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Il Fronte Keynesiano del No-Euro, l’Analisi di A. Bagnai e la “Controintuitiva” Difesa Austriaca dei Cambi Fissi (parte I)

December 6th, 2012 by Leonardo

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IHC ospita il contributo di un nuovo lettore, Walter Paiano, proveniente da altre esperienza tra cui il Ludwig von Mises Italia. La lunghezza del lavoro, dovuta al desiderio di circostanziare il più possibile l’esposizione, ci costringe ad una pubblicazione in 4 puntate. Siamo certi che questa pubblicazione, ed i dibattiti conseguenti, risulteranno alla fine molto utili.

 

di Walter Paiano

 

Il fronte di intellettuali ed economisti che oggi in Italia (e presumibilmente nel mondo) si oppongono alle politiche di austerità chieste dalla Troika (UE,BCE,FMI) agli Stati europei con debiti pubblici divenuti – non proprio improvvisamente – insostenibili, proviene prevalentemente da una area di pensiero economico largamente definibile keynesiana. Le conclusioni più gettonate che pervengono alla fine di questi ragionamenti sono: dovremmo uscire dall’euro e svalutare la nuova moneta, rilanciando la competitività nei confronti dei competitor internazionali; dovremmo stimolare la ripresa usando la spesa pubblica in funzione anticiclica, anche a deficit.

Non voglio appiccicare etichette in modo sbrigativo, ma non si può negare che un ragionamento che perviene sempre alle conclusioni di cui sopra è chiaramente riconducibile al pensiero di chi crede che molti problemi economici siano originati dal libero mercato e dall’avidità dei capitalisti e siano risolvibili dall’intervento pubblico che può rifarsi come guida ad un qualche concetto, chiaramente definibile, di giustizia sociale.

 

Difficilmente si può assistere, specie nei dibattiti TV, ad una qualche analisi approfondita da parte di chi propone questo tipo di idee: studi e articoli – anche provenienti da istituzioni ‘autorevoli’ come lo stesso Fondo Monetario Internazionale – che “provano” econometricamente l’esistenza di moltiplicatori fiscali della spesa pubblica, diventano una condizione sufficiente per giustificare l’affermazione che “più spesa pubblica a deficit ci porterà fuori dalla recessione”, spesso affiancata alla quantomeno bizzarra idea che “alla fin fine il debito pubblico non è mai un problema” (ascoltata in prima persona durante uno di quei seminari sulla ‘crisi’ nella mia università; mi consola solo che a propagandarla almeno fosse un sociologo, e non un economista).

Per quanto mi riguarda, ogni analisi economica che ignori in modo così superficiale gli effetti sociali, psicologici, redistributivi (nel senso meno populista del termine) dell’entità della spesa pubblica in un Paese, trascurando naturalmente come essa modifica gli incentivi a scambiare, creare, innovare e fare impresa in un sistema economico è incompleta e poco seria, quando non chiaramente manipolata per qualche secondo fine (temi affrontati a fondo da Buchanan e dalla Public Choice Theory).

 

Se rimaniamo però nell’alveo dell’analisi più basata sui dati, uno dei più lucidi esponenti del fronte keynesiano “fuori dall’euro e più spesa pubblica” è sicuramente il Prof. Alberto Bagnai, che cura il blog Goofynomics.

La diagnosi di Bagnai, è che la crisi del debito non sia da imputarsi ai debiti pubblici degli Stati dell’Eurozona, altrimenti essa avrebbe dovuto colpire, visti i rapporti debito pubblico/PIL nel 2008, nell’ordine: Grecia, Italia, Belgio, Francia, Germania. Il problema invece deriverebbe dalla logica ‘mercantilista’ che l’euro ha imposto nell’area economica in cui è stato adottato: i Paesi che sono riusciti a tenere maggiormente a freno l’inflazione hanno accumulato surplus commerciali consistenti non tanto verso il resto del mondo (Bagnai mostra come la Germania in realtà non abbia migliorato la competitività nei confronti della Cina ad esempio) quanto nei confronti dei Paesi dell’Eurozona che invece hanno sofferto di inflazione più alta, accumulando deficit esteri più consistenti.

