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Hayek e Mises – Autobiografie a Confronto (parte II)

September 29th, 2010 by Leonardo

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di Biagio Muscatello, Università di Siena


Prosegue su IHC l’indagine del professor Muscatello sul confronto tra Mises e Hayek iniziato la scorsa settimana con lautobiografia di Mises. Di nuovo grazie, professore, sia per gli articoli che per il dibattito successivo.

 

L’Autobiografia di Hayek

Nella ricognizione autobiograficai del suo percorso intellettuale, Hayek, sollecitato dai suoi intervistatori, sintetizza i temi principali della sua ricerca e chiarisce la natura delle relazioni tra le sue prospettive teoriche e quelle degli autori con i quali si è confrontato nel corso della sua vita.

Nella ricostruzione che egli fa negli anni ’70, i problemi teorici messi a fuoco possono essere riassunti sotto questi titoli:

1) Il calcolo socialista, 2) Il metodo a priori, 3) I concetti di Equilibrio e di Ordine, 4) Il capitale e i cicli economici, 5) I rapporti con Keynes.

Naturalmente, questi punti sono chiavi diverse per svelare uno scenario complesso, nel quale le persone – i suoi maestri di un tempo e i suoi amici e conoscenti – rappresentano visioni e soluzioni alternative.

 


Qui accennerò solo ad alcuni di questi punti, che si prestano bene a un primo sommario confronto, riservandomi di trattare successivamente gli altri.

1) Hayek riconosce a Mises il merito di aver iniziato il dibattito sul calcolo socialista e storicizza le fasi di questo dibattito, evidenziando le argomentazioni via via addotte dai socialisti in risposta alle critiche di Mises:

a) In una prima fase, essi sostennero che i calcoli erano inutili per la determinazione del valore;

b) Poi credettero di poter «sostituire i valori con calcoli matematici»;

c) Quindi teorizzarono la possibilità di una «competizione socialista».

Argomentazioni destinate a svanire nel nulla – osserva Hayek – il quale tuttavia nota (ivi, 199):

«Se Mises, invece di dire semplicemente che senza un mercato i calcoli sono impossibili, avesse invece sostenuto che senza un mercato le persone non saprebbero che cosa produrre, quanto produrre, e in che modo produrre, allora la gente avrebbe potuto capirlo. Ma non si è mai espresso in questi termini. Secondo Mises, tutti avrebbero capito le sue parole, ma non andò così».

Si può subito notare la differenza rilevabile nel significato attribuito al calcolo. Mises lega la possibilità del calcolo all’uso della moneta. Hayek lo vede connesso alla struttura dei prezzi, ai valori relativi dei beni, alle differenze tra i saggi di profitto ottenuti dai vari impieghi delle risorse (anche a prescindere dall’uso della moneta). È quella differenza che si protrarrà nel corso degli anni, e che manterrà Mises ancorato al criterio delle preferenze temporali e spingerà Hayek a difendere la centralità del criterio di produttività – benché i due criteri, di per sé, non siano confliggenti.

In un dialogo degli anni successivi, il solco tra i due sembra approfondirsi. Hayek critica l’utilitarismo e spiega i limiti delle critiche di Mises al socialismo, con l’adesione dello stesso Mises al razionalismo utilitarista. Se è vero che il capitalismo ha adottato metodi razionali, è anche vero – sottolinea Hayek – che alcuni dei fattori che ne hanno decretato il successo sono il risultato di una tradizione morale e non delle nostre facoltà intellettuali, «della selezione di gruppo e non di quella individuale» (ivi, 105). Hayek cita due istituzioni, che nessuna ragione ha «inventato», e senza le quali il capitalismo non esisterebbe: la proprietà privata e la famiglia (cioè, la trasmissione della proprietà, legata all’orizzonte di scelta presente/futuro).

