Clicca qui per Opzioni Avanzate


Il Punto “G” e la Tassonomia Austera

February 18th, 2013 by Leonardo

-

di Silvano IHC

 

Questo post cercherà di dare una definizione intuibile e sensata di “Austerità” in modo semplice per far contento Walter. Sarà un po’ (schifosamente) mainstream così Leonardo mi insulterà. Cominciamo da un’osservazione: c’è chi sostiene che l’austerità è recessiva e porta giù un sacco di esempi e dati e poi ci sono quelli che dicono che l’austerità non c’è perché i bilanci sono in deficit. Chi ha ragione? Nessuno. Parlano di due cose diverse e quindi confrontano mele e pere. I primi parlano dell’andamento della spesa pubblica intesa come contributo alla domanda aggregata (AD), i secondi parlano dei saldi complessivi di finanza pubblica. Per semplicità e sintesi si parla di spesa pubblica in entrambe i casi ma sono due variabili macroeconomiche diverse. Se il vostro programma politico non è “domani facciamo default, usciamo dall’euro, torniamo al doblone e ai caveaux e mettiamo in liquidazione lo Stato” capirne la differenza è rilevante.

 

Back to basic: il punto “G”. Il PIL (Y) è la misura del volume dell’attività produttiva svolta all’interno di un paese in un arco di tempo. È un’identità contabile:

 

Y = C + I + G + X

 

C sono i consumi, I gli investimenti, G la spesa pubblica (esclusi i trasferimenti), X il saldo della bilancia commerciale. Esempio: vivete a Patata-landia (no, non quella di Silvio..) e a Patata-landia gli abitanti consumano 80 quintali di patate l’anno, mentre 10 quintali di tuberi vengono piantati per l’anno successivo ovvero investiti, altri 10 quintali se li prende il Signore di Patata-landia per pagare l’esercito, mentre 5 quintali vengono venduti per comprare 500 litri di latte assumendo che il prezzo di un litro di latte è pari a un chilo di patate. Quale sarà il reddito lordo (Y) di Patata-landia?

 

Y = 100 = 80 (Consumi) + 10 (Investimenti) + 10 (Spesa pubblica) + 5 (Esportazioni) – 5 (Importazioni)

 

Ecco il PIL è una semplice identità contabile con cui si può scomporre l’assorbimento del reddito (in una economia aperta C + I + G rappresentano l’assorbimento interno). Facile. Adesso specifichiamo un po’ meglio cosa è “G”: G è la spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi esclusi i trasferimenti. G comprende la scuola, gli ospedali, il Traforo del Monte Bianco ma non le pensioni né l’apparato redistributivo dello Stato.

Questo è importante perché significa che – al di là delle varie metodologie di calcolo da cui la cosa può non risultare immediata – concettualmente “G” non indica la dimensione dello Stato ma il suo contributo alla domanda aggregata (AD). La dimensione dello Stato è la percentuale di reddito intermediata dal settore pubblico ed è generalmente riportata nei giornali come rapporto tra spesa pubblica e PIL, che in Italia supera il 50%. Questa apparentemente innocua differenza conta non solo se siete keynesiani ma anche se volete ridurre la presenza dello Stato nell’economia. L’espressione “esclusi i trasferimenti” aiuta a capire che riformare lo Stato fatti i salvi tutti i diritti acquisiti con tanto di indicizzazione all’inflazione, in un contesto a crescita nulla, significa cominciare a ridurre le tasse chiudendo gli ospedali senza incidere sostanzialmente sui rapporti tra produttori e percettori parassitari. Chi non capisce questo non capisce che chiudere un Politecnico o tagliare le pensioni da 30.000 euro al mese “à la Giuliano Amato” sono interventi diversi a prescindere dall’importo. Nota austriaca: chi pensa che siccome il socialismo è impossibile perché è impossibile il calcolo economico e quindi tutto l’output pubblico è pari a zero è un cretino che non ha letto o capito Mises e Hayek (e neanche la contabilità nazionale). Non stiamo parlando di socialismo reale dove tutti i beni di produzione sono posseduti da un solo pianificatore, stiamo parlando di soli beni e servizi finali:  tra la massima efficienza e lo zero c’è un’ampia gamma di livelli subottimali superiori allo zero. Il mercato farebbe meglio, ma una quota di inefficienza riduce ma non azzera necessariamente il valore del prodotto o servizio. Quel che è certo è invece che la pensione d’oro di Giuliano Amato è invece un mero prendere a Pietro per dare a Paolo (output nullo) e su questo tra economia austriaca e macroeconomia standard non c’è differenza.

