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Hayek e gli “Investimenti Pubblici”

June 10th, 2013 by Leonardo

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di Biagio Muscatello

 

Qualche nota sull’analisi hayekiana delle fluttuazioni economiche. In un breve articolo non si può tentare nemmeno un abbozzo; per questo, rimando alla prossima edizione (IBL) di Hayek, da me curata, dei saggi sull’Effetto Ricardo. Quello che vorrei fare qui è inserire nel suo contesto alcune affermazioni dell’economista austriaco, frequentemente citate negli ultimi tempi: contestualizzare per capire il reale filo conduttore. L’affermazione tipica è la seguente: Una politica di sostegno della domanda attraverso la spesa pubblica può ben essere giustificata [1]. È tratta da “Profits, Interest and Investment” (1939).

Vediamo quali sono le premesse di quest’affermazione.

 

L’argomento è affrontato nelle ultime sezioni del saggio. Data la natura del problema principale (quali siano i possibili “equilibri”), Hayek si chiede quale sia il massimo livello di stabile occupazione, raggiungibile nel breve periodo, e quali siano le condizioni atte a favorirlo. Il problema può avere due risvolti, a seconda che l’esistente distribuzione delle risorse tra le industrie sia considerata una costante o una variabile. Se si pensa alla prima ipotesi (all’esistente distribuzione del lavoro come ad una costante),

 

“… L’unico modo in cui possiamo alzare questo massimo di occupazione di breve periodo (abbassare il tasso di profitto “di equilibrio”) mi pare sia quello di aumentare il risparmio fino al punto che ci permetta di accumulare ininterrottamente capitale ad un tasso al quale l’esistente distribuzione del lavoro tra le industrie è adattata”.

 

L’investimento è collegato al risparmio (e il risparmio, ovviamente, implica la mediazione del credito, che è un’attività imprenditoriale). Qui non sono considerati i cambiamenti tecnologici; ma anche in questo caso – che non è realistico – il nesso tra risparmio e investimento è una condizione di equilibrio di lungo periodo, secondo Hayek, il quale così continua:

 

“Oltre alla possibilità ricordata per ultima, che probabilmente è importante solo nel lungo periodo, le nostre riflessioni suggeriscono due modi in cui si potrebbe mitigare la violenza delle fluttuazioni industriali…”

 

Uno dei criteri guida, per Hayek, è prevenire, se possibile, un eccessivo calo del tasso di profitto nelle ultime fasi di una depressione; fenomeno che causa rallentamento e blocco degli investimenti.

Nell’ottica ricardiana, condivisa dall’economista austriaco, bassi profitti significano alti salari reali. L’alto livello dei salari, ovviamente, è associato a un alto tasso di disoccupazione. Da qui discende la ricetta comunemente proposta – che i più traggono dall’ultimo fenomeno (il livello di disoccupazione), senza considerare tutto il resto. La seguente citazione completa indica il primo mezzo che si potrebbe usare per attenuare la violenza delle fluttuazioni:

1) “Sembra che vi siano valide ragioni per misure tendenti a impedire che la domanda di beni di consumo e i prezzi dei medesimi scendano eccessivamente”. Hayek, però, mette in guardia su tempi e modi di attuare questa politica di supporto alla domanda:

 

“Siccome è necessario qualche movimento in questa direzione, il riassestamento sarebbe ostacolato, se misure del genere fossero prese troppo presto. E man mano che l’investimento e i redditi iniziano di nuovo a salire, una tale spesa supplementare evidentemente dovrebbe essere tagliata nella stessa misura. Tuttavia nella seconda fase della contrazione, una politica di sostegno della domanda attraverso la spesa pubblica può ben essere giustificata.” (PII, sez. 19)

 

Il ragionamento completo, allora, è il seguente. Sostenere la domanda aggregata, nel corso di una depressione, non è la prima misura da prendere: può essere una politica idonea solo nella seconda fase della contrazione. Ma anche in questa fase, la spesa pubblica non deve sostituire l’investimento privato. Hayek sottolinea l’eccezionalità dell’intervento pubblico, che dovrebbe erogare salari più bassi e creare solo impieghi temporanei; perché, evidentemente, egli dà per scontata la bassa efficienza relativa di questi tipi d’impiego. A quest’ultima supposizione, certo, si potrebbero contrapporre casi in cui l’investimento pubblico si è rivelato efficiente; ma nel complesso, e nel lungo termine, la minore efficienza del pubblico è fuori dubbio.

Un’espansione monetaria pura e semplice – un qualcosa di corrispondente all’attuale QE – non era nei pensieri dell’economista austriaco, che in nota scrive:

 

“L’economista non dovrebbe occultare il fatto che l’obiettivo della massima occupazione che si può conseguire nel breve periodo attraverso la politica monetaria è in realtà la politica del disperato che non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare da un breve attimo di respiro.”

 

Probabilmente, Hayek pensa  a una spesa pubblica, finanziata con l’emissione di titoli di debito.

 

2) Il secondo mezzo, indicato da Hayek, è l’abbassamento dei salari:

 

“Ma, una volta che sia già sceso troppo il tasso di profitto nelle industrie di beni di consumo, e saliti troppo i salari reali, il rimedio appropriato sembra che sia un abbassamento dei salari.”

 

L’abbassamento dei salari reali, mediante un abbassamento dei salari monetari, servirebbe a impedire l’eccessivo calo dei tassi di profitto. L’altra leva infatti (il tasso d’interesse monetario), realisticamente, non può avere efficacia, essendo il tasso d’interesse già molto basso. Bisogna ricordare che, per Hayek, tasso d’interesse e tasso di profitto, al margine, tendono a coincidere.

 

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi: ma il secondo mezzo, sopra indicato, non è in contraddizione con il primo?

La prima misura (sostegno della domanda aggregata) mira a prevenire la “deflazione secondaria” (ved. il mio precedente intervento sulla deflazione).

La seconda misura mira a ridurre il valore reale di quei salari che, retaggio dei contratti passati, sono diventati troppo alti rispetto ai prezzi dei beni che fanno ora produrre. Naturalmente, il ragionamento vale solo per i settori che producono beni che hanno visto abbassarsi il proprio valore. È vero che, in recessione, questa sorte tocca a moltissimi beni; ma un settore che – anche in recessione – produce in modo efficiente e fa buoni profitti, non ha bisogno di abbassare i salari. La ripresa, infatti, non si avvia, se non mediante un processo che fa raggiungere, in ogni azienda, e in ogni combinazione d’impiego delle risorse, la giusta corrispondenza tra domanda e offerta; il che implica una tendenza, di lungo termine, alla riduzione delle differenze fra i tassi di profitto.

