Il peso falso (o della pretesa di misurare i sentimenti dell’uomo)
January 18th, 2007 by Admin
Tutti conoscono i polli di Trilussa: se ne mangio due e tu zero, in media ne abbiamo mangiato uno a testa. Pochi invece sanno che la statistica dice, correttamente, che uno di noi due ha la pancia vuota. Al contrario, proprio la Statistica, che è una nobile e importantissima scienza, può essere usata ascientificamente per diffondere la superstizione e dimostrare il falso, con intenti, quelli sì, scientificamente criminali.
Lo Stato, fornitore per eccellenza della statistica (il cui nome deriva proprio da "Stato"), calcola molti numeri per tentare di pianificare, di programmare, di prevedere e soprattutto per dare l’impressione di controllare efficacemente le conseguenze dei suoi atti. Tra questi numeri statali o statistici l’indice che misura i prezzi al consumo, erroneamente definito inflazione, è particolarmente importante nel modo popolare di vedere.
Più acutamente, potremmo osservare che i pesi di un paniere, anche rappresentativo, sono scelti in maniera arbitraria, e fare leva sul fatto che il risultato potrebbe essere pilotato per rispondere alle attese del selezionatore e non a quelle della scienza. Potremmo addirittura arrivare a lamentare che di uno stesso bene ne esistono molte fogge e qualità, e che, adeguatamente scelte, l’influenza sull’indice potrebbe essere mitigata o accresciuta a piacere. A voler essere, infine, davvero pignoli e precisi, potremmo volere che la misurazione sia effettuata rispetto a un qualche riferimento "0", cioè universalmente fissato, come il metro di Sèvres, e non in percentuale, accorgendoci presto che ad ogni nuovo prodotto da inserire nel paniere - le mutande! - o da togliere - le arachidi! - tale riferimento fisso non avrebbe più alcun senso poiché ogni paniere non potrebbe più essere confrontato con il paniere di partenza, e, inutile dirlo, con tutti i precedenti e i futuri.
Ma una critica ben più feroce può essere fatta a tanta non-scienza.
Il mondo fisico, in cui la matematica e la statistica funzionano egregiamente, sembra qualitativo, ma risponde a precise leggi matematiche: possiamo pensare "Il fumo sale verso il cielo", ma la verità scientifica è che le molecole di fumo seguono la ben nota legge: Forza = Massa x Accelerazione.
Di contro l’economia sembra all’apparenza governata dalla matematica, poiché la presenza dei numeri è schiacciante, mentre in verità l’aspetto davvero decisivo è assolutamente qualitativo: se paghiamo un bene a un certo prezzo esprimiamo un giudizio qualitativo che indica una preferenza di quel bene a un altro, o alla possibilità di risparmiare il denaro e comprare in futuro qualcosa più meritevole d’essere acquistato. Aspettando il giorno in cui un economista-matematico riuscirà a combinare qualcosa di più del pasticciare numeri, occorre rimarcare che il fatto che il prezzo di qualcosa sia espresso in numeri, non indica per nulla che esso ha a che fare con la matematica. Il prezzo non è un’unità di misura in senso fisico, come il metro o il chilogrammo, perché non esiste un valore intrinseco da misurare nelle cose che compriamo o vendiamo. Le cose hanno il valore che l’individuo gli attribuisce. Un diamante in mezzo al deserto può valere meno, per un assetato, di una borraccia d’acqua. D’altra parte nessuno rifiuterebbe di cedere la stessa borraccia al pazzo che offrisse un diamante in mezzo a una città ricca d’acqua corrente gratuita. I due casi dimostrano che il prezzo è stabilito dalla domanda e dall’offerta, in ultima analisi dalle preferenze individuali del compratore e del venditore.
Il prezzo, come il voto a scuola, è in realtà un giudizio individuale, anche se espresso in numeri. Il fatto che sia espresso in numeri, ha fatto credere a molti che possa essere trattato con la stessa naturalezza con cui si trattano le patate, e che possegga un’unità di misura.
