Il Caos Non È Mediocre (un Pensiero da Murakami Haruki)
January 4th, 2013 by Leonardo
“Il mondo è mediocre. Su questo non ci sono dubbi. Ma è sempre stato mediocre, fin dalle origini? No. All’inizio c’era il caos, e il caos non è mediocre. La mediocrità è iniziata quando gli esseri umani hanno separato la vita quotidiana dai mezzi di produzione. E Karl Marx, definendo il proletariato, ha consolidato la mediocrità. Per questo motivo il marxismo porta direttamente allo stalinismo. Io apprezzo Marx. Perché era uno di quei rari geni che conservava memoria del caos originale. Per le stesse ragioni apprezzo Dostoevskij. Però non ammetto il marxismo. È qualcosa di estremamente mediocre”.
Ho tratto questo brano da “Nel segno della pecora” di Murakami Haruki, romanziere giapponese. Il libro non ha niente a che vedere con l’economia, e ancor più per questo mi è venuta voglia di entrare in questo inciso apparentemente fuori luogo lasciandomi trascinare dalle sue suggestioni.
Voglio aprire il 2013 condividendo questo sollazzo intellettuale.
“Il mondo è mediocre” è il giudizio di uno spregiudicato personaggio che sa come tutto il mondo si illuda di decidere le azioni che compie ma in realtà sia diretto da una sorta di “illuminato”, di cui egli è il braccio destro (tale posizione fa sì che lui non sia tra i “mediocri”). Per i dettagli dovreste leggervi il libro.
La cosa che mi colpisce è non tanto la definizione di “mediocre” ma la sua ragione: la separazione della vita quotidiana dai mezzi di produzione; ancora più curioso è che la mediocrità si sia consolidata con la definizione del proletariato cioè di quella classe sociale che non ha nulla tranne i propri figli (prole) ed in particolare non possiede i mezzi di produzione con cui essa stessa lavora (il capitale, in mano ad un rozzamente definito “capitalista” che – forse in ragione delle caratteristiche del tessuto economico del tempo – mischia chi crea il capitale attraverso il risparmio e chi lo utilizza a prestito per fini produttivi). Lo scrittore, attraverso questo personaggio, indica una superiorità di una situazione in cui la vita si esplica anche attraverso la produzione – presupponendo la proprietà dei relativi mezzi – anche se tale situazione si presenta da un punto di vista generale come “caos”.
In aggiunta, questo caos viene visto in qualche modo come qualcosa di naturale, in contrapposizione ad uno stato artificiale; questo si ricava leggendo che il proletariato è stato “definito”, non scoperto o identificato, in un momento successivo. In qualche modo, una mente “superiore” – almeno in termini di conoscenza, autorevolezza, ed influenza – come Marx ha inventato (progettato, presupposto?) una classe sociale, ed una parte del mondo vi si è riconosciuto/accodato. Il mondo ne ha guadagnato nei termini di un artificiale (artificioso?) ordine, ma al contempo ha sancito uno scadimento della propria qualità.
Dopo questa sorta di parafrasi, cerchiamo di farci un quadro ancora più generale ed economicamente significativo della questione. Nella mente dello scrittore, il mondo è stato “superiore” finché ha mischiato – su larga scala – la vita privata con i mezzi di produzione; in un certo senso, questo significa che la superiorità del mondo stava in una diffusa imprenditorialità. Questo non significa la proprietà diretta dei mezzi di produzione, bensì che l’attività economica esplicata attraverso il capitale (mezzi di produzione, ottenuti anche a debito, se necessario) era semplicemente uno degli aspetti della vita e della socialità dell’uomo, e quindi i due aspetti società ed economia non potevano venir scissi. Che il mondo si presentasse come un “caos” implicherebbe anche l’assenza di una qualche pianificazione, di un cosciente progetto su larga scala che indirizzasse i vari sforzi individuali – già confusi tra vita privata sociale ed economica – in una precisa direzione, verso un preciso risultato. La “non-mediocrità” di tale assetto può anche definirsi, in termini economici, come “ottimalità”, e la “mediocrità” quindi “sub-ottimalità”.
