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Ignorante Sarà Lei! (parte II)

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January 14th, 2013 by Leonardo

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Concludiamo il discorso avviato da Claudio Bandini qui. Grazie ancora.

di Claudio Bandini

 

A questo punto possiamo chiederci: come si ovvia al problema dell’ignoranza in altri campi d’azione non politici? In ambito scientifico sappiamo che le teorie possono essere verificate, e quindi confermate o rifiutate sulla base di esperimenti opportunamente costruiti e condotti. Abbiamo quindi un discreto metodo per distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è. Inoltre questo procedimento può essere fatto in modo decentrato: un Galileo da solo può invalidare millenni di tradizione.

Il punto chiave per nostra fortuna è che in ambito economico va ancora meglio, nonostante gli attori siano sempre  gli stessi uomini ignoranti: il processo di scoperta e di validazione di ciò che funziona è continuo e si svolge davanti ai nostri occhi. Sono i prezzi, come da intuizione di Hayek, a “trasportare” informazione anche senza bisogno di essere pienamente coscienti di ciò che c’è dietro.

 

Mentre in un laboratorio scientifico di regola è necessario sapere quello che stiamo facendo passaggio per passaggio, sul mercato le cose possono cambiare e indirizzarci in maniera molto più tacita. Esempio di Friedman: il proprietario di un ristorante che fa ottimi affari non ha necessità di sapere perché il suo ristorante va particolarmente bene. Certo avrà una sua teoria (è la cucina, è il personale o l’arredamento della sala) ma questa può anche essere sbagliata senza che gli affari ne risentano. Il rovescio della medaglia è che lo stesso ristoratore potrebbe commettere errori a sua insaputa che lo portano a chiudere senza sapere con certezza dove ha sbagliato. Ma quello che conta è che tutto si è svolto sotto la guida e i segnali portati dal sistema dei prezzi e dei profitti/perdite, che dimostrano, in questo e in miliardi di altre situazioni che si svolgono contemporaneamente, la loro importanza come messaggeri di informazione non (necessariamente) cosciente. 

Per Friedman la difesa Hayekiana del mercato è di gran lunga più sensata di quella neoclassica che postula l’informazione e la concorrenza perfetta. Il vantaggio di un sistema di free market non è legato solo al sistema di incentivi che offre (e anzi, insistere sul lato incentivi è un modo debole di difenderlo) quanto alla sua capacità di migliorare il deficit cognitivo della società nel suo insieme. I meccanismi di exit permessi in un sistema di mercato offrono un modo di risolvere i problemi della conoscenza e dell’incertezza che è semplicemente più adatta di quelli di voice della politica. Questo è ben lontano da essere un giudizio di valore. Si tratta piuttosto di una presa di coscienza delle limitazioni epistemologiche della mente umana. Che piaccia o no, se il fine è quello di migliorare la condizione del maggior numero di persone possibile dobbiamo tenerne conto. E siccome la quasi totalità dei teorici social-democratici ha per obiettivo il benessere della popolazione non c’è motivo per pensare che non potrebbero concordare con Friedman, qualora fossero a conoscenza delle sue tesi.

Sì, perché un altro degli spunti di riflessione che ci fornisce questo autore è legato alla difficoltà di conoscere e accettare la teoria economica (che è necessaria per difendere il mercato: i difensori del mercato o sono economisti, come Mises e Hayek o è gente che è stata istruita in economia, come Nozick o lo stesso Friedman). Anche qui non si tratta di malafede ma di posizioni a difesa del mercato che sono:

 

  1. minoritarie, nel senso che molti non le hanno proprio mai sentite. Se pensiamo al livello medio dei talk show capiamo cosa vuol dire
  2. esposte male (il riferimento è all’economia mainstream e gli austriaci possono concordare)
  3. controintuitive. Anche se non Friedman non lo cita direttamente, basta pensare a Bastiat e a quanto sia difficile considerare ciò che non si vede

 

Lo stesso Hayek, ricorda Friedman, da giovane era socialista, prima che leggesse (e capisse) Menger e Mises. Ed era socialista, come tutti gli altri che lo rimasero o che lo sono tuttora, perché sinceramente convinto che un tale sistema fosse il migliore per organizzare la società. Pochissimi, tra cui Mandeville e Smith parecchio prima di Mises e Hayek, avevano sfidato millenni di cultura umana facendo notare come molto spesso le intenzioni hanno ben poco a che fare con i risultati delle nostre azioni.