Ricapitolando i punti chiave per capire “G” sono i seguenti:

§  G non comprende i trasferimenti

§  La spesa pubblica per consumi e investimenti al netto delle relative imposte è quella rilevante per la domanda aggregata

§  I trasferimenti sono quote di reddito intermediate dallo Stato

 

Capito questo possiamo passare adesso alla crisi del debito e spiegare come “austerità” (intesa come mix di tasse e tagli) e deficit siano “compatibili” in pochi passi:

§  Emettete una paccata di bond per salvare due o tre banche dissestate: deficit e debito aumenteranno ma la domanda aggregata non aumenterà di una cippa.

§  Bloccate gli investimenti pubblici, non pagate i fornitori della P.A., tassate reddito, consumi e proprietà e risparmi, pagate maggiori oneri finanziari sul debito pubblico a causa di quanto sopra, pagate maggiori oneri su tutto il debito preesistente perché il nuovo debito fa aumentare i tassi di interesse: ecco avrete austerità (nel senso comune del termine) ma non necessariamente la vostra posizione fiscale sarà migliorata.

Finché Krugman e Murphy non si metteranno d’accordo su questo, sarà una discussione tra sordi. Per come è solitamente declinata l’austerity è prociclica (infatti attira le antipatie in primis dei keynesiani) e non è nemmeno necessariamente una riduzione della dimensione del peso dello Stato nell’economia (le politiche di riduzione del peso dell’apparato pubblico, liberalizzazione e privatizzazione che piacciono agli austriaci  sono dette anche politiche dal lato dell’offerta e non è necessario aspettare un crack finanziario per implementarle). Molto più banalmente la “austerità” è il classico programma di consolidamento fiscale stile Fondo Monetario Internazionale: una ricetta di policy di breve o medio termine dove i risparmi ottenuti tramite una riduzione dei consumi e degli investimenti (sia privati che pubblici) vanno in primis a servizio del debito. Non è un programma piacevole perché i risparmi domestici finiscono prima ai creditori e poi in via residuale a finanziare investimenti, occupazione e crescita. Inoltre “funziona” se c’è una certa coerenza tra la capacità di generare reddito e vincoli esterni altrimenti finisce per assomigliare a quei piani di pagamento che strozzano il debitore senza farlo rientrare realmente (per questo su IHC abbiamo sostenuto che era meglio prendere atto del fallimento della Grecia da subito anziché sussidiare pseudopercorsi rieducativi).


15 Responses to “Il Punto “G” e la Tassonomia Austera”

  1. 1

    Leonardo Says

    Il pezzo mi pare sussuma che il supporto alla AD è presupposto necessario alla crescita del PIL. Anzi, la crescita dipende da AD, punto. Mi pare molto Keynesiana come posizione, con tutto quel che ne consegue. Nel pezzo forse – tanto per ricordare che siamo su IHC e non su Keynesblog – sarebbe dovuto venir stressato che si sta facendo una analisina sul breve termine (anche perché se Carbone legge ‘sto pezzo e ci manda a spigare ha ragione).
    Un passaggio alla fine non mi torna: da quando il salvare le banche è parte dell’austerity?

  2. 2

    walter Says

    Grazie della citazione, ma anche io ci vedo troppa fiducia nelle capacità teologiche del moltiplicatore :)

    E’ un bene che si dica: guardate che austerity vuol dire ridurre il debito di tot all’anno: poi come lo fai sono fatti tuoi.

    Chiunque ci legge ed è d’accordo con le nostre posizioni direbbe: non è sbagliata l’austerity, semplicemente andava fatta tagliando la spesa pubblica, non alzando le tasse (come è stata fatta in tutta europa).

