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Hayek, Nozick e l’Individualismo nelle Teorie Liberali – Considerazioni sull’articolo di Sollazzo

February 23rd, 2012 by Leonardo

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Questo pezzo è una sorta di “rejonder” all’articolo “L’individualismo nelle Teorie Liberali” di cui il prof. Sollazzo ha gentilmente concesso la pubblicazione su IHC.

di Silvano, IHC

L’agente rappresentativo, il massimizzatore di utilità dell’economia neoclassica o Mister Max U (come scherzosamente “ribattezzato” dall’economista libertaria Deidre McCloskey) è decisamente un tipo iposocializzato. Probabilmente, tracciando una linea ai cui estremi opposti possiamo porre rispettivamente le rappresentazioni iposocializzate e quelle ipersocializzate dell’individuo, Mister Max U si collocherebbe esattamente sopra la prima di queste due estremità. Ma, per quanto domini seriosamente la professione accademica nelle facoltà di economia da oltre un trentennio, costituisce forse questa tipizzazione l’alfa e l’omega di ogni proposta politica liberale? Certo che no. Se così fosse, e se così fosse stato per F.A. Hayek, difficilmente ci occuperemmo di lui ancora oggi come filosofo sociale.

È nella comprensione delle interazioni tra individui, morale e istituzioni che dobbiamo cercare il filo conduttore che unisce i grandi filosofi ed economisti liberali, a partire dagli illuministi scozzesi Smith e Hume fino a giungere a von Hayek. Prima ancora delle risposte è guardando alle domande formulate che riusciamo a capire meglio l’analisi dei fenomeni sociali svolta dalle teorie liberali, nonché a inquadrare l’individualismo nel suo lato umanistico come colonna portante della Grande società di Hayek o della società aperta di Popper. Prendiamo la sempre attuale questione sollevata da Menger[i]:

Come possono mai sorgere istituzioni sociali che servono il bene comune e che hanno un’importanza fondamentale per il suo sviluppo senza una volontà comune orientata alla loro fondazione?

È partendo dalla natura principalmente “irriflessa” della genesi di istituzioni quali il linguaggio, la religione, il diritto, lo Stato (che differisce quindi dalla società), il mercato, la concorrenza e il denaro che le teorie liberali adottano una prospettiva di estrema apertura nei confronti della libertà personale intesa come assenza di coercizione. Quest’apertura di credito è indispensabile a favorire i processi spontanei di coordinamento sociale tra gli individui che permettono di concretizzare nel tempo i benefici derivanti dallo scambio volontario e dall’innovazione tecnologica. Ancora oggi, come al tempo di Adam Smith, l’accento cade sempre sull’aspetto dinamico dei processi evolutivi e non sulla fotografia statica dell’allocazione delle risorse.

Per questo il senso della critica a Rawls non poggia tanto sul fatto che questa possa venir impiegata per legittimare un’onerosa tassazione finalizzata ad aiutare i ceti più svantaggiati quanto sull’idea che una società libera non possa sopravvivere a lungo di fronte a teorie distributive basate su modelli a stato finale. E del resto non è necessario avere una teoria della giustizia per controbattere in modo convincente che l’onerosità della tassazione non sia condizione di per sé necessaria per l’aiuto dei ceti più svantaggiati, che i proventi di questa non siano allocati in modo coerente agli scopi dichiarati e che la soddisfazione dei gruppi portatori d’interessi particolari (piccoli o grandi che siano) rappresentino una caratteristica intima dell’evoluzione del sistema democratico nel momento in cui una prassi ideata per formulare e proteggere ordinamenti aventi carattere d’impersonalità e astrattezza diviene fonte di legittimazione del buono e del giusto sulla base di quanto stabilito temporaneamente da una assemblea rappresentativa. Sottrarre l’individuo alla tirannia arbitraria della maggioranza è quindi l’imperativo categorico di ogni teoria liberale proprio per garantire il pacifico svolgersi di quelle attività relazionali e cooperative così profondamente legate alla natura umana. Data la non sovrapponibilità né in termini teorici né in termini concreti dello Stato con la società risulta più facile comprendere come la tutela dell’opzione exit sia un’indispensabile clausola di salvaguardia e del singolo individuo e dell’armonia sociale: il caso opposto, ovvero l’eventuale pretesa di identificare la società con le sue strutture di organizzazione politica ed il ricorso alla sola opzione voice come strumento di negoziazione, eliminano progressivamente l’agire spontaneo dei singoli e dei corpi intermedi sostituendolo con una serie crescente di obblighi a contrarre.

