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Ideologie del Consumo, ovvero: Lode al Risparmio

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March 19th, 2007 by Admin

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di Leonardo, Ihc

 

risparmioMi inserisco sulla scia di un recente lavoro pubblicato su IHC (Lode al Consumo) per parlare sempre di consumo e di un suo possibile eccesso definito consumismo. Quel che voglio provare a fare non è tanto una difesa o un attacco al consumo in quanto tale (nella prevalente ottica austriaca di questo sito, ma pure da diverse parti della variegata e secondo me scorrettamente e sommariamente definita scuola neoclassica, questo equivarrebbe a questionare la libertà individuale su cosa fare dei propri soldi), ma sottolineare come pochi spunti teorici “digeriti” dalla politica possano portare ad “aberrazioni del consumo” ed a quasi comiche “contraddizioni filosofiche”.

Anticonsumismo: "se si chiede all’uomo della strada cosa pensi del consumismo, difficilmente si esprimerà in positivo"; ma siamo sicuri che sappia di cosa parla? In realtà il concetto di consumismo può esser interpretato in modi diversi. Si può infatti pensare all’acquisto di una sempre più ampia gamma di beni o servizi voluttuari, la cui utilità è spesso legata solo all’indicazione di uno status e pertanto non rappresentanti necessariamente un miglioramento delle condizioni di vita. Il consumismo può essere inteso anche come la tendenza allo spreco di beni e risorse sostenuta dalla propensione dell’individuo a acquistare prontamente un sostituto a quanto sprecato. Il consumismo poi può sfumare nell’assunzione di stili di vita e pattern di consumo in qualche modo riconducibili ad ideologie invise al critico di turno (principalmente consumi che riconducano agli USA, come cappellini, MacDonald’s ed altre amenità).

Quel che principalmente interessa a me è la propensione a spendere quote sempre più importanti del proprio reddito, quindi l’incremento dei consumi a scapito del risparmio (ipotizzando che questo non accada a causa dell’assottigliamento del reddito, bensì proprio per un “cambiamentodelle preferenze degli individui o della percezione della realtà da parte di quest’ultimi). Questa definizione del consumismo non è comunque antagonista alle prime due sopra riportate.

Una cosa che mi colpisce molto è che nella teoria economica classica in senso proprio si può parlare di tutto tranne che di spinte “consumistiche”: Adam Smith ha infatti celebrato le virtù del risparmiatore, in quanto fornitore dei capitali necessari all’imprenditore per realizzare i propri investimenti e quindi creare le condizioni per l’incremento dell’offerta di beni nel futuro (si sente una certa eco?).
Assolutamente opposta è la posizione comunista, che predica la distruzione della classe capitalista (detentrice del capitale e come tale risparmiatrice) e la redistribuzione a fini di consumo delle sue ricchezze; tra l’altro il Comunismo non si fa problema alcuno di una spesa pubblica in deficit, introducendo l’idea che si posano spendere pure i soldi che non si hanno (qualcuno ha già visto questo film?). Nel Comunismo il problema è che la classe operaia non può consumare quanto vorrebbe e meriterebbe, perché il capitalista tiene i soldi in banca (leggi: risparmia).

La posizione socialista, diffusasi perniciosissimamente in tutto il mondo anche grazie alla mediazione delle teorie economiche di Keynes, è da questo punto di vista sulla stessa linea della posizione comunista; keynesianamente in particolare, il mercato alloca efficacemente le risorse pro quota rispetto ai fattori produttivi, ma nel complesso il livello delle risorse impiegate è subottimale, pertanto occorrono stimoli che giustifichino agli occhi degli imprenditori una maggior produzione, cioè maggiori consumi, e lo Stato deve produrre questi stimoli tramite sia la politica fiscale che quella monetaria. Per chi lo conosce, il modello IS-LM (Investment Saving - Liquidity Money) indica chiaramente che si può incrementare il reddito reale aumentando la spesa pubblica (quindi spendendo in deficit; si sente l’eco?), oppure con una politica monetaria espansiva che comporterà una maggior domanda di bond (il che equivale al misesiano credito di circolazione, essendo il bond l’artificio modellistico con cui il sistema finanzia le imprese; curioso che non abbia mai trovato scritto questo parallelo), che farà scendere i tassi di interesse e quindi stimolerà gli investimenti, cioè la domanda globale, che attraverso il positivo stimolo sul reddito stimolerà a sua volta il consumo (un classico in senso proprio e pure un austriaco avrebbero semplicemente detto che il minor tasso di interesse influisce sulle scelte intertemporali di consumo riducendo il risparmio, ma lasciamo stare). È il caso di ricordare che Keynes arrivò a dire che si potrebbero semplicemente spendere soldi pubblici per scavar buche e poi ricoprirle e l’economia ne avrebbe tratto vantaggio (alla faccia della “immaginazione al potere” di tanti comunisti). Per la verità le teorie di Keynes sono elaborate in una decisiva ottica di breve periodo, ma il fatto che ne venga regolarmente abusato in ottiche di lungo periodo mi permette di parlarne (male) in questo frangente.