In queste continue variazioni nelle combinazioni delle risorse impiegate, Hayek attribuisce grande importanza ai tassi d’interesse: la variabilità dei tassi d’interesse vede, da una parte, l’istituto di credito che valuta i differenti progetti da finanziare, dall’altra l’imprenditore che valuta le prospettive di guadagno, a partire dal costo del finanziamento, che può essere differente per ciascun investimento. Un tasso d’interesse uniforme, mantenuto basso ‘per favorire la ripresa’, dirigerà gli investimenti in direzioni che produrranno spreco di risorse.

 

  • Variazione dell’esistente distribuzione delle risorse tra industrie e imprese

A questo punto del ragionamento, l’ipotesi di un sapere tecnologico immutato è superata, insieme con l’idea che l’esistente distribuzione delle risorse possa essere costante. È proprio la variazione dei metodi produttivi che fa liquidare le posizioni insostenibili e fa cessare le attività obsolete. Ma questa considerazione evolutiva dei metodi produttivi – in “Profits, Interest and Investment” – è solo implicita. Hayek ne parlerà esplicitamente solo nel saggio “The Ricardo Effect” (1942); ma non cambierà nulla nell’analisi delle fluttuazioni economiche: ci sarà solo una maggiore consapevolezza dell’impossibilità di calcolare preventivamente tutti gli effetti delle variazioni – soprattutto quelle prodotte dalle innovazioni.

 

  • Metodi di produzione diretti e indiretti

Accanto alle variazioni della struttura di produzione, alimentata dalle innovazioni tecnologiche, e distorta dagli errori e dalle rigidità della politica dei tassi d’interesse, nell’analisi di Hayek degli anni ’30-’40, il nucleo della teoria del ciclo economico è il fatto che investimenti di diversa lunghezza – grossolanamente distinti in due categorie: processi produttivi vicini al consumo e processi produttivi lontani dal consumo –, in determinate circostanze, possano trovarsi in concorrenza reciproca. La lunghezza dei processi di produzione, realisticamente, deve essere vista piuttosto come una scala; e i processi di produzione sono diverse e intricatissime combinazioni tra investimenti di varia durata; ma in alcune fasi del ciclo, Hayek evidenzia una specie di scelta alternativa tra beni di consumo e beni di produzione, tra investimenti vicini al consumo finale e lontani dal consumo finale.

Anche su questo argomento, rimando alla mia prossima edizione di Hayek, già citata all’inizio di quest’articolo. Qui vorrei solo osservare che la sostituzione dei metodi diretti (che producono beni di consumo) con metodi più o meno indiretti (che producono beni capitali), tipica delle fasi di recovery, è necessariamente collegata alle innovazioni tecnologiche.

 

  • La teoria del ciclo di Hayek è superata?

Anche per questa domanda, rimando al prossimo libro IBL. Ma , nel frattempo, mi aspetto le opinioni degli amici sulla domanda che – provocatoriamente – potrei formulare, per concludere questo articolo. L’importanza e la centralità del sistema del credito – che è emersa prepotentemente nell’attuale congiuntura – può essere letta con gli strumenti che sono stati qui riassunti, o semplicemente accennati?

 

(To be continued)

 

 

[1] Profits, Interest and Investment, 1939. Un’altra formulazione è rintracciabile in New Studies: “Consumer’s demand is prevented from falling substantially by providing employment through public works at relatively low wages…(1975, pp. 211-sg.).


33 Responses to “Hayek e gli “Investimenti Pubblici””

  1. 1

    Silvano Says

    Hayek scrive in più periodi:
    – con riferimento all’andamento del ciclo durante il Gold Exchange Standard;
    – durante e nel periodo terminale di Bretton Woods;
    – durante la fase instabile degli anni ’70 che precede l’affermazione e il consolidamento del Washington consensus.

    Ognuno di questi periodi ha delle specificità proprie. Il bias deflativo e l’istabilità del Gold Exchange Standard possono aver un parallelo al massimo(molto limitato) nel funzionamento dell’Eurozona.
    Lo stesso concetto di “pieno impiego” come obiettivo di policy tipico della letteratura keynesiana post WWII è morto con Bretton Woods. Con il Washington consensus il “full employment” è stato sostituito dalla “price stability” perseguita da una Banca Centrale indipendente e che vede nel 2% un tasso ottimale di crescita del CPI. Al di là dei giudizi di merito la dominanza fiscale è stata sostituita da quella monetaria.
    La terziarizzazione dell’economia ha aggiunto tutta una serie di servizi accessori e complementari alla produzione che costituiscono la parte preponderante del PIL e che rendono la struttura della produzione più “caleidoscopica” (à la Lachmann) e eterogenea: la dicotomia mengeriana sui metodi di produzione necessita di specificazioni empiriche in base al contesto.

    Un procedimento di generalizzazione, sintesi e successivo adattamento al conteso attuale è possibile ma ha delle difficoltà non banali. E’ più semplice stilizzare la fase di boom specie – se inseriamo la categoria di asset sensibili ai tassi di interesse in modo da comprendere anche il real estate. Ma è più difficile in quella di bust.

  2. 2

    Leonardo Says

    Il sistema del credito è importante, come ben si sa, perché canalizza il risparmio e lo trasforma – rischiando imprenditorialmente sulle scadenze – in fondi prestabili a fini (anche) imprenditoriali.

     

    Se la fase di depressione non arriva dal cielo come una maledizione ma si sviluppa endogenamente nel sistema, sappiamo noi, allora discende da una errata allocazione delle risorse, capitale malinvestito, cioè risparmio mal diretto. Per la maldirezione si può dar la colpa sia agli errori di valutazione del prestatore-banca (che come qualsiasi imprenditore, sbaglia), o per i fenomenici "ciclici" si può incolpare la manipolazione del numerario e l’effetto Cantillon che discende da una politica monetaria accentrata e "benevola". Il sistema bancario, così come canalizza e diffonde il vero risparmio, canalizza e diffonde le distorsioni centrali, finché non si arriva ad una crisi.

     

    Nella crisi, così come le attività imprenditoriali si ritirano, si ritira anche l’attività bancaria (presta meno). Questo è semplicemente un concorso alla pulizia del mercato che comunque è dovuta; la restrizione creditizia va nella stessa direzione della restrizione dei valori nominali anche salariali di cui sopra. Il credito è quindi pro-ciclico? Sì, ma così deve essere. L’effetto al rialzo che naturalmente si avrebbe sui tassi infatti non è in contrasto con l’abbassamento della redditività marginale, ma è uno strumento di selezione delle imprese a maggior redditività-produttività, finché "l’equilibrio" (temporale e verticale, oltre che orizzontale), a pulizia fatta, non si ristrabilisce.