Ma questo è falso. Non disponiamo del coefficiente di trasformazione del prezzo delle patate da Oslo a Palermo, né del coefficiente di trasformazione del prezzo delle carote tra il 1992 e il 2002, alla maniera cioè con cui tra etto e chilogrammo usiamo un fattore 10. Supponiamo infatti che un compratore e un venditore, a distanza di dieci anni, si scambino la stessa qualità e quantità di merce, nello stesso luogo. I due prezzi non potrebbero essere scientificamente, cioè oggettivamente e da terzi, comparati, perché le preferenze non possono essere matematicamente misurate. Secondo il giudizio che i due individui attribuiscono a ciò che, volontariamente, cedono, in cambio di ciò che, volontariamente, ricevono, il prezzo sarà, per le stesse persone, in condizioni diverse, espressione di valori differenti. Addirittura se il numero, cioè il prezzo, fosse lo stesso a distanza di dieci anni, i giudizi espressi attraverso quel prezzo potrebbero essere uguali solo per un caso fortuito!
In economia, riconoscere la natura qualitativa dei numeri è la via più proficua, perché il prezzo, anche se per comodità è un numero, è trattato come un giudizio. Ma come tale, non può essere, in termini numerici, mescolato con altri giudizi da persone diverse, poiché non esiste affatto un’unità di misura dei giudizi. Questo principio, ben noto a chi ha pratica di valutazione di bilanci aziendali, porta ad altri tipi di analisi, come quella delle cause e degli effetti, all’analisi condizionata degli scenari, e in definitiva al trattamento operazionale dei numeri, che possono allora anche essere oggetto di operazioni matematiche, nella consapevolezza però che essi hanno un senso solo come rappresentazione del nostro giudizio.
In altri termini, dietro il numero che rappresenta il prezzo di un bene c’è una valutazione complessa effettuata da un individuo, e questo fatto rende nulla o decisamente alterata, l’informazione di una fantomatica misura della variazione dei prezzi. Eppure il dato dell’inflazione ci è propinato addirittura con scientifici decimali! Decimali di che cosa?
L’indice dei prezzi al consumo non dice nulla di ciò che dovrebbe dire. Non perché nella composizione del paniere mancano in maniera vistosa beni pesanti, come le case; non perché i pesi sono mal calibrati; non perché le rilevazioni sono insufficienti o affette da errori. E’ la scelta del metodo scientifico utilizzato che è errata. La matematica non può misurare le manifestazioni dell’uomo. Quest’approccio, epistemologicamente errato, ha generato, in economia, una lunga catena di insuccessi scientifici, destinata ad allungarsi.
Quali soluzioni sono praticabili? L’abbandono della matematica sembra condurre all’incertezza, eppure nessun medico usa la calcolatrice per diagnosi e prognosi. Il giudizio individuale turba le anime belle dei positivisti, ma misure dei desideri e delle scelte, come fossero cachi alla pesa, non sono disponibili per definizione. I giudizi sono appannaggio degli individui e solo loro sono autorizzati, con le loro capacità straordinarie, a manipolazioni e comparazioni. Solo l’individuo può decidere quale valore dare a un bene, quindi solo l’individuo è autorizzato a dire se un prezzo è, per lui, aumentato o diminuito.
La statistica moderna è nata ai primi del novecento per soddisfare legittime esigenze del mondo scientifico in ambito fisico e naturalistico. Ma il suo uso improprio in economia, inaugurato, guarda caso, da tribali regimi totalitari, e poi la sua più demente applicazione in campo economico, l’econometria, tentano di trattare gli individui e le loro scelte come fossero atomi o sassi, dotati di traiettorie e velocità cartesianamente definite.
Alcuni cattivi maestri hanno permesso e perpetrato, o semplicemente non impedito, o non ostacolato a sufficienza, quest’ennesimo abuso della ragione. In questa situazione, proprio gli economisti, spinti dall’invidia dei successi della matematica, nella fisica e nelle scienze naturali, sono da cinquant’anni ammalati, consapevoli o no, di sterile pitagorismo.

Le persone comuni, invece di fidarsi del proprio giudizio, unico vero dato oggettivo, sono preda della superstizione, indotta dalle magie dei sacerdoti della moneta. Nei paramenti sacri di gessato blu, emergono dai loro templi di marmo grigiastro, nascondendo la produzione del denaro dal nulla, vera causa della diminuzione del potere d’acquisto, con pestilenziali volute di numeri e indici, a torto ritenuti statistici e del tutto privi di significato scientifico.
A questo punto mille volte meglio Trilussa!
Questo pezzo è stato pubblicato da Ideashaveconsequences.org su gentile concessione degli amici di Usemlab.
Pur essendo datato 2004, non manca certo di attualità. Questo vorrebbe essere l’inizio di una serie di riflessioni, che saranno pubblicate nelle settimane a venire su questo sito, sul Valore e su quanto, ancora oggi, ci sia la necessità di ribadire la centralità dell’individuo nella definizione di quest’ultimo.

