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Il Lungo Periodo È Oggi

October 31st, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Come ultimamente mi accade, gli spunti di riflessione possono venire anche da due o tre frasi scambiate su Twitter (ottimo strumento di marketing, pessimo per discutere). Al mio richiamare il lavoro di Cwik e Wieland secondo il quale stimoli al consumo oggi (spesa pubblica per sostenere l’economia) significano anticipare il consumo futuro, mi è stato – con realismo – obiettato che oggi posso consumare solo beni disponibili oggi. La mia pronta replica è stata che un maggior consumo oggi è in effetti un consumo di “capitale”, cioè di risorse che avrebbero potuto essere investite in nuove produzioni da cui maggior beni consumabili in futuro, intendendo così con “consumo di beni futuri” in realtà il “consumo di mezzi che avrebbero permesso consumi futuri”.

C’è un punto che forse varrebbe la pena di marcare: il presente è il futuro del passato, oggi è il domani di ieri.

 

L’ultima frase sembra un aforisma (sganciate i diritti d’autore, please), in realtà è una presa d’atto della realtà, su cui grava quella “indeterminatezza” quantitativa tipica delle teorie austriache. Continuiamo – giustamente – ad ammonire l’audience sul fatto che fornire stimoli all’economia (spesa pubblica, incentivi al consumo…) per uscire dal corrente stato di crisi si potrebbe rivelare “positivo” nel breve termine (cioè per pochissimi anni) ma verrà poi (quando?) pagato con una economia ancora più debole, ulteriori problemi occupazionali, standard di vita ancora peggiori e tutto il resto. Ammetto che certi avvertimenti abbiano un po’ il sapore di una profezia di fine imminente sparata dal classico predicatore di strada con al collo un bel cartello “la fine è vicina”, specialmente se chi li legge non ha cultura economica o comunque diffida dell’immagine un po’ esoterica di certi “austrofili”. D’altra parte ammonire con una minaccia futura comporta un problema anzitutto di credibilità e poi di attualizzazione dei problemi futuri: l’incertezza della “punizione” sia come entità che nella tempistica, associata al fatto che qualsiasi cosa futura val meno della stessa cosa nel presente, porta un po’ a lasciar “passà ‘a nuttata”.

 

Ma i problemi futuri di un’economia oggi stimolata possono essere ben compresi se si guarda a quanto accade oggi e, smettendo di attribuirlo a quel singolo errore di quella banca in quel mercato particolare in quella circoscritta contea di quel certo Stato degli USA diffusosi poi come la peste tramite manzoniani untori (sintesi delle spiegazioni della corrente crisi come causata dal fenomeno “subprime”), lo si comincia a vedere come la conseguenza passate politiche analoghe a quelle che oggi ancora si invocano.

Oggi il mondo, in specie il mondo occidentale, si va incanalando per molti versi in quella definizione di New Normal che nel 2009 ho preso a prestito da Mauldin. Occupazione e reddito da lavoro tendono a fermarsi e soprattutto a ritracciare, e con essi tornano indietro gli standard di vita, tanto che – come si sente dire spesso – le giovani generazioni hanno per la prima volta da secoli una prospettiva peggiore di quelle precedenti. Con tutto il possibile calo di domanda causato dalla crisi degli ultimi anni, i prezzi hanno continuato a salire (sapete perché), il che aggiunge danno a danno per tutti coloro il cui reddito non cresce o che scontano discontinuità occupazionale. Tutto questo è sì tremendamente coerente con le teorie Austriache nonché con la generale analisi liberalista, ma può esserlo – e questa è la parte interessante – pure con teoria e modellistica neokeynesiana (e pure post-keynesiana, se abbandonasse ipotesi irrealistiche o valide solo per ristretti contesti spaziali e temporali).

Le citate analisi di Cwik e Wieland non incorporano il meccanismo di produzione ed impiego del capitale (base dell’Austrismo), ma mettendo statisticamente in relazione variabili come consumo investimento e spesa pubblica con l’andamento del PIL trovano, come detto, che lo stimolo oggi vale un “anticipo” dei consumi su un qualche arco di anni successivi. Il loro risultato non è una spiegazione fondamentale – un po’ come per le teorie monetariste che non guardano la struttura del capitale ma partono dagli effetti sul mercato di beni e lavoro – ma è una “descrizione”, e già questa è utile per il messaggio che sto ri-lanciando: le nostre economie hanno goduto di vari stimoli statali, in Italia la spesa pubblica è più di metà del PIL, e pure da una prospettiva non liberalista questo deve aver comportato un anticipo di consumi futuri (in termini Austriaci: consumo di capitale a danno della produzione futura)… solo che, continuando con il caso italiano, partendo ad esempio dagli anni ’70 è ragionevole pensare che 40 anni siano un periodo sufficiente perché gli effetti di Cwik e Wieland si possano esser dispiegati; anzi, fosse vero che gli stimoli vengono pagati con un minor consumo dopo un paio di anni, dovremmo pensare ad almeno 20 cicli di rincari della dose di spesa pubblica per coprire una carenza di consumo futuro in crescita ad un tasso, nel migliore dei casi, geometrico. E poi uno dice che il debito pubblico aumenta…