L’argomento conclusivo di Hayek è il seguente: noi rimproveriamo ai socialisti la presunzione di saper gestire centralmente la produzione in modo più razionale ed efficiente; ma rischiamo di compiere un errore analogo, se pensiamo che la ragione utilitaria (ivi, 105) «ci permetta di sistemare qualsiasi cosa razionalmente» (il sogno di Bentham).

A proposito delle idee utilitarie, Hayek formula una distinzione illuminante: egli accetta l’utilitarismo di Hume – che definisce «generico», perché esso teorizza «la superiorità di un ordine che si produce quando tutti i membri obbediscono alle stesse regole astratte, perfino senza capirne l’importanza»ii; mentre rifiuta l’utilitarismo di Bentham – che è definito «particolarista», perché esso presume che una società complessa possa essere controllata nei dettagli.

2) Retrospettivamente, Hayek ricorda il suo articolo del ’37 (“Economics and Knowledge”) nel quale criticava il metodo proposto da Mises:

«L’articolo era un tentativo di convincere Mises stesso che egli sbagliava quando asseriva che la teoria di mercato era un a priori; solo la logica delle azioni individuali era un a priori, ma nel momento stesso in cui si passava da questo all’interazione di molte persone si entrava in un campo empirico»iii.

Nell’ottica di Hayek, i principi dell’azione di Mises sono a priori (cioè, sono pura logica), solo se si considera il singolo individuo, le cui azioni possano essere interpretate come parte di un piano.

Ma che significa questa distinzione hayekiana tra individuo e mercato? Il suo ragionamento (implicito) sembra il seguente:

A) È teoricamente possibile – benché molto difficile – che i piani di un individuo siano realizzati, nell’ipotesi che tutto il resto (compresi i piani altrui) rimanga costante: la difficoltà è legata al fatto che l’individuo in questione può cambiare i suoi piani in ogni istante.

B) Sarebbe perfino possibile immaginare le condizioni per l’esecuzione dei piani del general manager di un’economia pianificata (al servizio di un sistema coerente di fini), nell’ipotesi che certe condizioni rimanessero costanti – le prime due Parti della Pure Theory sono una rappresentazione raffinata dei criteri di razionalità che dovrebbero ispirare questo general manager di una società comunista.

C) Ma è del tutto impossibile conoscere e prevedere i piani di molti individui che agiscono autonomamente in un mercato. In questo caso, il semplice ricorso ai principi a priori non permette di cogliere la complessità del reale (ciò che gli individui, le aziende e – in un contesto ‘keynesiano’ – i governi effettivamente fanno o stanno per fare). Le indagini quantitative sono perciò indispensabili, per rilevare ex post la natura e la misura degli scostamenti rispetto a quello che ora pare l’uso corretto che si sarebbe dovuto (o che si dovrebbe) fare delle risorse.

In “Economics and Knowledge”, Hayek si chiedeva come si potesse passare dalla logica dell’analisi a priori all’indagine sui rapporti causali dell’economia reale. Dal suo punto di vista, l’unico modo legittimo di usare il concetto di equilibrio era quello di supporre che nell’agire vi fosse una tendenza verso l’equilibrio. Questa tendenza era vista come un processo di adattamento, nel quale la logica della scelta era anche un esercizio di formazione e miglioramento delle conoscenze. Perciò, la tendenza verso l’equilibrio in un mercato indicava la tendenza al raggiungimento di una maggiore compatibilità tra i piani di molte persone nel corso del tempo. Ma un’Economia che si proponga di studiare simili processi – scriveva Hayek – «ceases to be an exercise in pure logic and becomes an empirical science»iv. Egli si limitava ad enunciare in termini generali questa conclusione: non indicava particolari ricerche empiriche (cosa che avrebbe fatto in seguito, a partire da “Profits, Interest and Investment”).

3) Mises rifiuta il convenzionalismo, il fisicalismo e la psicologia comportamentistica: il campo dell’azione umana non è quello dell’arbitrio, ma nemmeno quello della necessità fisica. La logica di Mises suppone il dualismo tra realtà e pensiero.