     

    Nella fase di pulizia l’imprenditore banca dovrebbe poi saper discernere tra i progetti buoni per il futuro e quelli da abbandonare; attualmente ho poca fiducia che l’imprenditoria bancaria – più che altro una burocrazia – sappia fare questo lavoro; ma in realtà basterebbe anche anche una minoranza lo sapesse fare, perché questo selezionerebbe lo stesso mercato di imprese bancarie.

     

    Il punto qui mi pare un altro: come il settore bancario dovrebbe concorrere o venir diretto affinché aiuti nelle fasi di crisi. Personalmente il suo aiuto è lo stesso che può portare il settore dei panettieri: sfogarsi in crisi il più velocemente possibile, realizzare gli investimenti sbagliati, e chi resta in piedi ripartire in una direzione imprenditoriale più solida. Le tendenze del passato nemmeno tanto recente fino a oggi sono per stimolare variamente (con tanta "benevolenza monetaria") il sistema creditizio a "erogare" per tenere in piedi il sistema e l’occupazione; questo è solo un modo di rinnovare la crisi in corso, tanto più che E l’intervento svalutativo via inflazione è indiscriminato (proprio quando ci vorrebbe una selezione per discriminante) E le misure politiche di sostegno al credito non necessariamente sanno dove questo sarebbe più propriamente diretto.

  3. 3

    Silvano Says

    Io non credo che il sistema finanziario si corregga necessariamente sempre – questo a prescindere dal livello di interventismo, fosse anche pari a zero. L’idea che le forze di mercato si muovano a pendolo, ovvero per cui a un eccesso ne debba corrispondere un altro di segno opposto per poi convergere verso una traiettoria di equilibrio in una sorta di convergenza verso la media mi trova un po’ perplesso. Messa così è un po’ come dire che anche gli agenti “austriaci” hanno un comportamento gaussiano però con una varianza elevata e code più dense di quanto ci si aspetterebbe da un modello neoclassico con aspettative razionali forti. L’ABCT in sostanza spiegherebbe appunto cosa accade nella formazione di queste code grasse. E’ una posizione legittima ma non la faccio mia.

    Sicuramente esistono forze che tendono verso l’equilibrio, ma ne sono presenti anche altre che possono attivare processi cumulativi che poco hanno a che vedere con il riequilibrio del sistema. Nel mercato dei beni e servizi finali le prime le vedo dominanti: se sale il prezzo della pasta avrai effetti reddito e sostituzione che puliscono il mercato e incentivi alla riallocazione dei fattori produttivi. Però in presenza di un mercato del credito e di attivi che possono trasportare il loro valore nel tempo il processo di coordinamento spontaneo non lo vedo come automaticamente assicurato. Escludo che il mondo caschi su se stesso, ma che il motore batta in testa no.

  4. 4

    Leonardo IHC Says

    Non ho detto che il comportamento delle banche sia “gaussiano”, semplicemente che risponde a stimoli esterni (ho detto pro-ciclico, non semplicemente ciclico) con un meccanismo di scoperta non esente da errori; la correzione dei comportamenti non è data da una media che si impone, ma dai migliori risultati di alcuni (è sempre un processo di scoperta) che spiazzano gli altri che quindi o si adattano e imparano o escono.
    “attualmente ho poca fiducia che l’imprenditoria bancaria – più che altro una burocrazia – sappia fare questo lavoro; ma in realtà basterebbe anche anche una minoranza lo sapesse fare” – sottolineo “minoranza”.

    Tu hai cambiato il tuo modo di pensare, e presupponi fallimenti di mercato. Io no (o non ancora), vedo la possibilità del mercato di regolarsi a parte il costo che questo comporta; proprio per un fatto di costo che può essere grande auspico non che si dica al mercato dove andare ma che lo si aiuti a “sfogare” gli errori del passato il più velocemente possibile.

    Il problema del “processo cumulativo” almeno in parte è dato dal fatto che noi non sappiamo fin dove la correzione deve estendersi, e non conoscendo la fine (ed allungando la strada con “benevoli” interventi pubblici di vario tipo che vanno contro la correzione degli eccessi del passato) mentre questa correzione si svolge ci sembra non finire mai. Ma non dovremmo farci fregare dalle impressioni nel valutare la storia (recente) per inferire il futuro; come ha spiegato anche Ennio di recente, ci serve una teoria per interpretare la storia )(di cui non sappiamo tutto), e quel che ho in mano io mi dice il concetto di “processo cumulativo degenerativo” non è così realistico (in un mercato libero, almeno).

  5. 5

    Silvano Says

    Fallimenti di mercato è un termine troppo neoclassico con riferimento a esiti che divergono dall’ottimo paretiano specie in microeconomia.
    Non mi dispiace l’ipotesi del corridoio di Leijonhufvud.

  6. 6

    Leonardo IHC Says

    Non cazzeggiare, se dici che il mercato si avvita in una recessione senza fine o quasi o comunque falla completamente nel recuperare una qualsiasi situazione di sviluppo positivo, tanto che serve un “intervento” o monetario o fiscale, quello è un fallimento del mercato (ricorda cosa ha scritto Catalàn sui monetaristi di mercato).

  7. 7

    Silvano Says

    Equilibri instabili, aspettative autorealizzantesi, fenomeni di path dependency nella formulazione delle scelte, ecc. li considero possibili. Più in generale non vedo uno “stato di natura” avulso dalle istituzioni o da implicazioni politico-istituzionali in parte anche spontanee.

  8. 8

    Leonardo IHC Says

    Tutto ciò che dici può comportare percorsi tortuosi verso un qualche tipo di riequilibrio, ma non implica che quelle caratteristiche si ripresentino periodo per periodo uguali (es.: path dependency non ha stesssi parametri periodo per periodo e può semplicemente venir abbandonata di tanto in tanto o subire shock strutturali); un percorso tortuoso non significa non avere meta.

    Ma devi essere chiaro tu: il percorso è troppo tortuoso per le “tue” capacità di sopportazione (che consideri capacità di sopportazione dei partecipanti all’economia in generale) oppure per te è senza meta? Primo caso: è una scelta politica se pagare un costo ora o – presumendo di conoscerlo in anticipo – spalmarlo in qualche modo nel tempo; Secondo caso: il mercato fallisce. Va da sé che nel secondo caso rigetti interi anni di questo sito (ed è il meno) e molti di più di teoria austriaca. Liberissimo di farlo, ma devi dirlo esplicitamente.