Ma questo era ed è un ragionamento innaturale per l’homo sapiens. Nei piccoli gruppi di cacciatori e raccoglitori per migliaia e migliaia di anni ciò che ha contato è stato il contatto faccia a faccia e il rapporto col proprio piccolo gruppo, e non c’è stato alcun vantaggio evolutivo nel riconoscere i più estesi ordini spontanei e il loro astratto funzionamento. Ma in una società complessa tutto cambia: il pianificatore può essere un santo, ma manderà il suo popolo alla rovina. Il democratico può essere pienamente convinto che il suo sistema sia moralmente ineccepibile e risolva i problemi di tutti noi, ma Friedman ci invita a pensare se ciò sia realmente possibile in questo mondo. Perché il problema non è la democrazia o la dittatura, ma la decisione politica in sé, rispetto a quella economica. Non dobbiamo essere antidemocratici per riconoscere che la scelta politica richiede un grado di conoscenza e di cognizione semplicemente troppo grande. Il mercato non è perfetto, tutt’altro, ma ha meccanismi di correzione incorporati che richiedono uno sforzo mentale minimo e che sopratutto funzionano egregiamente indipendentemente dal fatto che consumatori e produttori siano santi benefattori o cinici ricercatori del profitto.

 

La conclusione del lungo discorso di Friedman non fornisce nessun vademecum pratico per venire a capo della questione (stiamo pur sempre parlando di un filosofo), se non un forte argomento per preferire il mercato alla politica ogniqualvolta sia possibile (per inciso, Friedman non è anarchico, almeno per quel che mi è dato di sapere).

Fornisce però una azzeccata osservazione finale, in perfetta coerenza con quanto esposto (e qui riassunto non senza diverse inevitabili omissioni: leggere l’articolo originale e la risposta di Friedman a alcune critiche resta fortemente consigliato per chi volesse approfondire):

 

All things considered, we have no more reason to expect people to reach reasonable political conclusions than we have to expect them to reach reasonable religious conclusions

 

Possiamo decidere di trattare la politica (e, nel nostro caso, la democrazia nella sua attuale forma ed estensione) come un fine in sé, incuranti dei risultati a cui porta. Ma chi lo fa (almeno dopo aver letto Friedman) dovrebbe avere l’onestà di ammettere che sta compiendo niente di meno che un atto di fede.

 

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9 Responses to “Ignorante Sarà Lei! (parte II)”

  1. 1

    walter Says

    Ecco, guardando le due parti si tratta di un bellissimo articolo che riassume una grande argomentazione pro libero mercato e contro l’accentramento delle decisioni economiche in organismi politici. In sostanza: se un modo di prendere le decisioni è sbagliato per buoni motivi, puoi sostituire i decisori quanto vuoi, in mala fede o in buona fede finiranno sempre per combinare disastri. Inoltre questa è una argomentazione che non ha bisogno di dissertare sulla natura - buona o malvagia - dell’essere umano.

  2. 2

    Ivan Says

    Gran bell’articolo!

  3. 3

    Claudio Says

    Grazie a entrambi!

    Quello che c’è di buono è comunque merito di Friedman, autore purtroppo poco noto anche tra i quattro gatti austriaci. Spero di avergli reso un po’ giustizia.

  4. 4

    Leonardo IHC Says

    A me questo lavoro piace tantissimo, ma qualcosa ancora mi sfugge.
    “il problema non è la democrazia o la dittatura, ma la decisione politica in sé, rispetto a quella economica” è una massima da scolpire nella pietra e credo riassuma molto del lavoro. Forse un poco “cozza” con qualcosa della prima parte, in cui si critica la democrazia: o lì si prende la democrazia come esempio sottintendendo anche le altra forme politiche, oppure c’è un qualche eccesso di critica alla democrazia sola, non perché non funzioni (e questo dice molte cose del perché non può funzionare, almeno nella forma attuale) ma perché mi manca una vera alternativa.

  5. 5

    Claudio Says

    @Leonardo

    Credo che il problema derivi dal fatto che in un paio di passaggi ho scritto “democrazia” quando forse avrei dovuto mettere “social-democrazia”, con cui Friedman intende il sistema attuale.
    Comunque il discorso è che, appurato che ci sono problemi epistemologici nella scelta politica, in un sistema in cui questa si è espansa a dismisura i problemi non possono che fare altrettanto. Poi si, Friedman si dilunga sui modi in cui si formano le idee politiche in un sistema democratico ma le critiche che fa mi pare valgano per tutti, dal Gosplan sovietico alla tecnocrazia europea.
    In questo senso il problema dell’alternativa è di quantità più che di qualità: la scelta democratica è migliore di quella autoritaria ma la conclusione è che essendo gli uomini tutt’altro che onniscienti meglio sarebbe ridurre anche il suo raggio d’azione perchè altrimenti si fanno danni anche partendo dalle migliori intenzioni.
    Come è possibile ridurlo? Convincendo la gente che sia la soluzione migliore. E’ realmente possibile che ciò accada? A parere mio NO. Però tra tutti i modi fallimentari di provarci quello di Friedman ha senso. Dopotutto anche la libertà religiosa si è affermata solo quando qualcuno ha fatto notare che continuare a scannarsi in nome di un Dio inconoscibile portava poco lontano e che forse era meglio che chi la pensava uguale si trovasse insieme e lasciasse in pace gli altri.

