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I fallimenti del Mercato: tra mito (tanto) e realtà (ben poca).

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January 12th, 2007 by Admin

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di Jacopo, Ihc.

The Lighthouse in EconomicsLa teoria economica moderna è tutta basata su un concetto cardine. Un concetto importante dalle numerose conseguenze, anche pratiche. Questo è il concetto di Bene Pubblico o Collettivo che dir si voglia. Per Bene credo che la letteratura sia pienamente unanime per una unica definizione. Anche noi, usando il semplice buon senso, possiamo individuare cosa differenzi un bene da un male. Il bene è una qualsiasi cosa oggetto di interesse da parte di qualcuno. Un centro di interesse, dunque. Vieppiù, se questo “qualche cosa” presenta la caratteristica della scarsità, allora si ce ne occupa anche in termini economici. L’economia, infatti, osserva e giudica i differenti metodi di allocazione delle risorse all’interno di una comunità.

Un concetto che al contrario non è così pacifico quanto quello di bene è la misura dinamica della disponibilità di beni per gli individui. Pare ovvio, e credo proprio lo sia, pensare che se la stessa essenza di bene sia così legata all’azione individuale, ad una ricerca di utilità, anche il bene sia volatile quanto le preferenze dell’uomo. Ciò che oggi è bene può un domani non esserlo più. Ciò che non era bene oggi, potrà esserlo forse un domani. La quantità di bene-risorsa presente in un determinato istante all’interno di una comunità è ben lungi dall’essere statica e predeterminata. Al contrario, la dinamicità delle preferenze individuali la trasforma e la muta in un processo continuo. E’ solo nell’uomo la capacità della scoperta, dell’invenzione, dell’innovazione. E’ solo in un mercato che queste capacità possono essere premiate. Le risorse dunque non sono statiche, ed è ragionevole pensare che l’uomo dovrebbe fare in modo di mettersi nella situazione migliore affinché questa sua capacità di scoprire sia più stimolata e quindi fruttifera.

Ma torniamo al bene pubblico o collettivo. Cercando di definire cosa sia un Bene non abbiamo trovato alcuna difficoltà. Il buonsenso ci ha aiutati a definirlo come un centro di interesse. Ma cosa potremmo dire a proposito del bene pubblico. Sicuramente che è bene pubblico quel bene che non è privato. Potrà mai esistere qualcosa su cui non possa in alcun modo esistere una tutela dell’interesse del singolo a scapito dell’interesse di un terzo. La riposta è affermativa. Sì, esistono beni sui quali non sarebbe pensabile costruire tutele all’interesse di un singolo. Le res communes omnium. L’aria, il calore e la luce del sole, ecc. Non può esistere una tutela privata su questi beni; non per qualche strana ragione equitativa, ma per il semplice fatto che nessuno avrebbe interesse a delimitare i suoi diritti su un qualcosa che non presenta alcun problema di scarsità. Tanto che è inutile occuparci di questo tipo di beni anche dal punto di vista economico, visto che non presentano alcun conflitto di allocazione. Il bene è definito bene non rivale. Non sorge rivalità nell’utilizzo e nello sfruttamento del bene. In questi termini, si può ben accettare il concetto di bene pubblico come un concetto sacrosanto, anche se praticamente inutile ai fini economici.

Gran parte della letteratura economica non è però d’accordo con le definizioni espresse più sopra. Vediamo di capire perché: ad avviso di molti, infatti, le occasioni in cui si possono incontrare beni a carattere collettivo sono ben più che rare. La difesa nazionale, l’ordine pubblico, l’illuminazione delle strade e via dicendo sono beni dei quali non si ci può appropriare, dai quali non si ci può escludere, i quali non creano rivalità. Sarebbe impensabile chiedere di non volere su di sé l’esercizio della difesa o di spegnere le illuminazioni quando si transita su una strada. La letteratura economica, quindi si accorge che per questo tipo particolare di beni sarebbe ben difficile pensare si possa creare un mercato. La domanda sarebbe sicuramente presente; ma quello che mancherebbe è l’offerta. Nessuno produrrebbe un servizio non escludibile, poiché non profittevole. Sarebbe impossibile riscuotere un prezzo. E’ questo il famoso primo fallimento del mercato. Fallimento peraltro molto banale. E’ da questo punto che parte tutta l’economica pubblica alla ricerca di una giustificazione per l’esistenza di una Autorità con poteri di diritto pubblico, con poteri, cioè, di sovranità. E’ qui che nasce l’interventismo economico.