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JA Says
Condivido totalmente l’analisi sull’insensatezza del dato dell’inflazione, un fisico direbbe che tale indice “non ha significato fisico”. Questo però, a mio avviso è dato dalla scarsità degli strumenti matematici utilizzati, piuttosto che dall’inesistenza di una realtà oggettiva.
“E’ la scelta del metodo scientifico utilizzato che è errata. La matematica non può misurare le manifestazioni dell’uomo….”
Il metodo scientifico è l’unico metodo razionale che permette di studiare un fenomeno e la matematica è il linguaggio con cui sono scritte le leggi di natura, leggi che una volta comprese ci permettono di avere un potere predittivo. Il comportamento umano fa parte della natura, quindi non c’è motivo di pensare che la descrizione dei fenomeni umani non sia descrivibile in linguaggio matematico. Il fatto è che attualmente conosciamo solo una minima parte di questo linguaggio.
Prova ne è la seguente affermazione che, nonostante all’uomo comune pare scontata, in realtà è errata
“tentano di trattare gli individui e le loro scelte come fossero atomi o sassi, dotati di traiettorie e velocità cartesianamente definite”.
Ma gli atomi NON hanno velocità e traiettorie cartesianamente definite! Una particella quantistica NON PUO’ (attenzione, non si sta parlando di un limite strumentale) essere dotata di una precisa posizione e simultaneamente di una precisa velocità determinate, poichè violerebbe il Principio di Heisemberg che prevede che il prodotto delle incertezze con cui si conosce posizione e quantità di moto debba essere sempre inferiore ad una nota costante. Eppure nonostante questo limite enorme della teoria fisica che prevede, anzi ordina una sostanziale ignoranza sui dati di tutte le particelle che compongono il sistema, grazie ad adeguati strumenti matematici, si è riuscito ad ottenere delle leggi matematiche che hanno potere predittivo e “sputano” grandezze che rappresentano efficacemente il sistema.
Certo, se si pretende che funzionino modelli grezzi di matematica “pitagorica” per descrivere fenomeni complessi come un mercato…stiamo freschi. In realtà l’Econonomia dal punto di vista del metodo scientifico ha un gap rispetto alla fisica di qualche secolo, gap che era ancora più abissale prima dell’intervento del grande matematico Von Neumann. Ora l’applicazione di modelli complessi della fisica statistica all’economia sta generando una nuova scienza in forte sviluppo detta econophysics.
Jan 18th, 2007 at 10:11 pm
luigi Says
Caro JA,
fra scienze esatte (certezza) e statistiche (probabilità) c’è di mezzo quell’insormontabile e indecifrabile abisso concettuale che è l’uomo.
Jan 19th, 2007 at 7:24 am
JA Says
Io non credo alla suddivisione scienze esatte e non esatte: cosa vorrebbe dire esatte? Qualsiasi previsione data da una legge matematica applicata alla realtà fisica viene espressa con un’incertezza: tale incertezza può essere dovuta ad una carenza strumentale oppure essere intrinseca del fenomeno stesso, ma ai fini della predittività poco cambia, eccetto per il fatto che nel primo caso la tecnologia può venirci in soccorso fornendo strumenti più precisi, nel secondo, invece, dobbiamo ricorrere a strumenti matematici più complessi.
Jan 19th, 2007 at 2:25 pm
jacopo Says
Caro JA,
Il tuo ragionamento credo abbia una falla concettuale non tanto nelle conclusioni che trai, che sono anzi abbastanza ragionevoli, quanto nelle premesse. Affermando che il comportamento dell’uomo sia riducibile a processi di calcolo, a previsioni, per quanto eleganti possano essere, ti poni sulla barca di quel positivismo che tanto male fece alla storia del pensiero epistemologico. Ma finchè l’uomo sarà dotato di libero arbitrio, e speriamo lo sia ancora a lungo, ho paura che la pretesa di ridurre i comportamenti dell’uomo, l’azione umana, a dei fenomeni naturali che, per definizione, sono calcolabili e ripetitivi (per scontando tutto il progresso scientifico e sopratutto matematico degli ultimi 50 anni) saranno destinati al fallimento.
