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Il Fronte Keynesiano del No-Euro, l’Analisi di A. Bagnai e la “Controintuitiva” Difesa Austriaca dei Cambi Fissi (parte IV)

December 27th, 2012 by Leonardo

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Con questa pubblicazione si conclude il lavoro di Walter (qui la prima, qui la seconda, e qui la terza). Confidiamo che lo “sforzo” di aver seguito questo lungo percorso sia risultato utile per i lettori di IHC. Ringraziamo Walter per il suo impegno ed il “coraggio” di essersi esposto.

 

di Walter Paiano

 

  • Il tasso di cambio truccato

 

Quando sento parlare del rapporto tra Banca Centrale e Stato (e, naturalmente, banchieri privati) in termini di divorzio mi cadono le braccia. Se oggi essa non è matrimonio, è una felice convivenza di fatto, per la quale tutti noi paghiamo un conto salato, ma che a quanto pare non vogliamo per niente smettere di pagare.

Ma torniamo all’argomento principale del post. Cambi fissi o cambi flessibili? In questo contesto, perché mai una scuola di pensiero liberista come quella Austriaca si oppone ad uno strumento di regolazione automatica degli squilibri di mercato come il cambio flessibile?

 

In un sistema di moneta fiduciaria, sottoposto ad una Banca Centrale, quest’ultima può potenzialmente immettere nel sistema bancario – attraverso passaggi distorsivi che la teoria monetaria Austriaca spiega molto chiaramente – qualsiasi ammontare di moneta voglia.

L’immissione di valuta nel sistema economico non è priva di conseguenze: se la Banca Centrale di I ‘stampa dal nulla’ valuta I, questa perde valore, rendendo più costoso per i detentori di G acquistare beni da I. Naturalmente, anche la Banca Centrale di G può fare lo stesso trucchetto ma tutto questo ha un effetto prevedibile: il tasso di cambio non ha più assolutamente niente a che vedere con la capacità delle economie nazionali di I e G di creare valore ma è il risultato di un trucco contabile.

In questo contesto uno strumento come il tasso di cambio flessibile perde qualsiasi utilità come indicatore economico. Se lungo un certo periodo di tempo il tasso di cambio G/I sale, non è detto che sia perché G sta migliorando la sua bilancia commerciale, ma è possibile che semplicemente la Banca Centrale di I abbia effettuato una politica monetaria espansiva o perlomeno più espansiva di quella di G, svalutando la propria valuta.

 

L’inspiegabile paradosso – i mettici-il-prefisso-che-ti-pare-keynesiani che vogliono i cambi flessibili e gli Austriaci che difendono l’Euro cioè i cambi fissi – rimane un mistero solo se chi analizza lo scenario economico attuale si dimentica di spiegare di quanto potere disponga potenzialmente una qualunque Banca Centrale – inclusa la BCE – e di quali compiti impliciti di regolazione e di salvaguardia delle banche private sia stata investita dal potere politico. I bla-bla-keynesiani che cercano soluzioni alla crisi europea vorrebbero sbarazzarsi dell’euro (cioè di quella moneta che imita l’esistenza di un regime di cambi fissi tra i Paesi europei che l’adottano) quanto prima, per ritornare al periodo d’oro in cui la finanza pubblica e la Banca Centrale andavano a braccetto. Eh si, perché “negli anni ’70 in Italia l’economia andava fortissimo nonostante –  anzi indirettamente grazie a – l’inflazione, lo Stato provvedeva ai bisogni di tutti anche se ogni tanto ‘qualcuno’ rubava e tutti ce lo avevamo lungo 34 centimetri”.

Sembra di sentir parlare del ventennio fascista.

Gli economisti di Scuola Austriaca contro-intuitivamente, vogliono mantenere questo sistema di cambi fissi creato dall’Euro perché esso è in sostanza un vincolo che obbliga i Paesi periferici ad una disciplina di bilancio pubblico più responsabile e, non meno importante, perché esso non permette a nessuno di essi di avvalersi come in passato del trucco della svalutazione competitiva della propria valuta per ricomporre gli squilibri commerciali accumulati.

