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Ignorante Sarà Lei! (parte I)

January 7th, 2013 by Leonardo

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IHC ospita un nuovo pezzo dell’amico Claudio Bandini. Nella sua ecletticità, oggi si muove tra un Hayekiano knowledge problem e la teoria politica di Jeffrey Friedman. IHC propone questo interessante lavoro in due parti (abbiamo un seguito di persone che hanno molto da dire, che ci possiamo fare?). Grazie Claudio.

 

di Claudio Bandini

 

Teoria economica e teoria politica “mainstream” hanno un grande punto in comune: in entrambi i casi il consenso generale di fronte a qualunque tipo di problema si presenti nei rispettivi campi d’azione è chiedere di più: più moneta nel primo caso, più democrazia nel secondo. Ora, sui problemi che ha comportato e comporta la politica monetaria espansiva come panacea di tutti i mali la scuola austriaca, da Mises e Hayek fino ai contributi più di nicchia ma non meno arguti offerti su questo sito ha avuto (e si spera avrà) assai molto da dire. Tuttavia, un approccio austriaco, di stampo Hayekiano, benché non del tutto ortodosso rispetto al suo propositore, può avere applicazioni particolarmente interessanti anche in ambito di teoria politica. È quello che ci dice Jeffrey Friedman, editore della rivista Critical Review e autore di diversi articoli sulla stessa che hanno come tema principale il concetto di radical ignorance”.

Perché è importante quello che dice Friedman, un autore che ha tra l’altro non ha risparmiato critiche né ai libertari à la Rothbard né agli economisti neoclassici “modellizzatori”? Cercherò di spiegarlo basandomi su un suo paper (del 2005) che mi pare rappresenti una summa abbastanza completa delle sue tesi principali, tesi che peraltro non sono di semplicissima digeribilità ma in cui vale la pena addentrarsi.

 

Punto di partenza di Friedman: la realtà è complicata e la verità non è di per se evidente, ergo anche il più intelligente di noi è tremendamente ignorante rispetto a tale complessità. Pare un’affermazione ovvia, ma troppo spesso, come vedremo, si tende a dimenticarla. È per destreggiarsi nella complessità che costruiamo teorie, in ogni campo. Come si costruiscono buone teorie? Friedman accetta il fallibilismo popperiano: non sappiamo a priori se e quanto una teoria è valida. Abbiamo bisogno quindi, di una buona dose di cautela e di apertura mentale. La teoria è necessaria ma va comunque verificata: “le teorie non sono più ovvie dei fenomeni che pretendono di spiegare.

Ciò premesso, quando si concentra nel suo ambito, quello della teoria politica, Friedman ha un chiaro bersaglio polemico, quello della public choice e della rational ignorance. Per chiarire cosa non va in queste teorie chiama in causa anche Max Weber e la sua classificazione dei motivi dell’agire: la razionalità “strumentale” (per intendersi, quella dell’homo oeconomicus duro e puro), la razionalità affettiva (che porta ad agire per ottenere sensazioni piacevoli), la razionalità dei valori (agire in nome di precetti morali o religiosi) e quella tradizionale (agire per abitudine, perché si è sempre fatto così).

In nome di questa classificazione Friedman critica il modo di procedere tipico della public choice, che reputa una cattiva teoria assai meno valida del successo che gode tra gli economisti. Per funzionare questa teoria richiede attori che utilizzino e utilizzino solo una razionalità Weberiana del primo tipo. Ma questa è una semplificazione eccessiva che non regge: non possiamo sapere in anticipo quali forze hanno agito, e in quale misura, nel determinare le azioni altrui. La public choice sembra proporsi come una teoria universale dell’agire umano ma fallisce ad una analisi più attenta, perché pretende di spiegare troppo, postulando attori politici perfettamente informati e capaci di perseguire il loro interesse in maniera pienamente logica. Friedman è estremamente scettico, e cita anche Hayek a suo sostegno, sul fatto che, nei fenomeni sociali, esistano regolarità tali da poter essere definite, e usate, come leggi.

 

Il sistema della decisione politica ha meccanismi più perversi, meno razionali, rispetto a quelli che appaiono se si considera razionale solo il primo dei modi di agire Weberiani. Un dato: tutte le indagini e i sondaggi a nostra disposizione mostrano che esiste una diffusissima ignoranza anche delle basi più elementari sia della teoria politica che dei meccanismi socio-economici che essa vorrebbe regolare. Un ignoranza, questa della massa votante che non è per Friedman (in opposizione in particolare alla teoria della rational ignorance di Caplan) razionale, nel senso cioè, del risultato di una valutazione costo/opportunità tra la reale possibilità di influenzare il corso degli eventi versus il costo di informarsi. Questo può valere per alcuni individui, magari per molti, ma come spiegare l’altrettanto numeroso esercito di appassionati della politica, in tutte le gradazioni, fino al fanatismo, che votano e voterebbero pur sapendo che il loro voto non sarà mai decisivo? Come spiegare l’estremismo degli integralisti religiosi? Allo stesso modo, analizzando il punto di vista di chi comanda, ha senso, come nella public choice “classica”, dare per scontato che chi persegue il proprio interesse sappia quali politiche lo favoriscano realmente?

