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IDEAS HAVE CONSEQUENCES!

November 22nd, 2010 by Leonardo

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di Biagio Muscatello, Università di Siena

1) Non conosco la storia di questo blog, né il suo fondatore. Ma ho un indizio niente male per intuire le ragioni che l’hanno ispirato. Il motto racchiuso nel titolo o sigla ha origini nobili e un futuro certo.
Per iniziare, mi ricollego a un autore già citato nei precedenti interventi, John Stuart Mill, il quale, nella Logica, enuncia la sua teoria dell’influenza della cultura e delle idee sulle azioni umane, soprattutto se ci si pone in un’ottica progressiva:

Ogni cambiamento degno d’attenzione nelle condizioni di una qualsiasi parte dell’umanità è stato preceduto da un cambiamento di grandezza proporzionale nello stato della conoscenza umana o delle credenze in voga tra gli uomini […] Ogni considerevole progresso nelle condizioni materiali della civiltà è stato preceduto da un progresso della conoscenza […]
Il politeismo, il giudaismo, la cristianità, il protestantesimo, la filosofia critica dell’Europa moderna e la sua scienza positiva: ciascuna di queste cose è stata un agente primario nel far sì che la società diventasse quella che è stata in ciascun periodo successivo […]
L’ordine del progresso umano in tutti i suoi aspetti dipende principalmente dall’ordine del progresso delle convinzioni intellettuali dell’umanità.”

Mi scuso per la citazione; ma volevo dimostrare che:

A) Le tesi di Mill sono agli antipodi della teoria marxiana, così come sintetizzata – ad esempio – nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859):

«Il complesso dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, la base reale su cui si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e a cui corrispondono determinate forme di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale è ciò che condiziona il processo sociale, politico e spirituale.»

Mill non conosceva Marx. Quest’ultimo, invece, conosceva le opere di Mill e vedeva in lui un nemico. Mill cercava di interpretare il vero Ricardo (in tutti i suoi aspetti, quelli più chiari e quelli più oscuri), ma non riuscì a frenare il declino della sua teoria, che di lì a poco sarebbe stata investita dalla rivoluzione marginalistica. A Marx non serviva il vero Ricardo: gli bastò un’interpretazione ad hoc della prima sezione del cap.1 dei Principi, sulla quale edificò una teoria del valore finalizzata alla dimostrazione della tesi dello sfruttamento dei lavoratori.

B) I passi sopra citati di Mill sono una netta anticipazione di quello che sarà un punto chiave della sociologia di Max Weber: affermare la funzione causale che le idee e le teorie (scientifiche e non scientifiche) esercitano sulle condizioni materiali dell’esistenza umana, e quindi sull’economia. Alla base dell’agire – anche economico – vi sono intenzioni, attribuzioni di senso. Quella di Weber è una Verstehende Soziologie, perché il compito dello scienziato sociale è quello di comprendere l’agire nelle sue differenze ideal-tipiche, non semplicemente quello di registrare comportamenti esteriori privi di significati. È nota la tesi di Weber che, alle origini del Capitalismo, vi sia un’Etica, quella di alcune sette Protestanti. Dal suo punto di vista, sono le differenti idee morali e religiose che determinano i modi in cui si svolge l’attività economica.

2) Sappiamo che la sociologia comprendente di Weber è figlia della teoria del valore di Menger, capostipite della scuola austriaca. È vero che Weber non coglie appieno la logica della teoria economica di Menger; e vede nel concetto di bisogno (e di soddisfazione dei bisogni) un limite all’agire “acquisitivo” tipico dell’impresa capitalistica. Ad ogni modo, il sociologo tedesco intuisce che la soggettività dei giudizi di valore è il giusto correttivo per un’ottica come quella di J. S. Mill.
Dal canto suo, Mill è stato oggetto di giudizi contrastanti:
a) anticipatore prolifico di varie prospettive (poi sviluppate dagli economisti e sociologi successivi); quindi un personaggio centrale nella cultura europea dell’ottocento;
b) ma anche un protagonista mancato, perché frenato, nel perseguire i sentieri intravisti, da un malinteso senso di fedeltà ai suoi maestri.

