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Homo Oeconomicus Sociopaticus

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July 10th, 2014 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Contro il liberalismo (o liberismo, come si dice in Italia) è spesso agitato lo spauracchio dell’homo oeconomicus, il soggetto principe della teoria economica classica volto ad una egoistica massimizzazione del proprio utile finanziario o della propria personale utilità. La lettura di V.L. Smith “la Razionalità nell’Economia” aiuta, tra le altre cose, a demolire questo mito o forse a contestualizzarlo in modo proprio.

 

Anzitutto va precisato che letture distorte di stampo socialista hanno scambiato una ipotesi semplificatrice di lavoro (persone egoiste) con una prescrizione normativa o un programma politico-ideologico (rendere le persone egoiste). Che lo Smith della Ricchezza delle Nazioni fosse lo stesso della Teoria dei Sentimenti Morali non ha purtroppo mai stimolato un ripensamento su questa ciclopica stronzata. Il programma classico, variamente ripreso come principio d’indagine, va in realtà letto come una dimostrazione delle possibilità di progresso economico e sociale permessi dal libero mercato “nonostante” una popolazione egoista (l’avidità del macellaio che permette la miglior carne al prezzo più accessibile). Questo lascia spazio all’umanità ed alla socialità, elementi migliorativi di un risultato già atteso superiore rispetto a quello del socialismo del “governante illuminato su governati idioti”. Studiare un sistema robusto rispetto al peggiore dei mondi possibili non significa auspicare o promuovere il peggiore dei mondi possibili.

 

V.L. Smith in vari momenti ci racconta che in realtà il nostro non è comunque il peggiore dei mondi possibili, anzi è molto migliore di quanto atteso (o forse no). Avevo toccato la questione già qui su IHC, e più o meno riparto dal solito punto. Smith, come sperimentatore, ha organizzato dei giochi “di fiducia” o “di investimento” così articolati:

-         il giocatore 1 e il giocatore 2 vengono dotati di $ 10 ciascuno;

-         il giocatore 1 può scegliere se tenersi i soldi o “investirli” dandoli al giocatore 2;

-         in quest’ultimo caso il totale di soldi in mano al giocatore 2 raddoppia a $ 40 (l’effetto dell’investimento, diciamo);

-         il giocatore 2 può scegliere autonomamente se tenersi tutti i soldi o riconoscere $ 15 al giocatore 1 (risposta alla fiducia accordata).

La teoria dei giochi, che ragiona proprio sull’homo oeconomicus, dice che il giocatore 1 sa benissimo che il giocatore 2, homo oeconomicus pure lui, quando si troverà in mano $ 40 preferirà sicuramente tenerseli in tasca tutti invece di ridurli a $ 25 per aver girato $ 15 al giocatore 1; quindi, nella prospettiva tra tenersi gli iniziali $ 10 e darli al giocatore 2 per restare con un palmo di naso, la teoria dei giochi prevede che il giocatore 1 si tenga i soldi iniziali e il gioco in un certo senso nemmeno inizi.

La sperimentazione “in laboratorio” invece restituisce cose del tipo:

-         metà dei giocatori 1 passano i propri $ 10 al giocatore 2;

-         tre quarti dei giocatori 2 restituiscono $ 15 al giocatore 1.

Il risultato sperimentale è in palese contraddizione con la teoria. Da qui partono una serie di ipotesi sul perché la teoria venga così violata, chiamando in causa il contesto ambientale, i principi morali “importati” dalla vita reale, la naturale socialità dell’uomo, e perfino la paura del giudizio altrui (in effetti, se il gioco viene strutturato in modo “cieco” anche nei confronti dell’economista sperimentatore, i risultati peggiorano molto). Tutti questi fattori dicono che l’uomo non è quell’homo oeconomicus tanto vituperato.

Ma gli esperimenti sono andati avanti, ed è stata fatta una discriminazione tra persone “normali” e persone “sociopatiche”; la sociopatia è stata stimata con test psicologici e relativo punteggio sulla scala di Mach. Il campione normale si comporta come sopra; il campione “sociopatico” invece si comporta come segue:

-         metà dei giocatori 1 sociopatici continuano a girare i propri $ 10 al giocatore 2;

-         tutti i giocatori 2 sociopatici si tengono i £ 40.

È curioso che la sociopatia non impedisca di fidarsi degli altri, però è lampante che porti ad essere del tutto inaffidabili agli altri, o meglio ad essere assolutamente egoisti… come il famoso homo oeconomicus. Insomma, la teoria economica classica – che va da Smith a Fitoussi passando per Krugman Keynes e Marx – è una teoria microfondata sui sociopatici.