    Il problema è che anche li i keynesiani ti ribattono: ma guardando i dati tagli di spesa pubblica hanno effetti più recessivi di aumenti delle imposte!

    Il problema è che quello che un ricercatore in econometria scopre che è successo nel paese x nell’anno y (in merito agli effetti recessivi di -g rispetto t ): non è la chiave di lettura del mondo. Secondo me è la stessa idea di poter manipolare il moltiplicatore keynesiano che è malsana: il merito del pezzo è far notare come “dipende da cosa tagli”. Ampliando il discorso: dipende dove aumenti le tasse. Ma in ogni caso bisognerebbe in ogni dibattito sull austerity fare un paio di precisazioni necessarie prima di iniziare a sbraitare:
    1) austerity imposta dalla UE = riduci il debito pubblico di un tot all’anno, poi è il governo che decide come. Nessuno ti obbliga ad alzare le tasse.
    2) gli effetti recessivi comparati di manovre a base di -g o t sono diversissimi da paese a paese (in base anche a ciò che neglio ultimi 20 anni si è fatto: in Italia nulla, in Germania -5 di pil di spesa e -5 di pil di tasse, dimmi un pò se non ha importanza questo nel valutare le situazioni specifiche) e in base all’effettiva composizione della manovra adottata. Affermare: tagli di -1% di spesa pubblica implicano -1.5% di pil, anche se hai rilevato econometricamente che UNA VOLTA NEL PAESE X è successo così per me non significa assolutamente NULLA DI NIENTE.

  3. 3

    Silvano Says

    Haha. Hai ragione è un’analisi di breve periodo ma il perché è semplice: questa è la logica in cui si muovono i programmi di assestamento fiscale.

    Il punto che non ti torna è quello saliente: salvare le banche e salvare l’Eurozona fa parte dell’austerity da quando l’ha deciso l’Ecofin (praticamente appena scoppiata la crisi) che giusto per cominciare deliberò che gli aiuti al sistema finanziario non contravvenivano la regola degli aiuti di Stato, ma anzi ogni paese avrebbe garantito per le passività dei propri istituti e quando qualcuno non ce la faceva, Euro uber alles e avanti con la Troika. Tutto il resto è venuto poi da se. Le prescrizioni di riduzioni della spesa pubblica coincidono solo tangenzialmente con gli auspici dei liberisti: all’eurocrazia di sviluppare politiche dell’offerta a medio lungo termine in senso liberale importa meno di nulla. L’austerity “as we know it” è conservatrice (nel senso di conservare lo status quo anche a dispetto del mercato). Prima spiegano che salta tutto per colpa dei fallimenti del mercato e quindi deve pagare pantalone, poi raccontano alla gente che i conti non tornano e siccome sta vivendo al di sopra delle proprie possibilità un mix regressivo e prociclico di tagli e tasse è quello che ci vuole. E’ un film visto molte volte in tante crisi bancarie e finanziarie.

    Dati i numeri che vogliono e i vincoli politici che sono posti, nessun governo per quanto seriamente determinato può evitare di inventarsi nuove tasse. L’Irlanda, che ha un un buon track record di politiche che ci piacciono, ha dovuto difendere con le unghie la sua bassa imposizione fiscale sulle imprese (che gli Euro-esattori, Germania e Francia in testa, consideravano “sleale”). Ma ha dovuto comunque ripiegare su un’incremento delle imposte dirette e indirette.
    Tra la teoria e la pratica, purtroppo c’è di mezzo la realtà. Credo si possa convenire sul fatto che qualsiasi processo di downsizing (diritti “acquisiti” inclusi) non sia un processo spot per cui si possa prescindere totalmente dagli impegni in essere o già presi nè dal “timing”. Ci sono aspetti qualitativi importanti: la via italiana per ridurre surrettiziamente la spesa pubblica, meglio nota anche come mancato pagamento dei debiti ai fornitori della P.A., non la annovererei tra i migliori esempi di liberismo.