Hayek crede che la realtà sia inattingibile: l’ordine fisico e l’ordine mentale sono reciprocamente irriducibili. Il dualismo tra realtà e pensiero non preclude, ma stimola, gli sforzi per migliorare la conoscenza (l’ottica è quella di Popper) e l’adattamento. Perciò egli concentra la sua attenzione sulla struttura dei processi conoscitivi.

Oltre al generale dualismo tra pensiero e realtà, Hayek evidenzia un altro tipo di dualismo, che riguarda una particolare realtà, quella dei fenomeni sociali. Questi rivelano la presenza di forze non fisiche, che resistono alla nostra capacità di conoscenza e di controllo, e tuttavia esercitano realmente il loro potere su di noi: sono i principi di ordine spontaneo. Hayek tende a vedere nei fattori reali – in quanto distinti dai fattori monetari – gli strumenti attraverso i quali questi principi di ordine agiscono nella sfera economica. Questo aspetto del pensiero di Hayek è assolutamente originale: non vi è nulla di simile né in Popper, né in Mises.

Conclusioni (parziali e provvisorie)

Sarebbe miope giudicare le note di Hayek ingenerose nei confronti di Mises; e non approfondire le ragioni di quella che è una divergente valutazione degli strumenti intellettuali ritenuti idonei al perseguimento di fini (culturali e politici) sostanzialmente condivisi. Essi hanno gli stessi avversari. Mises non si rammaricava per le divergenze espresse da Hayek; e questi ha sempre manifestato la sua stima nei confronti del suo vecchio maestro. Ma Hayek non si sente legato ad una scuola: la sua scuola e i suoi interlocutori sono tutti quelli che – nel presente o nel passato – hanno cercato soluzioni ai problemi della teoria economica.

 

i Hayek su Hayek, a cura di Kresge S. e Wenar L., Ponte alle Grazie, Firenze, 1996.

ii Hayek, Studi di filosofia, politica ed economia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1998, 177.

iii Hayek su Hayek, 104.

iv Hayek, “Economics and Knowledge”, in Individualism and Economic Order, The University of Chicago Press, 1992, 44.


11 Responses to “Hayek e Mises – Autobiografie a Confronto (parte II)”

  1. 1

    Pietro M. Says

    Tutte le critiche di Mises ad Hayek in realtà possono essere inglobate nell’epistemologia di Mises senza problemi. Purtroppo se di Mises si prende la Teoria e si tralascia la Storia si arriva ad un iperrazionalismo alla Rothbard che non rende minimamente giustizia al pensiero misesiano, e sono sempre stato sorpreso dal constatare che Hayek non se ne rendesse conto.

    Il problema di Mises è che non trasse mai le dovute conclusioni da certe sue considerazioni diciamo “Hayekiane”, il risultato è che molte cose che sarebbero state fondamentali per capire meglio certe teorie di Mises sono rimaste da lui non sviluppate – e poi ci ha pensato Hayek.

    Dire che la teoria economica deve essere empirica non ha senso: la teoria economica è una logica: è la logica degli strumenti che usiamo per comprendere la realtà economica. Qui non sto dicendo nulla: è così che Mises definisce la teoria.

    Quello che è empirico è il problema della rilevanza – quello che Mises considerava il processo necessario di understanding che sta alla base delle ricerche storiche: io posso analizzare la logica delle intenzioni (ex ante), ed è questa che rende l’azione umana comprensibile, ma per applicarla alla realtà devo postulare una qualche relazione tra intenzioni e risultati (ex post).

    Ex ante i piani individuali sono sempre ordinati. Ex post si possono scoprire errori: la rilevanza empirica della teoria dipende da “quanto ci si azzecca” perché tutta la logica della scelta dell’universo non servirebbe a nulla se non ci fosse alcun legame tra intenzioni e risultati.