Tutti d’accordo? Non proprio. Innanzi tutto ci si accorge facilmente che nei tre esempi di beni collettivi proposti qui sopra, difesa interna ed esterna e illuminazione, si dà inevitabilmente per scontata l’esistenza di uno Stato. Si pensi alla difesa nazionale: è lo stesso Stato che riesce a creare una sovrastruttura chiamata Nazione. Anzi potremmo dire che Stato e Nazione sono due facce della stessa medaglia. E per l’illuminazione delle strade: qui si sconta il fatto che le strade siano necessariamente pubbliche, visto che la realtà così ci insegna, nella stragrande maggioranza dei casi. Si cerca di giustificare l’intervento pubblico cercando esempi in una realtà dove l’interventismo è già profondamente radicato. Per avere risultati analitici più significativi basterebbe cercare di astrarsi dalla realtà quotidiana, cercando dei tipi che non coinvolgano lo Stato sino dall’origine. Potremmo allora parlare di modelli federati a difesa privata, nonché di strade e infrastrutture di carattere privato. A differenza di quanto molti possano pensare, la Storia conferma in misura maggiore queste situazioni archetipizzate piuttosto che quelle della realtà odierna. Lo sviluppo dei canali nell’Inghilterra di fine ‘700, vero stimolo alla rivoluzione industriale, è stato a matrice completamente privata. Così come per le ferrovie in mezza Europa. Piuttosto che la difesa delle prime comunità insediate negli Stati Uniti. Il fallimento del mercato di cui sopra è, quindi, più un mito che una realtà. Almeno in questo caso, almeno per questo genere di beni. Il mercato non fallisce affatto per una mancanza di offerta. Al contrario, non gli viene concesso di operare in modo normale creando impedimenti, se non proprio coercizioni, al libero operare degli individui, al libero associarsi, e perché no, di federarsi. Impedimenti al libero imprendere.

Ma continuiamo ad usare il buonsenso, e lasciamo da parte esempi pratici, sempre e comunque opinabili da qualche lato. Perché mai in presenza di una Domanda ben definita e riconoscibile, una Domanda anche molto forte in certi casi, non dovrebbe crearsi una Offerta adeguata? Perché ad opportunità di guadagno l’egoismo e la non-sazietà dei singoli dovrebbe tirarsi indietro? Non credo sia saggio pensare che una Autorità pubblica, gigante e centralizzata per definizione, riesca a scoprire il mercato meglio di un qualsiasi privato. Non credo saggio credere che questa Autorità sia mai in grado di possedere anche solo un’informazione in più di quante ne possa raccogliere un qualsiasi imprenditore. E allora perché dovrebbe rispondere in modo più efficiente? La domanda è chiaramente indeterminata: ad oggi, molti sostengo l’interventismo mascherandosi dietro ad un presunto fallimento del mercato non tanto per una questione di efficienza economica o di utilitarismo; piuttosto, per un semplice giudizio di valore. Dalla rivoluzione marginalista di fine XIX secolo ad oggi la teoria economica si è divisa in due fazioni: da una parte chi si vergognerebbe solamente a pensare di poter calcolare l’utilità soggettiva di un individuo, dall’altra chi riuscirebbe a calcolare persino il beneficio netto di venti respiri consecutivi in alta montagna. Il giudizio di valore di cui sopra comprende il beneficio che la regolamentazione dello Stato può creare all’interno di un mercato quando la produzione non segua logiche di concorrenziali,¬ ma logiche di equità. Quello che questi signori si dimenticano di inserire tra le loro equazioni differenziali simultanee è la capacità di innovazione del mercato, il processo di scoperta (si veda, I.Krizner: Perception, Opportunity and Profit, 1979; The Meaning of Market Process, 1992).