Jan 19th, 2007 at 4:00 pm
JA Says
Ma il punto è proprio che esistono fenomeni naturali non sono calcolabili per definizione, la mia non è una difesa del meccanicismo! Proprio in meccanica quantistica si è scoperta l’incalcolabilità (concettuale non strumentale) di alcuni parametri, noi non potremo mai sapere come si comporta UNA singola particella quantistica perchè ha una “incertezza limite”, esattamente come non potremmo mai prevedere come si comporta UN uomo perchè ha il libero arbitrio, però, se invece ci interessa il comportamento del sistema globale, nonostante il sistema sia composto da parti che si comportano singolarmente in maniera in gran parte imprevedivile, allora possiamo, in linea teorica e con gli strumenti matematici adeguati dare dei dati in termini probabilistici che descrivano efficacemente il sistema, non mettendo assolutamente in dubbio il libero arbitrio.
Jan 19th, 2007 at 6:49 pm
Libertyfirst Says
“la matematica è il linguaggio con cui sono scritte le leggi di natura”
Questa affermazione non è scientifica ma metafisica: l’idea che i mercati siano realizzazioni di processi stocastici o che le azioni derivino da problemi di massimizzazione vincolata è una costruzione filosofica, nè un fatto incontrovertibile, nè una necessità logica.
Mi sono sempre stupito del fatto che molte teorie scientifiche potenzialmente utili siano state scartate in base a considerazioni di tipo metafisico-filosofico, in nome però della scienza. Ma purtroppo l’epistemologia non è una scienza, e quindi la scienza non ha un fondamento scientifico nel senso positivista del termine…
Faccio due esempi: intelligenza e capitale.
E’ ben noto che l’intelligenza - quella vera, degli uomini - non è stata mai in alcun modo formalizzata. Il giorno che ciò avverrà, se avverrà, avremo anche dei PC intelligenti: formalizzare, infatti, significa ridurre l’intelligenza a calcolo.
Abbiamo quindi una dicotomia: o eliminiamo l’intelligenza, o eliminiamo la formalizzazione. Finchè l’uomo sarà diverso da un calcolatore, la microeconomia e la teoria dei giochi saranno metodologicamente inadeguate a descrivere la realtà. Può darsi che siano utili, e magari lo sono, ma solo fuoriuscendo dai dogmi del positivismo è possibile tener conto delle limitazioni della formalizzazione… altro che linguaggio della natura: è una camicia di forza epistemologica!
Settimane fa ho letto la prefazione (http://econ.yorku.ca/~avicohen/Linked_documents/Elgar_Capital_Theory.pdf) di un bel libro in tre tomi, di 3000 pagine e 700 dollari, sulla storia della teoria del capitale. E fondamentalmente veniva fuori una storia tristerrima: siccome era impossibile formalizzare matematicamente le relazioni tra una struttura produttiva complessa e i tassi di interesse, gli economisti formali hanno avuto la bella pensata di supporre che esisteva un solo tipo, omogeneo, di bene capitale: una panacea che permetteva analisi formali di equilibrio generale.
Ora, non ho capito minimamente dov’era il problema, però ammettiamo che abbia interpretato bene la situazione: tener conto dei fenomeni intertemporali della produzione in un sistema con più beni capitali il cui valore dipende dal tasso di interesse è risultato essere un problema irresolutbile matematicamente. Gli economisti potevano scegliere: lasciar perdere la matematica e continuare a pensare alla produzione in termini di eterogeneità e di struttura temporale, o lasciare perdere la realtà della produzione in un sistema capitalista e tenere la matematica, trasformando il capitale in un singolo parametro di una funzione di produzione.
Su questo esempio potrei sbagliare di grosso: però credo che quel libro intendeva dire proprio che F(K,L) era nata come un’approssimazione della realtà per risolvere un problema matematico, e poi gli economisti si sono dimenticati che era un’approssimazione…
Jan 21st, 2007 at 8:33 pm
libertyfirst Says
“Questa affermazione non è scientifica ma metafisica”
Ovviamente non c’è nulla di male a dire cose metafisiche… da come l’ho detta ieri sembra un’offesa… “metafisico”!
Jan 22nd, 2007 at 9:19 am
libertyfirst Says
Ho riletto la prefazione del libro linkato stamattina. Il secondo saggio della prefazione si occupa di due problemi: 1. L’impossibilità di misurare la quantità di capitale in maniera indipendente dal tasso di interesse, e 2. L’inadeguatezza dell’analisi di equilibrio per capire le dinamiche della produzione (critica di Joan Robinson). Era quello a cui mi riferivo…
Jan 22nd, 2007 at 9:24 am
jacopo Says
“Su questo esempio potrei sbagliare di grosso: però credo che quel libro intendeva dire proprio che F(K,L) era nata come un’approssimazione della realtà per risolvere un problema matematico, e poi gli economisti si sono dimenticati che era un’approssimazione…”
Ahah, bella questa. Chissà perché tutte le più importanti teorie macroeconomiche iniziano con un bel “Assumiamo che…”.