L’evoluzione della società, in particolare i processi di produzione di massa à la Ford, possono aver accentuato la presenza di alcuni strati della società che già separavano la propria vita privata dall’attività economica, essendo quest’ultima “ridotta” ad una pratica esecutoria di minime attività ripetitive in cui “umanamente” non potevano riconoscersi. In questo momento, la capacità di offrire una bandiera sotto cui riunirsi, un marchio in cui potersi riconoscere nella propria umanità (“proletariato”) ha di fatto incanalato la coscienza di questi segmenti della società in una particolare visione del mondo. Il diventare coscienti di appartenere – o il presupporre di aver capito di appartenere – ad una classe di “esiliati” dai mezzi di produzione ha così spinto ad agire accentuando questa caratteristica. In un certo senso una parte del mondo ha alla fine “voluto” essere un “proletario” la cui vita privata è scissa dai mezzi di produzione, e questo ha consolidato la “mediocrità” del mondo, o la sua “sub-ottimalità”.
Cosa c’entra Dostoevskij? Alcuni protagonisti dei suoi romanzi in effetti sono soggetti con aspirazioni particolarmente elevate (o almeno così si può desumere dalla qualità dei loro ragionamenti) che però soffrono del ristretto e spesso incomprensibile perimetro in cui la vita (anzi la burocrazia, che in realtà dovrebbe essere strumento di ordine ed organizzazione di un ente pianificatore superiore) li ha relegati. Possiamo qui ritrovare quel carattere di “genio che conserva memoria del caos originale” (“caos” la cui assenza è causa delle varie tribolazioni sofferte) attribuito anche a Marx.
Come ultimo passo, cerchiamo un parallelo nelle frasi di qualcuno che ben conosciamo.
Riguardo il fatto che certe masse di persone possano lasciarsi trascinare in visioni di altri, abbiamo ad esempio Mises (citato di recente da Bandini):
"Le masse, la turba degli uomini comuni, non concepiscono idea alcuna, sana o insana. Esse scelgono soltanto tra le ideologie sviluppate dai capi intellettuali dell’umanità. Ma la loro scelta è definitiva e determina il corso degli eventi. Se preferiscono cattive dottrine, nulla può impedire il disastro".
Per quanto riguarda l’irrilevanza della correttezza della conoscenza che si assume a presupposto delle proprie azioni, abbiamo una estrema sintesi ad esempio in Hayek:
"Nell’ambito delle azioni umane lo cose sono quelle che le persone agenti credono che siano".
Per quanto riguarda la rilevanza di aver “creato” una coscienza di classe, abbiamo ancora Mises:
"Non è certamente in virtù della sua posizione in quanto classe che il proletariato è quell’insieme omogeneo che i partiti socialisti immaginano. Solo l’aderenza all’ideologia socialista, che obbliga ogni individuo ed ogni gruppo ad abbandonare il proprio interesse particolare, manda avanti questa idea […] La comunanza degli interessi di classe non esiste indipendentemente dalla coscienza di classe […] Come classe il proletariato non esiste prima del socialismo; l’ideologia socialista lo ha creato per prima mettendo insieme certi individui per raggiungere un preciso fine politico ".
Questi tre spunti poi si coordinano nella generale concezione liberale-austriaca della continuità della vita sociale (e privata) con la sfera economica (non a caso il trattato di economia di Mises si riferisce “all’azione umana” e non “all’azione economica umana” o “all’azione umana nell’economia”). Riassumendo un po’ à la Hayek: aver “separato la vita privata dai mezzi di produzione” ha causato l’affermazione della mediocrità nel mondo. La pretesa di creare a tavolino un certo ordine economico ha comportato un’economia sub-ottimale rispetto al decentramento (“caos”) dell’economia stessa.
