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Good Banks Spontanee

March 18th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC
 
Riprendendo il discorso sulle Good Banks, va ricordato che con tutte le debolezze che sconta (sia di principio sia per l’assenza di dati certi e dettagli più “pratici”) il progetto mantiene alcuni punti di interesse. Uno di questi, che poi è la forza dell’idea, è poter ottenere un sistema bancario non gravato del peso dei “titoli tossici” al contempo estromettendo le banche che hanno sostanzialmente fallito il loro ruolo. Resta il dubbio se lo Stato possa, pur pro-tempore, gestire efficacemente e efficientemente un sistema bancario, oltre che la transizione dall’attuale situazione (sia per l’impiego che, soprattutto, per il reperimento delle risorse).
Molto interessante è invece il tracciare un parallelo tra la soluzione Good Bank e il normale processo di liquidazione di una attività.

 
In effetti la soluzione proposta da Giannini è volta a creare un ente Good Bank disponibile a fare da “liquidatore” per la parte “buona” del bilancio di una banca “nei guai”. L’attività della Good Bank non sarà solo quella di “liquidare” il possibile, ma anche di riorganizzare un’attività bancaria in luogo di quella della tecnicamente fallita banca privata. Questo va chiaramente oltre il ruolo di “liquidatore”. Non di meno il primo passaggio si configura come una riconversione in forma liquida di parte del capitale investito (l’acquisto degli asset) con sollevamento della banca di parte delle sue posizioni passive (trasferimento dei depositi): per la banca privata è come se parte della liquidità percepita venisse immediatamente utilizzata per l’estinzione di alcuni debiti; il fatto che la Good Bank si “reindebiti” verso quei depositanti in realtà non la riguarda.
 
In un teorico perfetto libero mercato, l’imprenditore fallimentare può cercare di salvare il salvabile appunto mettendo in vendita i propri asset. Va da sé che i più appetibili saranno gli asset migliori, e che il meccanismo di domanda e offerta tenderà verso un valore “corretto” di questi asset includendo sia il loro valore finanziario di per sé che il valore di funzionamento in quanto parte di un certo “portafoglio” (correlazioni statistiche, sviluppo commerciale…). Chiaramente anche il passivo sarà oggetto di contesa, e una volta prezzato andrà a compensare in parte il costo dell’acquisto degli asset, in quanto può trattarsi di debiti stipulati a tassi vantaggiosi o essere un ulteriore ottimo veicolo di sviluppo commerciale (si pensi ai conti correnti). La parte di attività “ceduta” dall’imprenditore (in questo caso una banca) fallimentare non finisce in qualche oscuro calderone come semplice contropartita di liquidità raccolta per evitare il fallimento, ma verrà acquistato dai “concorrenti” che quindi le fornirà una nuova “vita operativa” in un contesto più “sano”… Tutto questo è parte di quel, a volte, oscuro meccanismo celato dietro l’espressione “ottimale allocazione delle risorse”. Sicuramente la banca fallimentare può non raccogliere sufficiente liquidità e quindi fallire, ma è parte della “meritocrazia” del libero mercato, e la banca svuotata di quanto di buono avesse nell’attivo e nel passivo è in realtà una “Bad Bank residuale” con ridotti legami con il mercato, il cui “botto” non fa più molto rumore (qualcosa che lo stesso progetto di Giannini mira ad ottenere).
La soluzione “istituzionale” della Good Bank statale è quindi un replicare “dall’alto” meccanismi tipici della concorrenza. Ma ci sono due grosse differenze:
1)      L’imprenditore che liquida furbescamente i propri asset allo scopo di occultare risorse prima che l’azienda fallisca (quindi a prezzi troppo bassi o “nascondendo” parte della liquidità ricevuta) è usualmente soggetto ad azioni legali come la “revocatoria fallimentare”, per cui tali alienazioni vengono “annullate” (il fine è recuperare il bene e rivenderlo a più grosso prezzo). Il progetto Good Bank cancella questo diritto perchè la Good Bank possa non venir messa in pericolo in caso di fallimento della banca privata alienante.
2)      In un libero mercato è l’imprenditore che “offre” gli asset e i depositi ed attiva un meccanismo di asta competitiva. Nel progetto Good Bank è lo Stato che va a proporsi al singolo istituto come acquirente, ed oltre ai rischi di una contrattazione a due con le tasche profonde dello Stato c’è un problema di “posizione” delle controparti: il primo che “propone” lo scambio tradisce una “necessità” più impellente e questo danneggia le sue pretese (se è venditore questo tende a far ridurre il prezzo, se è compratore tende invece a far salire il prezzo). In altri termini, lo Stato che si lancia a voler “salvare il mercato” crea i presupposti perché i suoi acquisti siano “strapagati”.
 