3) A questo punto, ci poniamo una domanda. Cosa sono le “idee” di cui si parla? La domanda sembra semplice, ma non lo è; come la risposta. Qualsiasi dizionario elenca i molteplici significati che questo termine può indicare: l’idea platonica (entità perfetta, contrapposta alla cosa sensibile), i contenuti di pensiero in generale, la dottrina fondamentale racchiusa in qualsiasi ragionamento o teoria, i progetti, etc.; ma anche la conoscenza probabile (la platonica dóxa), opinioni discutibili e fallaci, credenze illusorie e fantasie.

4) J. Locke, con il termine idea, indicava tutte le percezioni (cioè, tutta l’attività) della mente. Hume, invece, distingue le idee (percezioni deboli, raffinate, elaborate, che inducono la mente a sceverare e criticare) dalle impressioni (percezioni forti, sentimenti e passioni, che spingono ad agire).
Questa che può sembrare una divagazione filosofica è la premessa per affrontare uno dei problemi più discussi da ogni teoria dei fenomeni sociali: l’interazione tra i fattori razionali, a-razionali e irrazionali che ne sono alla base. Ovviamente, diamo per scontato che un agire puramente razionale sia solo un’esercitazione intellettuale. Lo stesso agire scientifico indica un percorso da seguire, non dà certezze incondizionate. Le uniche certezze assolute sono quelle di natura logica, leggi che la mente definisce mentre svela il suo proprio funzionamento.
Malgrado l’incertezza che avvolge i rapporti con la realtà esterna (che include gli altri membri della specie), gli uomini hanno creato strutture relazionali d’ogni tipo. Le Istituzioni non sono altro che sistemi di rapporti consolidati nel tempo, ma soggetti a processi di continua evoluzione. L’esperienza e le facoltà intellettive e razionali hanno creato ogni genere di “artifici” (dalla comunicazione linguistica allo scambio commerciale, dalla proprietà alle leggi che la devono proteggere, dalle piccole comunità guidate da rapporti personali alle grandi comunità che hanno generato i governi). Ma nessuna creazione artificiale ha avuto successo, finché non è stata sentita dagli uomini come “naturale” – intimamente percepita come necessaria, quindi moralmente vincolante. Dicendo questo, seguo decisamente il sentiero tracciato da David Hume.

5) Hume ha provocato sconquassi nella metafisica tradizionale e ha rivoluzionato le fondamenta della causalità. Nel presente contesto, mi preme sottolineare che la humeana teoria della causalità si muove in una direzione parallela a quella che, sul versante economico, porterà dalla credenza nella oggettività all’affermazione della soggettività del valore.
In Hume, il rapporto causa-effetto non è una qualità degli oggetti; ma una congiunzione operata dalla mente (THN, 1, III, 14), un’idea che deriva dal cumularsi di quattro tipi di relazioni: 1) contiguità, 2) successione, 3) connessione necessaria, 4) costante congiungimento.
Da notare che, mentre la prima, la seconda e la quarta di queste relazioni sono frutto di osservazione, la terza invece – l’idea di necessità – dipende interamente dalla nostra mente («appartiene all’anima»); e richiede la presenza di due condizioni: l’unione costante che percepiamo e l’inferenza che la nostra mente connette alla percezione di tale unione: non c’è nessuna realtà fisica a cui corrisponda l’idea di ‘necessità’. Ma (e questo la dice lunga sul presunto ‘induttivismo’ di Hume) “l’unione costante” non gli impedisce di attribuire validità sperimentale a un “unico caso”, a certe condizioni:

Non soltanto in filosofia [cioè, nell’attività scientifica], ma anche nella vita comune, un solo caso può essere sufficiente a farci conoscere una particolare causa, se abbiamo l’accortezza di essere giudiziosi, e di rimuovere tutte le circostanze poco attinenti e superflue (THN, 1, III, 3).

Questo non vuol dire che attribuire carattere di necessità ad una relazione causa-effetto sia una scelta arbitraria (frutto di una “liberty of indifference”). Il criterio di coerenza (non-contraddizione), che fonda la logica, vale anche per le scienze naturali:

Possiamo infatti inferire, dalla coerenza delle nostre percezioni, se esse siano vere o false; se rappresentino correttamente la natura, o se invece siano pure illusioni dei sensi  (THN, 1, III, 5).