Dite che è poco democratico? Certo che è poco democratico, ma dal mio modesto punto di vista è un mezzo meno subdolo di quello che hanno adottato Stati come l’Italia (Stati–canaglia se si guarda alla politica monetaria!) che a intervalli regolari utilizzavano la propria Banca Centrale in funzione di finanziamento diretto della propria macchina statale e svalutavano la propria moneta.

Anche nel trucchetto della stampa di Lire per finanziare il bilancio pubblico c’era ben poco di democratico. L’inflazione a due cifre che ne deriva è una redistribuzione – ben poco democratica – da chi risparmia denaro a chi invece consuma oggi tutto il suo reddito. Il rimborso del debito pubblico è demandato alle generazioni future, e il pagamento continuo degli interessi per finanziarlo ricadono indistintamente su tutti, indipendentemente se essi siano d’accordo o meno o che usufruiscano della spesa pubblica (o del taglio di tasse) che questo debito pubblico finanzia.

 

Ma scusate, non sarebbe più democratico – e più responsabilizzante per i governanti – chiedere esplicitamente ai propri elettori una tassa ogni volta che è necessario finanziare una espansione del bilancio pubblico? Pensateci: il motivo per cui oggi paghiamo l’IMU assieme ad un IVA più alta è perché chi è al Governo è stato incapace di ridurre la spesa pubblica che andava diminuita e perché i disavanzi risultanti sono diventati molto costosi da coprire a causa di tassi d’interesse più alti. I Parlamentari che non hanno voluto trovare altre soluzioni ne risponderanno alle prossime elezioni ( per quello che può servire ) ma io trovo che questo sia molto più democratico dell’emettere titoli di debito che POI, gli altri rimborseranno. Ed è anche più democratico che finanziare il bilancio pubblico emettendo moneta ‘a corso forzoso’, che innesca una maggiore inflazione, che sempre ‘tassa’ è, ma ben più occulta e difficile da vedere e da capire.

Se si guardano solo – e in modo superficiale – ai suoi effetti matematici l’emissione di debito pubblico – in sostituzione del finanziamento della spesa pubblica tramite tasse – non è un grandissimo problema: essa non è nient’altro che una politica economica che il Governo sceglie – senza alcun mandato democratico, però – di adottare. Certo, è una scelta poco intelligente, visto che i consumi, incentivati da una inflazione persistente, possono anche rivolgersi ai beni esteri, mentre i redditi del risparmio, penalizzati dalla crescita dei prezzi continua, sicuramente finiscono nelle mani dei residenti nazionali, ma tant’è, agli inflazionisti piace così.

Tuttavia se, come dovrebbe fare ogni economista che aspiri a definirsi tale, ci si accorge che gli effetti in termini di incentivi di una continua penalizzazione del risparmio sono quanto di più masochista si possa mettere in atto in un sistema economico, allora si capisce come gli odierni ‘difensori della democrazia’ che si oppongono all’Euro farebbero meglio a trovare argomenti meno nobili per la propria causa, dicendo chiaramente come stanno le cose.

 

PS: sia chiaro che anche io ritengo che l’Eurozona sia una Area Valutaria non Ottimale, ma più degli squilibri commerciali tra centro e periferia europea oggi presenti ma che con un po’ di sana competizione di libero mercato si possono recuperare – e anzi possono ‘forzare’ un Paese, come l’Italia, che sta morendo di tasse e burocrazia a risvegliarsi – mi spaventano le soluzioni agitate dai fan dell’interventismo statale supportato da una Banca Centrale compiacente, specialmente se vengono esternate nel Paese che ha la più alta pressione fiscale al mondo e una altissima corruzione. Anzi, corruzzzzzione (cit.).

 


10 Responses to “Il Fronte Keynesiano del No-Euro, l’Analisi di A. Bagnai e la “Controintuitiva” Difesa Austriaca dei Cambi Fissi (parte IV)”

  1. 1

    Leonardo Says

    Finita questa maratona economica, i gentilissimi e pazienti lettori (Francesco, in particolare) possono esprimere le loro osservazioni sui punti eventualmente lasciati un po’ “appesi”.
    Intanto, sul rapporto tra democrazia e spesa, si può andare a vedere le mie riflessioni attorno a “for Good and Evil”.

