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Il Declino del Socialismo all’Amatriciana (parte I)

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July 25th, 2011 by Leonardo

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di Silvano, IHC

In tempo di crisi, è particolarmente interessante osservare il costante strabismo culturale con cui la parte maggioritaria della società italiana introietta concetti economici piuttosto basilari. Attorno a queste false percezioni si sono consolidati dei veri e propri miti, dai quali l’agire politico in senso lato attinge a proprio piacimento a seconda dell’occorrenza. A loro modo sono tutti sintomatici di uno spirito civile e borghese in declino, di un paese che ben lungi dall’essere “felice” della propria decrescita, imbruttisce quanto più arretra. Vediamone intanto alcuni.

1.      Il mito della rendita e l’eutanasia del rentier.  Si riscontra nelle più disparate proposte, dalla richiesta di incremento delle imposte sui redditi da capitale alla richiesta di imporre una tassa sulle transazioni sulle negoziazioni finanziare. Stessi sentimenti animano anche l’atteggiamento verso le locazioni residenziali e commerciali, anche se in questo caso il fenomeno è più attenuato data la ampia diffusione della proprietà immobiliare in Italia, sia in termini di abitazione principale che di seconde case. Paradossalmente le aziende agricole ed i proprietari di terreni coltivabili, ovvero i detentori dell’unico fattore produttivo verso il quale abbia un qualche senso applicare la nozione economica di rendita godono di un certo favore presso la pubblica opinione ed assieme ai sussidi derivanti dalla PAC (Politica Agricola Comunitaria) una fetta rilevante di questi riesce tranquillamente a procrastinare produzioni inefficienti, incassare rendite sia politiche che economiche senza suscitare particolari livori.

La mitopoietica della rendita è composta di elementi eterogenei i quali vengono pesati nell’immaginario sociale a seconda delle circostanze e delle percezioni personali, ma principalmente poggia su una ormai consolidata coppia di idee: l’idea che il capitale produca frutti quasi per inerzia e l’idea che il fatto stesso di disporre di beni capitali in misura superiore a quella de l’homme moyenne sia una colpa. La prima è completamente cieca al ruolo giocato dal risparmio nello sviluppo economico, la seconda contiene una forte dose di invidia sociale. Entrambe ignorano il fatto che l’unica rendita relativamente certa in termini finanziari è quella incassata dal possessore di titoli di Stato, nella misura in cui questo riesce a trasferire risorse attraverso la fiscalità generale dall’economia produttiva al servizio del debito.

Fondamentalmente tassare le rendite finanziarie significa tassare i risparmi, i quali in Italia godono di una imposizione tributaria più bassa in termini comparati rispetto agli altri paesi membri dell’Unione Europea. Allo stato attuale il risparmio è semplicemente l’ultima mammella rimasta da strizzare prima di ammazzare la vacca. L’elemento rilevante è che un provvedimento di questo tipo (combinato ad un incremento regressivo dell’imposta di bollo) non viene preso obtorto collo, viene anzi rivendicato e quasi proposto come una iniezione di equità sociale.

Ora, qualsiasi operatore del settore è perfettamente consapevole del fatto che i più bersagliati dal provvedimento saranno i risparmiatori del ceto medio e una fetta consistente di questa sarà costituita proprio da anziani e pensionati – non necessariamente benestanti – i quali sono abituati ad utilizzare i vituperati proventi da capitale sotto forma di forma di integrazioni al reddito, di tutela dagli imprevisti e di aiuto intergenerazionale verso figli e nipoti. Questi ultimi inoltre, a differenza dei primi, si troveranno un ulteriore e non gradito ostacolo nella formazione del montante necessario a costruirsi la propria previdenza complementare. Le nuove generazioni hanno bisogno sia di un minor carico fiscale sui redditi da lavoro che di un minor carico fiscale su qualsiasi forma di risparmio. Non c’è nessun “aut aut” tra lavoro e risparmio, piuttosto un “et et”.