Lo Stato minimo di Nozick[ii], se dovessimo procedere a una mappatura geografica, rappresenta una terra di frontiera tra l’anarco-capitalismo libertario e il pensiero politico liberale. All’interno delle teorie liberali non è possibile collocarlo né all’interno dell’individualismo democratico di James Buchanan[iii] e nemmeno assimilarlo a quello radicale di Hayek. Come riporta quest’ultimo in Legge, Legislazione e Libertà[iv]:

Lungi dal propugnare uno stato minimo, riteniamo indispensabile che in una società avanzata il governo debba usare il proprio potere di raccogliere fondi per le imposte per offrire una serie di servizi che per varie ragioni non possono essere forniti – o non possono esserlo in modo adeguato – dal mercato. […] Né si può mettere in discussione seriamente il fatto che quando certi servizi possono essere forniti soltanto se tutti i beneficiari sono costretti a coprirne i costi, poiché essi non possono essere limitati soltanto a coloro che sono disposti a pagare per essi, soltanto il governo dovrebbe avere il diritto di usare poteri coercitivi.

Assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello sotto cui nessuno scenda quando non può provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito necessario della Grande società in cui l’individuo non può più rivalersi sui membri del piccolo gruppo specifico in cui era nato. Un sistema che invoglia a lasciare la relativa sicurezza goduta appartenendo ad un gruppo ristretto, probabilmente produrrà forti scontenti e reazioni violente, quando coloro che ne hanno goduto prima i benefici si trovino, senza propria colpa, privi di aiuto, perché non hanno più la capacità di guadagnarsi da vivere.

Per un’analisi più dettagliata del ruolo delle istituzioni pubbliche nel pensiero politico di Hayek è opportuno rifarsi non solo a Legge, Legislazione e Libertà ma anche alla terza parte de La società libera[v]. Ciò che è rilevante, ai fini di un’analisi della proposta politica liberale, è che sostenere l’illegittimità della coercizione per realizzare un’arbitraria e non meglio precisabile giustizia distributiva non implica la rinuncia automatica a qualsiasi schema assicurativo di tipo collettivo o mutualistico. Non solo: anche all’interno di una logica miniarchica non è possibile escludere a priori elementi di politiche distributive tra le procedure meno onerose attraverso le quali, sulla base delle contingenze, è possibile “comprare sicurezza”. Invero su quest’ultimo aspetto si basano alcune critiche di matrice anarco-libertaria alla stabilità dello Stato minimo in un’ottica di lungo periodo[vi]. Ma, al di là delle discussioni sul grado di robustezza della miniarchia, ciò che qui mi interessa asserire è il fatto che il ritiro anche estremo dello Stato dall’economia non implica necessariamente l’innesco “[di] conflitti sociali che, in assenza di una qualsiasi forma di giustizia distributiva, possono essere sedati solo con mezzi repressivi [che ricordano] il modus operandi delle società totalitarie” e questo in ragione della possibilità appunto di erogare risorse in chiave profilattica sulla base di un mero calcolo di convenienza contabile rispetto all’ampliamento degli usuali apparati repressivi. Questo significa piegare alcuni aspetti della teoria della giustizia di Nozick a un’algida logica utilitarista che le è almeno in parte estranea? A prima vista può sembrare così. Tuttavia, finché questa rimane un’assunzione empirica che consente di proiettare il modello nella realtà in termini operativi, non è possibile sostenere che l’essenza della teoria del titolo valido ne risulti adulterata. A conti fatti affermare il contrario significherebbe caricare l’individualismo proprietario di Nozick di un massimalismo tale da trovare pace e soddisfazione soltanto nel detto latino dummodo fiat iustitia, pereat mundus. E questo pare francamente eccessivo.