La successiva visione monetarista, per quanto all’atto pratico non sia stata carente di episodi accomodanti rispetto ad una presenza non marginale dello Stato, ha comunque alla base la ripresa di posizione classiche come la capacità del mercato di conseguire un ottimo produttivo attraverso la libera scelta degli operatori, ed in particolare il massimo produttivo in condizioni di equilibrio (dei prezzi). La semplice equazione di base MV=PQ (da Platone ai classici una uguaglianza contabile, per Friedman ricavata come un banale risultato legato alla domanda di moneta), passando per una non importante variabilità della velocità di circolazione V ed una impossibilità di spingere il mercato oltre il suo ottimo produttivo reale Q, implica che un incremento dell’offerta di moneta M potrà creare solo inflazione (P è il livello generale dei prezzi), mentre la spesa pubblica potrà solo spiazzare la spesa privata. Sinceramente io non vedo alcuno spazio teorico per uno stimolo dell’economia tramite il consumismo in qualsiasi modo indotto, essendo le conseguenze solo inflazione.

Da un punto di vista austriaco non si cade molto lontano: la ricerca di stimoli all’economia attraverso il consumo (incrementato tramite fiat money, quindi maggior offerta di moneta e tassi di interesse più bassi, incidendo così sulle decisioni di investimento e consumo lungo la dimensione temporale) crea inflazione ma nessuna crescita reale se non solo fluttuazioni cicliche. Non esiste convenienza a ridurre il risparmio a favore del consumo, pertanto non esiste fondamento teorico a favore di qualsiasi forma di consumismo spinto oltre il necessario soggettivamente individuato.

L’attuale politica monetaria, più o meno mondiale, è facilmente definibile come “inflazionomia”: espansione dell’offerta di moneta a ritmi elevati. Una versione semplice dell’equazione di Fisher indica ragionevolmente che il tasso di interesse nominale (i) è pari alla somma del tasso di interesse reale (r) e del tasso di inflazione (π), e da questo discende un semplice r = i – π . Dall’inflazionomia segue quindi in pratica, con una probabilità molto molto alta, la riduzione di r, il che significa stimolare i consumi e deprimere il risparmio. Tutto questo non mi pare molto in linea con le prescrizioni classiche o monetariste o austriache. Nel momento in cui si pensa all’enfasi universalmente data in tempi recenti al consumo come motore dell’economia, ed a quali ragioni possano aver spinto le Banche Centrali verso l’inflazionomia, forse si capisce quale sia l’ideologia prevalente al momento, e quindi la fonte di almeno una parte dell’attuale consumismo.

Ma il mondo non si ferma, ed ogni tanto nasce un genio come Silvio Gesell con la sua intuizione, adottata in alcune località tedesche, di una moneta “antagonista” all’euro che possa promuovere lo sviluppo locale e la cui adozione è stata proposta non molto tempo fa anche nel nostro parlamento: la moneta che perde valore da sola con il tempo! A parte che senza doversi ingegnare molto una qualsiasi moneta in un ambiente inflazionistico perde valore con il tempo, la soluzione di Gesell dovrebbe appunto stimolare il consumo con giovamento delle classi lavorative a scapito del capitalista/risparmiatore che non avrebbe più convenienza a detenere risparmi; voi come chiamate questa situazione? Va da sé che lo stesso Gesell dichiari la sua fiera ispirazione socialista.
Ora, parlando in modo semplice, quale è l’ideologia che promuove realmente il consumismo, quella liberale pro-capitalismo oppure quella statalista/sociale che tanto ispira le proteste di piazza?
Quando qualcuno inveisce contro gli USA e il liberismo (come se l’uno implicasse l’altro, è bene sottolinearlo) per aver esportato il consumismo, non so a voi, ma a me viene l’orticaria. Credo sia chiaro in che senso esprimo la mia “lode al risparmio”.