  9. 9

    Claudio Says

    Una domanda e un’osservazione, riflettendo sull’articolo e sul vostro dibattito (sempre interessante, almeno fin dove arrivo a seguirlo)

    I) Mio dubbio: ammettiamo pure che il mercato in generale possa fallire “spontaneamente”. Però da dove dovrebbe venire la certezza che interventi “politici” o comunque esogeni al (dis?)ordine di mercato possano rimettere le cose a posto?
    Silvano nell’ultimo commento, come nella discussione di qualche post fa, sembra suggerire che il central banking e una certa dose di interventismo siano un prodotto endogeno (spontaneo) rispetto al sistema del mercato finanziario. A parte il fatto che non mi convince (dove la mettiamo la barriera tra ciò che è spontaneo e ciò che non lo è?) resta il problema di capire come intervenire senza far danni.
    D’accordo che l’ABCT non è il vangelo, che spiega meglio il boom che la ripresa e così via: però che le distorsioni si possano risolvere con altre distorsioni mi sembra andar contro la logica ben prima che contro Hayek. L’alternativa appunto è drastica: se anche le distorsioni sono endogene e inevitabili allora, non solo ci vuole San Regolatore dei Mercati, ma se nemmeno lui si dimostra onnisciente siamo definitivamente spacciati.

    II)” è una scelta politica se pagare un costo ora o – presumendo di conoscerlo in anticipo – spalmarlo in qualche modo nel tempo”

    Rileggendo l’articolo, se si conta quante volte compare l’espressione “breve/lungo termine” si ha l’impressione che il problema sia innanzitutto questo. Anzi, anche ipotizzando una conoscenza perfetta (e del tutto irrealistica) delle conseguenze future da parte di chi deve decidere la policy da adottare, non sembra poi tanto assurdo pensare che il disaccordo potrebbe permanere anche solo per un puro discorso di preferenze temporali discordanti. Praticamente il classicissimo “uovo oggi vs gallina domani”, il che vuol dire che se anche gli economisti si trovassero tutti d’accordo (ahahah) le scelte non sarebbero comunque scontate.

  10. 10

    Silvano Says

    @Leo
    “The future is unknowable, but not unimaginable” diceva Lachmann che a modo suo era austriaco. Ci sono poi altre implicazioni che meriterebbero ampie discussioni: l’idea di ignoranza radicale (contrapposta a quella razionale), l’irreversibilità delle scelte passate e quindi una dimensione più soggettiva e meno “newtoniana” del tempo (come suggerita di Rizzo e O’Driscoll), l’importanza della dipendenza temporale delle azioni, il rifiuto delle aspettative razionali, della neutralità della moneta nel breve/medio termine e altri punti sottolineati spesso dai neoaustriaci, una volta presi seriamente lasciano più risposte aperte che certezze per quanto riguarda i processi di coordinazione. Però quando si arriva a ragionare di policy in un mondo imperfetto i nostri – non mi riferisco a te – fanno una bella U-turn
    e si rifugiano nelle argomentazioni standard da neoclassici conservatori e della public choice chiudendo un occhio (ma anche due) a tutte le critiche all’homo oeconomicus fatte fino al giorno prima. E qui mi viene da dire: “e sti cazzi!” per due motivi. Il primo è che una posizione conservatrice nell’ambito del mainstream non arriva ad avere la presunzione di essere aprioristicamente corretta e lascia un minimo di dignità alle tesi avverse, dignità che implica forti dibattiti su analisi e metodologie empirici che spesso necessitano di molto tempo prima di raggiungere conclusioni solide. Il secondo punto è che un sistema teorico più o meno “eterodosso” che necessita però di rifugiarsi all’occorrenza nel mainstream rigettando qualsiasi formalizzazione e nutrendo una certa idiosincrasia verso l’analisi empirica mi lascia la sensazione di collocarsi a metà strada tra l’ideologia e la scienza sociale. Da questo punto di vista considero avere qualche punto interrogativo in più e una visione meno dicotomica un successo di quanto fatto sul sito, senza aver la pretesa di essere condiviso al 100%. Sicuramente i percorsi inclusivi sono meglio delle chiese settarie, e su questo mi sento abbastanza sicuro da pensare che sei d’accordo.

    Le crisi finanziarie vissute “real time” difficilmente lasciano indifferenti il pensiero economico: anche Adam Smith divenne più perplesso sui banchieri dopo aver sperimentato la crisi della Ayr Bank e del sistema bancario scozzese ( http://jpkoning.blogspot.it/2013/06/adam-smiths-very-own-lehman-crisis.html?showComment=1370994770463 ). A prescindere dalle conclusioni pratiche, il concentrato di irrazionalità, comportamenti del gregge, episodi fraudolenti che tradizionalmente accompagna questi eventi difficilmente lascia indifferenti. Quello che però non mi piace molto è l’idea della “sopportazione necessaria”: la trovo troppo vicina all’idea marxista che il capitalismo abbia bisogno di un esercito industriale di riserva di disoccupati e sottoccupati per riprodursi. Non nego i costi delle crisi, ma credo che il “burden sharing” non sia strettamente neutrale rispetto alla struttura istituzionale né che sia un qualcosa di calato apoditticamente dall’alto.

    @Claudio
    Certezze preventive non ce ne sono perché sono ben noti anche i fallimenti del governo e comunque il concetto di fallimento del mercato, nella letteratura standard, va sempre riferito all’ottimo paretiano (o al più a quello determinato secondo i criteri Kaldor-Hicks). Non va letto cioè come un collasso sistemico. L’approccio austriaco comunque non richiede la concorrenza perfetta (e questo è un bene).
    La società è un sistema adattivo complesso e quindi non può essere “disegnata” dall’alto. D’altra parte sistemi completamente omeopatici, in grado cioè di curarsi interamente da soli sempre e in ogni caso sono al massimo un caso teorico. Da un punto di vista pratico non li abbiamo neanche in natura. E non è nemmeno così facile dire che, nota la meta finale, basta muoversi in modo lineare in quella direzione (vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Theory_of_the_second_best ).

    Breve vs lungo: è un fatto che è più facile leggere economisti che si scannano sulle prossime mosse di politica monetaria e/o fiscale che sul modello di crescita di Solow…

  11. 11

    Leonardo IHC Says

    II) Esattamente. E’ un discorso che tiro fuori sempre più spesso: occorre distinguere tra economia politica e politica economica: la prima ci dice come funzionano le cose, la seconda – partendo da come funzionano – pesa le preferenze degli operatori (anche la sola capacità di sopportazione a breve) e propone interventi attivi monetari o fiscali per adattare l’andamento dell’economia a queste preferenze. La seconda, diceva Menger (mica io) non è teoria, ma è “arte” cioè “saper fare”. Il discorso della spesa pubblica di Hayek riguarda questo: stante che l’unica maniera di uscire da una crisi è far chiudere/ristrutturare i settori a basso valore (e questo lo deve fare un imprenditore), come possiamo tamponare il problema sociale nel frattempo? Qualche lavoro pubblico marginale non confuta la teoria austriaca ma è una risposta al problema “la gente reggerebbe due anni di sfacello prima che l’economia si riprenda?”. Detto questo, c’è da vedere se proprio lo Stato o Silvano o il Conciclio di IHC ne sappiano abbastanza per dire “quanto spalmare” e con quali strumenti.
    Però da dire “è il caso – soggettivamente – di spalmare un po’ il problema” a dire “il sistema – oggettivamente – implode” c’è un bel salto.