Non meno errata è a mio giudizio la lettura che vede nella “demarchia” di Hayek un tentativo di soppiantare lo Stato di diritto quando al contrario rappresenta un tentativo di ripristino dello stesso. In ogni caso tale proposta, al di là degli aspetti particolari che sono i meno rilevanti ai fini di questa discussione, può essere correttamente letta solamente partendo dal presupposto che Hayek avverte l’impasse a cui stanno tendendo i sistemi democratici occidentali nonché la capacità di questi di scavalcare de facto quei valori che il costituzionalismo liberale era fino ad allora riuscito a proteggere. La demarchia e la denazionalizzazione della moneta[vii] sono così due proposte “rivoluzionarie” da proiettare in un futuro post democratico di cui il nostro avverte un inesorabile approssimarsi. Comunque vadano le cose lo Stato di diritto inteso nell’accezione anglosassone dell’espressione “rule of law”, il controllo dell’esercizio del potere dagli abusi perpetrati dai gruppi portatori di interessi particolari nonché la stabilità monetaria rimangono valori cardinali la cui essenza deve venire tramandata sebbene in forme nuove o rigenerate: da qui partono le due proposte sopra menzionate. Occorre precisare a questo proposito che la Grande società non è ciò che ci attende dopo che la democrazia si è conformata alle regole del mercato e questo perché in primo luogo la Grande società non è una sorta di stato finale verso il quale andare. La Grande società è un processo evolutivo continuo cominciato con il progressivo abbandono da parte dell’uomo del comunitarismo tribale e che si realizza ogni volta che l’integrazione culturale ed economica di popoli e territori differenti aumenta. Non è una tendenza lineare, irreversibile o priva di ostacoli. Non è indolore: ha i suoi costi in termini di maggiore anomia rispetto alla sicurezza dei rapporti stabili e definiti del piccolo villaggio; i vantaggi complessivi tuttavia ripagano ampiamente quanto perso, sia sotto il profilo materiale che sotto quello spirituale, culturale e morale.

L’idiosincrasia a legarsi a modelli politici e istituzionali definitivi deriva dunque dal carattere dinamico ed evoluzionario della Grande società che per sua stessa natura è un qualcosa che non può essere contenuto o limitato all’interno di specifici e immutabili confini territoriali. Anche se lo Stato nazionale del XIX secolo si è rivelato un potente vettore dei primi processi d’internazionalizzazione e globalizzazione, questo non lo rende di per sé e in modo meccanicistico una struttura idonea a replicare i traguardi raggiunti (può esserlo ma anche no). Questo perché la manifestazione politica è determinata dalle contingenze storiche, ma quello che è rilevante è nella teoria liberale è il fenomeno sottostante ovvero la continua apertura della società verso forme sempre più integrate e complesse. E ciò che la Grande società richiede è una continua vittoria su quelle che Ludwig von Mises definiva le forze del “distruttivismo” in qualunque modo queste si presentino. Diversamente da quanto affermato, grazie alla consapevolezza delle forze generate dalla cooperazione volontaria tramite istituzioni sociali resilienti, l’individualismo presente nelle teorie liberali riesce a spiegare ciò che ha successo nel domare le paure di Hobbes e sconfiggere gli incubi di Malthus.




[i]           Vedi Carl Menger (1883), Sul metodo delle scienze sociali, Liberilibri, Macerata, 1996, pp. 150 – 151.

[ii]           Cfr. Robert Nozick (1974), Anarchia, stato e utopia, il Saggiatore, Milano, 2008.

[iii]          Cfr. James Buchanan (1975), I limiti della libertà, Editore Rusconi, Milano, 1998.

[iv]          Vedi Friedrich August von Hayek (1982), Legge, legislazione e libertà, il Saggiatore, Milano, 2010, pp. 415 – 416 e p. 429.