6) Ma la causalità vige anche nelle scienze dell’uomo?
Hume non ha esitazioni. Se la necessità è qualcosa che esiste nella mente, e non negli oggetti – e una delle attività mentali è quella di produrre inferenze – anche l’ambito morale è soggetto alle leggi della necessità. Non solo; ma “esiste un solo tipo di causalità”. La distinzione che egli enuncia tra Natural Evidence e Moral Evidence non incrina l’unicità del principio che la mente è alla continua ricerca di prove o testimonianze che verifichino la ricorrenza (probabilità) di tipi di eventi capaci di suscitare inferenze causali. La necessità di Hume non è cieco empirismo: è il semplice risultato dell’attività inferenziale (sia cosciente, sia inconscia).
Ma se la ricorrenza induce alla credenza nel successivo replicarsi di sequenze causali, essa non basta ad assicurare la coerenza, che è un criterio di natura differente. La coerenza porta a verificare la congruità del rapporto mezzi-fini, quindi a verificare (e ad esprimere giudizi su) l’utilità di quelli che Hume definisce gli “artifici” – invenzioni delle facoltà intellettuali e razionali degli uomini.
In conclusione, gli uomini (o, se vogliamo, i membri di una comunità, più o meno grande) possono agire concordemente sulla base di principi condivisi, oppure no. La condivisione/non condivisione può essere il risultato di convinzioni ragionate e consapevoli, oppure no. E una generale condivisione di idee, principi, regole di condotta, può evidenziare il massimo grado di Moral Evidence, ma non garantire l’adeguatezza dell’uso dei mezzi per il conseguimento dei fini (in primis, quello dell’adattamento). Come ci ricorda anche Pareto:

L’universale consenso degli uomini non ha virtù di rendere sperimentale una proposizione che non lo è [1].
 
E un sistema totalitario può produrre Moral Evidence nel breve termine; ma, disprezzando le leggi naturali della convivenza umana, non può sperare di avere un successo duraturo; e, oltretutto, non può che produrre azioni confliggenti con il principio di congruità nell’uso efficiente dei mezzi.
Sul versante economico, politiche monetarie errate suscitano Moral Hazard, sulla base di una presunta certezza dell’impunità (un altro tipo di Moral Evidence, tanto nociva per la comunità, quanto dura a morire).
Sì, Ideas Have Consequences!
Ma producono i loro effetti tutte le idee: scientifiche e non scientifiche, giuste e sbagliate, quelle che inducono all’efficienza e quelle che portano all’inefficienza, quelle brandite come armi e quelle che, sotto l’apparenza scientifica, celano totem e miti di ogni genere.

La concorrenza tra idee è proprio dura. Purtroppo, non sempre vincono le migliori!

[1] Pareto V., Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale, CEDAM, Padova, 1974, 30 (I ed. 1906).

6 Responses to “IDEAS HAVE CONSEQUENCES!”

  1. 1

    Leonardo Says

    Carissimo Professore,
    sì, qui crediamo che le idee producano effetti, tutte le idee, e per questo qui parliamo di idee, idee nel senso di Hume (o almeno ci proviamo), per confrontarle con altre idee e vedere quanto siano “idee” o “impressioni”.

    Grazie dell’articolo

  2. 2

    silvano Says

    E’ vero, purtroppo non vincono sempre le migliori ! E’ paradossale come l’oriente asiatico – piano piano – stia facendo sue molte delle principali elaborazioni del pensiero occidentale, rielaborandole in chiave propria, mentre noi le abbandoniamo e le stravolgiamo in continuazione. “Per fortuna” che a Dubai e negli Emirati arabi ancora impongono il velo e qualche altro obbligo assurdo. Altrimenti potrebbero darci lezioni di liberismo (cosa che in termini di fisco e diritto commerciale potrebbero già fare, visto che hanno ricalcato pari pari il modello anglosassone)…

  3. 3

    Biagio Says

    Vorrei chiarire meglio alcuni dei concetti sopra esposti.
    Nel linguaggio di Hume, dire che gli elementi costitutivi dell’attività mentale sono di due tipi – impressioni e idee –, in termini molto riduttivi e sintetici, equivale a dire che esistono delle
    1) percezioni istintive, immediate, irriflesse e
    2) percezioni mediate da associazione, riflessione, elaborazione.
    Questa distinzione, nell’empirismo primitivo, porta a fare una scansione cronologica (del tipo: prima le sensazioni che provengono dall’esterno, poi la formazione delle idee astratte).
    In Hume, non esiste un prima (le sensazioni) e un poi (le idee): vi è un continuo interagire tra le une e le altre (anche perché non esistono solo le sensazioni esterne, ma anche quelle interne).
    Questo significa togliere le idee dall’olimpo platonico-aristotelico e confrontarle con la realtà. Le idee non sono pure forme.