  12. 12

    Leonardo Says

    ” Quello che però non mi piace molto è l’idea della “sopportazione necessaria” ”
    Forse intendi la mia immagine “dura” per cui il sistema debba schioppare del tutto prima di ripartire. Intendiamoci: siano in questo mondo e c’è un sistema di welfare; ritengo che tutta una serie di sussidi sia necessaria nel mondo attuale, ma che siano sussidi a tempo limitato. Non mi spaventano milioni di sussidi di disoccupazione per due anni lasciando sfogare la buriana, ma questo significa a) solo due anni di sussidi e b) che la crisi venga fatta ferocemente sfogare il più velocemente possibile perché tra due anni non debba esserci più alcun “burden” da ripartire con nessuno.
    Che qualcuno anche solo in questo breve tempo si “faccia male” è scontato, visto che anche con tutta la corrente benevolenza sono in molti ad essersi “fatti male”. Preferirei, che se lo facessero per il minor tempo possibile, ché per la teoria che abbiamo studiato continuare ad allungar il brodo per anni e anni aumenta il numero di chi si fa male e non risolve gli squilibri economici di fondo.
    Però la mia visione di possibili interventi è limitata a questo, e non confonde un problema “pratico” di come tenere illeso qualcuno in una fase di difficoltà con la confutazione che il problema sia l’interventismo statale o sostenere che il mondo è fatto di pazzi ignoranti che “spontaneamente” se lo tirano sotto la coda fino all’estinzione.

  13. 13

    Biagio Muscatello Says

    Bisogna “far sfogare” il mercato o dirigerlo? Abbiamo un grado di sopportazione rigido o elastico? E quanto deve essere lungo il breve termine, durante il quale potremmo transigere?..
    La domanda fondamentale sembra, però, un’altra: L’economia è autonoma rispetto agli altri ordini di relazioni tra le persone; è autonoma rispetto alla cultura, alle idee, alla morale e alle istituzioni esistenti?
    Se la risposta all’ultima domanda è no, cambia il senso delle prime domande e delle possibili risposte. L’economia pura considera un certo tipo di attività nella sua tipicità; quindi gli economisti possono dare consigli, nella misura in cui la loro analisi è logicamente fondata – come dice Hayek, il loro compito è quello di capire e far valere l’importanza dei principi.
    L’economia reale si svolge in un complesso sistema di relazioni, cioè in determinate istituzioni, che sono il retaggio di tutta l’esperienza del passato. È fatta da uomini che hanno molte idee sbagliate; i più bravi tra di essi hanno successo. I politici, nel tempo, hanno preso nelle loro mani la gestione della moneta; sono apprendisti stregoni che, tra l’altro, non svolgendo attività economiche dirette, non conoscono nemmeno la materia che essi quotidianamente condizionano; o, per meglio dire, conoscono dell’economia solo gli aspetti che permettono loro di utilizzare risorse per l’esercizio del potere.
    La risposta alle prime domande è: non vi sono limiti alla soglia di sopportazione, e al grado di deformazione delle leggi di mercato. L’unico limite è la capacità di adattamento. La gente ha bisogno di cose utili, e le prende dove le trova a minor prezzo, quali che siano le teorie e le politiche monetarie preferite. Le merci che sono preferite sono prodotte da qualcuno, che per questo avrà successo.
    Nota 1 – Non vi è alcuna necessità che le istituzioni e i sottosistemi economici che hanno avuto successo in passato, continueranno ad averlo in futuro. La storia è un cimitero di ‘civiltà’ sepolte.
    Nota 2 – Nella discussione non è stato detto nulla sui processi innovativi e sull’evoluzione tecnologica; e sull’importanza che ha il sistema del credito nel facilitare l’emergenza dell’innovazione. Schumpeter è defunto per l’anagrafe, ma non per l’importanza delle sue idee a riguardo. Ed anche Hayek è stato molto attento al ruolo dell’innovazione.
    Nota 3 – Premesso che non siamo in una Great Depression (termine appropriato solo a livello globale!), la focalizzazione delle criticità nel sistema del credito è il segno che viviamo una crisi di identità culturale e una crisi delle istituzioni (falsamente democratico-rappresentative).

  14. 14

    Leonardo, IHC Says

    Nota 2) “L’effetto al rialzo che naturalmente si avrebbe sui tassi infatti non è in contrasto con l’abbassamento della redditività marginale, ma è uno strumento di selezione delle imprese a maggior redditività-produttività, finché “l’equilibrio” (temporale e verticale, oltre che orizzontale), a pulizia fatta, non si ristrabilisce. Nella fase di pulizia l’imprenditore banca dovrebbe poi saper discernere tra i progetti buoni per il futuro e quelli da abbandonare; attualmente ho poca fiducia che l’imprenditoria bancaria – più che altro una burocrazia – sappia fare questo lavoro; ma in realtà basterebbe anche anche una minoranza lo sapesse fare, perché questo selezionerebbe lo stesso mercato di imprese bancarie.”

  15. 15

    Silvano Says

    @Biagio solo due pensieri:

    I) “non vi sono limiti alla soglia di sopportazione, e al grado di deformazione delle leggi di mercato.”
    Sì ma il mercato non definisce il contesto in cui opera come un dato di natura. Non c’è un diritto fallimentare naturale ad esempio. Né la direzione è sempre scritta sulla sabbia. Faccio un esempio: la doppia imposizione sui profitti societari è distorsiva? Sì e rispetto a un utopistico mercato a intervento zero il credito d’imposta sui profitti finanziari è meno interventista. Detto questo con la doppia imposizione abbiamo le public companies all’americana, con il credito d’imposta le scatole cinesi all’italiana. Una fiscalità più market neutral può avere come risultato quello di facilitare corporate governance opache e affette da cronismo. Viceversa l’inserimento di un elemento distorsivo come la doppia imposizione riduce l’opacità e i costi di agenzia.