    Recentemente la UE ha approvato il nuovo budget: tra le poche certezze rimane il fatto che continueremo a spendere un’enormità per sussidiare le vacche (credo la cifra superi i 50 miliardi di euro annui) grazie all’unica “politica dal lato dell’offerta” che l’Uniobe è capace di tirare avanti da quando esiste, ovvero la PAC. Ha più certezze legislative una mucca di un disoccupato (ma anche di un occupato) quando varca la frontiera. E questo per la mobilità dei fattori in un continente su cui si parlano almeno 10 lingue diverse non è il massimo.

    Intendiamoci, fintantoché ci sono i cicli economici, anche le safety net de La Società Libera di Hayek risulteranno un po’ anticicliche, così come sarebbe la dinamica del debito pubblico visto che il gettito delle imposte su reddito e consumi segue la congiuntura anche in caso di flat tax. Parleremo ovviamente di valori inferiori, ma uno shock macroeconomico avrebbe pur sempre un certo impatto sulle finanze pubbliche – a meno che non si pensi di reintrodurre un testatico regressivo per pagare la spesa corrente, cioè un sistema che ha portato alla Rivoluzione Francese (effetti collaterali inclusi).

  4. 4

    Leonardo Says

    come fa capire anche Walter, un discorso è il concetto di Austerity “astratto” e un discorso è quel di cui parla Silvano che è l’Austerity come è stata nei fatti declinata. Sulle seghe econometriche poi…

  5. 5

    Silvano Says

    @walter: se prendiamo per buono il tuo esempio, senza voler inutilmente allargare il discorso, qualcosa é successo: é successo che i tagli hanno ristretto la base fiscale e ridotto il volume anche di consumi e investimenti privati e presumibilmente anche il numero degli occupati. Non é necessario odiare la contabilitá nazionale per essere liberista. Né farai diventare liberale la societá “di nascosto”, chiudendo gli ospedali dopo aver salvato il sistema finanziario perché “ce lo chiede l’Europa”.

  6. 6

    Leonardo IHC Says

    Ora ci vorrebbe un dettaglio dei tagli di spesa in Italia e in Europa. Sinceramente, in Italia mi pare che alla fine abbiano tagliato ben poco (e con tagli intendo non ciò che è stato annunciato dal 2014 in poi ma ciò che è effettivo già dal 2012 anche via decreti attuativi, il resto sono bubbole).

    Parlando dell’Italia, mi pare che "ce lo chiede l’Europa" sia servito più che altro per far digerire maggiori tasse. La chiusura di alcuni ospedali – se c’è stata – è in realtà pianificata da quel dì.

  7. 7

    Claudio Says

    @Silvano
    Io apprezzo molto la tua realpolitik che ci ricorda una volta di più quanto è difficile nei fatti mettere in atto politiche anche solo vagamente liberali. Però, che tagliare la spesa=chiudere gli ospedali, no, via, almeno qui risparmiamocelo!
    E, come hanno già notato altri, non mi convince neanche il fatto di considerare tutte le combinazioni di austerity ugualmente dannose, sia pure nel brevissimo termine. Voglio dire (prendo a esempio l’Italia), se nell’estate 2011 (cioè prima che si incancrenisse la situazione) un governo vagamente con le palle avesse presentato un piano serio di tagli/liberalizzazioni/riforme (come da mitologica lettera BCE insomma) davvero avrebbe fatto poca o punta differenza? C’è qualche paese che abbia adottato questa austerity, davvero e non per finta, e abbia fallito ugualmente? (non è una domanda retorica, è una domanda-domanda) Poi, dire che per fare una cosa del genere avresti dovuto mettere in piazza l’esercito è un altro discorso e torniamo alla realpolitik. Ma prima di unirsi a Krugman, Phastidio e Fassina nel dire “extra deficit nulla crescitam” almeno le vie teoriche esploriamole tutte.

  8. 8

    Silvano Says

    L’austerity in astratto non esiste. É solo un programma di consolidamento delle finanze dopo che è stata socializzata qualche perdita di origine finanziaria. Riformismo e austerity sono due cose diverse.