Per Friedman bisogna per prima cosa considerare come si formano i nostri giudizi sulla realtà, compresi quindi quelli che hanno un valore politico. Come ci mostra tanto la storia quanto la nostra quotidianità, in ambito politico tendiamo ad essere dotati di una notevole chiusura mentale e di una persistente convinzione di avere ragione. Perché? Ancora una volta, perché nonostante la realtà sia complessa ci ostiniamo invece a semplificarla considerando i fatti come se fossero auto-evidenti, non riuscendo quindi a capire le ragioni del disaccordo degli altri. Siamo portati a bollare chi non la pensa come noi come stupido, malvagio o perché no, parte di un complotto (questo va particolarmente di moda). Questo fa parte di un modo di procedere per tentare di risolvere i problemi in maniera intuitiva (procedimento euristico, in linguaggio filosofico) che ci fa ricorrere anche ad altri “trucchi” altrettanto dannosi. Uno è la tendenza a eguagliare le intenzioni con i risultati, a non considerare cioè, gli effetti inintenzionali delle azioni altrui (oltre che delle proprie), un altro è la classica fallacia post hoc, ergo propter hoc. I risultati di queste tendenze li vediamo all’opera in decenni di politiche perseguite con i più nobili fini (lotta alla povertà, alla disoccupazione, alla discriminazione e via così) che ottengono risultati opposti senza che molti se ne accorgano (inflazione, debito pubblico ecc.), ma anche nella tendenza ad attribuire al Governo effetti al di fuori del suo raggio d’azione, nel bene o nel male (come i cicli economici).  Non è né stupidità, né rational irrationality, quella in atto. È radical ignorance, pura e semplice, di altri punti di vista, e più in generale una semplificazione eccessiva di come funziona il mondo.

 

Detto per inciso, nel quadro un po’ sconfortante dipinto da Friedman non fanno miglior figura nemmeno i cosiddetti esperti che potrebbero (o dovrebbero) indicare la via al popolino ignorante. Pure l’élite intellettuale ha da fare i conti con una realtà molto più complicata delle umane capacità di comprensione. E nonostante questa élite abbia accesso a una maggiore quantità di informazioni della media essa tende a distinguersi per un dogmatismo ancora maggiore proprio per la consapevolezza  di sapere più degli altri, dogmatismo che tende a produrre ideologie e quindi altro disaccordo.

L’argomentazione di Popper a favore della social-democrazia fondata sul parallelo con la scienza viene quindi a cadere: il filosofo viennese immaginava (o per meglio dire osservava) un sistema in cui le politiche sociali proposte dagli esperti potevano essere falsificate e successivamente migliorate tramite la valutazione degli elettori. Quello che risulta, più realisticamente, osserva Friedman, è che rule by ideologues is validated by the votes of ignoramuses. Questo non solo perché i tempi delle procedure politiche e democratiche sono particolarmente lunghi, ma anche perché è di fatto impossibile trattare come un esperimento una realtà socio-economica influenzata da miglia di variabili che non possono essere isolate di volta in volta ceteribus paribus. Per questo un keynesiano dirà sempre che bisogna aumentare l’offerta di moneta e un austrodosso ripeterà allo sfinimento che sta per partire il crack-up boom senza che sia possibile zittire definitivamente una delle due parti.

In sostanza la scelta democratica avrebbe senso in un mondo di esseri onniscienti o in una realtà in cui non sorgono dubbi su come si svolgono i fatti, cioè in situazioni in cui non avrebbe ragione di sussistere il disaccordo. Ma questo non ha molto senso visto che ci è sempre stato detto che la democrazia dovrebbe servire proprio per risolvere le situazioni di disaccordo.

 

[segue]

 


6 Responses to “Ignorante Sarà Lei! (parte I)”

  1. 1

    Silvano Says

    L’Agent Based Modeling consente di simulare differenti tipi di razionalità e schemi comportamentali senza che il sistema abbia necessariamente una tendenza verso l’equilibrio. Rispetto al massimizzatore neoclassico consente di spiegare, simulare (ed anche intervenire entro certi limiti) su sistemi adattivi complessi.

    Spesso le scienze sociali, economia inclusa, tendono a seguire gli sviluppi della matematica e delle scienze naturali con un certo ritardo. Per l’economia classica bastava l’algebra, il marginalismo ha applicato la derivata prima e la derivata seconda pressoché ad ogni fenomeno socioeconomico finché i limiti della programmazione lineare non sono diventati sempre più evidenti. Adesso ci stiamo dirigendo verso le dinamiche non lineari, la teoria del caos e i sistemi complessi.