[v]           Cfr. Friedrich August von Hayek (1960), La società libera, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2007.

[vi]          Vedi Sanford Ikeda (1996), Dynamics of the Mixed Economy: Toward a Theory of Interventionism, Routledge, Londra e New York, 1996, capitolo 6: “The Instability of The Minimal State”, p. 196 e successive.

[vii]          Cfr. Friedrich August von Hayek (1977), La denazionalizzazione della moneta, Etas libri, Milano, 2001.


6 Responses to “Hayek, Nozick e l’Individualismo nelle Teorie Liberali – Considerazioni sull’articolo di Sollazzo”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Ben detto.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Commento di Biagio fiondato on line dopo n.16 secondi dalla pubblicazione del pezzo; Biagio, ma che hai il “Radar Hayek-on-line”?

  3. 3

    Biagio Muscatello Says

    Leo, aspetto il tuo commento sull’individualismo liberale.

  4. 4

    Federico Sollazzo Says

    Gentile Silvano di IhC, mi fa piacere constatare l’interesse suscitato dal mio testo propedeutico, forse la cosa potrà servire ad ampliare la partecipazione oltre gli abituali animatori del sito.

    Quanto ad una mia possibile risposta, per comodità mi permetto di rimandarla al commento inserito in appendice al mio stesso articolo, aggiungendo qui alcuni accenni su temi connessi a quanto da me esposto (tralasciando quindi alcuni suoi punti che, per quanto di sicuro interesse, non hanno una connessione diretta e significativa con il mio testo).

    -) Certamente vi è nel liberalismo l’intento di, come scrive lei, «Sottrarre l’individuo alla tirannia arbitraria della maggioranza», tuttavia bisogna pur tenere presente, e fare i conti, almeno con quanto segue. In primo luogo, tale intento non è di monopolio del liberalismo, basti ricordare a mo’ di esempio Bobbio «La regola della maggioranza è un docile strumento […] ritorna il problema ineludibile della contrattazione come mezzo alternativo di decisione collettiva», “Democrazia Totalitarismo Populismo”, 2003, p. 155, o la felice espressione tocquevilliana di “dispotismo democratico”. In secondo luogo, se di lotta alla tirannia si tratta, quest’ultima va combattuta in tutte le sue possibili varianti, della maggioranza, ma anche ad esempio dei possidenti, dei presunti sapienti o di qualsiasi gruppo o singolo che eserciti, implicitamente o esplicitamente, oppressione.

    -) Il fatto (e questo mi sembra curioso sia necessario esplicitarlo) che si riscontrino delle somiglianze seppure profonde tra l’autore X e l’autore Y, non significa certo disconoscerne le differenze, o meglio le peculiarità, come se X ed Y fossero un unico indistinto.

    -) Il mio passo da lei citato, non è preceduto, come invece lei scrive, da un «implica necessariamente l’innesco», ma da, come io scrivo, «rischia di innescare»; il ché non è cosa da poco nell’ambito di un, come lo definisce lei, rejoinder.

    -) Considerazione en passant sul contestualizzare. Lei scrive «Comunque vadano le cose lo Stato di diritto inteso nell’accezione anglosassone dell’espressione “rule of law”, il controllo dell’esercizio del potere dagli abusi perpetrati dai gruppi portatori di interessi particolari nonché la stabilità monetaria rimangono valori cardinali la cui essenza deve venire tramandata sebbene in forme nuove o rigenerate». A mio parere, contestualizzare significa non considerare neanche quei valori come “valori cardinali che rimangono e la cui essenza deve venire tramandata”, perché anche essi sono transeunti in quanto storici. Ecco che allora quello su cui ci si dovrebbe soffermare non è tanto l’analisi di quei valori, o il parteggiare per alcuni di essi, quanto piuttosto l’analisi della genealogia storica che ne ha determinato la comparsa.

    -) Lei scrive: «grazie alla consapevolezza delle forze generate dalla cooperazione volontaria tramite istituzioni sociali resilienti»; formula talmente desiderabile che credo che ben pochi non la sottoscriverebbero.