 

L’economia – e più precisamente la microeconomia – classica è pertanto da buttare? Non proprio. La microeconomia ci racconta di persone svincolate dal contesto sociale e per certi versi dalla loro umanità che mettono in piedi sistemi complessi di azioni per coordinare le proprie scelte. Il libero scambio si rivela un sistema potente di organizzazione delle risorse economiche. Certamente quell’insieme teorico può essere preso come indicazione generale e contestualizzata, senza pretendere di utilizzarlo come schema previsionale di dettaglio; d’altra parte non è ottimale neppure cercare di infilare altre variabili “sociali” nelle funzioni di utilità dell’homo oeconomicus (quali e come, se non si capisce con chiarezza nemmeno in laboratorio?).

Nella versione “austriaca”, la prasseologia ricostruisce gli schemi di comportamento degli operatori incontrando meno problemi anche perché sorvola ampiamente sulle motivazioni umane, lasciandole indeterminate dove la microeconomia invece si sforza di individuare e formalizzare il possibile omettendo il resto. Più che homo oeconomicus è homo agens.

La scientificità dell’approccio deve essere una scientificità “sociale” e non naturale: i risultati classici hanno un senso, le conclusioni liberali hanno un senso, e se le persone sono un po’ meglio di quanto formalizzato dovremmo solo concludere che una organizzazione liberale dell’economia permette risultati anche migliori di quanto atteso, ricordando con forza che ipotizzare “atteggiamenti egoistici” non significa né auspicarli né promuoverli.

 

A ben leggere i risultati di Smith (e di altri) portano anche a dubitare dell’ottimalità di un soggetto centrale o sovraordinato (lo “Stato regolatore”) che stimoli o promuova o imponga atteggiamenti “socialmente virtuosi” (di solito dietro supporto fiscale). A parte la scontata osservazione che il “regolatore” è fatto comunque di persone senza alcuna ragione per cui queste siano “moralmente migliori” dei “regolati”, nella realtà le persone sono già in qualche modo orientate alla socialità ed alla fiducia, e per questo non hanno bisogno di essere educate alla bontà verso il prossimo (a legger le cronache, gli esponenti statali non sembrano nemmeno un bell’esempio, tra l’altro).

Una cosa che davvero può andare in capo (anche) allo Stato è assicurare e consentire l’espressione della socialità umana, proteggendo gli operatori da abusi e soprusi: esiste infatti un sistema giudiziario a tutela dei patti contrattuali e della proprietà (i sociopatici costituiscono almeno i 4/5 dei detenuti USA, non so se esistano dati simili per l’Italia).

Considerando che il contesto, inteso come la possibilità di essere visti e quindi giudicati moralmente dagli altri, in vari esperimenti si è rivelato determinante per l’emersione di risultati cooperativi, un altro possibile compito (anche) dello Stato può essere quello di agevolare la circolazione delle informazioni affinché si realizzi una “pressione sociale” indiretta. Questo va in direzione opposta all’idea che il Regolatore si faccia direttamente educatore e riferimento unico di valori morali sociali: non è il regolatore a dover fornire paletti morali alle azioni umane, perché il regolatore non è la società e non è portatore di alcunché. Lo Stato non deve imporre scale di valori, deve solo proteggere direttamente i diritti basilari e far emergere le situazioni “interessanti” (proteggendo le fonti), lasciando che sia la società – vera portatrice di valori con il tempo aggiornati – a esprimere giudizi e “premere” sugli individui perché agiscano in modo funzionale alla società stessa. Il riferimento morale centrale in realtà deresponsabilizza la società fino a stimolare azioni disfunzionali: dal “ci penserà qualcuno” a “lo faccio anche io, che ti frega?” il passo è breve, e i frequenti esempi negativi dei suoi esponenti sono decisamente controproducenti rispetto agli obiettivi dichiarati, portando alla frattura tra “Costituzione formale” e “Costituzione reale”.

 

Insomma: lasciateci liberalmente agire, fateci sapere cosa accade, ma non abbiamo bisogno di maestrine.

 

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7 Responses to “Homo Oeconomicus Sociopaticus”

  1. 1

    Claudio Says

    Gran pezzo e grande Vernon Smith, uno dei pochi economisti ad aver ripreso in mano l’altro Smith (Adam), Hume e gli altri scozzesi e averne capito la lezione, adattandola al III millennio (l’economia sperimentale sarebbe senz’altro piaciuta molto a Hume).