Se le banche non hanno provveduto da sole a questo meccanismo spontaneo di riallocazione delle risorse, è perché lo Stato ha dato loro troppo speranze di diverso salvataggio (offerta di moneta, ricapitalizzazioni, garanzie), creando una nuova forma di moral hazard (“inutile provare a salvare il salvabile se lo Stato farà qualsiasi cosa per salvare tutto a spese non mie”). L’effetto è il trascinamento di zombie bancari senza permettere che qualcuno riveli la sua vera posizione facendosi preda di altri più forti (e questo punto è importantissimo, perché le preoccupazioni dei banchieri centrali sono appunto sul fatto che non si sa e non si può sapere esattamente tutto ciò che diavolo sta nei bilanci bancari, e in effetti non potendo individuale il letame in bilancio l’idea di Giannini vuole almeno scovare i fiori).
Ufficialmente lo Stato vuol salvare il mercato del credito, e non le banche singole; anche il progetto Good Bank va in questa direzione benché sfoci in un mercato di Stato del credito, ma è un “second best”. E forse il “first best” potrebbe diventare ormai tecnicamente molto difficile da realizzare a causa dei precedenti interventi salvifici (bail out) dello Stato, che più che proteggere il “mercato del credito” hanno lavorato per salvare le “singole banche esistenti”. Insomma, in questa crisi si vede chi vuol difendere lo statu quo e chi lo vuol mettere in discussione a favore dell’economia.
 
Creare le Good Bank può essere l’ennesimo tentativo di soluzione statale a un danno che lo stesso Stato ha creato. Ma eliminando la distorsione statale originale il sistema non sarebbe stato fermo, creando le proprie Good e Bad Bank magari però senza coercizioni e rischi di “regalie”.

2 Responses to “Good Banks Spontanee”

  1. 1

    M.G. in Progress Says

    In un mio commento all’articolo su LaVoce.info (http://www.lavoce.info/commenti/281000997.html) continuo a perorare la causa delle good banks. C’é un aspetto che pero’ qui mi pare sfuggito. Le Good Banks non sono più tanto spontanee perché di fatto lo Stato ci é già dentro in una forma o l’altra ed é lui l’imprenditore. Si tratta solo di proteggere al meglio le risorse dei contribuenti. Bisogna anche dire che inizialmente é lo Stato che si porta “garante” e “catalizzatore” dell’operazione di creazione di una banca buona e nuova. Tuttavia in questa opzione non si prevede la temuta nazionalizzazione né si esclude che la banca insolvente sia poi di fatto liquidata. Lo Stato, che poi nelle soluzioni inglesi é la Banca Centrale o il Tesoro non fa altro che innescare il processo di “tâtonnement” e le licenze bancarie, tolte alle banche insolventi, potrebbero anche essere messe all’asta. Non credo che ci sia un rischio di un mercato del credito di Stato, ammesso che questo non ci sia già di fatto. Le cose vanno fatte per bene, e le Good Banks nascono dalla constatazione che c’è stato un fallimento del mercato e alcuni banchieri non hanno saputo fare il loro lavoro. Le Good Banks sono nella mia ipotesi aperte all’iniziativa dei privati da subito. I soggetti interessati sono quelli che vogliono fare gli interessi dei contribuenti e dei depositanti non quelli degli azionisti con soldi altrui o anche degli obbligazionisti, ahimè sfortunati ad avere investito in una banca che non andava (si veda a questo proposito la posizione ripetuta di Buiter su chi prenderà la “scoppola”, liberamente tradotto dall’inglese colorito di Buiter). Questo é il vero mercato mentre il resto é difesa delle posizioni forti e di potere nonché dell’esistente.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    “Le Good Banks non sono più tanto spontanee perché di fatto lo Stato ci é già dentro in una forma o l’altra ed é lui l’imprenditore.”
    Per me le good banks come dal piano che tu hai presentato NON sono spontanee; un meccanismo simile si attiverebbe in un mercato “libero” da ingerenze statali, cosa che attualmente non è. La tua osservazione può ben valere a dire che le banche, in quanto già “controllate”, non si opporrebbero la piano Good Bank, che in parte (in parte) sarebbe un travaso di soldi da una tasca all’altra. Ma che ne sarà delle eventuali partecipazioni statali già presenti nelle legacy bad bank? A te la risposta.