  9. 9

    Claudio Says

    Ok, riformulo la domanda. Se il consolidamento delle finanze fosse stato fatto in maniera diversa e fosse stato unito a una certa dose di riformismo fatto a modo (che, ripeto, erano le indicazioni della famigerata BCE) davvero non sarebbe cambiato nulla perchè tanto se cala G va tutto a puttane?
    Mi pare di capire che il tuo in fondo volesse essere un articolo puramente descrittivo di ciò che è avvenuto, però alla fine traspare una certa acquiescenza/rassegnazione che non potesse andare diversamente. Il che, nella pratica, può essere pure verissimo eh. Però, ripeto, non mi torna la teoria che c’è dietro. Non che se ne potesse uscire facendo salti di gioia, chiaro, ma magari nemmeno scavarsi la fossa così (con il danno di press.fiscale, spesa e debito in aumento e la beffa dei keynesiani che si prendon pure la ragione! E i voti, cribbio!).

  10. 10

    Silvano Says

    Ho scritto gli ospedali per brevità visto che avevo il solo il cellullare sottomano. Per quanto riguarda la spesa sanitaria: policlinici urbani dubito, ma sicuramente reparti e presidi locali sì. Un’altra forma di riduzione all’italiana (che non figura nei bilanci per competenza, ma in quella di cassa) è il mancato pagamento (o il ritardo cumulato e crescente) dei fornitori, inclusi i dipendenti in alcune realtà del centro e del centro-sud.
    Per restare nell’argomento, se incrementi i ticket (misura a cui sono peraltro favorevole per vari motivi che esulano l’aspetto macro) riduci la spesa pubblica netta (stai privatizzando parte dei costi e la domanda del servizio diventa ovviamente più market-sensitive). Non è una tassa: dici semplicemente agli ospedali di farsi pagare né più né meno come aziende private (entro limitati paramatri) e li esponi alla concorrenza di prezzo, soprattutto su servizi come la diagnostica e lo screening di massa. E’ abbastanza ovvio che nel breve termine questo genere di tagli sia equivalente per i cittadini ad un incremento delle imposte sotto ogni profilo pratico – e se non lo accompagni ad una riforma sanitaria tale rimane: un provvedimento per fare cassa. Facendo un raffronto con l’istruzione si capisce meglio una cosa: in ambito sanitario la concorrenza privata si stà facendo spazio in settori nei quali lo stato perde terreno offrendo anche servizi di massa, mentre nella pubblica istruzione grazie a norme obsolete come la validità legale del titolo di studio o una normativa da gilda medievale delle abilitazione all’insegnamento questo non avviene e l’offerta privata si limita alle fasce alte di reddito o ai diplomifici (che sono un costo di transizione per aggirare le “regole”). In breve, quanto è libero di intraprendere il privato determina la risposta in termini di maggior offerta.

    Anche con una crescita non particolarmente brillante (diciamo 1,5% annuo), tenendo la spesa ferma in termini reali, è possibile realizzare nell’arco di un quinquennio una riduzione della sfera pubblica superiore a tutte le promesse elettorali non realizzate nell’ultimo ventennio senza per questo ripudiare in toto i contratti o le obbligazioni già assunte e avviando un programma riformista. Si possono intraprendere anche azioni più incisive (anche se all’interno dell’Unione Monetaria i vincoli esogeni abbondano); in ogni caso non credo che gli ukase dell’Ecofin ci renderanno più liberi, e non credo nemmeno che a Bruxelles interessi molto quanto siamo liberali (loro guardano alla lunghezza degli asparagi, la tracciabilità della carne suina, i diritti dei gatti et similia).

  11. 11

    Leonardo Says

    “Anche con una crescita non particolarmente brillante (diciamo 1,5% annuo), tenendo la spesa ferma in termini reali”
    Ti rendi conto che questo frammento contiene due cose che non si applicano all’Italia, tanto per dirne una?

    Mettiamoci d’accordo, o si parla della teoria dell’austerità come mezzo per sistemare i conti (anche a spese – nel breve – del PIL) o si parla di fattispecie concrete in cui l’austerity non fa diminuire la spesa che invece aumenta ancora, dove si parla solo di maggiori tasse (lascia stare il ticket, tra l’altro siamo d’accordo), e dove qualche briào (ubriaco nell’aulica lingua pisana) definisce austerity il salvataggio a debito delle banche (e perché no, dell’Ilva).