    Il problema ex ante/ex post non è un problema di coordinamento interindividuale: è presente anche in Robinson. Però a livello interindividuale abbiamo anche la discoordinazione ex ante (incompatibilità tra piani) cosa che a livello individuale non c’è: qui abbiamo un contributo fondamentale di Hayek, ma non è un contributo nuovo, è un chiarimento della posizione di Mises. Se infatti interpretassimo Mises come un teorico dell’equilibrio (come sembra fare, incomprensibilmente, Hayek quando parla di logica pura della scelta) non capiremmo nulla delle sue teorie: è evidente invece che Mises non ha mai supposto che i piani fossero coordinati nel mondo reale, semplicemente non ha teorizzato a sufficienza sulla questione.

    Un altro difetto di Mises – oltre ad aver accennato alla rilevanza senza trarne le dovute conclusioni, e ad aver assunto l’incompatibilità di piani senza averla investigata in dettaglio – è (come riportato nel testo) aver parlato di impossibilità del calcolo economico senza insistere sul perché era fondamentale.

    Infine, un altro problema in cui Mises cade vittima delle sue stesse categorizzazioni, riconoscendone i limiti ma trascurando di investigarli, è la teoria dell’errore imprenditoriale nel ciclo economico: Mises asserisce che lo studio delle aspettative degli imprenditori è uno studio “storico”, e non teorico, perché dipende dall’unicità cognitiva e informativa del singolo imprenditore. Il risultato è che le aspettative hanno sia un ruolo fondamentale (perché il processo di mercato è un processo storico) che un’importanza residuale nella teoria (che ne esclude un’analisi dettagliata per costruzione).

    Così, quando Lachmann dice a Mises che la teoria austriaca del ciclo eocnomico non dimostra che ci saranno errori imprenditoriali, Mises si limita a rispondere che si tratta di una generalizzazione empirica, che finora gli imprenditori hanno sempre errato, e che concepibilmente in futuro potrebbero smettere di errare, anche se è improbabile.

    Ancora oggi la teoria austriaca del ciclo ha lo stesso problema: non si può parlare di errori senza fare riferimenti alle aspettative, e per arrivare ad una teoria dell’errore occorre avere una teoria delle aspettative, dei processi cognitivi, e del flusso di informazione. Siccome una tale teoria non esiste – e forse non può esistere a priori per i problemi mostrati da Mises – ancora oggi la teoria è incompleta proprio sul suo punto fondamentale.

    Io personalmente non sono affatto convinto che sia necessario modellizzare l’imprenditore: i processi cognitivi li lascerei volentieri agli psicologi, e mi limiterei a considerazioni prettamente economiche. Però una teoria dell’errore imprenditoriale richiede un’analisi di come i prezzi e la moneta influenzino la coordinazione individuale nel processo economico. Se forse si può non ricorrere alla psicologia, perlomeno occorre ricorrere ad una serie di considerazioni che non possono essere puramente logiche e richiedono di investigare la coordinazione effettiva del mercato.

    In definitiva abbiamo dunque un percorso di questo tipo:

    Mises ha un’idea geniale e ne capisce le implicazioni generali. Poi forza tutto in categorie abbastanza rigide e apparentemente iperrazionaliste, ma cita le eccezioni e le interrelazioni tra queste categorie, senza però trarne le dovute conclusioni, e rimanendo in parte prigioniero delle sue stesse categorizzazioni. Infine Mises dimentica di investigare i dettagli di ciò che dice, passando dall’intuizione alla conclusione con qualche salto logico.

    Hayek parla con Mises e ne acquisisce sia le intuizioni geniali, che le conclusioni generali, che le limitazioni sui dettagli. Poi sviluppa questi dettagli e fornisce nuove intuizioni geniali (come il knowledge problem e la rule of law – che però Bruno Leoni sviluppa prima, partendo da Mises: fu Leoni poi ad influenzare Hayek su questo punto) che servivano a completare le argomentazioni che Mises aveva lasciato appese.

    Non desta quindi alcuna meraviglia che Mises in letto di morte abbia detto “ci vuole un altro Hayek”: avere un discepolo così geniale, e così complementare ai suoi difetti (Mises spesso non vede i dettagli, mentre Hayek invece ci perde fin troppo tempo), è la più grande fortuna che possa capitare ad uno studioso.

