
Loading ...
907 Views - 
Da un prezioso intervento di Giannini sulla precedente mia critica al modello della Bad Bank sono venuto a conoscenza della proposta, pare originariamente lanciata proprio da Giannini, del modello Good Bank (sul suo sito si trovano molti, fin troppi riferimenti, di cui suggerisco quello a Buiter). L’idea di fondo è che per evitare i problemi di valutazione dei titoli-letame (la critica del precedente mio articolo faceva appunto perno su questo) basta creare un istituto che acquisti i titoli non-letame, più sicuri e trasparenti, in un certo senso lasciando che gli attuali istituti diventino delle Bad Bank in quanto titolari residuali di quanto le Good Bank non abbiano acquistato. Le Good Bank acquisterebbero anche i depositi presso le esistenti banche, in modo da disporre sia dell’attivo che del passivo necessari allo svolgimento di un’ordinaria attività bancaria. Chiaramente questi nuovi istituti nascerebbero da capitale statale e andrebbero a sostituire le precedenti banche nell’attività di deposito e prestito, lasciando le seconde fuori dal mercato a riprendersi o fallire. L’economia può tornare a “funzionare” e i contribuenti avrebbero nel caso pagato per avere (attraverso il Tesoro) la titolarità di enti sani.
Sembra un’ottima trovata, ma per me lo è a metà.
Premetto anzitutto che essendo, secondo me, il problema dell’attuale congiuntura di natura reale e legato al rapporto tra risparmi consumi e investimenti (come ho cercato di mostrare qui), quindi questo genere di misure cerca di lenire i sintomi ma non risolve il problema di fondo, che pertanto tornerà a mordere. Mettendo da parte questa obiezione fondamentale, cercherò ora di entrare dentro l’idea della Good Bank (tranquillo del fatto che in caso di inesattezze Giannini interverrà).
Alcuni miei dubbi sulla proposta in oggetto stanno anzitutto nel fatto che la sua applicazione necessariamente, perché abbia un senso per l’economia, massiva creerebbe quasi un “buon doppione” statale di tutte le banche esistenti. La corretta idea che alle banche attuali debbano venir ritirate le licenze allo svolgimento dell’attività bancaria data la loro provata incapacità operativa implica che il “nuovo sistema bancario” sarebbe solo statale, direi à la cinese. La gestione statale, quindi purtroppo politica, del sistema bancario non è mai stata ottimale e per me questo è un rischio troppo grosso pure in una fase critica come l’attuale. Tra l’altro il dubbio che la Politica possa sfruttare il momento, e l’idea, solo per accentrare maggior potere economico con il controllo delle banche è secondo me legittimo.
Altri dubbi risiedono nel fatto che questa soluzione non lascia illesi i contribuenti, che volenti o nolenti dovranno pagare la creazione nuove banche (dai 300 ai 500 miliardi di dollari per i soli USA) ed il loro acquisto di “good asset” (non facilmente quantificabile nel costo), e dovranno sostenere il probabile fallimento dei letamai residui dall’applicazione della soluzione Good Bank. Infatti le banche preesistenti, svuotate della parte “buona” e ridotte a meri letamai, restano giuridicamente in piedi con tutto il loro fardello di azionisti obbligazionisti o altri, con il seguito di risparmiatori grandi e piccoli legati a questi strumenti direttamente come sottoscrittori oppure indirettamente attraverso derivati o basket di fondi. Vista tutta l’attenzione nel voler proteggere i “piccoli risparmiatori” come quelli fregati dal crollo di Lehman (che, a parte per i casi di raggiro da parte degli sportellisti bancari, non condivido per nulla), mi chiedo come un Governo possa sostenere la pressione indotta “dall’impoverire” ulteriormente le banche esistenti a scapito anche dei loro “piccoli investitori” (è bene ricordare anche che questa soluzione fa perdere il diritto all’azione revocatoria sulle alienazioni di asset da parte delle banche fallite). Intendiamoci, per me chi ha sbagliato investimento deve pagare e basta, quindi questa parte del progetto Good Bank mi sarebbe pure gradita, ma in tal caso si deve riconoscere che le perdite non “spariscono” mai e che da qualche parte qualcuno, indipendentemente dal grado di responsabilità, le deve subire; la “massa” dei contribuenti-risparmiatori non ne esce in ogni caso illesa. Una “furbata” potrebbe essere vincolare la liquidità raccolta con la vendita dei “good asset” al soddisfacimento privilegiato degli investitori non istituzionali o “piccoli” (in questo caso resterebbe da sciogliere il nodo dei fondi di investimento, investitore istituzionale di quote di una moltitudine di privati).
