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Il Nostro Vantaggio Comparato

March 19th, 2008 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc

 

Esiste una teoria particolarmente accettata dalle varie scuole economiche: i Vantaggi Comparati.

Essenzialmente questa teoria si presenta come una giustificazione della struttura degli scambi internazionali, specialmente riguardo al commercio inter-industriale, validata dalla storia oltre che dalla logica, consentendo tra l’altro di spiegare almeno parte del miglioramento degli standard di vita di due paesi che cominciano a commerciare liberamente tra loro; le deviazioni da questa legge (sia nella struttura degli scambi che negli standard di vita raggiunti) coincidono con i casi di maggior intervento fiscale tramite dazi (come la politica agricola della UE che blocca l’export africano), per cui questa teoria funziona anche ab contrariis.

 

Richiamo velocemente una versione semplice della teoria, prima di fare qualche considerazione sull’Italia.

 

Poniamo che due paesi A e B possano produrre i beni X e Y, scambiabili in un mercato internazionale, con un certo costo unitario di produzione noto in termini, per semplicità, di un unico fattore produttivo (ore di lavoro, assorbimento di capitale, bottigliette d’acqua per recuperare il sudore… va bene tutto). Chiaramente, se la struttura dei costi fosse come la seguente

Costo

A

B

X

6

1

Y

4

2

sarebbe lampante dire che vale la pena specializzarsi per A nel produrre Y e per B nel produrre X, massimizzando così la produzione permettendo a tutti, attraverso il commercio internazionale, di disporre di più merci (in altri termini, elevando gli standard di vita). La cosa è meno lampante con una struttura come quella seguente:

Costo

A

B

X

6

2

Y

4

1

in quanto entrambi i paesi hanno un vantaggio nel produrre Y rispetto a X. Guardando però ai costi relativi di produzione, appunto ai Vantaggi Comparati (C), si ha CA= 6/4=1,5 e CB=2/1=2, per cui emerge un vantaggio di A nel produrre X e di B nel produrre Y in termini di costo opportunità rispetto all’altra produzione. Con risorse pari a 60 per entrambi i paesi, nei casi di specializzazione e non-specializzazione produttiva (nel secondo caso destinando nell’esempio 36 alla produzione di X e 24 alla produzione di Y), si ottengono i seguenti output (quantità di prodotto):

Output

specializzazione

A

B

totale

X

10

10

Y

60

60

 

Output

non-specializzazione

A

B

totale

X

6

18

24

Y

6

24

30

I risultati non sono confrontabili direttamente, ma se poniamo che A sposti risorse da altre produzioni verso il settore import/export (produzioni di X e Y) per un valore finale di 360 (oppure che B utilizzi 60 su 360 per il settore import/export risparmiando o destinando il resto ad altro), gli output diventano:

Output

specializzazione

A

B

totale

X

60

60

Y

60

60

 

Output

non-specializzazione

A

B

totale

X

36

18

54

Y

36

24

60

Questo rivela come una specializzazione internazionale della produzione permetta un risultato superiore su tutta la produzione scambiabile, e quindi standard di vita più elevati per i paesi che aprono il commercio.

Questo per l’intuizione fondamentale; il modello Heckscher-Ohlin dà prove formali di come i prezzi relativi si muovano per permettere lo scambio internazionale (incrementando la capacità di acquisto di tutti), e di come il processo riequilibri i prezzi dei fattori produttivi a vantaggio di quelli localmente più disponibili, ma così si va oltre lo scopo di queste righe.

 

A parte dare, a chi non l’avesse già, l’intuizione sulla teoria dei Vantaggi Comparati, ciò che vorrei è far capire che tra due paesi, di cui uno essenzialmente agricolo in fase di industrializzazione e l’altro industriale tendente all’alta tecnologia, in un ambito di libero commercio il primo andrà a esportare prodotti agricoli e tecnologie “basse” mentre il secondo diventerà un campione di tecnologie “alte” e sperimentali, e questo a vantaggio di tutti i partecipanti agli scambi.

Asia e Est Europa assorbono appunto produzioni manifatturiere; la Germania tende all’alta tecnologia; l’Inghilterra sul terziario… Ma la politica agricola UE blocca l’export africano, non liberando risorse per l’industria, e lo Stato italiano protegge come può la manifattura, distogliendo risorse per la ricerca, e siccome nella manifattura ci sono già i meno pagati cinesi, scordiamoci che i relativi stipendi possano crescere. Nel frattempo i cinesi investono in formazione e vanno verso il superamento degli standard produttivi italiani, e siccome i cinesi sono comunque meno pagati, non si può pretendere che gli stipendi italiani restino “fuori mercato”; non sarà tutta la spiegazione del fatto che i salari italiani sono i più bassi d’Europa, ma il meccanismo non va sottovalutato.

Come nel modello, se si cambiano i rapporti di convenienza produttiva si cambia lo schema del commercio internazionale e della specializzazione produttiva. Ma se ci spostiamo verso agricoltura e manifattura a causa di un “vantaggio comparato” indotto dalle scelte politiche di cui sopra, si rischierà comunque il prossimo emergere dell’Africa (o del Sud America, se già non competerà su livelli più elevati), e a quel punto cosa faremo, cosa produrremo?