    II) “I politici, nel tempo, hanno preso nelle loro mani la gestione della moneta; sono apprendisti stregoni che, tra l’altro, non svolgendo attività economiche dirette, non conoscono nemmeno la materia che essi quotidianamente condizionano” Qui mi dispiace ma ritengo che attualmente le élites finanziarie abbiano il primato nel manovrare i burattini di turno. Ricordo ad esempio che il Tarp proposto dall’amministrazione Bush dove ministro al tesoro era l’ennesimo uomo ex-Goldmam ex-banche di Wall Street è stato respinto in prima battuta dal Congresso americano (quello dove ci stanno i rappresentanti del popolo brutto e cattivo) e gli è stato fatto digerire in seconda istanza via paura mediatica e voto di scambio aggiungendo un po’ di “mancette” per i deputati in bilico. Ditemi, le sliding doors tra banche d’affari e uffici pubblici le vedo solo io? E non mi pare che i personaggi che entrano – escono – rientrano abbiano particolari necessità elettorali.

    Ma gente come Monti, Grilli e Saccomanni al di là del merito l’avete mai votata o ve la siete ritrovata al governo prima e dopo lo show per bambini (le elezioni)?

  16. 16

    Biagio Muscatello Says

    L’ho letto.
    Ma l’opera di selezione non necessariamente include ricerca e innovazione: di per sé, selezione può semplicemente significare capacità di discernere tra buona e cattiva gestione e amministrazione.
    Inoltre, l’innovazione è spesso seguita da scarso successo o fallimento. Quindi, occorre attenzione, ma anche diversificazione degli interessi, da parte dell’imprenditore banca: nell’innovazione ci sono più rischi, ma anche possibilità di guadagni straordinari.
    Quello che evidenzia Hayek, nel fenomeno dell’innovazione, è l’impossibilità di calcolare: siamo del tutto fuori dalla logica dell’equilibrio.

  17. 17

    walter Says

    L’osservazione di Silvano su fiscalità market neutral (ma più esposta a opacizzazione fiscale) secondo me è 1)importantissima 2)trascurata dal dibattito economico (soprattutto teorico), ed è tanto più da considerare tanto più alta è l’evasione fiscale in un paese. Che brutto tassare i profitti finanziari, sono soldi su cui già hai pagato le tasse! Si, ma se non lo fai ogni attività economica che prima era in forma di impresa individuale diventerà una società che distribuisce dividendi.

    Non per un motivo di efficienza economica, ma solo per convenienza fiscale.

    Tassare una casa (ohhh i risparmi di una vita ) è ingiusto? E se permette di abbassare altre tasse a chi lavora e produce reddito (alla luce del sole), in un paese in cui chi evade poi reinveste nel mattone ?( quindi non parlo di chi evade per necessità, sia chiaro)? Boh! magari è nè ingiusto e nemmeno economicamente subottimale.

    Si dirà: ma tu devi controllare che uno non crei una società apposta per eludere ecc ecc.. Naturalmente ogni controllo ha un costo (implicito o esplicito). Quindi il legislatore alla fine fa quello che può, considerando la realtà “quasi statica e lentamente tendente ad evolvere”.

    Vorrei però fare un paio di osservazione sul contenuto dell’articolo, al prossimo post.

  18. 18

    Claudio Says

    @Silvano
    “Ma gente come Monti, Grilli e Saccomanni al di là del merito l’avete mai votata o ve la siete ritrovata al governo prima e dopo lo show per bambini (le elezioni)?”

    Ce la siamo trovata. Messa lì da manifesti incapaci, questi si votati dal popolo. Jeff Friedman, in un articolo a me caro, parlava di “Hobson’s choice of democracy”: We can be ruled either by a mass of ignoramuses or—to the extent that the ignorant public takes its cues from relatively knowledgeable elites, or is simply ignorant of the policies that elites enact —we can be ruled by a coterie of the doctrinaire.
    Per me la cosa più sorprendente di tutta ‘sta storia è che ultimamente nella tua “nuova” ottica-se la interpreto bene- sembra che siccome bisogna prendere atto che il mercato è imperfetto e gli agenti sono irrazionali, ignoranti e branco di pecore allora bisogna rivalutare la politica (monetaria e non) come mezzo per sistemare le cose. Pur condividendo la prima parte del discorso, fatico a cogliere il nesso tra questa e la seconda. Gli attori del gioco politico restano gli stessi di quello economico, solo inseriti in un meccanismo che ne massimizza i danni. Il discorso dei second best credo di averlo capito, ma non so se valga la pena di estenderlo ad libitum: d’accordo, il sistema non sarà completamente omeopatico, ma se l’unico medico a disposizione cura coi salassi mi sa che si va poco lontano…

  19. 19

    Biagio Muscatello Says

    @Silvano
    Preciso:
    1) Quando si parla (o, almeno, quando io parlo) di mercato, questo è inteso come sinonimo di concorrenza. Come sai, la pura concorrenza non è mai esistita; e non può esistere, perché ci sono sempre stati vincoli ‘istituzionali’ anche nelle società primitive. ‘Mercato’ e ‘concorrenza’ sono topoi dell’economia pura, modelli astratti. Le prime stagioni della scienza economica si sono sviluppate in questa prospettiva: nella realtà il puro agente è una finzione logica. In seguito gli economisti hanno cominciato a inserire nei modelli anche le variabili istituzionali. E anche valutare quale misura sia più distorsiva dell’altra implica delle premesse su quale sia lo standard ritenuto più efficiente.

    2) Quando io parlo di politici, non li distinguo dai ‘tecnici’ prestati a (o collusi con) la politica. Li vedo in perfetta osmosi.

  20. 20

    Silvano Says

    @Claudio
    La scienza politica, la sociologia, la storia economica, il diritto, la psicologia, c’è molto da ponderare. Non esiste uno stato di natura con una scatoletta bianca chiamata mercato e una scatoletta nera chiama politica da separare sennò si sporcano. Il mondo è grigio. Le scatolette sono modelli teorici, astrazioni a cui ricorriamo per meglio comprenderlo. I soggetti economici producono meccanismi istituzionali sia informali che informali e possono trovare nel ricorso alla coercizione un sistema efficace per superare problemi di free riding e incompletezza contrattuale. Non è socialismo, non è keynesismo è logica dell’azione collettiva e neoistituzionalismo. Considero la polis greca e successive evoluzioni (comuni, stati, nazioni) un qualcosa che ha prodotto anche configurazioni che hanno ampliato le possibilità di cooperare, circoscrivere i comportamenti anti sociali e ridurre il tasso di violenza. Gli esisti ovviamente non sono mai scontati e l’evoluzione è un processo costoso fatto di tentativi ed errori. Non sono anarchico e posso dormire sonni abbastanza tranquilli all’interno di stati nazione liberal democratici con un potere giudiziario e una corte costituzionale indipendenti. Sono abbastanza realista da pensare che chi ha mezzi economici dispone anche di potere egemonico così come chi dispone di mezzi egemonici può ottenere vantaggi economici. In genere, nel mondo “grigio” accadono entrambe le cose. Sono anche abbastanza convinto che le élites finanziarie lasciate a loro stesse abbiano mezzi e competenze tecniche per estrarre rendite e socializzare perdite. Con o senza stato e anche molto meglio di politici con la terza media che si vendono per quattro palanche.