    -) Nel mio piccolo, non credo che Hobbes possa trovare conforto nell’individualismo liberale (chissà che invece non sia possibile il contrario): se il presupposto è homo homini lupus la soluzione non è il laissez faire a tali homini.

  5. 5

    Silvano Says

    Gentile Sollazzo, ricambio il piacere nell’ampliare la discussione e apprezzo il fatto che abbia dedicato un po’ del suo tempo a rispondere. Rimaniamo inoltre a disposizione per ulteriori interventi.

    Per quanto riguarda i punti da lei citati:

    1. La preoccupazione verso la dittatura della maggioranza ha un posto particolare nelle teorie politiche liberali. Soltanto le teorie liberali si sono preoccupate di questo problema? Certo che no. Quel che mi preme sottolineare è la differenza tra democrazia, come risposta alla domanda “Chi deve esercitare il potere pubblico?”, e liberalismo come risposta all’interrogativo “Indipendentemente da chi lo esercita, quali dovrebbero essere i limiti del potere pubblico?”. Questo implica un certo grado di antagonismo tra le due categorie non privo di conseguenze nel modo in cui il pensiero liberale affronta la dimensione del potere politico.
    Per quanto riguarda il riferimento finale alle diverse forme di oppressione il discorso ci manderebbe un po’ “out of topic”. In breve: nel pensiero liberale classico la libertà è tendenzialmente definita in senso negativo e quindi il concetto di oppressione è principalmente legato a quello di coercizione. Pertanto la lotta contro i presunti sapienti appartiene alla sfera della battaglie delle idee mentre l’oppressione dei possessori all’interno del liberalismo ha senso soltanto se ci riferiamo alla preoccupazione di evitare che il potere politico diventi lo strumento tramite il quale gli incumbent difendono lo status quo ritagliandosi monopoli, protezioni e privilegi.

    2. e 3. Per come è strutturato l’articolo e forse anche per fattori fisiologici quali lo spazio a disposizione ho avvertito una certa tendenza alla sovrapposizione, come se il nocciolo del pensiero di Hayek possa considerarsi “travasato” in Nozick. Cerco di spiegarmi meglio: se, ad esempio, il titolo fosse stato “L’individualismo nella teoria della giustizia di Nozick” (o nei sistemi miniarchici) non mi sarei dilugato a sottolineare differenze che ritengo interessanti. Viceversa se trova nel pensiero di Nozick un ampio e comune denominatore riassuntivo delle teorie liberali del secondo dopoguerra non sono d’accordo.
    Per quanto riguarda il rischio di un modus operandi di tipo totalitario: nell’articolo originario è inserito all’interno di un climax finale in cui si rimarca non solo la carica asociale delle teorie liberali, ma anche un carattere potenzialmente distruttivo e violento di queste. Nel caso nella miniarchia di Nozick quello che voglio evidenziare è che redistribuzione e trasferimenti, ai fini di una pacifica convivenza, possono avvenire a prescindere da considerazioni di giustizia distributiva.

    4. Non ritengo che la genealogia storica sia necessariamente l’explanans dell’essenza delle manifestazioni fenomeniche. Spesso si corre il rischio di costruire narrazioni a posteriori autoconvalidantesi, il ché in economia politica è un errore poiché i caratteri rilevanti non sono le variazioni sul tema o le componenti transitorie ma gli elementi strutturali ricorrenti. Similmente non simpatizzo per contestualizzazioni che spingono all’estremo la storicizzazione di fenomeni o idee in chiave interpretativa.

    6. “Spiegare ciò che ha successo nel domare le paure di Hobbes” è un modo retorico per affermare come la cooperazione sociale basata sulla divisione del lavoro faccia sì che al posto della competizione biologica (un gioco a somma nulla), prenda luogo un processo evolutivo a somma positiva basato sulla catallassi in cui non è strettamente necessario assumere che tutti gli individui siano buoni o misericordiosi (per quanto ciò sia desiderabile). Il che è diverso dal sostenere che l’individualismo delle teorie liberali trasformerebbe un redivivo Hobbes in un libertario: personalmente ho qualche difficoltà a figurarmelo anche io.

