Questo sembra confermare l’idea di Mises che l’unica azione collettiva che il “proletariato” tende ad abbracciare spontaneamente sono al più le rivendicazioni di carattere sindacale e non il comunismo marxista.
Mar 14th, 2012 at 2:44 pm
Biagio Muscatello Says
Nella Parte IV di questa miniserie, chiarirò meglio il filo logico che mi ha spinto alla ricognizione di alcune opere degli anni 42-44. Questo filo logico è proprio la constatazione che, mutatis mutandis, l’attuale situazione non è molto dissimile da quella descritta da Mises e Hayek.
Leonardo ha pensato a una distinzione fra ‘teoria esatta’ e ‘consigli tecnici’ (derivanti dalla natura delle contingenze via via emergenti), ispirandosi – credo – alla distinzione fatta da Menger tra “leggi esatte” (proprie di un comportamento tipico atemporale) e “leggi empiriche” (desunte dall’osservazione dell’agire concreto, di comportamenti reali).
Sì, la distinzione c’è; ma nel senso che la realtà pone continuamente nuovi problemi, legati soprattutto al fatto che le politiche intraprese dai governi non corrispondono ai criteri guida indicati dalla teoria che si ritiene corretta. Ma se cambiano le contingenze, non cambiano i principi fondamentali della teoria, e non cambiano i tipi di scostamenti e deviazioni dalla medesima. Non cambia la “logica” dell’economia, né il suo fine (che è l’adattamento).
Sulla frode e l’inganno
Si può trarre vantaggio e sfruttare l’altrui ignoranza e incapacità di migliorare le proprie conoscenze, abilità, etc. (l’incapacità, cioè, di agire in un ambiente competitivo). Tutto ciò è legittimo, a condizione che le disparità negli esiti siano il risultato di costellazioni casuali di circostanze. La frode e l’inganno, invece, utilizzano strumenti e producono effetti che sono il risultato di azioni non casualmente, ma intenzionalmente dirette a occultare alcuni aspetti delle relazioni contrattuali. A volte la distinzione tra i due casi può sembrare sottile; ma nell’ottica di Hayek, il criterio di distinzione è dato dal maggiore o minore grado di competizione che certi tipi di comportamenti possono favorire. Là dove diminuisce la competizione, aumenta la possibilità di sopraffazione.
Mar 15th, 2012 at 10:27 am
Leonardo, IHC Says
La prima parte della risposta è esattamente quello che intendevo (ed è la stessa motivazione per cui, restando dentro alla teoria austriaca, sono convinto che il pensiero monetario vada rivisto nei termini in cui si passa dall’enunciazione teorica all’applicazione sui vari “aggregati” monetari, fino a mettere in dubbio alcune conclusioni su metallo e riserva intera). Diciamo che è l’attenzione che serve per non confondere il costrutto teorico (esatto) con la realtà (complessa e mutevole).
Sulla seconda parte, non ho ancora capito; ok per frode e inganno, ma mi è ancora problematico lo “sfruttamento dell’ignoranza”: se questo è fatto con dolo, cioè impedendo che la controparte superi la propria ignoranza, si ha una pratica scorretta probabilmente in forma di truffa o frode, quindi la protezione ha senso; ma se l’altro è proprio idiota, e il lo so e gli spillo i soldi semplicemente “lasciandolo fare”, saranno affari suoi?
Mar 15th, 2012 at 11:11 am
Biagio Muscatello Says
Se l’altro è proprio idiota, faccio bene a spillarli i soldi. A parte la battuta, se capisco che tanto quello fa a farsi fregare da qualcun altro, faccio bene a fregarlo io!
Ovviamente, è un discorso al limite. Resta il fatto che, per Hayek, se uno resta in mutande (per qualsiasi ragione), una società avanzata trova le risorse per il suo sostentamento - e non necessariamente per iniziativa pubblica!
Mar 17th, 2012 at 1:50 pm
Biagio Muscatello Says
scusate qualche errore di battitura
Mar 17th, 2012 at 3:27 pm