Vediamo di fare degli esempi: nella seconda metà del Novecento, tutti erano convinti che pubblicizzare le reti di radiotelevisive fosse cosa buona e giusta poiché pensavano che il numero di frequenze fosse limitato, fosse finito. In quel modo si sarebbe evitata la nascita di un mercato probabilmente oligopolista, con corruzione e accordi di cartello. La pubblicizzazione è stata effettuata e se ne vedono i risultati. Continuiamo a parlare di televisione: anni fa si pensava alle trasmissioni televisive come il tipico esempio di bene non escludibile. Secondo i regolatori, nessun privato avrebbe mai prodotto un servizio televisivo perché era impossibilitata a riscuotere un prezzo. Le soluzioni erano solo due: o monopolio privato, o monopolio pubblico. O tutta la torta o nemmeno una fetta. Ma questi giudizi di valore non scontavano il fatto che potenzialmente tre miliardi di utenti accendevano la televisione quotidianamente creando il bacino d’utenza più grande di sempre, creando il mercato più profittevole di sempre. Secondo quei giudizi di valore la capacità di scoperta e di innovazione non avrebbe mai portato l’affermarsi di soluzioni. Oggi, i servizi radiotelevisivi sono facilmente escludibili da un semplice sistema di criptazione. Perché non parlare delle TLC: il monopolio naturale per antonomasia, Statalizzato per decenni, ha conosciuto un periodo di splendore in termini di efficienza sia qualitativa che quantitativa solo da quando il “regolatore” si è accorto che qualcuno avrebbe voluto investire anche in questo mercato. Gli esempi potrebbero continuare.

Lo Stato è immobile, l’uomo sempre dinamico. Il primo si sclerotizza in schemi predeterminati da tecnici e funzionari, il secondo è sempre pronto a correggersi, a reinventarsi ed a trovare delle nuove soluzioni. Il monopolio pubblico non conosce progresso, il mercato “is an unending process of the entrepreneurial discovery of opportunities for mutual gain from exchange”. E come lo si descrive in una equazione tutto questo?

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5 Responses to “I fallimenti del Mercato: tra mito (tanto) e realtà (ben poca).”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    Primo commento?

    Complimenti per il blog! E’ proprio fico…

    Trovare un modo per fare soldi soddisfando le preferenze altrui è un’attività imprenditoriale, come giustamente dite, quindi è normale che i problemi di beni pubblici vengano quotidianamente incorporati nelle strategie di marketing, nei contratti, nelle abitudini, nelle strutture dei segmenti industriali, e in tutti quegli aspetti “istituzionali” che la teoria base dei beni pubblici semplicemente non vede.

    La politica economica teorica ha fini eminementemente giustificazionisti. Non si spiegherebbe infatti come è possibile che nessuno si accorga che, ad esempio, per fermare un’esternalità non ha senso far pagare una tassa, che è un’altra esternalità, per finanziare un sussidio…

    Il problema dei beni pubblici è una costante dell’azione umana, e storicamente sono esistite tantissime soluzioni parziali… ma che volete che ne sappiano, i neoclassici… :-D

  2. 2

    fabio sacco Says

    Scrivere post più brevi, no?

    http://fabiosacco.blogspot.com/

  3. 3

    Jacopo Says

    Do il benvenuto a tutti.
    Anzitutto mi scuso per il ritardo della pubblicazione dei commenti, ma non sapevo avessi impostato la moderazione attiva. Quindi pensavo nessuno mi avesse commentato, cosa , tra l’altro, che certamente non stupisce.
    Il problema “esternalità” è stato ampiamente risolto da R.Coase, Nobel ‘91. Senza costi di transazione o cmq applicazioni distorsive dall’esterno (leggi Stato), le esternalità vengono assorbite a livello contrattuale. Al Mises seminar dell’IBL quest’anno, c’è stata una ragazza (strano ;-) ) canadese che asseriva proprio quanto l’overuling dello stato in campo agricolo avesse causato più danni che benefici proprio laddove voleva eliminare le famigerate externalities..
    Ecco, è il terzo lavoro:
    http://www.brunoleoni.com/segreteria.aspx?codice=0000001500&padre=0000001413

    Quanto alla lunghezza dei post, non si preoccupi sig. Sacco, già quello di domani “Che cos’è la Libertà” la soddisferà.

  4. 4

    Libertyfirst Says

    Il link sembra interessante. Stampato. Non so come mi era sfuggito, i paper dell’IBL pensavo di averli scaricati tutti.

    Su Coase, l’ho letto in gran parte e l’ho trovato abbastanza deludente, però le sue idee su impresa e costi di transazione sono fondamentali, e soprattutto… molto Austriache.

  5. 5

    jacopo Says

    E’ un argomento certo non da tutti i giorni. Sono stato contento di averlo sentito dal vivo perché non so se mai mi sarei messo a leggere qualcosa dal titolo “Managing nutrients” ;) . Comunque è una lettura utile.
    Saluti

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