    E’ però un mistero filologico come Mises sia passato alla storia come un iperrazionalista… che ci sia cascato Rothbard lo capisco, che ci sia cascato anche Hayek è meno comprensibile.

  2. 2

    Biagio Muscatello Says

    @ Pietro

    – “Dire che la teoria economica deve essere empirica non ha senso”

    Giusto! Ma il soggetto della frase di Hayek, da me citata, non era “Economic Theory”, bensì “Economics” (che ho tradotto con “Economia”).
    Per Menger, esistevano discipline economiche di due tipi: teoretica ed empirica: lo studio delle leggi esatte appartiene alla prima categoria. Hayek si pone sulla scia di Menger, valorizzandole entrambe. Mises sottovaluta il secondo tipo di discipline.

    – “Il problema ex ante/ex post non è un problema di coordinamento interindividuale”

    La distinzione di Hayek tra individuo e mercato non implica l’esclusione della dimensione tempo dall’ottica individuale: la continua mutabilità dei piani individuali è basilare nella sua analisi.
    Con quella distinzione – secondo me – Hayek vuol dire: noi non potremo mai avere una teoria dell’azione aggregata di tutti gli agenti in un mercato; non esiste un mercato tipico come insieme, al quale possiamo attribuire proprietà logiche specifiche: possiamo solo supporre che ciascuno degli agenti agisca come l’individuo tipico. L’unica logica economia è quella dell’agire individuale: non a caso si parla di individualismo metodologico. Data la differenza tra le capacità, facoltà, proprietà individuali, il grado di approssimazione all’agire tipico è molto vario – e quindi la misurazione degli “scostamenti” (analisi empirica) deve integrare la teoria pura.
    Naturalmente, anche la distinzione tra individuo e mercato è puramente teorica: l’individuo di cui si parla è sempre l’individuo tipico. Gli individui empirici, invece, devono sempre arrabattarsi e puntualmente sbagliano…

    – … Ecco perché ha ragione Mises quando (riassunto da Pietro) dice che:
    “Lo studio delle aspettative degli imprenditori è uno studio ‘storico’”.

    Non occorre che la teoria austriaca “dimostri che ci saranno errori imprenditoriali”.
    Gli errori sono dati di fatto e non hanno bisogno di essere “dimostrati”: quello che possiamo fare è comprendere la differente natura dei medesimi, la loro distribuzione temporale, etc., dopo averli constatati empiricamente; ricercare e comprendere le ragioni (e indagare i contesti extra-economici) che favoriscono o frenano la loro frequenza statistica; alla luce, certo, della logica economica, perché i fatti senza teoria sono ciechi.

    – “Ci è cascato” Hayek?
    La logica economica di Hayek non diverge rispetto a quella di Mises (se non in qualche dettaglio).
    E Hayek, dopo avere scritto la Pure Theory, come avrebbe potuto accusare Mises di eccesso di razionalismo?

    P.S. Ringrazio Pietro per la sua attenzione e il suo impegno; così come ringrazio Leonardo e Silvano.
    Credo che, con persone come voi, il nostro paese abbia un futuro.

  3. 3

    Pietro M. Says

    Io non voglio essere il futuro dell’Italia, perché il futuro dell’Italia è come il sedere degli scimpanzé: rosso e pieno di m…a 😀

    Sulla questione degli errori, il problema è che Mises aveva ragione ma in maniera irrilevante: il problema fondamentale era posto sul lato della sua epistemologia di cui si interessava di meno (la Storia). Questo è uno dei limiti di Mises – però è anche un problema attuale della teoria austriaca del ciclo.

    Infatti senza una teoria del perché gli errori avvengono ci sono due problemi, uno metodologico e uno economico (più importante).

    Sul piano misesiano non è possibile accettare una generalizzazione empirica – per quanto verosimile – perché non è teoricamente a priori, cioè non è dedotta da principi primi.

