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I Difetti della Più’ Bella del Mondo

July 4th, 2014 by Leonardo

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di Santo Scarfone

 

Tante volte abbiamo sentito definire la Costituzione italiana «la più bella del mondo». Tante volte abbiamo ascoltato la retorica di chi ricorda il lavoro di cesello fatto tra fazioni politiche opposte, che misero da parte i rancori per dare alla neonata Repubblica un testo di rango elevato. Abbiamo sentito parlare della Costituzione come dell’esempio della buona politica, dell’Italia che, pur fiaccata dalle atrocità della guerra, ripartiva con maggior tenacia. Tuttavia, il rischio che si cela dietro manifestazioni di questo tipo è quello dell’autocelebrazione che si trasforma in stucchevole caricatura. È sempre bene che, accanto ai valori positivi che sono stati all’origine dell’esperienza della costituente, si facciano notare alcune delle perplessità che talune disposizioni costituzionali fanno sorgere oggi come nel 1948.

 

Anzitutto, la struttura della Costituzione italiana è più politica che giuridica. Essa tende ad assecondare una vasta azione di intervento dello Stato nella organizzazione della vita sociale del Paese. Non a caso Benedetto Croce nel 1947 bollò la nascitura Carta come «artificiosa ed esplicitamente autoritaria». Senza arrivare agli eccessi linguistici crociani, è possibile rintracciare un tasso ideologico del tutto esuberante rispetto alle funzioni normative proprie di un testo giuridico come la Costituzione. Sarebbe ingenuo non leggere in quegli eccessi ideologici la fonte di gran parte dei problemi che l’opinione pubblica italiana dibatte da anni.

E parlando di eccessi ideologici, l’articolo 1 è sintomatico di qualcosa che ha debordato da quelle che dovrebbero essere le linee guida di un testo costituzionale. L’aver posto a fondamento della Repubblica il lavoro ha significato cedere all’ideologia comunista quella che, anche dal punto di vista programmatico, è la norma di maggior rilievo di una Costituzione. L’essere riusciti ad ottenere l’utilizzo del termine “lavoro” al posto di quello “lavoratori” è stata una vittoria di Pirro degli altri partiti, irrilevante dal punto di vista politico.

Diversamente da tutto ciò, la Costituzione avrebbe dovuto limitarsi a definire i ruoli e le competenze delle singole istituzioni, che avrebbero dovuto fare da cornice ad un ordinamento volto a garantire la libertà dei cittadini. Ex post, questo giudizio è di certo più semplice da dare. L’ideologia e la società di quel tempo erano quasi esclusivamente basate sul ruolo dei partiti. Basti pensare che Costantino Mortati, democristiano e padre costituente tra i più influenti, sosteneva che la sovranità popolare fosse ormai completamente integrata con i partiti, che potevano quindi considerarsi gli unici legittimati ad esprimersi riguardo all’indirizzo da dare all’elaborazione della Costituzione. Lo stesso modus operandi dell’Assemblea Costituente, che derivava da un regolamento parlamentare prefascista, palesava questo primato dei partiti rispetto al resto della società. Infatti, i criteri di formazione partitico-proporzionali e la possibilità di scrutini segreti nelle Commissioni rendevano adatto questo modello agli accordi sottobanco sulla stesura del testo. La compravendita delle norme costituzionali, direbbe un cronista contemporaneo.

 

Il difetto più grande della Costituzione sta, tuttavia, nelle norme sui rapporti economici. La decisione di esiliare all’articolo 41 la libertà di iniziativa economica è stata pretestuosa ai fini di una legislazione che ha, in seguito, anteposto costantemente gli interessi della burocrazia statale a quelli del cittadino e dell’impresa. Tutte le norme per il controllo sociale della vita economica hanno portato ad un neanche troppo celato statalismo, che ha tolto ossigeno a molte iniziative imprenditoriali. Ciò è stato lo sbocco naturale di norme ispirate da una parte all’autarchia fascista e alla pianificazione comunista e dall’altra al dirigismo pubblico democristiano.

Di fatto, la Costituzione non è stato elaborata come uno strumento in mano ai cittadini per difendersi dall’arbitrarietà del potere politico. Anzi, così com’è stata scritta, la Costituzione ha legittimato molte storture di questo Paese. Si è intesa la carta costituzionale come l’espressione di un determinato periodo storico, e la si è riempita delle esigenze, dei bisogni, dei valori e dei principi più adatti al momento della sua stesura. La Costituzione è la figlia perfetta dell’Italia post-fascista e dell’immediato dopo-guerra. Questo ha creato una sorta di sfasamento temporale della Costituzione, che non è mai stata presente alla realtà italiana: nei primi decenni, è stata qualcosa di futuristico, in costante attesa di effettiva applicazione; negli ultimi anni, è stata tratta come qualcosa di superato dal tempo e, dunque, da superare.

 

Proprio le modifiche costituzionali sono ciò che più scuote il dibattito pubblico. C’è una frangia di “devoti” alla Costituzione che s’oppongono a qualsiasi forma di cambiamento. Per carità, se le norme costituzionali fossero state costruite nell’intento di tutelare le legittime pretese dei cittadini dall’instabilità del potere politico, allora dovremmo tutti stare vigili, affinché non vi siano lesioni dei diritti soggettivi. Ma, siccome la Costituzione italiana non si erge a questo ruolo (quello da Legge con la elle maiuscola, nel senso leoniano e hayekiano), è necessario riadattare quei principi e quei valori di cui è portatrice alle esigenze economiche e sociali di questo tempo.

Questo riadattamento non significa necessariamente sostituzione: non possiamo pensare di elaborare norme “a scadenza”, da rinnovare ogni tot anni. Paradossalmente, la vera riforma della Costituzione potrebbe essere di eliminare alcune parti, quelle più artificiose e ideologiche. Paradossalmente, la vera sfida dovrebbe essere quella di riadattare l’impianto costituzionale in modo tale da renderlo più snello e celere, assicurare contemporaneamente maggiore tutela ai cittadini.

 


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