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Graminacee Imbizzarrite

October 10th, 2011 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Il vostro affezionatissimo torna sul tema "cereali & graminacee”, sia per ragionare di numeri che di valore. Prima faccio un riassuntino storico: a luglio 2009 ho commentato gli allarmi mondiali sulla speculazione che stava tirando su i prezzi dei cereali con tanto di minaccia di affamare il mondo, per poi a settembre dello stesso anno commentare gli allarmi mondiali sulla speculazione che stava tirando giù gli stessi prezzi minacciando parimenti di affamare il mondo; ad agosto 2010 si è ripetuta la storiella della speculazione che stava facendo alzare i prezzi, al che non mi son poi curato di verificare cosa sarebbe successo di lì a un paio di mesi; infine a luglio 2011 ho commentato la serie estiva degli articoli sul grano, schizofrenici sia tra loro che rispetto all’andamento concomitante dei prezzi. Riparto da qui.

 

  

Tra il 21 e il 25 giugno 2011 il Sole24Ore ha riportato allarmi di ogni tipo (la produzione è troppa, è poca, è poca rispetto al preventivato, era preventivato troppo anzi poco…), sinceramente facendo una figura abbastanza barbina in termini di affidabilità e robustezza del quadro congiunturale che dovrebbe fornire. Tra le altre cose, come anticipato, i vari allarmi si sono succeduti con un carattere di schizofrenia anche rispetto a come il mercato si andava esprimendo: il prezzo del mais al 21/6/2011 era ai minimi da sei mesi, $ 700 al bushel, e per il 25/6 era caduto fino a $ 650; a inizio luglio sono partiti allarmi sui rincari del suo prezzo, peccato però che il prezzo fosse tornato semplicemente a $ 700.

Va rilevato che normalmente a inizio estate dovrebbero esserci tensioni al rialzo, seguite a fine estate da tensioni al ribasso; nel 2009 è andata così. Gli anni successivi sono anni “strani”, dove la situazione di sostanziale recessione ha dettato una diversa tabella di marcia, ed infatti i prezzi hanno preso a scendere avvicinandosi all’estate del 2011; forse dovremmo aspettarci una ripresa a fine estate? Macché… Se a fine giugno si è arrivati per il mais a $ 650 e per il grano a $ 635, all’8/10 il mais quota $ 600 e il grano $ 607, cioè il prezzo post-estate si riconferma inferiore. O la gente sta smettendo di mangiare più cereali in qualsiasi forma, o l’offerta è aumentata, con buona pace di chi paventa un’emergenza alimentare (corno d’Africa ed altri problemi locali esclusi – qui si cerca un quadro più vasto). Credo che dovremmo aspettarci tra non molto una serie di notizie e pianti relativi alla produzione agricola (italiana, in particolare) che diventa antieconomica a causa dei bassi prezzi, che comincia a causare l’abbandono dei campi e quindi in prospettiva la minaccia di una fame mondiale. Spero di evitare di leggere l’ennesimo capitolo di questo teatrino.

Ma avevo dimenticato la televisione! Ed ecco infatti che PresaDiretta di ieri 9/11 parla proprio del grano. Il problema è trattato, come sempre nello stile di queste trasmissione, come una tragedia immane guidata dal mercato, dalla speculazione, e dal potere di quattro o cinque grandi imprese (quattro o cinque grandi manovratori non fanno un mercato, ma vaglielo a spiegare…). La tragedia immane è appunto legata ai bassi prezzi dei prodotti alimentari – non solo il grano, chiaramente – dovuti alla concorrenza dell’est Europa, del sud America, della Spagna e della Cina (insomma, come al solito tutto il mondo cospirerebbe contro l’Italia) sfruttata o manovrata da pochi “leader” del mercato italiano della trasformazione e del commercio. Sì, che questo “mercato” faccia un po’ schifo sul lato umano si può pure concedere, però mi piacerebbe che indagini simili venissero svolte quando i prezzi invece partono verso l’alto: cosa ci direbbero in tal caso, che tutto è dovuto ad un manipolo di capricciosi ed occulti capi del grano? Mah…

Resta un fatto: il prezzo dei cereali è sceso ancora, e quindi sta ripartendo il solito piagnisteo degli agricoltori perché il loro lavoro non rende più abbastanza; finora si piangevano invece i prezzi alti; intanto nessuno ci vuol dire quanto i piangenti produttori vengono risarciti dalla Politica Agricola Comunitaria, e quindi quanta poca ragione abbiano a piangere. Forse che finalmente gli Stati stanno finendo i soldi e non potranno più “mantenere” questa ennesima casta di assistiti? Sinceramente, me ne frego.