    Sul piano economico abbiamo che gli errori ci sono, ma non possiamo ricondurli alle loro cause. Per quanto assurdo possa sembrare, senza una teoria degli errori non è possibile discriminare tra la teoria degli animal spirits e la teoria austriaca. Infatti empiricamente le due teorie sono analoghe, solo che nel primo caso l’instabilità è connaturata al mercato, nel secondo è invece creata o amplificata dalla politica. Questo è un problema notevole per la teoria, indipendentemente dalla verosimiglianza della nozione di errore.

    In altri termini, abbiamo il problema del non-finalismo: se assumiamo che il mercato non è perfettamente coordinato, occorre che la teoria ci dica quanto è reso ancor meno coordinato dalla politica. Se la politica causasse il 2% del ciclo, mentre il resto fossero animal spirits, ad esempio, ci sarebbe poco da dire a favore della tesi austriaca.

    Purtroppo il problema nasce dal fatto che le cause non sono osservabili e dunque non possono essere ottenute per generalizzazione empirica: non è lecito dire che una cosa invisibile (la causa) viene spiegata a partire da una cosa invisibile (il meccanismo di trasmissione della politica monetaria), l’unica via di uscita è microfondare il secondo per riuscire a valutare il suo effetto sulla prima.

  4. 4

    silvano Says

    La differenza tra la visione austriaca e gli animal spirtis non è soltanto una questione di microfondazione dell’errore. Il processo di mercato è tendenzialmente autocorrettivo ma mai perfetto, evolutivo e generatore di ordini sponanei (anzi sarebbe più corretto dire che si influenzano vicendevolmente). La perfettibilità discende dalla natura umana. La mancanza di coordinamento real time o la distanza dall’equilibrio ottimale, così come l’incapacità di raggiungerlo non è un problema in sé, ovvero un problema strutturale del mercato che necessita di azioni correttive esterne a mezzo di decisioni prese centralmente volte a massimizzare l’efficienza allocativa. L’imperfetta efficienza allocativa è un fattore di secondo piano di fronte all’efficienza dinamica derivante dall’esercizio della libertà. Un assetto istituzionale limitativo delle forze di mercato e centralizzato nell’impiego della conoscenza, qualora possa anche approssimarsi o raggiungere temporaneamente un supposto optimum nell’allocazione è inefficiente sotto il profilo evolutivo. La distinzione non riguarda semplicemente le cause dell’errore, ma il modo di porsi rispetto all’ “anarchia del mercato”, rispetto all’apparente caos che scaturisce dal decentramento decisionale, dalla libera divisione del lavoro e dalla dispersione della conoscenza. In una metafora: sorreggere il corpo con un busto può far assumere una postura più corretta ma rende flaccida la muscolatura fino a limitare le capacità di movimento del corpo.

  5. 5

    Biagio Muscatello Says

    A) “Perché gli errori avvengono”?

    1) Spiegazione a priori metafisica: perché gli uomini non sono esseri perfetti. Questa non è teoria economica e non è austriaca. Questa visione metafisica dell’imperfezione non implica necessariamente l’esistenza di un Essere perfetto: implica solo la nostra capacità intellettuale di distinguere un essere tipicamente imperfetto da un essere tipicamente perfetto. Non è un problema di esistenza (o di fatto) – a meno che non ritorniamo a S. Anselmo d’Aosta.

    2) Spiegazione a priori empirica: Constatiamo gli errori, quando ci accorgiamo che le nostre scelte precedenti non sono state adeguate e comprendiamo che possiamo fare meglio, imparando dagli errori (nostri e altrui). Il concetto austriaco di economia implica l’errore: avvertire il bisogno (e decidere) di riallocare parte delle risorse è il fondamento della teoria austriaca dell’errore. E questo è un a priori.
    Ma la teoria del bisogno ha un’estensione più ampia della teoria dell’errore, perché è connessa anche alla spiegazione n° 1 (metafisica).

