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Questa è la seconda parte del percorso iniziato con “Dal Malinvestment al Malconsumption”. Riprendendo il punto di arrivo dell’articolo precedente, cercherò di fissare anche graficamente alcuni ragionamenti introducendo l’oggetto dell’ultimo articolo, che alla fine era quello di cui LibertyFirst intendeva parlare in origine.
Come detto nel precedente articolo, il confronto tra tasso di preferenza intertemporale e tassi di interesse di mercato agisce sulla destinazione a consumo o risparmio del proprio reddito. Il credito al consumo può essere efficacemente rappresentato come “risparmio negativo”, quale effetto di tassi di interesse inferiori ad un livello minimo di “convenienza” per risparmiare, per cui scatta la convenienza a indebitarsi, che se diretta ad un maggior consumo dà luogo alla diffusione del credito al consumo.
In pratica il credito al consumo differisce dalla riduzione del risparmio (a causa di bassi tassi di interesse) solo quantitativamente, in relazione all’intensità di minor risparmio e maggior consumo che seguono alla troppo lasca politica monetaria; se la cosa non è stata specificata teoricamente, può semplicemente essere perché il fenomeno non è mai stato così evidente (in precedenza l’inflazionomia non è mai stata così forte, né il sistema finanziario ancora sufficientemente sviluppato).
Sono piuttosto convinto di quanto detto sopra anche per l’osservazione della realtà italiana, dove il boom del credito al consumo non è venuta per una percezione di qualche sensibile maggior prospettiva di reddito (e non si parli neppure di un effetto della bolla immobiliare, ché è stata “lenta” relativamente a quelle europee) o di una qualche maggior sicurezza sul futuro (non si licenzia nessuno in Italia, e c’è una generazione che sa che non avrà una pensione sociale, per cui un eventuale “effetto reddito” potrebbe pure essere negativo), ma ha fantasticamente coinciso con l’introduzione dell’euro ed il livellamento verso il basso dei tassi di interesse. Le aree anglo-sassoni invece sono da sempre le più votate all’indebitamento personale (vedi anche qui) pur avendo mercati del lavoro meno “protetti”.
Per quanto un rapporto tra Malconsumption e Malinvestment sia logico, ritengo che sia molto più debole dell’effetto diretto dei tassi di interesse su un fenomeno che comunque resta Malconsumption.
Siccome sostengo che l’uso di semplificazione matematiche o grafiche sia d’ausilio in una prima fase di analisi o ragionamento, propongo di vedere il classico schema I-S (Investment-Saving) considerando una soglia minima positiva dei tassi di interesse (i1) per risparmiare e, analogamente, un livello massimo di tasso (i2) per poter investire; sotto la prima soglia il consumatore preferirà non risparmiare ma anticipare consumo futuro, quindi indebitarsi, mentre sopra la seconda l’investitore preferirà disinvestire e sfruttare la rendita (fig.1).
In fondo, con riferimento allo schema I-S si tratta di prolungare la curva I e alzare la curva S non cambiando nulla del funzionamento del mercato; semplicemente così si ha evidenziato il ruolo delle preferenze intertemporali dei consumatori e le semplici ragioni del recente boom del credito al consumo.
LibertyFirst (LF) è spesso attratto da situazioni al limite dell’economia teorica, la cui analisi ha prodotto considerazioni molto interessanti (come il suo lavoro sulla non-neutralità della deflazione) e stimolanti (si veda la mia “risposta”); oltre a questo si lancia ad indagare topois economici keynesiani riconducendoli a conseguenze implicite della meccanica misesiana (come nel lavoro sulla sub-marginalità del capitale). La somma di questi due orientamenti speculativi è la sua fissa per la trappola della liquidità generata da tassi di interesse nulli, un po’ come il vecchio Milton Friedman quando si incaponì su casi limite di inefficacia della politica monetaria da risolversi lanciando soldi da un elicottero (soluzione abbastanza simile a quella trovata da LF, e di scandalosa attualità viste le prospettive di una politica di quantitative easing per la Federal Reserve USA).
Il punto di LF è che con tassi di interesse nulli la politica monetaria è inefficace perché passa da un asfittico settore imprenditoriale, e la soluzione è stimolare direttamente i consumi pure a debito.
Per LF quando i tassi nominali sono a zero non c’è, giustamente, più possibilità di abbassarli per stimolare l’economia. Il semplice aumento di credito nel sistema (partendo da politiche monetarie quantitativamente espansive) non può aver effetto perché non si altera il rapporto tra redditività del capitale e suo costo (i tassi sono già nulli, e nulla sarà già la redditività del capitale), quindi non si investirà di più, e questo non stimolerà l’occupazione, per cui i consumatori non avranno percezione di incrementi reddituali attuali e prospettici e con questo non avranno giustificazioni economiche a aumentare i consumi (questo era il contenuto dell’articolo precedente), e non forniranno a loro volta ragioni per incrementi di produzione e quindi nuovi investimenti.
Lo stimolo può avvenire in tal caso solo attraverso l’inflazione, che a parità di tasso di interesse nominale nullo fa scendere l’ora negativo tasso di interesse reale; ma per far questo occorre stimolare direttamente il consumo, magari spingendo sul credito al consumo, in modo che si renda conveniente anche un incremento degli investimenti sulla pressione della domanda.
Non c’è molto di diverso, alla fine, dall’idea di una spesa pubblica in deficit, se non che LF ha voluto porre l’attenzione sul rapporto credito-investimenti-consumo in ambito solo privato, il che di per sé è comunque una cosa interessante.
rosacroce Says
per me il credito al consumo,non è risparmio negativo,ma è debito di gente spogliata di reddito,dalle banche.col debito i consumi reggono per poco tempo,e poco dopo falliscono sia gli indebitati sia i creditori.
se lo stato ,interviene assumendo i debiti di tutti ,,,,,, fallisce anche lui.
è quello che sta succedendo.
Dec 24th, 2008 at 2:06 am