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Il Peccato Originale della Spesa Pubblica

July 13th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

La lettura di “For Good and Evil – L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità” di Charles Adams (LiberiLibri) è fortissimamente raccomandabile. Certo, soffre un po’ del complesso del martello (“quando tutto ciò che hai è un martello, tutto il mondo sembra un chiodo”) ed indugia un po’ troppo sulla tassazione come spiegazione dei cicli economici e sociali (fasi di espansione e depressione, nascita e crollo degli imperi) anche quando altri fattori come quelli monetari appaiono – da un’ottica austriaca – più appropriati; però le considerazioni di Adams sull’assetto istituzionale che governa le tasse sono molto interessanti.

 

 

Il libro presenta un ricco quadro delle soluzioni fiscali e dei coincidenti fenomeni economici dispiegati su circa 6.000 anni di storia. Non basta questo per ottenere una teoria, ma ci sono indizi su cui si può ragionare, e la ricorrenza delle soluzioni istituzionali rispetto alle fasi economiche sono tra questi indizi. Anzitutto pare che lo Stato, inteso come apparato governativo-burocratico istituzionale, abbia invariabilmente una tendenza ad espandersi; i problemi (la decadenza degli imperi del passato), pare invariabilmente legata al punto massimo di crescita della macchina statale e con essa della pressione fiscale, per Adams è la pressione fiscale arrivata a livelli di rapina e l’invadenza dei relativi accertamenti ad aver regolarmente create rivolte sociali o sfaldamenti politici (decadenza: disgregazione rispetto ad un corpo unitario). Si potrebbe questionare sull’uovo e la gallina: la crisi dello Stato ha richiesto un fisco più pesante e invadente per tenere in piedi la spesa, o è il peso del fisco ad aver portato alla crisi dello Stato? Una dinamica prettamente storica non è in grado di definire il nesso causale specialmente quando – per la natura degli eventi e delle rilevazioni esistenti – due fenomeni si presentano in pratica contemporaneamente; la logica economica di tipo liberalista direbbe comunque che il nesso causale va dalla pressione fiscale alla crisi dello Stato passando da quella economica, ma questa potrebbe essere solo un’opinione.

Un fatto è che i Governi (anche in forma di Case Regnanti) hanno sempre – qualsiasi ne sia la ragione – la tendenza ad espandere le proprie competenze in quantità e spesso anche in qualità, e sicuramente questo richiede anche una maggior imposizione fiscale; la seconda quindi si realizza già a prescindere da uno stato di crisi delle finanze pubbliche o dell’economia, e per questo è più probabile che ne sia causa e non conseguenza. In ogni caso, Stati e imperi in crisi si presentano con una macchina statale al suo massimo di espansione e concentrazione del potere – condizione che pare valere nel 100% dei casi, dagli Assiri agli USA passando da Egitto Roma Incas Spagna Russia Cina e Inghilterra – il che è difficile da definire un mero caso.

Una prescrizione finalizzata alla stabilità economica politica e sociale che si può ottenere a mezzo di questa “teoria storica” è che anzitutto si deve frenare la crescita dello Stato permettendo il più ampio grado di decentralizzazione decisionale; che tali conclusioni abbiano comunque un fondamento alla luce del pensiero liberalista in generale e austriaco in particolare non può essere un caso. La storia non è un perfetto laboratorio e non porta a “teorie esatte”, ma sempre meglio averla dalla propria parte.

 

Il punto da studiare in realtà è come sia possibile che lo Stato abbia potuto ogni volta espandersi, visto che tale espansione deve procedere pari passu con l’imposizione fiscale e questa sia per natura avversata dagli individui (in specie quelli “lontani” dal potere statale e pertanto invariabilmente “sudditi”). Il fatto sta nel concetto di “rappresentanza”: finché il contribuente non ha avuto un proprio portavoce istituzionale senza altra possibilità che rispondere costantemente ai contribuenti del proprio operato, le istituzioni hanno potuto contemporaneamente decidere le tasse da imporre e l’uso dei relativi proventi (o viceversa), cioè si sono trovate in grado di confrontare gli incentivi a spendere (discrezionalità e consenso) con vincoli molto deboli (insoddisfazione disorganizzata dei sudditi), ed il risultato è stato invariabilmente uno Stato sempre più grande; tirata troppo la corda – come sempre è accaduto – i contribuenti hanno fin dal 3.000 AC messo in piedi soluzioni varie (rivolte violente, evasione, fuga) che alla fine hanno fatto decadere regni Stati ed imperi.

Una soluzione che è valsa nel medioevo europeo – risultato della decadenza (disgregazione) dell’impero romano – ha fatto perno sulle instaurate “consuetudini” non scritte di non poter imporre certi tributi o superare un limite massimo di pressione fiscale (il 10% al tempo); purtroppo, come sa chi ha studiato diritto pubblico, esiste una gerarchia delle fonti del diritto e le consuetudini cedono il passo prima ai regolamenti e poi alla legge (scritta), quindi non funzionano in eterno, e così è stato.