La matematica è un linguaggio bellissimo, che, personalmente, amo molto. Il problema però è sempre lo stesso, quello della libertà. Un conto è un analista finanziario che si costruisce la sua opzione di investimento grazie a modelli ultra-innovativiti come la geometria mandelbrotiana e gli studi sui mercati-come-frattali, rischia i propri soldi e i soldi delle persone che credono in lui. Perde e impara dai suoi errori. Un altro bel paio di maniche è affidare politche economiche e monetarie (come nel caso del post), che entrano e modificano seriamente la vita e le scelte di tutti i giorni (si pensi ai tassi di interesse o alla pressione fiscale), nelle mani di centralizzatori sui quali nessuno ha riposto fiducia, dei quali nessuno conosce le qualità e gli strumenti, senza aver avuto il benché minimo diritto di opting out…
Jan 22nd, 2007 at 3:28 pm
JA Says
Mi sembra che stiamo andando un po’ fuori tema. Forse anche un po’ per colpa mia che per controbattere al ““E’ la scelta del metodo scientifico utilizzato che è errata. La matematica non può misurare le manifestazioni dell’uomo….” ho esagerato dal lato opposto sostenendo che “Il metodo scientifico è l’unico metodo razionale che permette di studiare un fenomeno”. In realtà, mi rendo conto che il metodo scientifico non sia necessariamente il metodo più efficace, ma questo non perchè la “matematica non può misurare le manifestazioni dell’uomo”, perchè come ho già detto, in linea teorica, un sistema composto esclusivamente da molte particelle “poco matematizzabili” non è detto che sia anch’esso “poco matematizzabile”.
Jan 22nd, 2007 at 9:15 pm
mj Says
Credo che il vero problema degli indici dei prezzi come quelli istat non sia tanto la difficoltà di formare un paniere quanto la assoluta impossibilità di distinguere tra un aumento di prezzo derivante da un fenomeno meramente monetario da quello invece derivante emplicemente dalla maggior scarsità relativa dei beni in oggetto! pertanto il dato dell’inflazione dice molto poco(è anche per questo che credo sia assolutamente preferibile la definizione austriaca di inflazione come aumento della massa monetaria)!
es. i prezzi del mio paniere (supposto perfettissimo) aumentano diciamo del 2% come faccio a sapere se quel 2% deriva da un mero fenomeno monetario (cioè dal fatto che moneta addizzionale crea domanda addizionale che fa aumentare i prezzi senza che però la scarsità relativa dei beni sia mutata) o se è determinato ad esempio da un aumento “reale” dei prezzi determinato dall’aumento della domanda o la riduzione dell’offerta o da entrambe di determinati beni che hanno particolare peso (es. petrolio)?
Jan 23rd, 2007 at 12:00 am
jacopo Says
Caro mj,
sottoscrivo in pieno.
Jan 23rd, 2007 at 7:16 am
Libertyfirst Says
JA: secondo me l’identità tra il metodo scientifico e l’uso estensivo di metodi quantitativi non è da dare per scontata. Lo è nella fisica, dove di fatto un elettrone non è nient’altro che l’equazione che lo rappresenta. Ma non è vero sempre.
Non è detto che tutto ciò che conta per capire determinati aspetti della realtà sia misurabile, e non è detto che per fare un ragionamento rigoroso sia necessario ricorrere a delle misure. Quindi: la logica e il rigore sono requisiti imprescindibili del metodo scientifico. Il calcolo e la misura sono cose che aiutano, quando sono appropriate.
“un sistema composto esclusivamente da molte particelle “poco matematizzabili” non è detto che sia anch’esso “poco matematizzabile””
Può darsi, infatti non bisogna essere contro la matematica a priori (a differenza di quelli in quel di Auburn che si offendono se scrivi P(t)=P0*exp(r*t)…
Ma proprio per questo non bisogna partire da una mentalità “Math or death”, ma da un approccio più eclettico (”Che culo! Sono incappato in un problema dove le equazioni differenziali sono rilevanti! Evvai…”…
Jan 23rd, 2007 at 8:23 pm
jacopo Says
Ad Auburn fanno bene ad offendersi perché insegnare l’economia con la matematica è un po’ come imparare a fare il barbiere con le forbici di un giardiniere. Così si offende sia la matematica che l’economia. La prima ha ben altre funzioni che descrivere funzioni (tra l’altro MAI determinate) di offerta o domanda di moneta. Gli studenti si perdono tra cavilli di equazioni con il risultato di:
1. odiare la matematica e giudicarla inutile
2. non capire nulla di economia (nel migliore dei casi)
ps. nel peggiore, pur non capendone nulla iniziano ad insegnarla.
