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Il Prezzo alla Base di Tutto

February 4th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ultimamente mi capita di venir attratto dalle pubblicazioni di J.F. Catalàn, personaggio “austriaco” molto interessante per l’elevata dose di buon senso (si veda qui) che sembra caratterizzarlo oltre che per la sua tendenza a scavare dentro gli argomenti.

È da segnalare il suo articolo Misunderstanding Coase, dove cerca di rispondere alle critiche – per lui maldirette – sul lavoro svolto dall’economista Coase attorno all’ottimalità di soluzioni di mercato contro soluzioni statali a problemi di portata “sovra-individuale”. Il pezzo è alquanto utile per capire il quasi banale buon senso delle conclusioni di Coase. All’interno del discorso emerge anche una considerazione del ruolo del sistema dei prezzi che dovrebbe riconciliare l’astio ultra-liberalista per lo Stato con la storia del mondo: se rispetti il meccanismo di mercato, devi accettare soluzioni statalizzate.

 

Detto così è un paradosso bello e buono. Come è possibile che un liberalista, in specie un austriaco (termine spesso associato all’anarco-capitalismo) possa – proprio in forza della asserita superiorità dei meccanismi di mercato – accettare la presenza dello Stato? Catalàn segue un percorso logico mirato ad evidenziare la semplicità di base dell’idea di Coase: il mondo non è perfetto, l’informazione non circola alla velocità della luce, né omogeneamente, né in modo completo, e tanto meno senza alcun costo; in un tale contesto si possono creare situazioni in cui le “frizioni” del sistema impediscono di perseguire fini definibili “sociali”, nel senso di scientemente condivisi da una vasta massa di individui con propria percezione della realtà e bagaglio di conoscenza, attraverso strumenti ed istituzioni private e spontanee.

Contrapponendo le imprese, strumenti privati e/o spontanei di mercato per il coordinamento di azioni e desideri degli individui, alle strutture statali, strumenti extra-mercato di gestione centralizzata di risorse e determinazione dei fini, un liberale – vieppiù un austriaco – avrebbe pochi dubbi su quale strumento sarebbe il più efficiente ed efficace per un virtuoso sviluppo dell’economia in particolare e della società in generale. Il coordinamento delle azioni individuali – ce lo insegnano Mises, Hayek, e tanti tanti altri – discende dalle libere interazioni degli individui che si esprimono in un sistema dei prezzi, che in uno stesso momento riassume le condizioni operative e gli schemi di preferenza di tutti gli individui, e ri-trasmette in modo sintetico queste informazioni in tutta l’economia guidando così le scelte individuali. Forse in questo ragionamento, ben conosciuto al pensiero liberale, non è stato sottolineato un fatto importante: che condizioni oggettive e soggettive di un’economia si esprimano in una quantità monetaria, non indica solo la capacità di addivenire ad una qualche misura del “valore” di un bene servizio o azione scelta, ma anche di saper esprimere – per ogni bene servizio o azione – un valore di scambio e cioè un “costo-opportunità” (concetto introdotto dall’austriaco von Wieser, tanto per restare “in casa”). Il sistema dei prezzi è un sistema di costi-opportunità, ed è appunto il confronto tra costi di diversi corsi di azioni a permettere la scelta di quello più economico (cioè, che medi meglio – all’attuale stato di preferenze e necessità – tra il migliore o peggiore risultato che si può ottenere e le rinunce da sopportare per ottenerlo).

La riflessione di Coase sta a dirci che in particolari stati dell’economia caratterizzati da “frizioni”, cioè allontanamenti dalle condizioni ottimali che permetterebbero a libere organizzazioni imprenditoriali di assolvere ogni necessità sociale, il costo di spontanee soluzioni di mercato che risolvano prima tali frizioni e poi rispondano alle necessità sociali potrebbe rivelarsi anti-economico; detta semplicemente, il gioco (di mercato) potrebbe non valere la candela.