Seguendo la teoria delle Aree Valutarie Ottimali, l’unificazione monetaria permette di risparmiare costi di transazione derivanti principalmente dall’incertezza delle fluttuazioni del cambio tra i Paesi che la adottano (e la remunerazione per l’intermediazione degli operatori di cambio), ma ha il difetto di eliminare uno strumento importantissimo, cioè il tasso di cambio flessibile, che ha lo scopo di riflettere, attraverso le sue fluttuazioni, la forza relativa di due valute (ad esempio, marco tedesco e lira italiana) e di due economie nazionali in termini di import-export (l’una nei confronti dell’altra).

 

Fino a questo punto sono abbastanza d’accordo con l’analisi di Bagnai. Ritengo anch’io che la teoria delle Aree Valutarie Ottimali possa spiegare molto bene la causa degli squilibri che oggi mettono a rischio la coesione dell’Eurozona; sono disposto a riconoscere – discostandomi dall’ortodossia della teoria monetaria Austriaca – che i differenziali di inflazione tra Paesi che condividono una Banca Centrale – come nell’Eurozona – possono non dipendere solo dalla politica monetaria comune ma da condizioni strutturali dei singoli Paesi.

Peccato che il professore si fermi troppo presto – perdendo un pezzo importante di analisi, che invece svolgerò in questo articolo – e quindi pervenga a conclusioni keynesiane dal punto di vista della politica fiscale e ‘anti-austriache’ dal punto di vista della politica monetaria. Ed è anche chiaro che il problema non sono soltanto i debiti pubblici; per dirla tutta, siamo in un problema di solvibilità delle imprese finanziarie, banche e assicurazioni, certamente private, ma a cui gli Stati nazionali sono ‘costretti’ – e qui sta il perno di tutto – ad andare incontro peggiorando la loro esposizione debitoria.

Partendo dall’analisi di Bagnai della crisi, voglio cercare di spiegare perché un economista keynesian-oriented come lui chieda il ritorno in Europa delle valute nazionali (e la svalutazione delle valute delle economie in difficoltà) e di uno strumento di libero mercato quale il tasso di cambio flessibile, mentre diversi economisti ostili all’attuale ingerenza delle Banche Centrali nel funzionamento del sistema monetario – tipicamente Austriaci e affini – sostengono invece il mantenimento dell’Euro e quindi di un sistema di cambi fissi, tra i Paesi che lo adottano, apparentemente una soluzione più dirigista.

 

 

  • Cos’è il tasso di cambio

 

Il fatto che io consideri il tasso di cambio flessibile una istituzione fondamentale, di libero mercato e necessaria al buon funzionamento di una economia globalizzata si può comprendere dalla spiegazione di come esso funziona nel regolare i rapporti di scambio tra due Paesi.

Prendiamo due Paesi, la Germania (G) e l’Italia (I), con due valute distinte. Nei rapporti economici tra i due Paesi, ogni volta che un bene prodotto in G viene venduto (importato) in I l’acquirente – o l’intermediario della transazione – residente in I sarà costretto a comprare, sul mercato delle valute, la moneta in cui G pretende di essere pagato, cedendone una certa quantità della propria per poter avere quel bene.

Uno scambio del genere avviene sempre quando abbiamo a che fare con importazioni-esportazioni, in qualche punto del processo di scambio. Quello che è avvenuto economicamente è una importazione (in I) ed una esportazione (dal Paese G). Sul mercato delle valute esistono degli intermediari, che naturalmente accetteranno valuta di I in cambio di valuta di G ad un certo prezzo. Se ci fermassimo qui si potrebbe dire, in termini di politica economica, che il Paese I ha aumentato il proprio deficit estero. Accadrà naturalmente che qualcuno in G voglia comprare merce prodotta in I, e il processo avverrà allora al contrario.