  2. 2

    Silvano Says

    Anche Friedman preferiva i cambi flessibili e non era un keynesiano. La non ottimalità di un’area valutaria unica per 17 paesi in assenza di unione politica è un fatto che ha sempre avuto un ampio conseso trasversale tra gli economisti. Da questo punto di vista il razionale dietro l’euro è proprio quello che, non essendo una AVO, gli shock e il capitale politico speso nell’operazione avrebbero costretto i governi, willy-nilly, a procedere verso un’integrazione politica, bancaria e fiscale.
    L’euro è una delle costruzioni più top-down (alla faccia dell’ordine spontaneo) che siano mai state implementate. Ora, siccome le supposte sono fatte a posta per non tornare indietro una volta entrate , non credo sia possibile una ordinata e unilaterale uscita dalla moneta unica come ipotizzato da Bagnai. Il contesto macro economico globale inoltre è diverso.

    Ma sullo SME e la crisi valutaria del ’92, Bagnai ha ragione da vendere e su tanti punti. Abbiamo svalutato perché il peg con il marco era insostenibile, lo abbiamo fatto in buona compagnia e del resto non c’è nessun valore morale nell’impiccarsi ad un cambio forte incompatibile con le dinamiche macroeconomiche locali. Dal punto di vista dei fondamentali in particolare il peg era divenuto completamente insensato dopo l’unificazione tedesca a seguito della quale Bonn espanse fortemente il debito pubblico mentre la BuBa rialzava il tasso di sconto. Tenere la parità per i paesi esterni all’area del marco avrebbe richiesto tassi di interesse nominali e reali insostenibili (ed ingiustificati: il combinato disposto di espansione fiscale e stretta monetaria aveva un suo senso per finanziare la riunificazione tedesca, il resto della UE non aveva motivo di replicare questa scelta a livello domestico). Più prosaicamente non abbiamo nemmeno “scelto” di svalutare: avendo praticamente esaurito le riserve di valuta estera la Banca d’Italia aveva come unica opzione quella di prendere atto della realtà.

    C’è poi da chiarire un punto: la monetizzazione di parte del deficit e l’adesione ad un’area valutaria sono due misure di policy distinte e nessuna delle due implica l’altra. Infatti quando chiedono alla BCE di intervenire a sostegno degli emittenti sovrani chiedono di fare ciò che la Banca d’Italia faceva prima del 1981 e che altre banche centrali tuttora fanno. Il c.d. collocamento a fermo dei titoli di Stato era prassi anche negli anni ’50 e ’60 quando l’inflazione era bassa o moderata. Il divorzio BdI – tesoro ha avuto 2 effetti importanti sulla dinamica del debito pubblico: una drastica riduzione del signoraggio che all’epoca finanziava in termini reali una % significativa della spesa pubblica e la necessità di offrire rendimenti reali elevati sui titoli di stato anche in ragione della politica del cambio collegato all’Ecu.

  3. 3

    Leonardo IHC Says

    @Silvano
    La caduta dello SME non è dovuta alla fine delle riserve presso le banche centrali (modelli I generazione); queste potevano indebitarsi presso la Banca Centrale-perno molto più di quanto gli speculatori potessero fare per sostenere l’attacco, solo che i costi (stampaggio di moneta propria che alla fine sarebbe entrata in circolo) si dimostravano eccessivi rispetto al “bene” del cambio fisso, per cui a un certo punto il trade off della difesa saltava (modelli II generazione, capolista: Krugman).
    Vantaggi c’erano, prima di tutto la credibilità della politica monetaria proprio sulla linea del citato “divorzio”… che certo non potevano durare con cicli così sfasati rispetto al perno-germania, ma è un altro problema.
    Va anche detto che il poter contare sulle svalutazioni ricorrenti ha tolto incentivi a rimodernare la produzione (sia processi che prodotti), per cui l’Italia restava tecnologicamente sempre indietro e anche senza unificazione tedesca non avrebbe alla fine potuto tenere il cambio (… ed è quel che si vede oggi, in pratica). Una cosa simile successe per il Canada negli anni ’90 mi pare, e proprio per questo c’è chi avversò le scelte “svalutative” preferendo una valuta forte (anche via cambio fisso) http://www.giornalettismo.com/archives/13564/amero-questo-giustamente-sconosciuto/.