    “Tuttavia in questa opzione non si prevede la temuta nazionalizzazione né si esclude che la banca insolvente sia poi di fatto liquidata.”
    E chi ha detto il contrario? Io no. Anzi il “problema” se si vuol così defnirlo è che comunque qualcosa fallisce con qualcuno dentro.

    “Lo Stato, che poi nelle soluzioni inglesi é la Banca Centrale o il Tesoro non fa altro che innescare il processo di “tâtonnement” e le licenze bancarie, tolte alle banche insolventi, potrebbero anche essere messe all’asta.”
    L’andare a tastoni ha senso se si ha una serie di potenziali compratori; io critico l’idea dello stato come compratore delle banche (pure come socio). Sinceramente non credo all’idea che uno Stato illuminato possa creare un mercato per i privati dove un mercato non c’è per il fatto che non ci sono le condizioni, e temo che per poter stimolare gli scambi che originino le good bank (in questo caso private) debba “forzare” le operazioni e questo ha “costi” aggiuntivi per forza.

    “Le cose vanno fatte per bene, e le Good Banks nascono dalla constatazione che c’è stato un fallimento del mercato e alcuni banchieri non hanno saputo fare il loro lavoro.”
    Io non lo chiamerei fallimento del mercato, ma solo perché vedo l’origine del tutto nella distorsione del credito operata dalle banche centrali (stato) e credo che tu non la veda in questo modo. Se divergiamo su questo divergiamo su molte cose, e possiamo discutere piacevolmente quanto vogliamo ma molto difficilmente saremo mai d’accordo.

    “I soggetti interessati sono quelli che vogliono fare gli interessi dei contribuenti e dei depositanti non quelli degli azionisti con soldi altrui o anche degli obbligazionisti, ahimè sfortunati ad avere investito in una banca che non andava”
    Scusami, ma questo suona come dire che le NGO come la Caritas si compreranno le banche… Nessuno fa niente per niente, e io non credo che l’altruismo esista veramente. Le posizioni “solidaristichce” di grandi dimensioni di solito nascondono delle sonore fregature.

    “Questo é il vero mercato mentre il resto é difesa delle posizioni forti e di potere nonché dell’esistente.”
    Chiaramente non sono per nulla d’accordo con questa tua chiosa. Il vero mercato è il mercato, non uno strattonamento o una forzatura dello stato; con questo non dico che quel che c’è ora sia IL mercato, perché come spero tu abbia capito considero il sistema del tutto distorto dall’intervento statale (al massimo è un orrido ibrido).
    Tanto per scherzare, certi ossimori mi ricordano troppo le battute di un film: “la repressione è il nostro vaccino; la repressione è libertà”.

    Grazie per la tua attenzione Giannini

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