    Solo un particolare su quello che hai scritto (tanto per rompere un po’): quando dici
    “la teoria economica classica – che va da Smith a Fitoussi passando per Krugman Keynes e Marx – è una teoria microfondata sui sociopatici.”
    Mettere Adam Smith tra i teorici della “microeconomia sociopatica” (accanto a Fitoussi poi!) è in contraddizione con quello che hai scritto te appena sopra e pure con quello che dice Vernon, visto che tra i meriti del suo lavoro c’è quello di sfatare il mito del cosiddetto “Das Adam Smith Problem” per cui “La Ricchezza delle Nazioni” e “La teoria dei sentimenti morali” presenterebbero una contraddizione tra due tipi umani opposti. In realtà, e cito direttamente V.Smith (p.46):

    Quello che è generalmente noto come “Das
    Adam Smith Problem” (l’intrinseca contraddizione
    tra la Teoria dei sentimenti morali e la Ricchezza
    delle nazioni) è un problema artificiale in quanto la
    «propensione a trafficare, barattare e scambiare
    una cosa per un’altra» si applica sia allo scambio
    personale (che, come vedo retrospettivamente, è
    centrale ma non esaurisce l’intero contenuto del
    libro, il quale tratta ampiamente della socialità
    umana) sia allo scambio impersonale nei mercati
    (il tema del suo secondo libro)

    Come dimostra anche l’esperimento che descrivi si può dire che anche i giudizi morali vengono fuori da una sorta di “mercato” dove ci scambiamo giudizi reciproci positivi e negativi sul nostro operato e da cui emergono quelle regole che stanno (o dovrebbero stare) alla base della convivenza civile. Il fatto che nella RdN l’ambito si estenda a un mercato, quello dei beni economici, fatto di relazioni più impersonali e in cui contano prevalentemente motivazioni egoistiche non vuol dire che Smith ignorasse che le determinanti dell’agire umano sono sempre molto più complesse di quelle dell’homo economicus sciaguratamente inventato da generazioni di economisti successivi (sputtanando l’economia agli occhi degli umanisti, ma questa è un’altra storia).

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    Sì certo, Smith in quella frase era la caricatura legata all’homo oeconomicus, diciamo la visione che va per la maggiore.
    Appunto cmq corretto (rompicoglioni)

  3. 3

    Claudio Says

    @Leonardo
    C’hai ragione ma sai cos’è che mi porta a scassare le balle su questa cosa (a parte l’averci studiato un po’)? Il fatto che gira un sacco di gente (filosofi e ahimè storici) che una volta “scoperto” che lo Smith degli economisti era prima di tutto un filosofo morale parte con dei pipponi assurdi sul divorzio dell’economia dalla morale, Smith non era libbberista come i suoi seguaci ecc. ecc. . Il che è in parte giustificato proprio dall’uso che è stato fatto dell’homo economicus per creare modelli di comportamento in larga parte irrealistici (ovvero l’idea che ha dell’economia il 90% delle persone). Il punto però è che proprio interpretando correttamente A.Smith come fa V.Smith le motivazioni alla base del libero mercato si rafforzano, come te ben spieghi, non spariscono. A questo passaggio però arrivano in pochi, quindi è sempre meglio ribadire il concetto.

  4. 4

    Leonardo Says

    questo cacacazzismo mi piace tantissimo, molto utile.

  5. 5

    Biagio Muscatello Says

    Smith distingue le virtù civiche dalle virtù ascetiche (che furono esaltate dalla filosofia stoica, e riprese da molti ordini monastici). Le prime sono anche definite virtù egoistiche, le seconde altruistiche. Ma il vero altruismo è quello delle virtù civili (egoistiche), come è spiegato nella Teoria dei sentimenti morali:
    «Paragonare […] le futili mortificazioni di un monastero alle nobilitanti privazioni e pericoli della guerra, credere che un giorno o un’ora impiegati nella prima occupazione possano, agli occhi del gran Giudice del mondo, valere di più che un’intera vita spesa con onore nella seconda è sicuramente contro ogni nostro principio morale, contro ogni principio per mezzo del quale la Natura ci ha insegnato a regolare il nostro disprezzo o la nostra ammirazione. È in questo spirito, comunque, che le regioni celestiali sono state riservate ai monaci e ai frati […] È in questo spirito che sono stati condannati all’inferno tutti gli eroi, tutti gli statisti e i legislatori, tutti i poeti e i filosofi delle età precedenti, tutti quelli che hanno inventato, migliorato e portato all’eccellenza le arti che contribuiscono alla sussistenza, al benessere e all’abbellimento della vita umana, tutti i grandi protettori, educatori e benefattori dell’umanità, tutti quelli che consideriamo degni di lode e a cui per questo non possiamo far altro che attribuire il più alto merito e la più elevata virtù» (TSM, 289-sg.).
    Smith non è molto conseguente in tutti i suoi ragionamenti. Questo non vuol dire che io accetti la tesi - nata non a caso in Germania, nell’ambito della scuola storica - di una contrapposizione tra WN e TMS. Certo, molto più sistematica è la teoria morale di Hume. Ma siccome Leonardo s’è rifatto a Smith, per il momento mi fermo qui.

  6. 6

    happycactus Says

    Lettura consigliata su tale tema: “L’origine della virtù” di Matt Ridley. Bellissimo libro con riferimento alle teorie citate e a diverse discipline, dalla biologia alla sociologia.

  7. 7

    Abhishek Says

    Please teach the rest of these internet hoigalons how to write and research!

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