    Nella speranza di beneficiare da parte sua di ulteriori spunti di riflessione su questo come su altri argomenti le porgo cordiali saluti.

  6. 6

    Giacomo Pezzano Says

    Premesso che Marx liberista è chiaramente una provocazione, che in quel contesto cercava di sottolineare come se il problema è posto in termini di difesa di libertà individuale ecc. allora persino il ‘comunistaccio’ Marx firmerebbe subito. Detto ciò è evidente che si possono trovare x passi in cui parla di comunismo, possesso comune dei mezzi (i “Manoscritti” in quel senso sono ovviamente mero esercizio utopico ai nostri occhi contemporanei), altri y però che martellano con la libera individualità (passi che per lo più vengono poco considerati) ecc. Non è importante.

    Quando detto da Leonardo sostanzialmente mi pare affine a quanto ho detto io con termini diversi, con la differenza che io penso che a essere preoccupante sia proprio questa compartimentazione, che la vera causa delle difficoltà sia proprio questa. Il che in fondo vale davvero anche per un economista ‘puro’, che probabilmente spesso si ritrova a pensare che chi ha largo uditorio pubblico sui temi dell’economia è assai vicino all’incompetenza.

    In questo senso sono assolutamente a favore di una teoria del tutto, ed è anche abbastanza chiaro che presto o tardi ne emergerà una nuova (se penso a Edgar Morin potrei persino dire che addirittura già c’è, studioso peraltro che mi è capitato di leggere con sincera sorpresa essere considerato con favore anche in ambienti liberisti, forse per il suo pentimento circa il comunismo, ma è un altro discorso). Una teoria del tutto è necessaria perché siamo uomini e non animali, e credo che gli sforzi delle menti degli studiosi oggi dovrebbero andare in quella direzione, è chiaro che è difficile e che chiunque di noi pensa che non è un compito che spetti a lui ecc.

    Voglio dire, lo schema si ripropone: io mi pongo un problema e mi muovo in quelle coordinate, tutto ciò che mi viene fatto notare che risultasse al di fuori di tali coordinate non è da considerare, perché non è parte del mio problema. Se fosse mera speculazione fine a se stessa, vabbé non si fanno in fondo molti danni, ma se si parla di una scienza sociale e che prende in esame l’agire umano è un altro discorso.

    Potrei improvvisare un esempio di ciò che ho in mente e se dico castronerie correggettemi ovviamente: quando Buchanan mette in discussione la funzione di utilità classica scuotendo la microeconomia dice sostanzialmente che le preferenze individuali variano o possono variare nel tempo, dunque introduce il fattore “tempo” nell’analisi economica di base. Ora, ma un economista e un filosofo che si fossero incontrati a parlare non avrebbero forse capito questo ben prima di quando Buchanan ha dovuto metterlo sotto agli occhi degli economisti? Esempio triviale, me ne rendo conto, ma spero renda l’idea di ciò che intendo dire: i dialoghi tra adepti non sono molto produttivi.

    Un esempio di soppressione dello storico è proprio questo a mio avviso: “si parte dall’individuo così come è ora, si prende atto di questo, e si cerca di derivare logicamente la sua azione “decontestualizzata”, che poi nella storia viene declinata in termini concreti”.

    La storia non viene chiaramente negata, sarebbe impossibile, ma messa tra parentesi, chiamarlo sottointendere fa sembrare tutto più sfumato ma la sostanza è che non ci si preoccupa dell’elemento storico, proprio come quando si costruisce un problema di tipo matematico si depura dal materiale per considerare la struttura.