    B) Scostamenti (concetto che Pareto correlava alle approssimazioni), residui e animal spirits

    Una teoria empirica degli errori implica indagini empiriche, per valutare misure e tipi degli scostamenti rispetto all’agire tipico (il modello dell’attore economico di Menger, Mises, Hayek).
    Le cause degli scostamenti sono di varia natura: possiamo cercare di sceverare e distinguere quanto vogliamo; ma permangono sempre dei residui, non individuabili con esattezza e non formalizzabili (perché concrezionati in strutture complesse). La teoria dei residui è stata esplicitamente formulata da J. S. Mill e Pareto, ma è presupposta anche da Mises e Hayek.
    Gli animal spirits sono sempre in azione: per Hume, anche un agire ‘razionale’ ha bisogno di animal spirits, che – in quest’ottica – non producono scostamenti: semplicemente, rendono possibile l’azione.

    C) E la politica?

    La sua “efficacia” nel produrre scostamenti è stata teorizzata su solide basi, e verificata sul piano empirico. Forse, possiamo assegnarle una posizione in una scala, confrontandola con altri fattori di disturbo, ma non quantizzarne la percentuale assoluta, anche se possiamo approssimarci a un miglior grado di controllo empirico. Ma forse è bene non seguire fino in fondo il tentativo di Bentham, che voleva misurare e confrontare i piaceri e i dolori degli individui e della collettività!..
    I meccanismi di trasmissione della politica monetaria non sono osservabili fisicamente? Le cause si deducono dagli effetti, sulla base di criteri di osservazione che suppongono ipotesi a priori (la “deduzione inversa” di Mill).

  6. 6

    Pietro M. Says

    mi spiego meglio.

    senza assumere la soluzione a priori, è possibile distinguere empiricamente le due proposizioni:

    “i cicli economici sono causati dall’intervento della politica sul sistema bancario”

    “i cicli economici sono generati da errori nel processo economico che si generano automaticamente al suo interno”

    siccome i cicli economici sono sempre esistiti anche prima delle banche centrali, ma siccome un sistema monetario libero da interventismi statali non è mai esistito, non esiste nessun motivo per preferire una spiegazione all’altra.

    se ci fosse una teoria, allora il problema sarebbe risolto, ma siccome c’è un buco, rimaniamo appesi.

  7. 7

    Biagio Muscatello Says

    I fenomeni concreti sono sempre complessi: hanno molti padri (o madri). E anche le teorie dei cicli sono molte.
    Ciò che distingue l’attuale congiuntura è il ruolo che ha assunto (o si è arrogato) la politica – e che, purtroppo, è stato accettato e/o sollecitato da quasi tutti!
    Certo, in ogni epoca del passato i sovrani, i governi, gli ierocrati, etc. sono intervenuti più o meno pesantemente nella sfera economica: e infatti abbiamo avuto epoche di progresso più o meno accentuato, ma anche di stagnazione, di decadenza, etc., a seconda della loro lungimiranza o miopia.
    Ma non c’è direzione unilineare negli eventi umani e non c’è un ‘progresso’ garantito.

  8. 8

    silvano Says

    @biagio
    Mi correggo: la percezione della realtà è soggetta a limitazioni e differenziazioni, così come la diffusione della conoscenza. I rapporti intersoggettivi che instauriamo non ci garantiscono neanche essi un perfetto sincronismo. Ex ante, per ogni soggetto, il corso d’azione che sta per intraprendere è valutato come migliorativo, a posteriori verificherà la fondatezza delle sue valutazione e come il suo agire si è rapportato alle azioni altrui nel trascorrere del tempo. Il problema della cordinazione lascia aperti spazi di miglioramento che verranno riconosciuti come tali nelle successive ricognizioni dei fatti accaduti (propri e altrui). Ho condensato il tutto in una proposizione dal sapore metafisico. In realtà avevo in mente Ricossa non S. Anselmo d’Aosta.

    Escludere l’errore dalla teoria austriaca equivale ad escludere il profitto puro. Lo stessa nozione di cordinamento perderebbe il senso che le viene attribuito e si ridurrebbe ad una mera questione di ignoranza razionale.