  2. 2

    Claudio Says

    Sempre più matematica per arrivare a dire che possiamo prevedere meno di quello che pensavamo? Se serve a limitare la presunzione di pianificatori e politici, ben venga!
    In fondo si può arrivare a conclusioni abbastanza simili seguendo vie diverse e non conflittuali. Tuttavia è un campo per me ostico, quindi mi rimetto a chi ne sa di più.

    Comunque, per quello che ho capito non è che Friedman neghi il ruolo dell’economia, nella fattispecie della Public Choice, per spiegare le dinamiche politiche e/o sociali. Dice più che altro che non è una teoria generale (come talvolta pretende di essere) e che ci sono ragioni di carattere filosofico (epistemologico per meglio dire) che almeno in teoria bastano e avanzano come argomento per restringere gli spazi della scelta politica. Particolare non secondario, le spiegazioni pro-market non economiciste sono anche (relativamente) più vendibili a livello di intellettuali e opinion-makers, almeno a detta sua (ma mi sento di concordare).

  3. 3

    Silvano Says

    No, la modellizazione bottom-up aumenta la predittività riducendo il fabbisogno informativo e consente di diversificare le risposte degli agenti (diciamo che lo stererotipo dell’homo oeconomicus viene sostituiscono con una pluralità di soggetti più simili agli idealtipi weberiani) per cui ad ex. è possibile simulare l’andamento dei flussi di traffico automobilistico, vederne le criticità, gli interventi di ottimizzazione senza aver bisogno di sapere cosa passa nella testa di ogni automobilista. Oppure è possibile simulare gli effetti su un mercato finanziario dell’adozione di particolari strategie, seguire la diffusione dell’informazione, delle preferenze e dei gusti tramite i social network, etc.
    Ovviamente non è una teoria dell’agire universale, è una metodologia per affrontare la complessità prendendo atto dei limiti cognitivi ed è improntata su concetti di razionalità limitata.

  4. 4

    Silvano Says

    “le spiegazioni pro-market non economiciste sono anche (relativamente) più vendibili a livello di intellettuali e opinion-makers, almeno a detta sua (ma mi sento di concordare).”

    In buona parte sì: un approccio stile “humanomics” (à la McCloskey) ha una sua persuasività retorica. Dubito però in un’eventuale inclinazione pro-market degli intellettuali. Il capitalismo è l’unico sistema che consente a questi di avere successo non solo ignorandone le dinamiche, ma sputandoci sopra in abbondanza. E’ l’unico sistema in grado di alimentare un vivace mercato delle idee che può decretarne l’annaquamento.

  5. 5

    Claudio Says

    1) Ok, così ho più chiaro cosa intendevi. In questo senso si tratta di innovazione positiva, certo dipende dagli usi che se ne fanno. La matematica, la modellizzazione sono grandi cose, il problema è quando arriva il fenomeno che pensa di avere la soluzione per i problemi dell’umanità tramite l’imposizione del suo modello. Sono piani d’azione differenti però.

    2) Perfettamente d’accordo, infatti ho scritto “relativamente più vendibili”. Sull’argomento avevo già scritto qualcosa, comunque ne parla anche Friedman, quando Leonardo pubblica la seconda parte ci possiamo tornar su. Di Friedman c’è anche quest’altro paper che dice cose interessanti sullo stesso tema.
    Anch’io penso che sia una battaglia persa, ciò non toglie che certe argomentazioni hanno più senso di altre e che vale la pena conoscerle.

  6. 6

    walter Says

    Non si può negare che la public choice è inapplicabile alla politica perchè, come un qualsiasi modello domanda offerta di qualsivoglia bene, richiede informazioni, assunzioni, condizioni irrealistiche (di razionalità perfetta e senza risvolti emozionali). E’ anche vero che un elettore oggi perfino volendo non potrebbe mai decidere obiettivamente: troppa voce in capitolo della politica nelle scelte economiche e di assunzioni future per non esserne influenzati al momento del voto, nessun legame tra tassazione e spesa pubblica, pochissime tasse di scopo e troppa fiscalità generale che va a finanziare finanziamenti a pioggia semi occulti. In una situazione del genere solo una persona con troppo tempo da perdere si va a leggere i programmi elettorali o a calcolare – assurdo a prescindere – l’effetto netto sul suo reddito delle politiche promesse. Si vota per chi fa più presa con argomenti popolani – io tolgo l’IMU, io tasso i ricchi con i barconi – o per chi idealmente è più vicino alla politica economica generale che vorrebbe – meno tasse le vogliamo tutti, ma a cosa si deve rinunciare per tagliarle?

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