    Sulla lamentela dei tempi di Dante e non solo può anche essere accettata come sintesi, se si intende che la percezione che oggi si ha dell’economico sta alla percezione che di esso si è avuta in altri tempi, ma solo in quel senso. E comunque non sposta di molto il problema, perché non fingiamo di chiudere gli occhi sul fatto che il problema non è il Mercato astratto o lo Stato astratto, ma uno stato e un mercato che spesso si mettono d’accordo per fare porcate. Perché può essere raccontata in mille modi, ma un’azienda che decide, con la gentile collaborazione del governo che mette da parte la sua percentuale, di pagare 10 centesimi l’ora per far lavorare in condizioni da schiavi dei bambini se è “mercato libero” è davvero una gran fregatura.

    Cosa voglio dire? Che finché si imposta tutto sul “è una questione esterna a quella che qui stiamo affrontando” non si risolve mai nulla, si fa un dialogo tra sordi e forse persino tra muti. Un’azienda non può che far profitti e non pensare se essere umana o meno, o può esserlo solo se si rende conto che così può fare profitto? Bene, allora ha davvero senso quello che diceva il sopra citato Aristotele: da una parte c’è l’economia in senso stretto, dall’altra la crematistica (peraltro tutto Marx arriva da questa distinzione nb), la seconda non ha in sé il proprio limite, sennò non sarebbe tale, dunque deve averlo in qualcosa che le risulta in qualche modo esterno, politica ed etica.

    Io non voglio affatto, Biagio (mi perdonerete l’assenza di formalismi e il tono diretto spero), che l’economia non esista, escluderla dalla vita di tutti i giorni, o dire che sia la causa di ogni male, anzi! Se dico che non è vero che coincide con tutte le dimensioni della vita e con la soluzione di ogni male è proprio perché penso che abbia un posto un ruolo e una funzione specifici, da salvaguardare ma da non sovrastimare.
    >Non nascondo che essendo in contatto con la sfera del bisogno e della produzione materiale è forse l’ambito più controverso perché in fondo non può mai semplicemente essere messo tra parentesi per essere ridiscusso (non possiamo smettere di mangiare, brutalizzo), e che in questo senso il limite non può essere calato semplicemente dall’alto a priori ma è qualcosa di molto più circostanziato. Non lo nascondo anzi lo dico apertamente. Ma questo dal mio punto di vista rende solo la sfida più difficile dunque più interessante.

    In questo senso l’articolazione di sensi plurali di libertà mi trova assolutamente d’accordo anzi era proprio quanto rimprovero al liberismo di non considerare davvero, perché si riduce tutto sempre e solo a libertà economica, ossia libertà di iniziativa ossia libertà di impresa. Dove starebbe la “vera” libertà? Da nessuna parte, a meno di una definizione formale che però non serve a molto, proprio perché la libertà è un fatto storico, e ci sono fasi storiche in cui l’aumento del grado di libertà è legato a un allargamento della libertà imprenditoriale, altro a un allargamento di quella politica, altro sociale, altro culturale, ecc.

    Se tutto il liberismo fosse una questione di gelatai (che è uno degli esempi che non so perché mi è stato riproposto a più riprese in dialoghi con leoniani, misesiani, rothbardiani ecc.), chi muove un muscolo (a parte il gelataio “monopolista” e chi magari ci mangia sopra, ok)? Ma a me pare che il liberismo oggi non veda come protagonisti gelatai ma aziende di dimensioni enormi che fanno una marea di porcate, per usare un’espressione da Regina d’Inghilterra. Se il problema è che un piccolo onesto imprenditore artigiano in Italia soffoca sotto la scure del fisco a me pare chiaro che c’è poco da dire, ma se il problema è che Monsanto deve brevettare sementi indiane c’è molto da dire. (Un liberista rigoroso sosterrebbe che è d’accordo, in fondo).

    Posso sintetizzare così: è ragionare al singolare che mi preoccupa, tutto qui. Ed è evidente che lo fanno la stragrande maggioranza dei filosofi, degli economisti, dei biologi ecc., ma Leonardo non so come possa convincermi che oggi il biologico regge le sorti del mondo così come l’economico. La crisi finanziaria è una crisi economica o biologica? Certamente anche politica, ma di una gestione politica dell’elemento economico a esser benevoli, e allora siamo punto e a capo.