  21. 21

    Claudio Says

    @Silvano
    Si, è il solito discorso che abbiamo già fatto anche di recente. Quello che mi risulta difficile non è comprendere l’esistenza e l’inevitabilità delle sfumature di grigio. E’ che nel momento in cui l’analisi non è più meramente descrittiva ma vuole essere anche parzialmente normativa (anche se non contiamo un cazzo:si fa per ragionare) scatta il caveat che il prof. cita appena sopra: “premesse su quale sia lo standard ritenuto più efficiente“. Preso atto che “chi ha mezzi economici dispone anche di potere egemonico così come chi dispone di mezzi egemonici può ottenere vantaggi economici” che possiamo fare? 1)gridare “ovvove, ovvove!” scandalizzati e fare girotondi in piazza per dirgli di smettere; 2)cercare di partecipare al banchetto, vendendosi per altre quattro palanche; 3)riconoscere che la natura umana è piuttosto mediocre ma che qualcosa può essere fatto per valorizzarne le potenzialità migliori, tramite la cooperazione. Di liberali a parole se ne trovano in tutte e tre le categorie ma quelli seri in genere son sempre stati nell’ultima, con alterne fortune. Certo, nella cooperazione è compresa anche la politica ma già Adam Smith, ancora lui, distingueva tra la science of a legislator, whose deliberations ought to be governed by general principles which are always the same e la skill of that insidious and crafty animal, vulgarly called a statesman or politician, whose councils are directed by the momentary fluctuations of affairs. Neanche lui credeva seriamente nell’esistenza della prima categoria ma intanto il messaggio c’era.
    Qui nessuno sta propagandando l’anarchia per non farti dormire la notte. Si sta dicendo, a partire dal post originario, che l’interventismo ha degli effetti collaterali che si possono anche liquidare dicendo “è sempre stato così dai tempi dei Babilonesi”, però gli effetti rimangono e poi se ne pagano le conseguenze. L’alternativa non è il mondo di Pangloss ma, di nuovo, qui non lo sta sostenendo nessuno, mi pare. Come dice Leonardo è questione di politica economica, la teoria accompagna solo fino alle sue soglie, poi son gusti.

  22. 22

    Leonardo IHC Says

    @Biagio
    Se le banche riuscissero a distinguere veramente tra buona e cattiva gestione, allora capirebbero anche il valore potenziale di una diversa gestione, di una certa internazionalizzazione, ma anche di prodotti e servizi innovativi. Per cose ulteriori magari servono enti più specializzati come venture capitalist.
    Il problema sta in quanto l’impresa banca è avversa al rischio o quanto la legge impone loro di esserlo, e il secondo problema oggi è pressante. Detto questo, il sistema bancario italiano ha sostituito i settoristi (specialisti valutatori del credito) con sistemi di rating (cioè punteggi arbitrari su dati storici) forse solo per ragioni di costi. Chiaramente il problema difficilmente è solo italiano. Mancando le competenz da settoristi, capisci che è dura che una banca sappia valutare un’innovazione genuina addirittura futura.

  23. 23

    Leonardo Says

    @Biagio
    Se da legislatore o regolatore imponi un certo grado di prudenza, lo formalizzi con indici su classi di credito avvantaggiano i titoli di Stato sul credito privato a sua volta scalato per forma tecnica e storicità, e stabilisci che l’osservanza di questi parametri dà accesso ai salvataggi, pensi il sistema si diriga all’innovazione?

  24. 24

    Silvano Says

    @Claudio
    Non dimenticare il costo dell’inerzia, visto che non sei in equilibrio. Valuta inoltre gli effetti voluti o meno delle azioni intenzionali degli altri su di te (concorrenza è rivalità). Una funzione di reazione nulla è tipica dei policymaker delle colonie, io valuterei meglio l’interesse nazionale.

    @Leo
    Basilea o non Basilea, il retail banking è lo strumento meno idoneo a finanziare R&D capital intensive.

  25. 25

    Claudio Says

    @Silvano

    I politici che sanno coniugare rispetto dei principi e interesse nazionale mi sanno di figura mitologica; quelli che curano uno solo dei due aspetti però mi preoccupano non poco (solo coi principi hai ideologi ottusi, ma pure l’interesse nazionale è concetto mooolto soggettivo: il termine è tradizionalmente usato per coprire di tutto). Ma noi abbiamo “risolto” il problema in un altro modo: con un sacco di personaggi al tempo stesso privi sia di idee coerenti che di virtù in senso machiavelliano. Anche questo comunque tu la guardi è parte dell’inerzia del momento e pone un problema qualora tu voglia sperare di uscire dal guano: qualcuno le decisioni cruciali le deve pur prendere. Te vedi gente adatta a giro? E se ci fosse, il popolo sovrano la voterebbe? In fondo anche queste considerazioni fanno parte del “grigio” mondo reale, no?

    N.B. Io la politica la vedo come l’arbitro nel calcio: è indispensabile e non se ne può fare a meno, a volte può persino salvare la partita ma la sua migliore prestazione resta quella in cui non fa danni e lascia che gli altri (i giocatori) diano il meglio. C’è nessuno che ha lavorato sulla metafora? :-)

  26. 26

    Biagio Muscatello Says

    @Leonardo
    Hai giustamente toccato il problema cruciale: lo stato attuale delle istituzioni del credito.
    Le istituzioni si evolvono per affrontare problemi inediti, che lo stato precedente aveva difficoltà a risolvere. Ma, come accade per tutte le creazioni umane, non tutte le novità hanno successo; e non tutti gli sviluppi sono positivi.
    E non è una ‘necessità naturale’ l’eternità del capitalismo. Questo è un’invenzione relativamente recente.
    Per un attimo, avevo fatto prevalere l’anima schumpeteriana che cova sotto la cenere…