 

Qualche tempo fa il presidente bielorusso Lukašenko (e la Bielorussia non è famosa per il suo avanzato grado di industrializzazione) ha proclamato le proprie concittadine bionde “patrimonio nazionale”, il che significa un controllo statale su una risorsa molto apprezzata all’estero (avvenenza e spiccata intelligenza linguistica sono altamente richieste nella moda). Dall’Italia abbiamo già cominciato a esportare talenti vari; ultimamente esportiamo pure bellezze femminili (come Monica Bellucci e, ultima chicca, Carla Bruni in collo a Sarkò); io spero che questo non sia un segnale di una nuova specializzazione internazionale, l’ultima rimastaci, e che il nuovo Premier italiano non sia costretto a far riaprire le “Case Chiuse” non sulla spinta di un genuino spirito civile e laico, bensì come ultima carta per il rilancio dell’economia e per l’attrazione di capitali esteri.

Come direbbe l’uomo della strada “l’Italia è un casino”; se lo Stato non molla un po’ la presa e non lascia intraprendere, senza distorsioni, coloro che sanno sfruttare quei vantaggi tecnologici che ancora restano, la parola “casino” assumerà un contenuto più, diciamo, imprenditoriale.


6 Responses to “Il Nostro Vantaggio Comparato”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    Ahahah… del resto si sa, mentre Prodi parlava del modello tedesco Sarkozy si faceva la modella italiana. 😀

  2. 2

    prometeo Says

    Eh, ma io continuerò a preferire la “biellorusse”… 😉

    Quindi direi che non c’è speranza!

  3. 3

    L.Baggiani Says

    Prometeo, sei proprio un nemico del popolo a disprezzare il made in Italy… Fai la tua parte e comprati una 500!!!

  1. 1

    Dalla Russia Ancora un Nuovo Modello di Economia? at Ideas Have Consequences

    […] Forse qualcuno vorrà sfruttare l’idea per farci ingoiare un’inflazione più elevata spaciandolo per un “bene”, però per completare l’analogia si deve trovare anche una “bolla” di cui approfittare, e le risorse naturali italiane sono il sole e le belle donne; esportiamo quelle, magari inflazionandole con tanto silicone? […]

  2. 2

    Crisi: una Conferma alla Teoria at Ideas Have Consequences

    […] la produzione si distribuisce a seconda dei “vantaggi relativi” delle aree geografiche, ed è logico che l’Asia, che ha più bassa manodopera poco pagata, incrementi il suo ruolo di opificio del mondo mentre l’Italia, con tutta l’eccellenza che vanta su più elevate tecnologie, nel lusso, e nella ricchezza culturale e naturale, sposti la sua struttura su produzioni e servizi di più elevata qualità (viste le notizie politico-gossippare degli ultimi tempi, rimarco che l’Italia ha un certo “vantaggio comparato” nel settore “dell’intrattenimento personale”, e come già prefigurato qui potrebbe diventare un settore particolarmente importante per l’economia italiana). […]

  3. 3

    Politiche Industriali Fintamente Assenti at Ideas Have Consequences

    […] L’Italia non risorgerà sicuramente dalla Fiat e dall’Alitalia, perché una economia non fiorisce dal settore statalmente amato soprattutto se questo settore non vive di vita propria ma solo di “flebo”. Le risorse lì dirette, che sono non solo soldi dello Stato che avrebbero potuto venir spesi diversamente ma sono soprattutto imposte su redditi o dirottamento di risparmi via debito pubblico che avrebbero potuto sostenere da soli, su un vero mercato, progetti imprenditoriali nei settori dove la mano cinese ancora non è arrivata (più capital-intensive, chiaramente), cioè una diversa struttura produttiva. Certamente, niente ci dice che la diversa struttura produttiva avrebbe risolto lo scontro con la Cina in eterno, perché la stessa Cina si evolve e “impara”, ma sicuramente avrebbe risolto il problema “ora”, inoltre la transizione presa per tempo sarebbe stata meno pesante, e questo avrebbe permesso l’accumulo di un capitale di conoscenza che sarebbe stata la base di ulteriori sviluppi una volta che un certo “stadio” tecnologico fosse diventato di dominio globale (tutto questo a meno che non si pensi che lo sviluppo tecnologico sia arrivato al capolinea; ma io scarto le profezie millenaristiche, che si susseguono da una crisi all’altra dalla discesa di Alarico su Roma, dalla cui realizzazione seguirebbe la necessità non di capire di economia ma di saper usare armi da fuoco per proteggere i propri beni ed appropriarsi del necessario in più); in alternativa il Belpaese avrebbe anche potuto capire come sfruttare il proprio vero vantaggio comparato, quello che gli altri Paesi mai avranno, e cioè vastità e varietà del patrimonio culturale (tanto per ridere, ci sono altri “allegri” vantaggi italiani, come scritto qui). […]

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