Il tasso di cambio tra le valute di G e I risente di questi flussi: se alla fine della giornata (o di qualsiasi periodo si voglia analizzare) è stata richiesta valuta di G (in cambio di valuta di I) più di  valuta di I (in termini di G) allora il tasso di cambio G/I si apprezzerà. Questo meccanismo di domanda/offerta (la valuta G è più domandata della valuta I e diventa più “cara”) non è altro che un meccanismo che agisce naturalmente in un sistema di libero mercato, attraverso il comportamento degli intermediari dei cambi che fissano i prezzi dei beni – le valute – che scambiano. Il tasso di cambio, lasciato libero di fluttuare, serve allora a dare un segnale importantissimo agli operatori economici dei due Paesi: se per un periodo prolungato di tempo i residenti di I comprano da G più di quanto i residenti in G comprino da I, diventerà via via meno conveniente farlo: il tasso di cambio, flessibile, tende in questo caso ad alzarsi sempre più, rendendo sempre più caro comprare valuta di G in cambio di valuta di I. I residenti di I allora vedranno il prezzo dei beni importati alzarsi, in conseguenza della fluttuazione del tasso di cambio, e saranno – non tanto costretti, quanto – invogliati a orientarsi verso quei beni che non ‘pagano lo scotto dell’apprezzamento del cambio’, cioè quelli domestici. Naturalmente, possono esistere altri motivi continuare a preferire quelli esteri (come la qualità superiore che giustifica un prezzo più alto) ma la scelta di pagare questo sovrapprezzo rimane una scelta dei compratori residenti in I.

 

Vale la pena notare che questo comportamento, indotto dall’apprezzarsi del tasso di cambio, fornisce anche una sorta di aiuto alle imprese di I, impedendo così ad una economia di accumulare eccessivi deficit esteri. Come da manuale, se la valuta di I si svaluta rispetto a G, le merci prodotte in I divengono un po’ più convenienti di prima, quindi le esportazioni di I salgono, le importazioni scendono, e la bilancia commerciale migliora.

La cosa veramente sorprendente di tutto questo discorso è quindi: chi in genere difende l’intervento statale nell’economia di fronte alla crisi dell’Eurozona propone con sempre maggiore convinzione una soluzione basata sull’uscita dall’euro e il ritorno ad un sistema di cambi flessibili, cioè chiede che a regolare i deficit delle partite correnti sia uno strumento in tutto e per tutto ‘di mercato’. Invece, una delle scuole di pensiero tra le più liberiste e tradizionalmente ostile a qualsiasi interferenza statale quale quella Austriaca sta recentemente difendendo l’euro (pur criticando aspramente l’austerità a suon di tasse invece che attraverso tagli di spesa pubblica), ovvero si pronuncia a favore di un sistema di cambi fissi – visto che l’Euro, in estrema sintesi, imita l’esistenza un regime di cambi fissi tra i Paesi che lo adottano.

 

Bagnai ama spesso scagliarsi contro gli economisti che difendono tesi che definisce “contro-intuitive”, cioè quelli che pur notando quanto una politica economica sia illogica, suggeriscono di adottarla perché porta con sé effetti, benefici, inaspettati. Questa definizione di “contro-intuitiva” tuttavia presuppone che, nell’analizzare qualcosa, lo si faccia in modo così superficiale da “dimenticarsi” qualcosa di molto importante ai fini del ragionamento.

Mi dispiace far notare a Bagnai che, da questo punto di vista, abbastanza spesso i ragionamenti economici sembrano – alla grande maggioranza dei poco preparati – contro intuitivi. Ma solo per chi dimentica di spiegare appieno cause ed effetti di alcune scelte economiche al proprio interlocutore.