  12. 12

    Leonardo Says

    Dall’ultimo report di Mazziero: saldo entrate-uscite statali ancora negativo appena meno del 2011, comunque aumentate entrambe. Cavoli che austerità… Se si davano alla pazza gioia a quest’ora eravamo morti.

  13. 13

    Silvano Says

    Allora: l’austerità che piace a te ce la darai quando sarai premier (ricordati degli amici, mi basta una cadrega :) ), l’austerità del mondo “reale” è un mix di tagli e spese recessivi. Nel frattempo deflaziona i dati – così vedi il delta della spesa reale – e disaggregala almeno in tre componenrti: spesa, trasferimenti e interessi, sennò è inutile che scriva sulla differenza tra la componente pubblica della domanda aggregata e la spesa intermediata dallo Stato. Poi vai pure sul database dell’OECD e se trovi un campione di paesi comparabili a qualsiasi PIGS che abbiano fatto registrare 5 riduzioni consecutive nominali di consumi, investimenti pubblici e di deficit pubblico negli ultimi quaranta anni mandami il file excel. Sottolineo “nominali”. Se vogliamo andare indietro e vuoi vedere delle riduzioni nominali del debito (seppur per intervalli più brevi) le trovi nell’Inghilterra post WWI e (a seconda della metodologia utilizzata nel ricostruire i dati) nel Regno d’Italia durante la politica deflazionista di “quota 90”; nel primo caso alla riduzione nominale corrisponde ad un incremento reale del Debt/GDP ratio, nel secondo caso i risultati sono più ambigui. Altri esempi non li ho: tendenzialmente conosco track record di stati che hanno ridotto il debt / GDP ratio (anche con qualche surplus occasionale) con un pil crescente in termini nominali ad una velocità superiore a quella del deficit nominali. Magari ho un bias io, magari hanno un bias i dati o magari di paesi privi di politica monetaria e valutaria che crescono con una stretta prociclica non si trovano così facilmente. Io ci ho provato ma ho fallito.

  14. 14

    walter Says

    E di vendere parte degli 8000 miliardi di attivo statale per ripagare i 2000 di debito e risolvere (in tutto o in parte) The big problem of our time?

    Mi sembra che questo scenario venga snobbato un pò troppo facilmente, purtroppo. Eppure con un attivo che rende sotto l’1% (in cui cioè qualcosa rende in positivo e qualcosa costa invece di rendere) e un passivo che costa quando va bene il 5 % non sarebbe l’idea più logica?

  15. 15

    Leonardo Says

    @Walter
    Non accadrà mai, e questa è la prima risposta.
    Una risposta più compiuta è che il debito è un problema, certo, ma per due ragioni: se alla fine il mercato lo vede come “insostenibile” smette di finanziarlo, e lo Stato si sfascia; qui ci mette per ora una pezza la BCE. L’altro motivo è che che pesa sulla collettività per la spesa per interessi, ma in realtà pesa poco relativamente alla spesa complessiva (un decimo?), e i maggior interessi di spread ancora meno (un ottavo del decimo?). Il problema è che pur azzerando il debito, la spesa resta, e quella diventa tassazione (a meno che tu non voglia ridurre il debito per rifarlo da zero, saresti peggio di Keynes). cioè drenaggio di ricchezza dai privati allo Stato.
    Che il patrimonio dello Stato renda solo l’1% è un calcolo fatto non so come ma certamente a cazzo di cane, perché nei fatti è impossibile. Puoi calcolare solo un rendimento finanzario, ma non economico. Un esempio? Ok, quanto diavolo è la rendita economica di un sistema di polizia e sicurezza nazionale senza il quale saremmo invasi e conquistati da tedeschi e/o arabi e/o zingari e/o esquimesi armati di aringhe? Un altro esempio? Ok, quale è la rendita dell’immobile in cui è locata la Scuola Normale di Pisa? Puoi raccontare che sono solo spese, ma quelle strutture creano servizi che ti sembra non rendano economicamente, ma senza sarebbe molto peggio e il calcolo non è possibile.

Aggiungi un tuo Commento