 

Il ragionamento va anzitutto preso in linea di principio, come legge “esatta”, evitando di saltare a conclusioni affrettate sull’attuale stato del mondo. Catalàn mi convince sul semplice buon senso dell’asserzione: può essere che, non potendo il mercato lavorare al meglio in modo decentrato qualsiasi ne siano le cause, una soluzione “centralizzata” potrebbe rivelarsi la più economica. L’imperfettezza del mondo dà adito a supporre che tale condizione non sia solo teorica ma possa verificarsi di quando in quando in alcuni punti dell’economia.

Questo non equivale ad accettare il mondo come è ora. Che un Paese sia “ottimamente” posizionato con metà del PIL costituito da spesa pubblica è chiaramente una cretinata. Ma occorre ammettere che in un mondo universalmente improntato a principi liberali-austriaci l’azzeramento delle strutture statali è solo un caso limite e ben poco probabile (questo fa il paio con l’illusione di un ciclo economico “piatto”). La storia non fornisce leggi economiche universali (Schmoller è già stato strapazzato da Menger, non faremo lo stesso errore) ed il relativismo storico non è scienza; ma la storia ci ha mostrato che forme di organizzazione/pianificazione accentrata di ampiezza sia territoriale che operativa variabile sono esistite sempre, anche provenendo da contesti originari liberi se non anarchici (come ci si immagina essere il primissimo stato di esistenza dell’uomo). Questo fatto esige una spiegazione che non sia un semplice richiamo all’uso della forza di una certa élite (versione preistorica del complottismo planetario tanto in voga). L’ottica di Coase, analizzata da Catalàn, ci offre una alternativa: era più conveniente delegare ad un ente pianificatore centrale. Ho pochi dubbi che, grazie alla tecnologia ed all’istruzione, le ragioni di “necessità economica” della pianificazione accentrata si riducano con il tempo (salvo l’insorgenza di necessità contingenti in ambiti nuovi ma transitori), ma temo che l’azzeramento della presenza statale sia una chimera o un’illusione: non è che il sistema privato non possa svolgere tutte le attività demandate (attribuitesi?) allo Stato (anzi!), ma è possibile che possa non farlo in condizioni di maggiore economicità.

 

Su cosa farebbe perno la scelta di un decentramento imprenditoriale rispetto all’accentramento statale? Non su una scelta discrezionale e “politica”, bensì… sul meccanismo di mercato! Sarebbero – e sono stati, soprattutto in origine – i prezzi stessi, con il loro portato informativo in termini di costo-opportunità, ad aver segnalato le condizioni di economicità delle diverse soluzioni stanti gli schemi di preferenze, le possibilità operative, e le problematiche “frizioni”.

In tal senso, una soluzione statale ad un certo problema resta una soluzione perfettamente “di mercato” e non “antitetica al mercato”. Ritengo opportuno riportare un capoverso di Catalàn:

 

“[…] quando Coase scrive ‘ammontare ottimale di pianificazione’ non intende a livello aggregato, ma intende che il mercato aiuterà gli individui a decidere fino a punto soprassedere al sistema dei prezzi attraverso differenti forme di organizzazione stabilite caso per caso. Questo dovrebbe essere ovvio: Coase non sosteneva che tutti dovremmo far parte di una qualche impresa perché l’impresa è il sistema di organizzazione ‘ottimale’, bensì sosteneva semplicemente che a volte è vantaggioso andare oltre il processo di formazione dei prezzi, ma si deve notare che egli è esplicito nel dire che sono i prezzi stessi a decidere le dimensioni dell’impresa (perché è solo attraverso il sistema dei prezzi che si può decidere cosa è vantaggioso e cosa non lo è)”.