    Il contesto normativo influenza i processi di mercato. In che direzione o con quali caratteri ? Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare in che misura il suddetto contesto interagisce con i) la tendenza equilibratrice delle forze che conducono all’arbitraggio, ii) le capacità di guida dell’innovazione e della scoperta imprenditoriale, iii) i processi di produzione e accumulazione. Una analisi adeguata dei fenomeni monetari deve comprendere tutti questi aspetti. Ci si può ritenere soddisfatti quando la teoria rende intelligibile l’agire economico, dove intelligibile non significa necessariamente prevedibile strictu sensu.

  9. 9

    Biagio Muscatello Says

    @ Silvano
    S. Anselmo era solo un’allusione alla prova “ontologica” dell’esistenza di Dio.

    “Escludere l’errore dalla teoria austriaca equivale ad escludere il profitto”

    Forse ti riferisci al profitto imprenditoriale straordinario (‘schumpeteriano’), che non esiste in condizioni di equilibrio…

    E’ sempre esistito ed esisterà sempre un contesto normativo. Anche la moneta – ahimé – è diventata un puro contesto normativo.

  10. 10

    silvano Says

    @Biagio
    Sì, mi riferisco al profitto imprenditoriale puro. Come descritto da Kirzner. Il quale ha una prospettiva diversa rispetto a Schumpeter, ma da cui è fortemente influenzato. Del resto vedere in Kirzner una semplice evoluzione delle idee di Mises è eccessivamente riduttivo e un po’ ingeneroso nei confronti di Schumpeter. Nel processo di mercato l’ “arbitraggio” è una forza omogeneizzante mentre l’ “innovazione” inserirce elementi di eterogeneità. Su questo ultimo punto il contributo di Schumpeter è innegabile. E del resto sei stato tu a indirizzare un po’ della mia attenzione sulla “pecora nera” :) Per non allargare eccessivamente il discorso, sintetizzo dicendo che l’assenza di errore è concepibile soltanto nel costrutto della evenly rotating economy, dove appunto non vi sono profitti puri e anche la moneta è un semplice numerario. Tale costruzione ha finalità analitiche. Se la identificassimo con l’economia stessa, Hayek (correggimi se sbaglio) ci rimproverebbe per eccesso di realismo concettuale.

    Il contesto normativo è ineludibile. E in esso includo non solo i fattori strettamente politico – istituzionali, ma anche quelli morali e culturali forieri di conseguenze sia nella determinazione delle preferenze sia nella determinazione di norme che tendono ad essere seguite con una certa spontaneità.

    Non credo che la moneta sia riducibile ad una gestione politica e centralizzata in modo perenne ed “impune”. Credo però che possano essere compiuti molti danni mentre si tenta di farlo.

    PS: l’imprenditore di Schumpeter, l’entepreneurship di Mises, la funzione imprenditoriale pura – distinta da quella economizzatrice – di Kirzner sono un argomento che da solo giustificherebbe una ampia trattazione..:)

  11. 11

    Biagio Muscatello Says

    @ Silvano
    La evenly rotating economy è l’equilibrio stazionario, che è solo il primo passo di una pura esercitazione intellettuale: questo concetto esclude a priori l’innovazione.
    La mia osservazione sulla moneta è stata preceduta da un “ahimé”, per definire il dannatissimo percorso in cui siamo stati cacciati da decenni di dissennata politica monetaria. Se decidono tutto i governi, vuol dire che la moneta è stata sottratta ai legittimi proprietari: i produttori di beni, servizi e ricchezza.
    Non mi riesce di farti critiche. Per pura pignoleria, ti faccio solo notare che identificare l’economia con l’equilibrio stazionario non sarebbe eccesso di realismo, ma di semplificazione ideale.
    Ah, questi banchieri teorici!..
    A proposito di banchieri: notizie di Leonardo? Sarà stato precettato da… Passera!

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