 

E di tutto questo me ne frego ancora di più in forza di quel che, forse con ben altri intenti, è stato detto appunto a PresaDiretta. Dipendentemente da chi si è espresso, l’Italia importa dal 40 al 60% del grano che in varia forma consuma; questo dato è stupendamente allineato a quanto ho ricordato nel 2008, e cioè che la UE nella sua interezza importa circa metà del proprio consumo alimentare. Giusto nell’appena ricordato articolo del 2008, ragionando sul perché fossero fallite le trattative per l’eliminazione dei dazi sul commercio internazionale di prodotti alimentari, ero giunto ad alcune conclusioni tra le quali che i dichiarati intenti di protezione della produzione nazionale fossero fandonie, e che poteva esserci un serio problema di qualità della produzione italiana tale da renderla decisamente “perdente” in un libero confronto di mercato (rileggete l’articolo per capirne il percorso deduttivo). Sottolineo che nella mia analisi si parlava di problema qualitativo e non quantitativo o per meglio dire “di mero prezzo” come sempre si sottende quando si mette di mezzo la Cina o altro paese a est di Otranto. Effettivamente durante la citata trasmissione è venuto fuori che in media lo sbandierato “prodotto italiano” è al 50% di origine estera, in particolare la pasta “italiana” è mediamente fatta al 50% di grani esteri. La cosa  che mi ha colpito è che il prezzo della materia estera non è necessariamente più basso, anzi pare che per il grano il prezzo all’import sia pure maggiore, in quanto il grano italiano pare essere tra quelli venduti al prezzo più basso nel mondo! Ma allora i “cinesi” siamo noi?

Il gioco sembra questo: l’Italia esporta grano verso l’Africa, e più o meno lo stesso quantitativo (dimensionamento discutibile, potrei aver capito male o preso troppo alla lettera qualche affermazione fatta dai giornalisti) viene importato a maggior prezzo dall’est del mondo. Sull’italico grano a più basso prezzo si lucra vendendolo agli africani; sull’estero grano a maggior prezzo si lucra vendendolo in forma di italica pasta sì in Italia ma pure al resto del mondo. Messa così appare tutto una perversione, ma secondo me la ratio si ritrova agilmente se si ragiona in termini di qualità diversa, come qualche produttore pare aver fatto intendere tra le righe. Se consideriamo che alcuni grani esteri possano avere caratteristiche migliori ai fini della lavorazione in pasta – tenuta della cottura, ad esempio – va da sé che il loro valore per i nostri esigenti palati italici aumenta anche se noi consumatori non siamo coscienti dell’effettiva origine del prodotto, ed a maggior valore riconosciuto tende ad associarsi nel tempo anche un maggior prezzo; l’Africa non può generalmente permettersi il lusso di disquisire sulla tenuta della cottura della pasta per aver un perfetto ed italico piatto di pasta al dente, quindi possono accettare anche qualità inferiori di grano che, appunto perché di qualità inferiore, costa pure un po’ meno.

Come in altri contesti sostenuto, il basso prezzo del lavoro italiano discende dal basso valore riconosciuto al suo prodotto o alla sproporzione tra l’eventuale maggior qualità e il prezzo che la si vorrebbe far pagare. Nel caso del grano – ed è lecito domandarsi se questo non valga in generale per tutta la produzione agricola – è proprio la qualità ad essere inferiore ed a determinare lo spiazzamento della produzione italiana (salvo rifilarla quasi in forma di discount per il terzo mondo). I nostri occhi possono venir ingannati dalle etichette e dall’informazione, ma il nostro palato no, ed infatti il nostro palato gioisce delle meravigliose paste perfettamente al dente e del loro buon sapore – che poi noi chiamiamo “italiano” qualcosa che per metà è ucraino è un altro problema, più precisamente è un problema di sostanziale inganno verso il bischero portatore del suddetto palato che ha bisogno, oltre al sapore, di veder garrire il tricolore. Temo che lo stesso valga per la frutta e gli ortaggi, in particolare per i pomodori, nostro orgoglio nazionale.

 

Ma allora ha senso tutto il frignare sui cattivi cinesi, spagnoli, e quant’altro? Sicuramente preferirei, ad esempio, delle etichette che mi dicano con sincerità che questa ottima pasta “italiana” è fatta per metà di grano ucraino – servirebbe sicuramente per valutare meglio i capriccioni di certi agricoltori sui fondi comunitari – ma questo non toglie che siamo di fronte ad un prodotto italiano che date le sue caratteristiche non vale il prezzo che qualcuno vorrebbe rifilarci; proprio per questo – in ossequio a Menger – risalendo a stadi superiori della produzione (dalla pasta finita fino al contadino) il prezzo riconosciuto si riduce fino a mettere in forse l’esistenza stessa del prodotto. La consapevolezza del consumatore è offuscata dalla differenza tra realtà e percezione à la Hayek (non rifiutiamo un certo prezzo perché pensiamo il prodotto come “italiano”), ma l’azione è comunque rivolta verso il miglior risultato (il palato conferma la valorizzazione del prodotto in termini di prezzo), quindi il problema non sono ucraini e cinesi, ma la scarsa qualità del prodotto – e quindi del lavoro – italiano.

La superficie coltivata a grano in Italia va diminuendo in modo vistoso, pare. Il prezzo del grano è comunque in discesa. Noi rifiliamo il grano italiano all’Africa e mangiamo il più caro grano ucraino. È ironico, e triste, che si arrivi alla valorizzazione relativa corretta di una merce ed a più coerenti pattern di produzione (che mitigano il prezzo) attraverso l’inganno sull’origine. Forse siamo ancora troppo stupidi per gestire la consapevolezza della realtà, ed anche per questo ci facciamo prendere per il naso da una schizofrenica e incoerente informazione ufficiale.


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