    Passiamo al concetto di Evidence: fa riferimento a prove, testimonianze, che creano e rafforzano la credenza (belief) che al fenomeno A segua il fenomeno B. A questo nesso tra A e B, la mente può arrivare ad attribuire carattere di necessità (inferenza causale). Questo accade, sia per i fenomeni naturali (in tal caso Hume parla di Natural Evidence – “necessità naturale”), sia per i fenomeni umani (per i quali egli parla di Moral Evidence – “necessità morale”). In nessun caso si tratta di necessità assolute, ma solo credute; quindi, falsificabili: nuove esperienze e riflessioni possono dar luogo ad altre inferenze causali (nuove idee, teorie, etc.).

    Ad es., molti credono che politiche Quantitative Easing (fenomeno A) siano causa efficiente della ripresa (fenomeno B). Chi ci crede, attribuisce carattere di necessità a questa relazione: ci troviamo di fronte a una Moral Evidence; soprattutto se essa diventa la base della teoria prevalente. Gli ‘austriaci’ rifiutano la validità dell’inferenza dominante; e credono invece che politiche QE producano non B, ma altri effetti (C, D…). Tra questi effetti vi sono le azioni di Moral Hazard: una volta che politiche di tipo A siano diffuse e attese, gli agenti si adattano alle circostanze e cercano di trarre beneficio.

    Quando riusciremo a diventare più saggi e farci guidare dalle teorie migliori?
    Questa domanda può essere parallela ad un’altra domanda:
    Quando riusciremo a scegliere istituzioni politiche migliori?

  4. 4

    silvano Says

    Non ho ancora finito Mises a Hayek, nonostante lo sforzo… e già vuoi farmi studiare Hume ! Diavolo di un professore :)
    Affascinante Hume. Però non mi convince completamente: fatico un po’ a concordare con il fatto che tutti i rapporti di causa effetto siano un prodotto della mente o una proiezione delle strutture logiche mentali sulla realtà. E’ vero che il dualismo oggetto e soggetto è irriducibile, pur tuttavia un flebile legame deve pur sussistere. Altrimenti qual’è la differenza tra teoria, idea e doxa ?

  5. 5

    Biagio Says

    1) Il nesso tra soggetto e oggetto è tutt’altro che flebile: è determinato dalle necessità dell’adattamento.
    2) “Oggetto” non è solo la natura fisica, ma anche gli altri esseri umani.
    3) Ogni individuo deve adattarsi. Ma ciò non implica che tutti gli individui abbiano le stesse idee sull’adattamento e sui modi più idonei al raggiungimento di tale obiettivo.
    4) I rapporti reali causa-effetto non sono un prodotto della mente. Il problema è che questi rapporti reali noi non li conosciamo: possiamo solo approssimarci alla loro conoscenza. E’ vero che vi sono maggiori o minori gradi di approssimazione.

  1. 1

    Quantitative Chaos at Ideas Have Consequences

    […] Di fronte a questi scenari, in cui il keynesianismo idiota dei paesi occidentali ha la sua parte di responsabilità, può convenire pensare al “crack up boom” come un esito remoto ma possibile. Può convenire innanzitutto per esorcizzarlo: la sua improbabilità risiede nella misura in cui la nostra civiltà continua a rispettare concetti come la proprietà privata, il libero scambio, i contratti, l’importanza del risparmio, l’autonomia del privato e la capacità di auto-organizzarsi dei singoli. Quando questi valori vengono attaccati, vengono attaccate le difese che impediscono ad una società di collassare e ripiegare su di sé. Il calcolo economico, afferma Mises, non è un “dato”, un qualcosa di scontato che fa girare i modelli economici: è esso stesso un frutto della nostra evoluzione e dobbiamo evitare la fallacia di pensare che il progresso attuale sia un qualcosa di acquisito in misura tale da porci al riparo da eventuali involuzioni. A colpi di Quantitative Easing è possibile arrivare ad un Quantitative Chaos: anche le idee sbagliate hanno conseguenze, purtroppo, e non basta l’inerzia per fermarle. […]

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