Il Primo Stato
June 10th, 2009 by Leonardo
Ebbene sì, ho una zia baby-pensionata. Anzi non solo una zia, anche un altro parente alla lontana. Se questo occidente decadente rischia di stare al resto del mondo come Versailles stava al resto della Francia, prima che cominciasse a saltare qualche testa, in Italia vi è sicuramente una ampia fetta della popolazione che, la sua Versailles, ce l’ha già e quotidianamente provvede a scaricarcela sul gobbone a noi giovani, in parte complici incosapevoli quando non compiacenti. Non voglio attaccare la litania numero n sull’età pensionabile, voglio cominciare invece dal postulato giuridico-teorico in forza del quale i geronti continuano a compiacersi del proprio status: il "diritto acquisito".
In linea di massima le motivazioni per quali viene ritenuta necessaria la previdenza pubblica sono essenzialmente due: tutelare gli individui dalla povertà durante la terza età e ridurre le disuguaglianze sociali creando una sorta di reddito minimo per vecchi e indigenti. I nobili intenti della solidarietà coattiva prevedono in ogni caso trasferimenti di reddito a "chi ha di meno"da parte di chi "ha di più". Allora perché le prestazioni previdenziali in essere debbono essere statiche e prive di qualsiasi vincolo di bilancio, anche quando è palesemente evidente che finanziare baby-pensionati da 1.300 euro al mese attingendo perfino da salari inferiori, è palesemente sperequativo? Non sarebbe più equo che le cicale lasciassero qualche briciolina in più anche alle formiche di terza categoria? Ovviamente no. Perché quelle pensioni sono un diritto "acquisito". Ora, impiantare un concetto sacrosanto come il diritto a ricevere una prestazione od una controprestazione nascente da una obbligazione contratta volontariamente da due o più parti, in un ambito dove tale prestazione è garantita da un’imposizione coattiva significa né più né meno sancire per legge un privilegio. Il diritto acquisito deve intendersi come il diritto a ricevere una rendita vitalizia a spese del resto della popolazione, a prescindere dalla volontà e dalle condizioni materiali degli individui che la compongono. Solidale, non trovate?
Veniamo ad un argomento più tecnico e più recente: la riduzione dei coefficienti di attualizzazione che decorrerà dal 2010 e le proposte di innalzamento dell’età pensionabile. Potrà suonare strano, ma non lo è affatto, qualsiasi assicurazione privata in cambio di un adeguato montante eroga rendite vitalizie anche a un trentenne. Sotto il profilo attuariale, l’età di pensionamento è un problema totalmente insussistente. Sulla base delle tavole demografiche si può determinare un coefficiente e definire un contratto per qualsiasi fascia di età. E del resto, si può ritenere "imprevidente" il comportamento di un "povero lavoratore" che ha iniziato a lavorare a 19 anni "in fabbrica" e a 45 vuole convertire una parte di quanto risparmiato in rendita per tutelarsi meglio da futuribili perdite di impiego e parimenti continuare a risparmiare per continuare a ricostituire un montante da impiegare più tardi? Ha 45 anni, una scolarità non elevata, potenzialmente può incorrere in maggiori difficoltà in caso di perdita e ricerca di un nuovo impiego man mano che invecchia: è forse quella sopra esposta una scelta irrazionale? Cosa la rende meno previdente rispetto a quella di tirare diritto fino a 65 anni rischiando di dover sopportare periodi di sotto-impiego e disoccupazione senza supporto finanziario? Chi è l’ingegnere sociale che si arroga il diritto di decidere "il meglio" per tutti? Sulla base di quali elementi?
Ma andiamo oltre, i contributi previdenziali che la nostra generazione "versa" (virgoletto il verbo perché detto così sembra un gesto spontaneo e volontario) concorrono a formare un montante su cui la previdenza sociale riconosce una rivalutazione pari alla media delle variazioni del PIL nominale nell’ultimo quinquennio. Ovvero lo Stato si finanzia a 20-30-40 anni a tassi nettamente inferiori a quelli di mercato: in particolare, per la quota parte relativa a quest’anno, lo fa ad un tasso nominale negativo. Volendo essere ottimisti ed immaginare un decremento del PIL pari al 3% per il 2009, significa che lo Stato riconosce sui contributi maturati un "rendimento" di 7-8 punti inferiore a quello che richiede il mercato sullo stock di debito a lungo termine attualmente in essere. Facendo scegliere in maniera casuale un qualsiasi strumento monetario ad una scimmia, la performance per le nostre pensioni sarebbe stata migliore.
Un fatto sociologicamente rilevante è che, in qualsiasi dibattito, si dà assolutamente per scontato che gli attuali lavoratori vivano tutto questo come un qualcosa di naturale verso cui sia più che logico adattarsi, aiutati nel loro sforzo dai lavoratori immigrati (desiderosi anche loro di pagare sia le rendite pensionistiche in essere, che i ratei del nostro grandioso debito pubblico). La differenza tra il vincolo di bilancio e la costante k delle prestazioni "sociali" acquisite costituisce il delta, sempre più angusto, entro il quale una platea ogni anno più ampia di soggetti vedrà calcolarsi le proprie rendite future. Rendite che tra le revisioni al ribasso dei coefficienti e gli incrementi dei trattamenti minimi tenderanno a concentrarsi in una fascia ristretta e non molto distante dai livelli di mera sussistenza. Andrà ovviamente meno peggio per i dipendenti del settore pubblico, i quali potranno godere di una continuità lavorativa maggiore e di incrementi retributivi, più o meno automatici, sempre superiori al loro livello di (im)produttività.
Sotto il profilo politico, questa evoluzione, tenderà ad enfatizzare all’interno del corpo elettorale una nuova categoria di piccoli geronti: futuri 50-60-70enni sostenitori della spesa e della tassazione, molto sensibili elettoralmente a interventi come integrazioni, revisioni di pensioni d’annata, etc. e molto mobili su questi temi all’interno del panorama elettorale. Viceversa riuscire a mettere mano oggi ai privilegi acquisiti, oltre a responsabilizzare maggiormente il risparmio privato, avrebbe anche l’ottimo effetto di rendere inaffidabile lo Stato e la sua capacità di mantenere le promesse senza farci necessariamente sprofondare in uno scenario argentino.
La vulgata mainstream continua a parlare di seconda, terza, quarta supposta previdenziale dando per assodato che la prima venga metabolizzata (da noi giovani in primis) con estrema naturalezza. Purtroppo può farlo impunemente, e con allegria può permettersi di illustrare come ci sfameremo con le brioches, quando i geronti avranno terminato il pane. Questo almeno finché i ceti produttivi non decideranno a riunirsi nella sala della pallacorda e tirare le loro conclusioni.
Speriamo che ciò avvenga al più presto.

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Leonardo Says
Molta carne al fuoco…
Sono di fretta, e da domani sarò in Corsica, spero di tornare e trovare una bella discussione su questo pezzo.
Intanto sono rimasto colpito da quell’intuizione della futura classe di geronti… la trovo molto coerente con il fatto che nella mia cittadina l’esponente di punta del Partito dei Pensionati fosse del ‘74… a 35 anni a difendere i diritti (acquisiti) dei pensionati… Silvano per me ci ha visto luuuuungo.
Jun 10th, 2009 at 4:33 pm