Clicca qui per Opzioni Avanzate


I Grandi Liberali: il Liberalesimo di Antonio Rosmini

6 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 56 Votes | Average: 3.83 out of 5 (6 voti, media: 3.83 su 5)
Loading ... Loading ...

January 24th, 2007 by Admin

1,516 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

di Luigi, Ihc.

RosminiSono passati centocinquantadue anni da quel 1° luglio del 1855 giorno in cui, all’età di cinquantotto anni, si spense Antonio Rosmini Serbati. Morì sereno nella sua Stresa a due passi dalle Alpi sul lago Maggiore dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita dedita alla meditazione e alle opere di carità.

Era nato a Rovereto ma giovanissimo si trasferì a Padova dove svolse i suoi studi di teologia e medicina: a ventiquattro anni fu ordinato sacerdote.Aveva uno scopo principale, come lui stesso afferma in una sua lettera, quello di “riordinare le menti tutte disordinate e sconvolte dal guazzabuglio di dottrine sparse per tutto, massime dagli scrittori della Rivoluzione”. Per raggiungerlo ingaggiò un’incruenta ma tenace lotta contro l’Empietà allora come oggi dilagante. Trovò sostegno e incoraggiamento in papa Pio VII che, in questo assai lungimirante, intuiva  l’opportunità di buoni scrittori e filosofi. Perché, diceva, gli uomini bisogna “prenderli con la ragione e per mezzo di questa condurli alla religione”.

Purtroppo i suoi immediati successori non furono dello stesso avviso così che il nostro Rosmini si trovò presto un po’ più solo, ma questo non lo scoraggiò. Continuò imperterrito la sua opera sino alla fine, convinto com’era dell’accordo intrinseco  e sostanziale fra speculazione filosofica e tradizione religiosa in quanto fondate sullo stesso principio: Dio e la Rivelazione divina. Già San Tommaso aveva scritto (e dimostrato) che Fede e Ragione sgorgano dalla medesima sorgente eppure nessuno pareva rammentarlo: decise di farlo lui.

Con lucidità e metodo ripartì da là, dove erano arrivati i Santi Dottori della Chiesa. Pose al centro della sua indagine la Persona e il suo Bene. Questo lo portò a riconoscere l’indisponibilità e imprescrittibilità della  sua libertà e dei suoi diritti naturali. Compreso quello di sbagliare. Perché aveva colto l’ambiguità  pericolosa insita nel bene “imposto” anziché libero e consapevole e, quindi, paventava – e ahinoi la storia gli ha dato ragione-   “quei sistemi che credono possibile il perfetto nelle cose umane e che sacrificano i beni presenti a immaginate future profezie”. Arrivò persino ad infrangere il mito dell’ Egalitè, dell’uguaglianza assoluta cioè sostanziale conscio dell’impossibilità dell’abolizione della disuguaglianza delle fortune ma altrettanto convinto che tocchi alla società provvedere ai mali che essa procura.

Rosmini diffidava dello Stato, non ne fece mai mistero. Pensava non potesse garantire il bene comune, ossia quello di tutti, ma che fosse (per ragione intrinseca) portato a tutelare il bene pubblico, ossia quello Suo; magari tramite “furti organizzati (ciò sono, a suo dire, gli espropri). In compenso confidava nella Chiesa Cattolica “società che Iddio volle stringere con le sue umane creature, pure su questa terra”, sosteneva che da essa dovesse ripartire la rinascita cristiana e per questo si impegnò a fondo.

Nel 1828 fondò sul monte Calvario, nei pressi di Domodossola, una nuova Congregazione religiosa che chiamò Istituto della Carità; nel decennio successivo il ramo femminile di questo: le Suore della Provvidenza che si  dedicavano all’educazione dei fanciulli, orfani compresi. La sua fede e la sua diligenza, comunque,  non gli impedirono di accorgersi dei mali che albergavano nella Chiesa e di denunciarli in un libello che, appena pubblicato, venne messo all’Indice: Delle cinque piaghe della Santa Chiesa. Rosmini suscitò forti avversioni per le sue audaci proposte di rinnovamento ecclesiastico tutte tese al superamento dello spirito feudale fomentatore di divisione e eteronomia fra gli stessi uomini liberi che costituiscono la Chiesa. Proponeva, innanzitutto, di sanare la frattura esistente tra clero e popolo abolendo gli anacronistici privilegi di cui i religiosi godevano, quindi di ricucire la divisione tra vescovo e clero  che aveva come immediata conseguenza la formazione insufficiente dei sacerdoti e di suturare quella fra vescovi che consentiva l’interferenza del potere secolare nella loro nomina (invece di favorire una doverosa consultazione del popolo cristiano al riguardo); infine di ovviare alla servitù dei beni ecclesiastici e alla mancanza di un rendiconto pubblico circa l’amministrazione degli stessi.

In tal modo Rosmini riuscì a rendersi inviso sia alla stragrande maggioranza dell’ establishment intellettuale statolatra sia a una buona fetta delle gerarchie ecclesiastiche sue contemporanee. Eppure dei suoi rilievi fu poi fatto tesoro e in gran parte - complice la fine del potere temporale della Chiesa - furono accolti.

Print This Post

2 Responses to “I Grandi Liberali: il Liberalesimo di Antonio Rosmini”

  1. 1

    silvia Says

    Da Rosmini a Ruini…”si stava meglio quando si stava peggio” direbbe mia nonna…Saluto

  2. 2

    luigi Says

    La grandezza della Chiesa sta nel suo pluralismo che non mette in discussione la sua unità: ci sta Rosmini, ci sta Ruini. E ci sta pure don Vitaliano Della Sala.
    Pensa un po’…

Aggiungi un tuo Commento