 

Un mercato è sempre e comunque necessario. Qualsiasi forma di organizzazione sociale, qualsiasi istituzione deve sottostare ad uno scrutinio di opportunità economica; per operare questo scrutinio è necessario disporre di una serie di segnali sulla maggiore o minore convenienza economica delle scelte, segnali che definiscano il costo in termini di risorse e quindi di impieghi alternativi di quanto “speso” in una certa soluzione incorporando informazioni da un bacino il più ampio possibile (magari esteso a l’intera massa di individui variamente coinvolti dalle scelta da compiere). L’unica istituzione in grado di operare efficacemente ed efficientemente in tal senso è il libero mercato, ed i segnali di cui si necessita sono semplicemente i prezzi di mercato. E deve essere chiaro che quanto più il mercato è “hampered” (impedito, manipolato, distorto) tanto meno il valore segnaletico dei prezzi è significativo, tanto peggio funzionano i meccanismi di ritorno auto-regolanti del mercato, tanto peggio lo Stato si dimensiona e funziona esso stesso.

 

Alla base di questo sta certamente una concezione un po’ “aulica” dello Stato, che di fatto appare più una “libera associazione” che quel monolite burocratico e autoreferenziale che molti intendono oggi. Non per nulla il Big Government attuale è, anche secondo me, più che sovradimensionato potendo agire attraverso una certa sovrastruttura legale e istituzionale (comprensiva di poteri coercitivi con ben pochi freni esterni). Ma la visione che si deve ricavare dall’analisi di Catalàn è di principio ed al massimo prospettica: nel migliore dei casi (un mondo “austriaco”, Hayekiano o Rothbardiano non ha importanza), il rispetto dei principi di libertà – da cui discende il mercato – plausibilmente non abolirà lo Stato, ma lo sceglierà in casi precisi secondo criteri… di mercato. L’importante non è lo strumento, ma che la scelta dello strumento sia basata sui prezzi.

 

Corollario: spingere non sulla libertà di scelta, ma a priori sull’abolizione dello Stato, è una scelta politica ideologica, in un certo senso religiosa, in spregio al sound thinking millantato da molti austro-cazzari.


2 Responses to “Il Prezzo alla Base di Tutto”

  1. 1

    walter Says

    Bellissimo articolo, sono d’accordo sull ottimalità di un certo livello di intervento pubblico (sicuramente non al livello attuale, pari a metà del PIL in molti paesi avanzati) dettato proprio dal funzionamento “frizionale” del mercato.

    Non sono affatto convinto però che, anche al di fuori del nostro contesto di prezzi viziati da un eccessivo intervento statale e quindi in un contesto più libero economicamente e con prezzi genuini, la scelta tra “stato e mercato” verrebbe dettata dalla possibilità di economizzare sui costi di transizione (per fare un esempio generale).

    Penso invece che la necessità dell’intervento statale in alcuni ambiti sia oggi (e sarà sempre) giustificata perlopiù sulla base di opportunismo elettorale o di abitudine. Battere sul diritto al lavoro (per esempio attraverso un piano di assunzioni pubbliche oggettivamente non necessarie) fa guadagnare il consenso convinto di una minoranza rumoreggiante e non pesa molto su una maggioranza silenziosa di contribuenti che la finanziano (e che ne traggono poca utilità).

    Un esempio del secondo caso è il sistema delle pensioni: se lo stato non estorcesse i contributi INPS ogni mese pensate davvero che i lavoratori non metterebbero da parte i soldi necessari a costruirsi una pensione, usando i risparmi privati in un sistema di intermediari in concorrenza, evitandosi un bel pò di intermediazioni burocratiche pagate coi soldi pubblici ?

    In poche parole: ho seri dubbi ad assimilare la scelta “stato / mercato” dei cittadini alla scelta “make or buy” che le imprese continuamente affrontano (come nell’articolo si fa credere), ma è un qualcosa di molto più viziato da opportunismo elettorale, propaganda, abitudine, paura della sanzione sociale ad esprimere idee controcorrente.

  2. 2

    Leonardo Says

    @Walter mettiamola così – perché alla fine siamo d’accordo: lo Stato è ipertrofico per un problema del rapporto tra elettori e eletti, e questo alla faccia di qualsiasi calcolo economico. Non ci fosse questa stortura lo Stato non andrebbe comunque a zero (e andrebbe bene così) proprio per il gioco del mercato.

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