Postilla: come si fa, con tassi reali più bassi, ad aumentare gli investimenti mentre il risparmio diminuisce a causa del consumismo? Come vediamo attualmente, con il debito, il naturale by product dell’inflazionomia (e dell’ideologia che la origina). Ma un nobel dimenticato lo disse già molti anni fa…

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20 Responses to “Ideologie del Consumo, ovvero: Lode al Risparmio”

  1. 1

    jacopo Says

    Molto buono… hai beccato la questione nei termini in cui la intendo anche io. Tanto che molti mesi fa scrissi un articolo simile intitolato “Il Consumismo e l’Interventismo economico”, dove sottolineavo la stessa relazione individuata nel tuo pezzo.

    Missà che lo aggiusto e lo posto nei prossimi giorni, così il dibattito si allarga. Sarebbe bello se anche altri potessero dire la loro sulla questione: magari anche sotto altri profili non necessariamente economici-politici. Se qualcuno è interessato:

    jacopo@ideashaveconsequences.org

  2. 2

    libertyfirst Says

    Clap clap!!! Gli argomenti non mi sono nuovi: ma io ’sto Leonardo lo conosco o è un omonimo? :-D

  3. 3

    jacopo Says

    una politica monetaria espansiva che comporterà una maggior domanda di bond (il che equivale al misesiano credito di circolazione, essendo il bond l’artificio modellistico con cui il sistema finanzia le imprese; curioso che non abbia mai trovato scritto questo parallelo)

    parafrasa..

  4. 4

    HIM Says

    Concordo con il post, ma vorrei precisare che la mia “lode” non è un invito a spendere sconsideratamente quote sempre più importanti del proprio reddito alla maniera di quegli economisti giustamente citati nell’articolo i quali esortano le persone ad assalire i banchi del mercato per rimettere in piedi l’economia. Ovvio che il risparmio è fondamentale in quanto cardine dell’attività di previsione volta alla soddisfazione dei bisogni, come insegna Menger. Quello su cui mi premeva porre l’accento è il fatto che attaccando la g.d.o., le multinazionali etc. si inibisce non solo la libertà individuale di cosa fare dei propri soldi, ma anche quella ben più importante di poter comprare a prezzi più vantaggiosi, quindi, in buona sostanza, di risparmiare. Inoltre ci tengo a chiarire che il mio non è un appello alla politica (me ne guarderei bene), bensì un tentativo fra i tanti di rivalutazione morale del consumo come peculiare azione umana la quale ha subito, e tuttora subisce, condanne di ogni genere: da quelle francescane di qualche secolo fa di cui ancora si odono gli echi tra le navate delle chiese, a quelle moderne altermondiste che infiammano le piazze, i salotti buoni e di cui sono pregne le pagine dei giornali.

    Ciao.

  5. 5

    L.Baggiani Says

    Se HIM è quello della lode al consumo, il mio post non era in contrasto con il tuo nel modo più assoluto, e ben si capiva il tuo messaggio di “libertà individuale di spesa”. Non per nulla il tuo post era molto più ampio come tematiche, mentre il mio è concentrato sull’eccesso di spesa indotto da soggetti terzi rispetto all’individuo. La terminologia che ho usato forse dà adito a malintesi con il tuo articolo (ma non ne trovavo altre), ma basta chiarirsi.

  6. 6

    L.Baggiani Says

    Jacopo:
    - nel modello keynesiano si suppone che il risparmio finisca invariabilmente in domanda di bond, e che le imprese si finanzino emettendo bond, per cui il bond diventa un “artificio intellettuale” per un sistema del credito che intermedi tra chi chiede e chi offre capitali.
    - nel modello keynesiano un’espansione monetaria finisce invariabilmente in maggior domanda di bond, quindi in maggiori fondi verso le imprese, e questo squilibrio di domanda e offerta di capitali esercita i suoi effetti ribassando il tasso di interesse.
    - il parallelo che ho visto (che non vuol dire che i due modelli concordino, ma solo che certi meccanismi si possono vestire in modi diversi ma quelli restano) deriva dal fatto che l’espansione monetaria per la AE si tramuta prima di tutto in maggior offerta di credito, che appunto ribassa i tassi di interesse e crea gli squilibri conseguenti. Che poi questo avvenga per intermediazione di conti correnti o tramite conversione in bond del debito delle aziende (un esempio di successo? Parmalat), sempre di espansione artificiale del credito di tratta.
    - che poi keynes ne faccia discendere maggior PIL e mises solo inflazione dipende dalle ipotesi di breve periodo e squilibrio del capitale sussunte da Keynes.

    Poi dire che il paragone è un po’ “forte”, ma appunto vale per dire che alla fine certi meccanismi sono scontati, e comunque anche senza quella frase il “core” dell’articolo resta intonso.