L’altra soluzione, migliore, è stata quella inglese di istituire la Camera dei Comuni come istituzione senza poteri di spesa, propri del Governo/Re, ma con potere di autorizzare o meno nuove imposte; tale camera quindi non subiva incentivi perversi, era in contrasto con lo spenditore istituzionale costituendone di fatto un vincolo, e la sua responsabilità era quindi di consentire nuovi prelievi di fronte ai ritorni per la propria constituency data dalla massa dei contribuenti. Tale struttura istituzionale ha a lungo impedito che il Governo/Re inglese spendesse in modo stupido crescenti risorse prelevate dal popolo, con grande scorno dei regnanti, finché Elisabetta I decise direttamente di rinunciare a far pressioni sulla Camera dei Comuni e di tirar semplicemente avanti con quel che il popolo era disposto a concedere come tasse. Effetto: l’Inghilterra passò da Paese disastrato a secolare superpotenza economica e militare mondiale.

Come tutte le belle storie anche questa ha avuto una fine: aperta una breccia sulla tassazione del reddito (al tempo la tassazione sulle “cose” era ritenuta ben più equa) e rotta nei fatti la divisione dei poteri di tassare e spendere (oggi i Parlamenti votano su entrambe le materie, di fatto unendosi al Governo in un super-ente che “se la suona e se la canta” ricostruendo il conflitto di interessi che la antica Camera dei Comuni aveva risolto), lo Stato ha potuto “giustificarsi” nel prelevare e spendere a livelli sempre maggiore ed in ambiti sempre più ampi: il combinato di Governo e Parlamento può gestire la spesa pubblica sia per fini stupidi che per mero acquisto del consenso giustificandosi sul lato del prelievo in quanto “rappresentanti dei contribuenti”. L’abitudine che abbiamo fatto a tutto questo – nonché l’attuale forma mentis e il lavaggio del cervello che abbiamo subito – ci fa sopportare una pressione fiscale del 50% o peggio, cioè ben più di cinque volte quella soglia del 10% che in altre epoche ha fatto franare interi imperi dall’interno.

 

La storia si è già ripetuta altre volte; forse stavolta cambieranno i modi ma non la sostanza: già le persone si ribellano (poco), evadono (molto) e se ne vanno (sempre di più), e noi italiani abbiamo ben chiara questa situazione.

Le risposte politiche istituzionali per ora sono state solo modi di canalizzare (e gestire) il malcontento, ma niente – dal livello municipale a quello europeo – finora è andato nella direzione di separare la responsabilità di spesa da quella di tassazione, avendo solo creato continui trasferimenti di poteri decisionali di qualsiasi tipo ad enti sempre più “in alto” (le ipotesi di “commissariamento germanico” sulla UE sono sostituti imperfetti)

Se il popolo non torna sovrano sulle tasse in contrapposizione con un sovrano delle spese (il Governo), l’occidente sperimenterà una nuova, opportuna, decadenza (con o senza moneta unica).

 


6 Responses to “Il Peccato Originale della Spesa Pubblica”

  1. 1

    william Says

    cazzarola, tu in vacanza riesci pure a trovarti libri degnissimi… io a malapena mi abbronzo…
    ottima segnalazione.
    suona come una teoria realistica dello stato (repubbliche, regni, principati e imperi) e dei suoi continui, inevitabili cicli fiscali.
    ma quando è stato scritto??…

  2. 2

    Leonardo Says

  3. 3

    Silvano Says

    Lo sto ancora aspettando. Intanto sto finendo la lettura di “The Great Wave” che identifica quattro ondate di inflazione “secolare” tutte associate a periodi di grande turbolenza economica, politica e sociale (XII, XIV, XVIII e XX secolo). Interessante, però dopo un po’ bisogna ricordarsi che “correlation is not causation” altrimenti si ha l’effetto di Murphy che hai citato all’inizio del pezzo (quello del chiodo e del martello).

  4. 4

    andrea Says

    No taxation…
    E pensare che i nostri statalisti vogliono che si votino rappresentanti che rispondono al partito e non all’elettore…

  5. 5

    biagio muscatello Says

    Le variazioni del livello di tassazione non sono l’unico fattore di cambiamento delle strutture politiche giuridiche statuali; ma afferiscono all’ambito dell’attività economica che, come sappiamo, non è altro che adattamento – più o meno consapevole e attivo – all’ambiente. E l’economia è anche trasformazione dell’ambiente – fisico e morale, direbbe Hume.

    Le rivoluzioni (e le ‘invasioni’) hanno avuto successo, nella misura in cui hanno rimosso degli ostacoli all’adattamento.
    C’è sempre un trade off tra la fatica (e il costo) di cercare soluzioni migliori e i miglioramenti effettivi che ci si attende di avere.

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    Sì, specialmente se la soluzione è indebolire chi ha il potere decisionale sull’applicazione della soluzione, oltre ad essere il primo beneficiario nell’inazione…

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