Benché Murakami Haruki non scriva di economia, in questo isolato passaggio segna una parallelo tra la vicenda umana (privata e sociale) e quella economica, che rimanda ad una esistente pensiero economico. La mediocrità del mondo sta nell’aver dimenticato che l’economia è parte della vita stessa del singolo individuo, ed a causa di tale dimenticanza l’essersi l’individuo auto-relegato nel ruolo di un misero meccanismo all’interno di una grande macchina guidata da chissà chi di superiore.
Post Scriptum 1: Tornando al Romanzo di Murakami
Riassumo brevissimamente il quadro di “Nel segno della pecora”: “l’illuminato” è morto, e l’inquietante personaggio si mette alla ricerca della “forza” che in realtà guidava “l’illuminato” per poi usarla a propri fini; l’inquietante personaggio in qualche modo manovra un inconsapevole ragazzo per scoprire dove questa “forza”; il ragazzo che non capirà mai il quadro generale e interpreterà gli accadimenti solo in base alla propria vita privata; le azioni più o meno casuali e non pienamente consapevoli del ragazzo fanno uscire allo scoperto la “forza”; la “forza” in realtà ha fatto in modo di venir scovata per poi punire la brama dell’inquietante personaggio.
Usando la metafora economica: chi ha provato a manovrare economia e società ritenendo di possedere una conoscenza superiore (fatal conceit), finisce per pagare le conseguenti reazioni distruttive dell’economia pur restando la società inconsapevole. Concludendo: il caos, l’autodeterminazione spontanea delle forze del mondo, non è manovrabile, prevale sempre, e se si tenta di imbrigliarlo gli effetti possono essere drammatici.
Post Scriptum 2: Perché questo Articolo?
Questo chiaramente non è un articolo di economia. È solo un gioco intellettuale: un tentativo di dare un senso a un’opera letteraria. La curiosità è che una narrazione economica liberale, più specificamente austriaca, può fornire una chiave di interpretazione; chiaramente il (limitato) concetto economico va poi calato in una (più ampia) concezione letteraria. Non credo però che un simile gioco potesse venir fatto con strumenti di altre scuole economiche – e sfido a venir smentito. Nella scuola austriaca si può apprezzare l’economia come aspetto della più generale vita umana, da cui segue una continuità di visione ed analisi dove altre “filosofie” indicano una contrapposizione tra economia e umanità.
Qui sta la ragione di questa strana continuità tra un romanziere e due economisti. Ecco il mio primo spunto di riflessione che vi propongo attraverso IHC in questo 2013.

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Claudio Says
Accidenti cosa può venir fuori da 5 righe di un romanzo giapponese!
L’articolo va letto minimo tre volte per capirlo bene ma il 2° P.S. è talmente importante che anche solo per quello ne vale la pena. L’approccio austriaco davvero serve a molto più che alla sola economia in senso stretto. Ne sono sempre più convinto, ed è una cosa che paradossalmente gli stessi austriaci, dopo Hayek, forse non hanno compreso fino in fondo.
E poi mi è piaciuta la 2° citazione di Mises, che non conoscevo ma che esplicita quello che è anche un mio pensiero. Il marxismo ha “creato” (non scoperto, come dici anche te) il proletariato così come ha creato la lotta di classe, non solo come obiettivo ma anche come paradigma interpretativo dei fatti passati. Tra i vari danni fatti c’è stato anche quello di portare generazioni di intellettuali (e in particolar modo di storici) a leggere il passato con categorie del tutto anacronistiche e fuori luogo, con il solo scopo di servire l’ideologia e non la ricerca della verità. E lo stesso materialismo storico, l’idea del mondo come “una grande macchina guidata da chissà chi di superiore”, ha contribuito a relegare lo studio delle idee e della cultura nella loro evoluzione sociale (caotica) in secondo piano, col risultato che tantissimo lavoro andrebbe ancora fatto in tal senso.
D’altra parte è proprio perchè la realtà è caotica e complicata, che l’ideologia attrae. Perchè serve a semplificarla.
Jan 4th, 2013 at 6:08 pm
Leonardo, IHC Says
Per la seconda citazione di Mises onori a Silvano.
Jan 7th, 2013 at 8:42 am