  7. 7

    L.Baggiani Says

    Liberty,

    già già… guarda, la tua soffiata su Gesell (con una perfetta tempistica con quel lungo post di Megarandom, se ricordi) mi è stata veramente utile, e venerdì sera mi ha dato l’impulso a riunire tutta una serie di tasselli e scrivere d’impulso questo post.

    come sempre, grandeliberty!

  8. 8

    Libertyfirst Says

    Lo studio di come le banca e finanza influenzano (oggi sono eufemistico) le decisioni di investimento mi interessa molto. Peccato che siano tutti eventi legati da tante di quelle relazioni causali che al momento ho una visione molto frammentaria del tutto. Prima o poi su Usemlab capiterà qualche articolo sui derivati e me lo imparo a memoria… :-D

  9. 9

    Libertyfirst Says

    Aggiungerei alla storia delle buche scavate e ricoperte due note, la prima di public choice applicata alla politica fiscale, e la seconda più on topic, sull’idea che scavar buche e riempirle sia utile.

    1. Un tizio passeggia per strada e vede due lavoratori del comune: il primo scava una buca e il secondo la riempie. I due si spostano di venti metri, ed eseguono la stessa procedura. Si spostano di altri venti metri, e continuano allo stesso modo. Il tizio si avvicina e chiede cosa stavano facendo; uno dei due operai si gira e dice “Io sono Andrea e sono l’addetto allo scavo; lui si chiama Carlo ed è l’addetto al riempimento; purtroppo oggi è in malattia Benedetto, quello che pianta gli alberi.

    2. L’idea che “qualsiasi modo si trovi per spender soldi fa bene, perchè fa domanda aggregata” non è morta con Keynes, la si trova nei libri di testo moderni! L’errore logico è confondere la realtà con il modello…

  10. 10

    libertyfirst Says

    Cavolo, non posso linkare una cosa che vengo scoperto. :-D

  11. 11

    Lamiadestra Says

    “Sinceramente io non vedo alcuno spazio teorico per uno stimolo dell’economia tramite il consumismo in qualsiasi modo indotto, essendo le conseguenze solo inflazione.”

    Io farei molta attenzione: sia Friedman (monetarista), sia Lucas (new-classical), sia Hayek (austriaco) giungono alla medesima conclusione che “money matters” (seppure, con Lucas, in casi molto ristretti). La politica monetaria può influenzare, ed in effetti influenza il ciclo economico, sia stimolandolo sia deprimendolo. Affermare quindi che non esiste spazio teorico per uno stimolo mi sembra un po’ un azzardo. Preferisco dire che dal punto di vista pratico quella possibilità teorica non è sfruttabile.
    Perchè, come insegna Hayek, l’espansione monetaria genera malinvestment (in un periodo di espanione economica) ed un successivo inevitabile aggiustamento (crisi economica).
    Perchè, come insegna Lucas, solo variazioni inattese della moneta possono avere effetti, e variazioni inattese si hanno solo in due casi: se lo stato ha informazione migliore, ma allora è preferibile divulgare semplicemente quell’informazione invece dell’interventismo; oppure, se la politica monetaria è fatta in maniera casuale, e quindi in modo totalmente inauspicabile.
    Perchè, come insegna Friedman, è impossibile che una autorità monetaria possa prevedere con precisione l’andamento economico, e considerati i lag temporali tra il momento in cui si attua la politica e quello in cui ha effetto, nonchè l’impossibilità di conoscere gli esatti meccanismi di trasmissione, vi è il rischio concreto che l’intervento monetario destabilizzi ulteriormente il sistema economico.

    E quindi, concludendo, essendo possibile in teoria manipolare il sistema, all’atto pratico qualsiasi manipolazione è impossibile perchè il sistema è infinitamente più complesso di quanto possiamo riprodurre sulla carta, e quindi gli esiti dell’intervento incerti e pericolosi.

  12. 12

    libertyfirst Says

    Penso l’autore si riferisca al lungo termine, dove il malinvestment conta più dello stimolo alla domanda proveniente dalle politiche monetarie.

    Del resto, se la moneta fosse neutrale anche nel breve termine, non potrebbe esistere malinvestment; ma se esiste malinvestment, il benessere dello stimolo monetario non può che essere soltanto illusorio.

    Parafrasando l’autore:

    “io non vedo alcuno spazio teorico per un aumento della felicità tramite l’uso di eroina in qualsiasi modo indotto, essendo le conseguenze solo intossicazione”

    Questo è vero anche se un secondo dopo l’iniezione si sta da dio… dicono. :D

  13. 13

    L.Baggiani Says

    Lamiadestra:

    l’osservazione è giusta, ma non è la prospettiva in cui io parlavo; la mia prospettiva è quella di lungo termine, così come ho anche precisato nel riferimento a keynes (che è una teoria dello squilibrio sul breve termine che però vien spesso utilizzata come fosse sul lungo termine e per questo da me tirata in ballo).