  4. 4

    Silvano Says

    Non esisteva nessuna banca centrale perno in quanto il sistema si reggeva sulla parità vs l’Ecu, ovvero un paniere ponderato di monete. E l’Istituto Monetario Europeo (l’antenato della BCE) non esisteva ancora. Con buona pace dei modelli, la BdI bruciò (inutilmente) 48 miliardi di dollari di riserve mentre la BuBa aveva già sostanzialmente abbandonato il sostegno alla lira, limitandosi a supportare solo Franco Francese. La sterlina uscì dallo SME dopo esserci entrata peraltro controvoglia (alcuni deputati Tories avevano ribattezzato l’ERM “Ethernal Recession Mecanism”..). Nella ricostruzione dei fatti c’è un modello comportamentale credibile e non è quello di Krugman & Obstfeld, ma quello di Soros con la sua “paccata” di miliardi.
    Ma ribaltiamo un attimo la prospettiva: dal ’79 fino alla fine dello SME più o meno tutti i paesi hanno svalutato rispetto alla parità centrale ad intervalli diversi. L’unica eccezione accanto al Marco credo sia stato il Fiorino Olandese che si è mosso in modo abbastanza analogo o al massimo si è limitato a rivalutare meno del Marco. E’ così sbagliato concludere che lo SME consentiva quindi alla Germania di tenere un Marco più basso rispetto ai propri fondamentali e alle dinamiche inflative interne? O per essere più precisi: un sistema di cambi fluttuanti avrebbe posto il Marco in una posizione di forza relativa ancora superiore, ergo lo SME per la Germania era funzionale a mantenere e incrementare quote di mercato intracomunitare nei settori export oriented.
    Nei fatti l’incremento della produzione industriale negli anni successivi al ’92 ha consentito di tenere una dinamica del Pil modestamente positiva pur in presenza di un saldo primario che nel 97 superò il 6% con una sequenza di manovre e manovre bis da far apparire le tasse di Mario Monti una passeggiata di salute. In realtà, già l’ultimo governo Andreotti aveva fatto registrare un surplus primario. Solo che finchè non abbiamo svalutato pagavamo un fottio di interessi reali che autoalimentavano in Debt/Gdp ratio.

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    L’ECU non aveva un valore suo, ma solo esterno come media dei corsi delle varie monete europee, figuriamoci se poteva essere un perno. Il perno era il Marco, e lo SME serviva proprio per “diffondere” la politica monetaria tedesca e la sua credibilità. La BUBA non ha abbandonato la lira, ha abbandonato tutti semplicemente, non ha indebolito il marco per aiutare le altre valute, ma a parte questo ogni BC poteva swappare valuta o indebitarsi in marchi ad libitum. Lo hanno fatto fino a che valeva il gioco, e chi prima chi dopo ha dovuto cedere non tanto per la forza della speculazione ma perché gli effetti della difesa (tassi in crescita, potenziale inflazionistico) diventavano troppo pesanti rispetto ai vantaggi. La battuta su Soros è “contenuta” nello schema di Krugman (ma che devo difendere quel mentecatto oggi?), perché per lui sembrava valesse la pena continuare a puntare “contro” le BC; per una volta Soros ha avuto ragione.
    Il sistema comportava un marco meno forte in termini relativi ma non per l’indebolimento del marco bensì per la costruzione (finzione) di una maggior forza delle altre valute, perché quella finzione aiutava a contenere i tassi dopo gli sbornioni degli anni precedenti. Cmq è facile “stimolare” il PIL svalutando (leggi: stampando moneta), non ci voleva SME e post SME per dirlo.

  6. 6

    Silvano Says

    L’ECU era l’unità di conto dello SME e c’era anche un fondo per la stabilità monetaria (mi sembra si chiamasse FECOM, Fondo Europeo per la Coperazione Monetaria) con lo scopo di rifornire le BC di ECU. A conti fatti valeva quanto il due di picche quando briscola è fiori. Anche perché chi deve rivalutare non ha un grande interesse a coperare o a prendere l’iniziativa per primo. Del resto se su 12 valute, 10-11 devono a turno rivedere la parità centrale al ribasso, va da sé che ce n’è una che non si pone il problema di rivederla al rialzo con il timing appropriato.

