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Il Potere: una Spiegazione Austriaca

August 27th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Il vostro affezionatissimo ha partecipato per voi lettori di IHC (non è vero una sega, l’ho fatto solo per me) alla presentazione del libro di Lorenzo Infantino “Potere, la dimensione politica dell’azione umana”. A presentare il libro c’erano, insieme a Infantino, il giornalista Stellino ed il filosofo Cubeddu. Il libro è stato presentato come una specie di “tassello mancante” nella letteratura liberale e ancor più “austriaca”. Credo che il libro meriti una lettura da parte di tutti; nel frattempo (o in mancanza) voglio raccontarvi la visione che ne ho personalmente ricavato.

 

Partiamo da un concetto economico: la condizione umana è una condizione di “scarsità”, perché tutti gli uomini sono portatori di una serie di esigenze e desideri, ma le risorse per soddisfarli non bastano né per tutte le esigenze e desideri né per tutti gli uomini. Una soluzione sono vari tipi di “conflitti” in cui qualcuno sottrae all’altro le risorse. Un’altra soluzione è la “cooperazione”, e la cooperazione più efficiente è lo “scambio”: ti do qualcosa che vuoi in cambio di qualcosa che voglio io. Come dice Infantino in una delle frequenti citazione da Simmel, lo scambio “è un trattato di pace” (e già qui si potrebbe fare un discorso sul significato del mercato unico europeo, ma tutto un altro film).

Ogni individuo possiede una serie di “gradi di libertà”, cioè subisce in un certo modo la propria condizione di scarsità, su cui incidono abilità (lavoro, conoscenza) e dotazioni iniziali (forza, risorse, appartenenza a club). La natura strettamente individuale e soggettiva della questione (banalmente: non nasciamo con le stesse abilità, impariamo cose diverse, abbiamo schemi di preferenze diversi, e quindi percezioni diverse di scarsità) comporta che tutti non abbiamo gli stessi gradi di libertà relativi o assoluti che siano. Immediata conseguenza è che, per ovviare quanto possibile al peso della scarsità, le persone comincino ad agire ricorrendo alla forza o “scambiando”. Nel caso dello scambio, questo può assumere i termini più vari, ma quel che ci interessa qui è lo scambio di gradi di libertà: chi possiede una serie di gradi di libertà superiori ai miei in certi ambiti accetta di utilizzarli per fornire un servizio alla controparte, che in cambio concede altri suoi gradi di libertà; in un certo senso, il secondo contraente delega al primo i propri gradi di libertà perché vengano utilizzati con più efficacia. Se il discorso sembra troppo astratto, ne do un esempio rapido: io mi sottometto alle tue decisioni sull’ordine sociale economico o fiscale (cedo la mia libertà d’azione in certi ambiti) purché tu mi fornisca una cornice di “sicurezza”, giuridica e sociale, entro la quale io possa esercitare certe azioni. Ancora più stringato: ti concedo un potere di governo se tu mi garantisci il rispetto di certo codice giuridico che mi protegga nella mia attività economica. Ancora più gretto: dammi certe prestazioni (polizia, sanità, pensioni) e io ti voto.

 

Chi ha più «urgenza» di realizzare la relazione [di scambio tra consenso e protezione], colui cioè che vive più intensamente la condizione di scarsità, ha minori gradi di libertà e maggiori vincoli”.

 

Il “potere” sta tutto in questo scambio. Il potere si origina in modo naturale dall’azione umana, che è conseguenza della natura umana e della condizione economica di scarsità (data in natura). Il potere è semplicemente una concentrazione di “gradi di libertà” a seguito di uno scambio, quindi ha la sua base nel consenso come scelta individuale (l’imposizione con la forza non è un vero “potere”, perché sottostante vi è comunque una contrapposizione tra volontà diverse in cui una, temporaneamente, non riesce a prevalere); d’altra parte, se si ha uno scambio volontario, significa che entrambe le parti pensano di averne un vantaggio.

L’insieme dei concetti di scarsità, individualità e soggettività, e scambio rendono questo tipo di analisi del potere una analisi “austriaca”. L’alternatività, e l’importanza, di questa visione sta nell’aver separato il concetto astratto di potere dal potere giuridico o religioso (il libro offre una lunga e utile – ma per me pallosa – carrellata di precedenti visioni sulle origini del “potere”), scavando nel problema “individuale” dell’uomo per trovare la fonte del potere. Questo significa anche che il potere non è più un attributo della società, analizzata come un organismo a sé stante e perfino “superiore” all’individuo (che al più ne è mattone o meccanismo passivo interno); il potere non nasce dalla società in quanto la società “deriva”, non “è”: sono i singoli che, agendo e coordinandosi, generano coagulazioni di potere funzionale a gestire il loro individuale coordinamento.

 

 

Dopo l’enunciazione di questa analisi, una domanda logica potrebbe essere “sì, ma a che serve?”.

Una applicazione immediata è quella di arricchire o nobilitare alcune (non tutte) ricostruzioni di alcuni fatti storici fatte rientrare genericamente in un filone “fiscalista” (si veda qui alla fine). Se infatti può suonare un po’ banale ridurre la creazione di una istituzione ad un tentativo di rent seeking (o suo contrasto), è meno banale vedere una architettura istituzionale come un modo di combinare “poteri” o comunque strutturare certi “poteri”, dar loro una “sede” ed una modalità di “esercizio”, stante che il “potere” in gioco non nasce dall’istituzione ma è preesistente, nelle scelte dei rapporti tra individui, a questa. Una architettura burocratica/istituzionale come presente negli Stati che conosciamo non è fonte del potere ma è “esercizio del potere” attraverso lo strumento giuridico (diritto pubblico), quando il potere “originale” è quello che deriva dal consenso, cioè dalla volontà dei più di cedere almeno parte dei propri gradi di libertà per ottenere alcuni vantaggi riassumibili genericamente nel termine “sicurezza” (protezione dalle aggressione, protezione dei patti contrattuali, protezione dagli imprevisti… protezione dalla concorrenza, protezione dalla propria incapacità… e così via). A questo punto l‘istituzione diventa un luogo dove comporre lo scontro tra certi poteri, cioè tra alcuni punti di coagulazione del consenso, a sua volta retta da un suo particolare consenso (meglio scannarsi civilmente in un Parlamento, che parla per bocca di un proprio Presidente con certi “poteri” a sua volta eletto a mezzo di uno specifico consenso, che spararsi per strada – almeno in linea di principio). Ne discende che un mero scontro “fiscale” è in effetti la manifestazione più superficiale di uno scontro di poteri – consensi – sottostante.

 

Super-riassunto: la condizione di scarsità è una imprescindibile condizione umana, da cui discendono (anche) necessità di cooperazione, il che fa assumere alla questione una dimensione sociale in cui entrano in gioco i gradi di libertà, dal cui scambio emerge la dimensione politica dell’azione umana (che può agire retroattivamente sulla dimensione sociale) e quindi necessità di enti statali con funzioni di servizio (che possono agire retroattivamente sulla dimensione politica).

Messa così, attraverso la scelta di concessione individuale del consenso si può creare ma anche distruggere il potere, quindi a seconda di quanto sia funzionale all’attività dei singoli o della società (chiaramente non intesa come distinta dai singoli individui) ogni processo di creazione istituzionale può venir corretto o perfino invertito. Funziona davvero così?

Qui subentrano altre riflessioni esposte bene da Infantino ma anche emerse durante la presentazione del libro. Per queste, rimando ad un altro post.

 


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