 


8 Responses to “Il Fronte Keynesiano del No-Euro, l’Analisi di A. Bagnai e la “Controintuitiva” Difesa Austriaca dei Cambi Fissi (parte I)”

  1. 1

    Leonardo IHC Says

    Da parte mia non c’è molto da commentare (in negativo) su questa prima parte. Che il problema di fondo sia di “solvibilità” e che si sia instaurato un gioco perverso tra Stato e banche, è stato più volte argomento di IHC. Mi permetto solo qualche puntualizzazione.

    “sono disposto a riconoscere – discostandomi dall’ortodossia della teoria monetaria Austriaca – che i differenziali di inflazione tra Paesi che condividono una Banca Centrale – come nell’Eurozona – possono non dipendere solo dalla politica monetaria comune ma da condizioni strutturali dei singoli Paesi”
    Nei miei studi di austrismo non mi pare di aver capito che i differenziali di inflazione (intesa come inflazione dei prezzi, mi pare il punto parlasse di questo) derivino SOLO da differenze di politica monetaria; i fattori reali, che implicano la capacità di produrre beni e servizi che incontrino il favore di investitori e consumatori, sono l’altro fattore in gioco: stessa quantità di moneta, meno beni, implica prezzi più alti. Discorso diverso se per “inflazione” si guardasse – in termini strettamente austriaci – all’incremento della massa di moneta; in tal caso è tautologico che questo discenda dalla politica monetaria (la moneta aumenta perché la moneta aumenta).

    “Diversi economisti ostili all’attuale ingerenza delle Banche Centrali nel funzionamento del sistema monetario – tipicamente Austriaci e affini – sostengono invece il mantenimento dell’Euro e quindi di un sistema di cambi fissi, tra i Paesi che lo adottano, apparentemente una soluzione più dirigista.”
    Ragioniamone. Bagus ormai non è più un novellino, e l’euro gli sta alquanto sulle scatole, ad esempio. La austro-difesa all’euro è scattata essenzialmente con l’esposizione di DeSoto, che in fondo ha solo ripescato la propria posizione espressa all’alba dell’euro, mettendo da parte il sostanziale inflazionismo della BCE e sottolineando come questo sia comunque “meno” di quello che ogni Stato avrebbe fatto da solo (e solo per una ragione di coordinamento tra posizioni opposte).

    Riguardo le Aree Valutarie Ottimali, già più volte argomento di IHC, voglio sottolineare che in queste teorie si elimina il tasso di cambio perché saranno le risorse (capitali, beni, persone) a muoversi. In tal senso la UE era sicuramente messa peggio rispetto agli USA, ma già dopo pochi anni di euro alcune ricerche esprimevano passi avanti forzati proprio dalla moneta unica. IL tutto avrebbe dovuto completarsi con una concorrenza fiscale tra Stati, ma i vari meccanismi perequativi o di protezione hanno nei fatti permesso che nessuno Stato in “svantaggio” venisse finora forzato a giocare come si doveva giocare.

    Apprezzo che Walter voglia ragionare di un contesto “applicato”, in pratica di “politica economica” più che di “economia politica” in astratto – gli astrofili dovrebbero farlo più spesso – anche perché altrimenti dovremmo mettere in ballo White Selgin Hayek e altri (il cui “difetto” è di saper pensare invece di allinearsi a una qualche sedicente “ortodossia”) che con i loro sistemi di free banking e concorrenze valutarie avrebbero invece richiesto cambi perfettamente flessibili (strumenti di libero mercato). Insomma, decidere per i “cambi fissi” nel senso di “moneta unica” perché nel contesto corrente porterebbe meno sconquassi è di fatto una posizione dirigista; certo però che le alternative di Hayek e soci sono ben più difficili – anche meno realistiche – da realizzare in tempi decenti.