    In linea teorica non c’era una moneta leader. Di fatto era il marco. Per stare nella banda di oscillazione le varie BC dovevano seguire la BuBa. Con i cambi fluttuanti invece di traiettorie del tipo stop-&-go i corsi avrebbero seguito traiettorie un po più smooth: un po’ più di volatilità, ma senza i picchi e l’overshooting delle svalutazioni.
    Mettersi a fare swap di marchi per difendere un cambio troppo forte equivaleva a diventare una filiale della BuBa. Nessuna BC è mai stata tanto suicida.

    Sui tassi: dopo la svalutazione hanno cominciato a scendere, prima erano elevati soprattutto in termini reali (con effetti negativi sul finanziamento al settore privato: basti pensare che il TUS era regolarmente tra i 5 e i 6 punti sopra l’inflazione).

    Un cambio troppo debole è nocivo come uno troppo forte: il primo è un eccitante, il secondo è soporifero. Com’è che oggi mi coarti Krugman contro il tuo amico Milton? :)

  7. 7

    Leonardo Says

    “Mettersi a fare swap di marchi per difendere un cambio troppo forte equivaleva a diventare una filiale della BuBa” Guarda che il fine era proprio questo.
    “Nessuna BC è mai stata tanto suicida.” Errore, lo sono state molte, tra cui l’Italia fino al momento dell’abbandono dello SME.
    Sui tassi, dovrei vedere perché ricordo male, ma mi pare che salissero in costanza dell’attacco (appunto il costo della difesa del cambio, successivamente un po’ di liquidità libera di esser stampata li ha certamente moderati)

    Eh eh capiamoci, io sto discutendo su come è crollato lo SME, non difendo nemmeno la sua esistenza.

  8. 8

    Leonardo Says

    Tornando al post, effettivamente Bagnai resta parecchio sullo sfondo.

    Credo di aver capito il punto di Walter: meglio un euro mediamente inflazionato che varie monete nazionali inflazionatissime anche se ce ne sono altre poco inflazionate… mah… di sicuro non abbiamo più la scelta di aprirci un conto in marchi (anche se restano i franchi svizzeri) e l’euro non è certo il marco (IHC negli anni passati ha evidenziato come l’eredita di Francoforte fosse stata dimenticata velocemente). Togliere la sovranità monetaria all’Italia magari è stato un mezzo-bene per l’Italia, ma intanto è stata tolta anche a olandesi e tedeschi e per loro è stato un bene giusto nei termini della presenza di un mediterraneo “spendaccione” (ragioni fiscali più che monetarie), e comunque eurozzi sono stati lanciati lo stesso qua e là per tamponare fallette bancar-sovrane senza in effetti nulla togliere alle solite aste di rifinanziamento (anzi, ora sono a importo illimitato)… Insomma, un rubinetto meno aperto ma dodici buchi nel tubo dell’acqua prima di arrivare al rubinetto… Se la massa di moneta resta “discrezionale”, ragionare di cambi così e colà rischia di restare un esercizio di stile.

  9. 9

    Silvano Says

    “io sto discutendo su come è crollato lo SME, non difendo nemmeno la sua esistenza.” allora siamo abbastanza d’accordo…

    Bagnai resta sullo sfondo perchè:
    – vede l’inflazione principalmente come demand driven o costi pushed, non come un fenomeno (esclusivamente) monetario
    – preferisce i cambi flessibili perché è più rapido scaricare gli squilibri della bilancia commerciale sul tasso di cambio che deflazionando in termini nominali.
    – punta il dito sul fatto che l’euro non è un’OCA, che l’Italia si trova dalla parte sfavorevole in termini di ragioni di scambio per reggere uno shcok e che la UE non sarà mai un’unione piena come gli USA. Alcune cartucce ce le ha, anche Tabellini e Zingales concordano sul fatto che l’Unione Monetaria è stato un mettere il carro davanti ai buoi per motivi puramente politici, sperando che il primo shock macro rafforzasse le istituzioni comunitarie a scapito dei vertici intergovernativi. A dire il vero alcuni dei fondatori come, Padoa Schioppa e Prodi l’avevano pure detto esplicitamente..

  10. 10

    Walter Says

    errata corrige, riga 17, non “più costoso” ma “più conveniente” mi scuso per la svista.

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