  6. 6

    Leonardo IHC Says

    ” il problema dell’alternativa è di quantità più che di qualità: la scelta democratica è migliore di quella autoritaria ma la conclusione è che essendo gli uomini tutt’altro che onniscienti meglio sarebbe ridurre anche il suo raggio d’azione perchè altrimenti si fanno danni anche partendo dalle migliori intenzioni.”
    Ottimo

  7. 7

    Silvano Says

    A me è piaciuto più il pezzo di Bandini che quello di Friedman il quale peraltro glissa su alcuni punti critici connessi anche con l’esempio riportato; in particolare l’assunzione implicita che prezzi e profitti (questo secondo aspetto meglio rimarcato da Mises) tendano a far convergere il sistema verso l’equilibrio nella formazione dei piani e delle aspettative. In assenza di aspettative razionali neoclassiche (che comunque sono un postulato e quindi una non-soluzione al problema nel nostro caso) e in presenza di ignoranza radicale diventa più difficile sostenere la tendenza ad autoregolarsi del sistema ovvero di chiudere il deficit cognitivo. La replica austriaca è quella che l’ordine spontaneo rimane la miglior risposta sociale all’incertezza e al disequilibrio, ma a questo punto entriamo nell’ottica dei sistemi complessi e il pistolotto finale di Friedman da solo è un po’ debole.
    Peraltro l’esempio del ristoratore è la cosa che mi è piaciuta di meno: sembra saltare da un individuo omniscente o razionalmente ignorante (di tipo neoclassico) ad un attore che si comporta seguendo le regole di un algoritmo (il mercato poi scarterà quelli “difettosi”). Forza eccessivamente un esempio analogo di Hayek.

  8. 8

    Claudio Says

    @Silvano

    “A me è piaciuto più il pezzo di Bandini che quello di Friedman”

    Addirittura!? Se Friedman viene a saperlo, mi sa che cambia mestiere! :-)

    Scherzi a parte, pure a me l’esempio del ristoratore non piaceva fino in fondo, ma un po’ perchè non trovavo di meglio, un po’ perchè dopotutto stavo sviluppando un concetto suo, mi è sembrato giusto lasciarlo così.
    In generale per la concezione del mercato di Friedman se non l’hai già fatto (nel caso, mi arrendo) dai un occhio anche alle sue repliche specie la I) e la II) (quest’ultima a Kirzner). Avevo messo il link appena prima dell’ultima citazione ma è un po’ nascosto e può sfuggire sicchè lo rimetto.
    La mia sensazione da mezzo ignorante (eheh) di economia è che forse Friedman esagera un po’ troppo nello sminuire il ruolo degli incentivi rispetto alla “sua” fissa con la radical ignorance. Però il suo discorso che a parità di agenti umani ignoranti, il meccanismo di mercato reagisce meglio (il che non vuol dire ottimamente) della politica (”socialdemocratica”) sembra reggere lo stesso, anche se mi par di capire che non sei tanto convinto. A me invece il suo pistolotto finale era piaciuto…

  9. 9

    Leonardo IHC Says

    In effetti, sebbene “alla lunga” i rapporti di mercato - attraverso formazione di piani, prezzi, revisioni, errori, correzioni, ed “espulsioni” - tenga a far convergere, nella letteratura austriaca, verso una situazione di tendenziale sviluppo della società (leggi: crescita) capace di auto-sostenersi sui livelli (quasi) migliori possibili, non mi pare esatto dire che Hayek o chi altri sostenesse che il mercato “subito” risolve i problemi nel modo migliore. Alla fine il mercato è fatto di persone, e le persone fanno errori (anche in massa, persone ed errori); il vantaggio è che un sistema di “mercato libero” trova gli errori e li corregge. Quando ho letto il pezzo ho pensato che Friedman stesse guardando la questione con una ottica diciamo di “breve periodo”, cioè alla soluzione “immediata” che può offrire la politica o il mercato a un problema, e non ad una prospettiva diciamo “di lungo” cioè quell’orizzonte lontano di un mondo “libero”. Se avessi capito bene, si concilierebbero le posizioni di Silvano e Claudio, nel senso che Friedman si è limitato a guardare la qualità di risposta immediata mentre Silvano guarda la qualità assoluta della risposta, che però è massima solo dopo un certo numero di iterazioni (cito Claudio “il meccanismo di mercato reagisce meglio (il che non vuol dire ottimamente) della politica (”socialdemocratica”)”.

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