    Altro ‘spot’: l’elemento davvero innovativo nell’analisi economica marxiana, innovativo non perché se l’è inventato ma perché l’ha reso asse di un percorso di ricerca e di riflessione è l’accumulazione originaria. Lì secondo me sta il vero nucleo. Sotto quella che lui chiama “forma fenomenica” c’è una sostanza, qualcosa che non si vede. Ed è davvero significativo vedere come ogni fase propulsiva del capitale abbia come perno più o meno nascosto questo elemento di accumulazione, che in questo senso è la base della produzione.

    Si può dire che è l’unico modo per far andare avanti la produzione, va da sé.

    Mi viene in mente una frase di Iannello: “qual è la maggiore differenza tra la teoria liberale della lotta di classe e quella di Marx? Marx pensava che il conflitto, l’antagonismo fossero nei rapporti economici di produzione; secondo i liberali invece il dominio e lo sfruttamento sono concetti politici, e che hanno a che fare con il potere e con lo Stato. Per i liberali è la politica a essere l’arena dell’antagonismo, non il mercato. Il lavoro e lo scambio sono modi di interazione sociale pacifici e produttivi, sono giochi a somma positiva, sono soluzioni al problema della scarsità che affligge il genere umano. Il parassitismo (Nordau) non può per definizione avere queste stesse caratteristiche “virtuose”: è sempre coercitivo, passivo, un gioco a somma zero (a volte anche a somma negativa). Si tratta della contrapposizione tra due modi di risolvere il problema economico per eccellenza, quello della scarsità; la differenza radicale tra i due modi consiste nel fatto che il lavoro e lo scambio danno un contributo a risolverlo per tutti, mentre il parassitismo contribuisce a risolvere il problema solo per chi beneficia dell’appropriazione del frutto del lavoro altrui”. Questo a me pare un esempio di polarizzazione estrema, affine a quella che fa Biagio, che non serve a nessuno. Pensare che non ci sia un rapporto di dominio o di potere nel fatto che io possa avere 1000 e tu 1 è francamente ridicolo, e questo ancora prima di dire se quei 1000 se li è guadagnati onestamente ecc. ecc., dico proprio che impostare un’analisi nei termini di “mercato pulito” “politica sporca” non serve ad altro che a fare il gioco di quelle parti di mercato e politica sporche.

    Il caso della Grecia è emblematico, limitarsi da un lato a dire che la classe politica ha portato avanti politiche fasulle vergognose destinate a esplodere presto o tardi, dall’altro a dire che la speculazione finanziaria è disumana, non permette di capire che la fregatura è proprio nel rapporto tra questi due aspetti.

    Come non capisco questa opposizione tra una cooperazione imposta e una cooperazione volontaristica: se qualcuno oggi dicesse che non crede a una cooperazione eo ipso volontaria starebbe di per sé dicendo che la cooperazione va imposta? L’astoricità sta proprio qui: si suppone un individuo astorico, razionalmente e volontaristicamente trasparente a se stesso nonostante i mille impulsi che lo animano (metodologicamente non si può che fare così, dice Mises), e da lì si parte deduttivamente. Io non è che non accetto le conseguenze, io non sono convinto che si possa partire da quella premessa così astorica. Più che una premessa è un termine d’arrivo, non ciò che già siamo ma ciò che dobbiamo e vogliamo essere, e non nel senso “un giorno l’umanità futura”, ma “ognuno di noi nel corso della sua vita”.

    Chiudo davvero anche se mi ero ripromesso di essere assai più sintetico: l’esempio di Leonardo spiega ma apre davvero mille questioni (su tutte: è una concezione della storia già astratta dalla storia), noto solo che torna il solito coniglio “niente cambia nelle necessità di studio dell’economia”.

    Allora io potrei rispondere che però cambia nelle necessità di studio della filosofia, e i sordi e i muti riprenderebbero il loro dialogo…

    Grazie a chi è arrivato a leggere sino alla fine di questo post!

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