L’entità dell’intervento pubblico è inoltre incerta, perché incerto è anche l’oggetto dell’intervento. Si può infatti scegliere tra una Good Bank fatta acquistando titoli “buoni” in termini di tenuta del loro valore (con bassa probabilità di default e relativamente semplici da valutare) o “buoni” in termini di sola possibilità di oggettiva valutazione (comprendendo quindi strutturazioni poco esotiche e titoli di qualsiasi tipo che abbiano un minimo di mercato liquido). Questa distinzione deriva dal dibattito sulla Bad Bank, in cui si va allargando il concetto di “asset tossico” dalla finanza strutturata più opaca fino a comprendere, praticamente, qualsiasi posizione bancaria in sofferenza. Nel secondo caso si andrebbe a “espellere” letame tossico in senso proprio (la Good Bank compra asset “semplici” qualunque ne sia la qualità), mentre nel primo si potrebbe punire l’eccesso di credito in sé (la Good Bank non compra il frutto di una politica di credito facile a chiunque senza l’averne valutata la solvibilità). Ad esempio, come trattare il solo settore dei mutui ipotecari USA, valutato oltre i $ 10.000 miliardi, dove un terzo è garantito dalle GSE, $ 2.000 miliardi sono Subprime (valore “di mercato” stimabile in $ 1.200 miliardi) e $ 1.500 miliardi sono Alt-A (forse altri $ 1.200 miliardi di stimabile valore “di mercato”)? La Good Bank dovrebbe acquistare solo le tranche meno problematiche escludendo quindi Alt-A e Subprime, oppure tutto ciò che avrebbe un mercato sufficientemente liquido, quindi escludendo solo i Subprime? Di là dalle cifre (molto imprecise), si può capire che non precisare lo spettro di intervento comporta una grande variabilità nell’entità dell’intervento. Inoltre occorre identificare quanta parte dei depositi ($ 7.300 miliardi negli USA) possano venir rilevati dalla Good Bank (essendo un acquisto di “debito” che si compensa con quello di “asset”, fa scendere il prezzo complessivo dell’operazione)
Il problema della difficile determinazione delle risorse da mettere sul piatto si incrocia con quello del loro reperimento e degli effetti che può avere sull’economia in generale. Niente esclude che per gli USA possano essere necessari $ 1.000 miliardi oltre ai capitali necessari per la sola costituzione del “buon doppione” bancario. Considerato che la FED ha fornito liquidità (in cambio di titoli vari) per almeno $ 1.500 miliardi negli ultimi tre mesi, e che il più abbronzato Presidente USA ha varato un piano “di salvataggio” per oltre $ 800 miliardi, aggiungere a questo almeno $ 1.300 miliardi di piano Good Bank significa finire con l’aver smobilizzato ben oltre $ 3.500 miliardi (pari al xxx% del PIL USA), di cui un 30% (per le Good Bank) messo in mano ai banchieri perché smettano di lavorare. Si capisce il potenziale inflazionistico di questa prospettiva, e si capisce il problema del finanziamento dei vari progetti senza sconvolgere i mercati. Non ritengo possibile la soluzione del pagamento del progetto Good Bank con nuovi titoli di Stato, perché i tassi non starebbero più ai bassi livelli attuali, e di simili strette monetarie proprio non c’è bisogno. L’emissione di nuova moneta comporterebbe un grosso rischio di inflazione quando questa uscisse, in forma di pagamento volontario o concorsuale del passivo, dall’attivo delle ormai inermi banche private svuotate dei “good asset”. Poniamo che le Good Bank riescano davvero a far tornare il circuito bancario a un funzionamento normale, ma per tutto quanto detto finora, a che costo per la comunità?