  2. 2

    walter Says

    Molti punti sono ben affrontati nelle altre parti, su cui spero continueremo a discutere. Mi limito a notare che i paesi europei avrebbero dovuto solamente essere contenti dell’aver adottato tout court la politica monetaria prudenziale della Bundesbank, invece che lamentarsene (dopo aver goduto di anni di tassi d’interesse allineati e inflazione contenuta rispetto i precedenti storici), sebbene poi questo ha significato esporre tutti i paesi europei più sensibili all’inflazione non monetaria (sud europa perlopiù) ad una sorta di concorrenza sleale dei paesi del Nord, i quali possono esportare in Europa e non devono fronteggiare l’apprezzamento del tasso di cambio – perchè non ci sono due valute diverse.

    Naturalmente la funzione di equilibrio di mercato svolta dal tasso di cambio flessibile può essere sostituita dal movimento di merci, persone, capitali: ma in Europa non potrà mai essere così finchè i sistemi sanitari, pensionistici, di tassazione, di istruzione universitaria e soprattutto la lingua non saranno, non solo compatibili ma allineati quanto più è possibile. E tutte queste caratteristiche invece mancano in UE mentre grossomodo sono ben allineati negli USA. Ma, ripeto, meglio questa situazione che il ritorno alle politiche monetarie fatte di svalutazioni competitive, i cui danni non si vedono agli occhi dei meno preparati e i cui benefici ricadono solo su settori priviegiati, cioè le grandi imprese che possono esportare.

    Grazie per l’ultima considerazione: in effetti mi piace molto pensare in termini di pratica economica, visto che nel settore bancario e monetario le fondamenta istituzionali sono marce per scelta legislativa e non si può ragionare di concorrenza e mercato come se si avesse a che fare con l’economia tradizionale.

  3. 3

    Silvano Says

    Concordo sull’utilità di ragionare di più di politica economica, e la scelta della divisa nazionale e dell’architettura istituzionale che definisce il rapporto Tesoro – Banca Centrale è una scelta eminentemente politica.

    Qui invece sono più vicino a Walter:
    “sono disposto a riconoscere – discostandomi dall’ortodossia della teoria monetaria Austriaca – che i differenziali di inflazione tra Paesi che condividono una Banca Centrale – come nell’Eurozona – possono non dipendere solo dalla politica monetaria comune ma da condizioni strutturali dei singoli Paesi”.
    Io credo intendesse semplicemente dire mercati meno competitivi o ingessati da regolamentazioni presentano strozzature nell’offerta che – ceteris paribus – si riflettono sulle dinamiche dei prezzi al consumo. Il che sostanzialmente è vero, specie nel breve e medio termine.

  4. 4

    Francesco Says

    Forse mi sono distratto, ma credo che il confronto tra posizioni “filo-Bagus” con quelle “filo-De Soto” sul sistema di cambi e l’Euro meriti, per chi come Voi prova a parlare anche di politica economica, più di un breve cenno/articolo.

  5. 5

    Leonardo Says

    La discussione non è strettamente sulla contrapposizione interna, e ti sei comunque distratto: in alto è scritto che questo è il primo di 4 pezzi.

  6. 6

    Francesco Says

    Bene attendo con pazienza, sulla scia dell’invito di Leonardo a ragionarne.
    Se poi si ritenesse l’argomento marginale rispetto ai temi che ivi si vogliono affrontare, chiedo venia per l’impeto ma si sappia che a buttar il bambino con l’acqua sporca sono bravissimi in molti, in primis chi scrive .

  7. 7

    Leonardo Says

    Francesco, se ti andasse niente ti vieta di contribuire direttamente sul punto con un post. Fa solo bene a tutti.

  8. 8

    walter Says

    Purtroppo non sono preparato sul confronto Bagus – De soto, volevo solo mettere in risalto la strana difesa dei cambi flessibili che fanno gli interventisti monetari, e spiegare perchè e come si possono difendere i cambi fissi- cioè una moneta unica tra nazioni diverse- rimanendo nell’alveo austriaco (o almeno, in una delle due interpretazioni della contrapposizione Bagus – De soto).

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