  27. 27

    Leonardo IHC Says

    @Biagio
    le istituzioni si evolvono… e a volte si evolvono male, perché sono sempre creature umane. il sistema bancario ha sviluppato un mucchio di strumenti, ma è un fatto che lavorano di più in contesti anglosassoni che latini. Lo Stato si evolve, e a volte mette paletti, e a volte ne mette troppi e sbagliati, e guida ad esempio il sistema bancario a diffidare del credito per la piccola impresa in cui il titolare ha due lauree e con un paio di computer può tirar fuori servizi innovativi (quindi senza farsi le seghe di Silvano sul capital intensive e sulla R6D possiamo parlare anche di retail banking).
    A cosa servono queste discussioni? Servono a far capire a noi e ai pazzi che ci leggono in silenzio che l’evoluzione “spontanea” di certe istituzioni come lo Stato, se è stata “sensata” per un certo periodo, ora è andata fin troppo oltre ed è un fattore frenante dell’evoluzione delle istituzioni perché lo Stato stesso pretende di dirigere l’evoluzione.
    Ieri ero a un convegno, poi ne parlerò. Una cosa che non ha visto nessuno è stata la critica dell’ospite tedesco alla mania di alcuni sistemi bancari (Italia, Grecia…) di imbottirsi di debito nazionale, il che li rende troppo esposti alle crisi sovrane. Ok, tutti d’accordo. In quel contesto si difendeva anche la UEM e l’unione bancaria, perché servono regole a tutela dalla stabilità del sistema finanziario… peccato che mentre si stigmatizzano le banche italiane per aver troppo debito italiano si vada a varare un Basilea III in cui il rischio di liquidità di una banca viene “abbassato” prescrivendo l’acquisto di titoli di Stato del PROPRIO paese.
    Davanti a questo pasticcio – o schifo – mi chiedo: è “spontanea” questa evoluzione normativa, o è una perversione propria di un apparato statale (e sovranazionale, nel caso, che è già evoluzione di quello statale) che ERRONEAMENTE è andato “oltre” l’evoluzione?
    Ok, noi non possiamo dire dove è la linea del “troppo”, ma che quel che abbiamo è già “troppo”, si può dire o dobbiamo accettarlo perché “è l’evoluzione, baby”?

  28. 28

    Biagio Muscatello Says

    @Leonardo
    Un’affermazione, per cominciare: Evoluzione non è miglioramento.

    2 Domande:
    1) L’evoluzione è la stessa cosa di “ordine spontaneo”? No.
    L’evoluzione è positiva, se gli agenti e le istituzioni riescono a comprendere e far funzionare i principi sottostanti a quest’ordine, che non è il risultato della ragione, e non è manipolabile dall’uomo.

    2) L’efficienza (vera o supposta) di un sottosistema comporta effetti positivi su altri sottosistemi?
    Tutto avviene in un ambiente competitivo. La cooperazione non è solidarismo buonistico. Un sottosistema che funzione esercita innanzitutto un’azione esemplare sugli altri (vedi Hume).
    Per il resto, vale il proverbio: chi pecora si fa, il lupo se la mangia.
    Il che non toglie che si può contrattare tutto; ma senza aspettarsi arrendevolezze. Che non ci saranno.

  29. 29

    Silvano Says

    @Leo
    Il retail banking non ha per natura tempo da perdere con la valutazione di progetti di R&D di piccola scala. Ce ne hanno poco anche i mercati finanziari per quanto riguarda la ricerca e sviluppo in aziende quotate e strutturate. Lo Stato non c’entra. E’ finanza aziendale. Sono progetti lunghi, incerti su asset intangibili, dove l’equity, l’autofinanziamento e il venture capital sono le fonti naturali di finanziamento visti i rilevanti problemi di asimmetrie informative e costi di agenzia. Il ruolo autonomo della grande impresa nei processi di ricerca e sviluppo è colto e delineato anche da Schumpeter in Capitalismo, Socialismo e Democrazia.

    Nelle PMI e nei i distretti industriali la ricerca avviene in modo “tacito” (cioè in assenza di staff dedicati riportati in bilancio) e tramite processi di “fertilizzazione” lungo la catena del valore (un processo più hayekiano rispetto alla struttura multidivisionale di Schumpeter). Il retail banking è un prodotto relativamente di massa per i fabbisogni di circolante, scorte e investimenti fissi a medio lungo termine o al più di supporto nelle operazioni di finanza straordinaria. Finanzi l’impresa, poi questa nel rispetto dei vincoli di liquidà dedica le risorse generate dai cash flows o dagli apporti dei soci (quando ci sono).
    Basilea II in un’ottica di contenimento e classificazione del rischio ha finito per incidere sui processi decisionali burocratizzando l’erogazione. Per un tessuto imprenditoriale come il nostro una maggior dose di discrezionalità unità all’accountability era preferibile. Ormai l’hanno capito anche gli imprenditori che un funzionario di un credito cooperativo ha più autonomia di un omologo di un gruppo bancario.

    Mancano gli specialisti è vero. Questi però erano il frutto di un sistema creditizio regolamentato, molti si sono persi col passaggio al modello di banca universale.

  30. 30

    Biagio Muscatello Says

    Ahimé, Non ci sono più i banchieri d’una volta, affamatori del popolo, ma audaci e intraprendenti; che finanziavano pure l’innovazione e, quando le cose andavano male, rimanevano in braghe di tela!..
    In un certo senso, il mondo del credito è gestito burocraticamente; ma non nel senso della razionalità burocratica di Weber, massima espressione dell’agire d’impresa (calcolo del capitale). Si tratta, invece, di una burocrazia di tipo “amministrativo” (nel senso di Weber).

  31. 31

    walter Says

    Io volevo rimanere più sul pezzo e per questo chiedo (un pò tardi) a Muscatello: perchè Hayek fa questa contrapposizione salari (alti) profitti (bassi)?

    In una crisi calano entrambi, anche perchè basta pensare alla realtà di piccole imprese familiari per capire come profitti e salari siano strettamente collegati. Il salario dell’imprenditore individuale è il suo profitto, mentre ogni salario attualmente pagato in una economia può diventare un reddito d’impresa (qualora uno o più ex operai si mettano in proprio creando una nuova società). Non capisco nè il nesso causale inverso profitti salari, nè eventuali correlazioni.

    Attriti e ritardi nascono con mercati dei beni relativamente liberi ma affiancati da mercati del lavoro e della moneta manipolati (e combinazioni varie in mezzo). Partiamo dal capire che non viviamo in economia con “mercati” simmetricamente liberi. Alcuni settori lo sono, molti altri no. Ma il problema è l’asimmetria nell’assetto, non il funzionamento naturale dei mercati.

    Chi prima, chi dopo, chi di meno, chi di più, in una economia in crisi profitti e salari calano insieme e il calo dell’uno peggiora l’altro (se pensiamo all’economia chiusa questo è evidente, ma vale per ogni economia aperta che non può permettersi eccessivi squilibri commerciali prolungati e in cui quindi diminuzione dei salari interni => calo della domanda interna => calo dei ricavi interni =>effetto netto presumibilmente negativo sui profitti).

  32. 32

    Biagio Muscatello Says

    La risposta a Walter in un pezzo che sta per uscire.

  33. 33

    Leonardo Says

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