    Quanto da te opposto è in effetti la caratteristica di neutralità in “forma debole” della moneta, opposto alla “forma forte” propriamente classica (la moneta come “velo”). Tra l’altro, considerando ad esempio la prospettiva monetarista, lo stimolo di breve termine della politica monetaria passa quasi da un “inganno” del lavoratore che non si accorge del minor salario reale guadagnato; il problema di Lucas riguardava l’inserimento dell’inflazione attesa nella curva di phillips, se non sbaglio, quindi qui lo stimolo passa tramite una “sorpresa” che può essere pure truffaldina) chiamare “stimolo all’economia” una cosa del genere mi pare un po’ “scorretto” verso gli operatori dell’economia stessa.

    Comunque, io guardavo a effetti di lungo termine, non a temporanee deviazioni dall’equilibrio da cui consegua solo inflazione e quindi distorsione in negativo dell’equilibrio.

  14. 14

    Jacopo Says

    Scusate se sono sparito ma ho problemi con la linea telefonica e questo non mi permette di aggiornare nè di commentare IHC. Il problema dovrebbe essere risolto entro oggi (spero).

    Thanks Telecom Italia.

  15. 15

    Jacopo Says

    quote:
    Cavolo, non posso linkare una cosa che vengo scoperto.

    La colpa non è tua. E’ che i post sono aperti a pingback, e cioè ogni volta che vengono linkati da qualche parte compaiono come commenti.

    ps. grazie per i link

  16. 16

    Tommaso Sardelli Says

    caro Leonardo, io sono di un altro parere. Non si tratta tanto di fare appello alle ideologie, ma di capire con la ragione quali interessi si intende anteporre. Ora, fra il fronte “consumi”, che fa riferimento indistintamente a tutta la polis, e il fronte “risparmio”, ossia la parte di reddito che non alimenta il motore economico, mi sento in dovere di privilegiare il primo, quello che massimizza il benessere della collettività.
    Cosa è infatti più desiderabile, un surplus di ricchezza che giace inoperoso, o un suo impiego per migliorare le condizioni di vita dei consociati?
    A me risulta naturale propendere per il primo. Perché volere per forza dimenticare l’andamento dell’utilità marginale della ricchezza, proprio oggi, in cui la sperequazione fra nord e sud si sta sempre più facendo aspra nel mondo?
    Io non maschererei sotto scadute e manichee livree ideologiche un’istanza sempre più avvertita nel mondo.
    Difendo il libero mercato, riconosco nella ricchezza un bene prezioso da coltivare, ma anche da condividere. Platone scrisse che “uno Stato nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso”. Non è forse rovinosa una società che regredisce a tal punto da aspirare solo a l’individualismo?
    È chiaro che i consumi sono l’aspetto della scienza economica che sta più a cuore ad una politica di sinistra, in quanto riguardano tutta la popolazione, non solo quella più abbiente.
    Io vorrei però superare certi clichés. La vera sfida per gli economisti del futuro non consiste nel tracciare una riga fra una posizione “liberale” ed una “sociale”. È invece l’impegno per una maggiore equità.

  17. 17

    L.Baggiani Says

    Carissimo Tommaso,
    chiaramente ognuno ha a cuore, anche dalla nostra posizione di “amateurs economiques”, il benessere generale.
    Le divergenze di opinione stanno essenzialmente nei modelli di analisi, quindi nella definizione dei presupposti e nella dinamica dei ragionamenti.
    E fuor di dubbio che se si può consumare di più si sta pure meglio (astraendo dal tipo di consumo e dalla presenza di particolari scale di valori), ma quanto contesto io è la spinta ad un consumo non giustificato dalle esigenze e dalle preferenze individuali bensì pianificato. Il consentire la naturale formazione di risparmio (quindi senza forzare nessuno neppure a risparmiare) non implica impoverire la società, ma creare le risorse da impiegare in produzioni che rientreranno o con qualità o in quantità maggiore nel futuro. Lasciare che il sistema trovi un equilibrio non arbitrariamente imposto è quanto io considero la cosa migliore, e questo almeno da parte mia è affermare un primato dell’individuo sullo Stato non una loro mutua esclusione.

    Da parte mia una analisi “liberale”, quindi di marca monetarista classica o austriaca, ha un punto di favore rispetto a quella keynesiana da cui, per quanto ho sostenuto nell’articolo limitatamente all’analisi di una delle forme del consumismo, derivano scompensi nell’economia.

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