 

2.      Il mito del povero pensionato e l’apologia del diritto acquisito. Ogni intervento che abbia per oggetto le pensioni in Italia è automaticamente bollato come antisociale. Questo nonostante il volume di spesa e nonostante il fatto che la previdenza pubblica, per come si è conformata dopo la riforma Brodolini del 1969, eroghi prestazioni non particolarmente elevate né ben calibrate verso l’assistenza all’indigenza. La giungla di obblighi ereditati dal passato aveva sovente un profilo redistributivo in senso conservatore: garantivano la permanenza di un determinato flusso di reddito, strettamente connesso alla relativa posizione sociale e professionale (operaio, impiegato, ferroviere, etc.), nel momento in cui il soggetto trapassava dal mondo del lavoro a quello della rendita pubblica. Il tutto senza alcun criterio di equità attuariale ed unito ad una pletora di trattamenti derivanti da norme dal sapore politico–clientelare senza alcun riscontro nel panorama occidentale, socialdemocrazie nordiche incluse. Per una parte significativa dei beneficiari dei trattamenti previdenziale, la pensione ha significato la possibilità di ritirarsi dal mondo attivo della produzione e della concorrenza con tanto di liquidazione, mantenendo tutto sommato senza ulteriori sforzi il benessere acquisito assieme agli ovvi benefici derivanti dalla quantità di tempo libero guadagnata. Ogni intervento a posteriori viene schermato invocando la precedente acquisizione del diritto. Premesso che in termini economici trattasi semplicemente del diritto di Paolo di prendere un po’ di soldi dalle tasche di Pietro a mezzo di Simone, la relativa cristallizzazione giuridica rende molti trattamenti simili a dei piccoli e grandi appannaggi di sua maestà. Diritto acquisto ed egualitarismo sono agli antipodi in quanto il primo è legato alla tutela di un determinata condizione consolidata e riconosciuta (ad ex. la proprietà privata, gli obblighi contrattuali, etc.), viceversa il secondo comporta una più o meno continua ridiscussione degli esiti spontanei del processo economico (solitamente tramite il prelievo fiscale e la spesa pubblica).

Se in 5 degli ultimi 10 anni la Repubblica Federale Tedesca non ha rivalutato i trattamenti pensionistici senza particolari borbottii, in Italia si è strillato per molto meno. Piaccia o no, la svalutazione in termini reali delle rendite rappresenta allo stato attuale il compromesso minimo tra il mantenimento in termini nominali del “diritto acquisito” e l’impossibilità di traslare sulle generazioni presenti tutti gli oneri delle discutibili scelte pubbliche del passato. Mentre il settore privato ed in particolare quello esposto alla concorrenza internazionale soffre la congiuntura, è ampiamente questionabile il fatto che una parte del paese continui a mantenere inalterato il proprio tenore di vita senza splendere di luce di propria, restando a carico della fiscalità generale.

Il modo allegro con cui in Italia si è ricorsi alla spesa previdenziale ha ridotto inoltre la partecipazione al mercato del lavoro. Questo problema è particolarmente gravoso e per certi aspetti va oltre il mero esborso erariale: se esistono (almeno in linea teorica) dei margini per rendere più efficaci ed efficienti i servizi pubblici, ben poco può essere fatto per chi ormai da anni si è ritirato e, stante l’attuale funzionamento delle casse pubbliche, semplicemente infoltisce un blocco sociale in tutto e per tutto mantenuto dalla popolazione attiva.

Si può tranquillamente notare che nello stesso capitolo di spesa coesistano pensioni che consentono poco più che una decorosa sussistenza e vitalizi d’oro, babypensionati ed ex lavoratori usurati ma questo più che rallegrare il quadro evidenzia un ritardo culturale e politico della società italiana in cui troppo spesso le cosiddette politiche sociali (così come le politiche per lo sviluppo in campo industriale con le relative sovvenzioni) si sono rivelate un ottimo paravento dietro al quale poter celare un coagulo di interessi particolari di origine sindacale, corporativa e politico-clientelare. Il quadro è eterogeneo, ma rispecchia ampiamente la situazione di un paese con lo sguardo perennemente rivolto al passato, dove è diffuso il sogno (profondamente “contadino” e feudale) di assurgere ad una condizione aristocratica utilizzando lo Stato come carrozzone. Aristocratica nella sua essenza qualitativa, prima ancora che nella dimensione quantitativa, poiché l’idea di fondo è quella di avere diritto ad un determinato status economico e a determinate sicurezze “a prescindere”: a prescindere dalla situazione contingente, a prescindere dal mercato, a prescindere da ogni valutazione, a prescindere da quanto e come si opera e da quali risultati si producono. Questa idea, combinata con la diffusa convinzione che i fessi siano coloro che rimangono a lavorare, è profondamente aristocratica, feudale e antiborghese. La cultura della rendita pensionistica è peggiore ed assai più problematica della stessa spesa previdenziale. Implica una rinuncia al futuro ed un desiderio di trasformare l’agire economico e sociale in una sorta di flusso circolare indifferente allo scorrere del tempo e delle stagioni. Purtroppo contro i ritardi culturali anche una buona contabilità può fare ben poco.

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