Jan 23rd, 2007 at 8:46 pm
JA Says
Nella mia modesta esperienza personale ho constatato che le “titaniche difficoltà” matematiche che gli studenti di economia incontrano con Matematica Generale 1 del primo anno riguardano per lo più la comprensione del concetto stesso di funzione nei casi più gravi e del concetto di derivata negli altri casi. Altro che equazioni differenziali, derivata e integrale sono come la quinta e sesta operazione! Ovunque ci sia una “velocità” c’è una derivazione! E l’economia è piena di velocità e di accelerazioni. Ovvio, se ci sono problemi in cui lo strumento matematico è inutile, amen. Il classico grafico della domanda e offerta (almeno come viene spiegato nei libri più semplici di economia, non ho una cultura approfondita a riguardo) è ANTI-matematica, non matematica, è sciommiottare in malo modo una funzione, è come rappresentare un polinomio di quarto grado con una retta, sai che bella rappresentazione… ti spiegano che basta mettere in ascissa la domanda e in ordinata l’offerta e woilà hai ottenuto la tua funzione. Guai a te però se provi a fare il contrario….
Magari la matematica non è sempre lo strumento più opportuno per capire l’economia, ma è irrinunciabile, almeno i rudimenti (la derivata è math di 400 anni fa).
Jan 24th, 2007 at 2:57 pm
Libertyfirst Says
Jacopo: non confondiamo i problemi epistemologici della scienza con i problemi psicologici degli studenti.
Lo studio della matematica in Italia è a livelli penosi, ho visto gente scrivere “sin(x)/x=sin” (liceo scientifico, quinto anno) e futuri ingegneri, ad un passo dalla laurea di primo livello, incapaci di rispondere alla domanda “qual è l’integrale di una costante?”. Non c’è bisogno di incentivare ulteriormente l’ignoranza sulla base di considerazioni epistemologiche, spesso valide.
Comunque, per tutti quelli che al liceo sono rimasti shockati dai logaritmi, una citazione che sarà molto apprezzata: “Come ogni matematico ortodosso, crede alle sue formule più che ai suoi occhi e al suo buonsenso, e non riesce a vedere l’assurdità che ne consegue” (A. N. Krylov, commentando un articolo di Levi Civita; citato in Lebedev, Vorovich, Gladwell, “Functional Analysis”, Kluwer).
Di recente mi sono trovato di fronte ad un uso inverosimile della matematica nell’economia: c’erano di mezzo equilibri di Nash, menù cost, e mercati monopolisticamente concorrenziali… la prima cosa che ho pensato quando ho capito la dimostrazione è stata “E’ impossibile. Punto.”. Tra qualche giorni ci scrivo un post per testare se la mia interpretazione è corretta.
P.S. Per quanto riguarda la storia della teoria del capitale, Wikipedia è interessante (le citazioni sono tratte dallo stesso libro che ho linkato prima): http://en.wikipedia.org/wiki/Cambridge_capital_controversy
Jan 24th, 2007 at 9:11 pm
jacopo Says
Cari lettori,
quando il ihc.org sarà a pieno regime (i.e. quando raggiungeremo una quota di autori sufficiente) tutte queste discussioni si trasferiranno sul forum di ihc, dove sarà possibile portarle avanti anche per lungo tempo.
Naturalmente voi tutti siete già invitati.
Jan 24th, 2007 at 10:01 pm
Libertyfirst Says
Cari editori,
secondo me chi si interessa di economia Austriaca dovrebbe dare un’occhiata all’Austrian Forum. Negli ultimi giorni c’è un dibattito complesso su una miriade di temi (residuo solowiano, teoria del capitale, epistemologia, le politiche sociali di Hoover) tra me, un professore di economia abbastanza Austriaco, e un keynesiano preparato. Secondo me per chi ha certi interessi ci sono già molti spunti. Se poi si ha un account…
Jan 26th, 2007 at 7:32 pm