I contorni di questo progetto sono ancora da definire precisamente, ma senza contare la possibilità che le banche non ritengano l’operazione vantaggiosa e oppongano quindi resistenza facendola fallire o incrementandone il costo, la sua realizzabilità mi pare comunque dubbia.
Infine, questa soluzione è in fondo una brutta copia di un normale processo di liquidazione realizzabile sul mercato, solo senza le garanzie di un processo fallimentare. Di questo parlerò in un successivo articolo.
P.S.: Il titolo è la parafrasi del ritornello di un grande pezzo di un grande gruppo. Chi indovina è bravo
Strababaus Says
i led zeppelin…..good times bad times….solo bravo?neanche una cena?
Mar 11th, 2009 at 10:55 am
Leonardo, IHC Says
passa da Firenze, pranzo offerto!
Mar 11th, 2009 at 10:59 am
M.G. in Progress Says
Non mi rimane facile replicare tante sono le obiezioni e di vario tipo. Ne prendo dunque solo alcune in grassetto.
In linea di massima direi che la proposta di creare nuove banche rappresenta un miglioramento Pareto efficiente rispetto a tutte le altre. Puo’ darsi che poi sia un second best, ma tant’é: il suo obiettivo non é salvare le banche o i suoi azionisti/obbligazionisti ma di far ripartire il mercato del credito. Differenza fondamentale e si tratta di una migliore allocazione di risorse pubbliche.
a) Non é necessario creare tanti doppioni di tutte le banche, ma di solo alcune, le peggiori. E’ come creare un back up di alcune attività per evitare che se queste falliscono il mercato del credito s’inceppi ancora.
b) La gestione non deve essere solo o esclusivamente. Il capitale di base puo’ essere misto statale private e la struttura societra non necessariamente per azioni.
c) Le banche esistenti sono già povere e insolventi, quindi non c’é alternativa se non fanno più il loro lavoro
d) Le nuove banche verranno create con i capitali che si trovano dove il governo fa da catalizzatore e diciamo “garante” dell’operazione. Si potranno avere debt-equity-swap ma anche nuovo capitale da investitori privati. Nuovi prestiti e anche perché no, i corrispondenti dei Tremonti-bonds.
e) Non é una brutta copia di un processo fallimentare, é una bella copia di un mercato del credito funzionante. E’ ovvio che se un’impresa bancaria non puo’ stare sul mercato fallirà ma con le nuove banche si deve garantire il funzionamento del credito e l’utilizzo efficiente delle risorse pubbliche disponibili. Non si garantiscono né azionisti né obbligazionisti esistenti, e perché si dovrebbe? Facciamo un po’ il calcolo di quanta distruzione di ricchezza in borsa (risparmiatori, fondi pensione, aziende buone, etc.) e dei contribuenti abbiamo avuto fino a qui? Tutto questo nel vano tentativo di tenere in piedi il sistema esistente. Hai voglia con tutti questi soldi di creare nuove banche… Ma se a un contribuente o un risparmiatore domani gli dicono: vuoi diventare azionista o obbligazionista di una nuova banca o preferisci restare dove sei? Io la risposta ce l’ho…
Mar 12th, 2009 at 8:52 am
Leonardo, IHC Says
Grazie dell’intervento. Non dico molto di più perché vorrei cercare di tirar giù il secondo pezzo della serie.
Giusto un’osservazione che si lega a quanto posterò forse la prossima settimana: il fatto che il doppione debba riguardare solo alcune banche, e non tutte, a mio parere è un elemento di “ingiustificazione” (ma esiste sta parola?) dell’intervento statale con le Good Bank.
Non metterei in gioco cose come Good Bank fatte dai privati, perché per me non ha senso concettualmente: quelle sono nuove imprese private che occupano il posto di aziende fallite come è sempre stato. Il “problema” della Good Bank, per come la vedo io, è nella sua origine statale extra-mercato.
Mar 12th, 2009 at 2:27 pm