 

Questo modo di valutare i problemi dell’economia e dar loro risposte veloci – sia nell’implementazione che nella scadenza – è prettamente Keynesiano. In realtà non credo che Keynes avrebbe sottoscritto 40 anni di debito pubblico crescente (lui ragionava di periodi di deficit seguiti da surplus), perché una cosa è risolvere nel breve termine un problema contingente, un altro discorso è abusare del metodo per non affrontare problemi evidentemente strutturali. In ogni caso è nota la massima Keynesiana “nel lungo periodo saremo tutti morti”: peccato che il lungo periodo per qualcuno prima o poi sia il presente di altri, e dopo 40 anni – e tanti morti di vecchiaia o furbi pensionati cui a questo punto auguro di venir trionfalmente accolti il prima possibile nella Gloria del Signore – direi che, appunto, “il lungo periodo è oggi”.

La massima Keynesiana significa proprio che dobbiamo porre rimedio immediato ai problemi correnti che sono più pressanti delle conseguenze che si avranno in un qualche futuro (Cubeddu ci ha spiegato il problema politico di fondo), perché quel futuro – in assenza di provvedimenti oggi – in qualche modo potrebbe non arrivare (rudemente: se vendo un rene oggi in futuro avrò certo problemi di salute, ma se non lo vendo muoio di fame entro domani). Questo non significa che i costi futuri non ci saranno, ma solo che al momento sono meno importanti dei problemi correnti. Convengo che oggi si possa avere un problema pure esiziale, ma 40 anni (o secoli, dipende dai punti di vista) di problemi esiziali e scarichi sul futuro significano solo un modello del tutto marcio (in tal senso mezzo mondo è come l’Italia, dove le “emergenze” durano decenni). Soprattutto, il reiterare ad un tasso di crescita per lo meno geometrico le soluzioni “Keynesiane” di stimolo significa tendere “nel lungo periodo” al consumo della maggior parte del “capitale”, e comunque al consumo di tanto capitale quanto necessario per consentire per lo meno la copertura dell’ammortamento del capitale esistente. Nella rappresentazione di Cwik e Wieland, reiterare queste politiche significa che ad un certo punto si sarà costretti ad anticipare (ammortamenti esclusi) l’intera ricchezza producibile tra due anni, cioè distruggere l’intero Paese, e quel punto è il presente di qualcuno… forse il nostro!

 

Ecco, anche se si ha fiducia non nelle uraniche teorizzazioni di un austrofilo ma nella scientificità (?) matematica Keynesiana, si deve (sottolineo: deve) concludere che quanto si sta sopportando oggi è il prezzo di quel bel mondo che qualcuno in passato si è garantito, e che il reiterare quella politica significa assicurare in un momento futuro qualcosa di ancora peggiore per chi ci sarà. Non sappiamo quanto lontano sia il “lungo periodo” che parte da oggi, ma – tra quel che si deve ancora scontare del passato più o meno recente e il (necessariamente) compromesso stato attuale della struttura del capitale – dubito che possa poco più di “breve”… e toccherà di nuovo a noi presenti pagare… e da parte mia mi sarei già rotto.


2 Responses to “Il Lungo Periodo È Oggi”

  1. 1

    Silvano Says

    A parte i soliti dubbi su quanto mercato possa trovare il rene di un morto di fame subshariano (non so se è più sfigato lui che lo dà, o chi non può avere di meglio) sono d’accordo. Direi inoltre che in Italia si è fatto un uso vetero comunista di Keynes.

  2. 2

    Biagio Muscatello Says

    Consumo di capitale può significare cose diverse:
    1) Carenza d’investimento – si spende risparmio per acquistare solo beni presenti.

    2) Gli imprenditori privati investono in beni capitali (con turnover più o meno lungo); ma possono sbagliare i calcoli, o essere sfortunati (a causa di obsolescenza economica degli impianti, o altre ragioni): l’impossibilità di completare i turnover distrugge il valore degli investimenti già fatti; e l’impresa fallisce, procurando perdite anche agli istituti di credito coinvolti.

    3)”Investimenti” fatti da attori pubblici con soldi pubblici (recte: cambiali firmate per conto di cittadini futuri).
    a) Generalmente si tratta di stimoli al consumo: del doman non vi è certezza, quindi beviamo oggi! Naturalmente non si tratta d’investimenti, perché non c’è profitto. Quindi, si consuma quello che sarebbe potuto essere capitale, ma che non è mai stato capitale.
    b) Investimenti pubblici in beni capitali: sono soggetti alle condizioni a cui sono soggetti gli investimenti privati; ma hanno forti controindicazioni: ogni genere di moral hazard, tanto chi sbaglia non paga; inefficienze causate da vantaggi di monopolio; assalto alla diligenza da parte dei decisori politici.
    Sia nel caso a), sia nel caso b), si consuma il futuro di un paese.

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