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Il Risanamento delle Banche – Minime Revisioni

March 6th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo IHC

 

Come i pazienti lettori avranno capito, qui su IHC ci piace farci sempre nuovi amici e rafforzare le vecchie amicizie. In linea con questo, dopo la critica di Silvano ad un articolo di Carbone (qui), il vostro affezionatissimo ritorna su un pezzo di Carbone (ci soffermiamo sui suoi lavori perché gode di una certa credibilità e gli riconosciamo di aver a noi ed altri “aperto gli occhi”, ma temo che lui e i suoi seguaci pensino solo a combattere il dissenso… questioni di carattere).

Il pezzo che voglio commentare, e che invito a leggere prima di continuare, è Il Risanamento delle Banche, ri-pubblicato sul LvMI.

 

Premetto che non intendo dar dell’austro-cazzaro a Carbone, ma solo porre qualche precisazione su alcuni punti e luoghi “austro-comuni”.

Il riassunto stretto dell’articolo è: le banche si trovano in difficoltà a causa della riserva frazionaria, per questo sono state salvate dalle Banche Centrali e dai Governi, il che però ha significato un drenaggio di ricchezza a favore di settori a bassa marginalità, nei fatti indebolendo tutta l’economia e posticipando crisi ancora più gravi dell’attuale. Preferirei ci fossero molti più Carbone che Fassina o Guido Rossi, ma parte il quadro generale, alcuni passaggi per me non sono esatti.

Le banche non sono in crisi a causa della riserva frazionaria. Se il problema fosse solo quello la crisi sarebbe meramente di liquidità, e lo stampaggio centrale di moneta sarebbe una soluzione sufficiente. Le banche sono in crisi anzitutto per ragioni di vera e propria solvibilità (e chi confonde i concetti, dietro la lavagna!): le ragioni fondamentali sono del tutto “austriache” e ben conosciute, e si ritrovano nell’ampiamente espansiva politica monetaria che ha spinto gli investimenti oltre il “fondo” di risparmio reale, già ridotto dai parimenti stimolati consumi, finché la struttura produttiva si è ritrovata nell’impossibilità di venir sostenuta e l’economia è stata costretta al deleveraging. In pratica è scoppiata una grossa bolla, e molte imprese indebitate con le banche non hanno potuto onorare le proprie posizioni. Qui cominciano i problemi, perché se una banca non rientra dai prestiti fatti diventa essa stessa insolvente e, come effetto collaterale, illiquida. La fornitura di liquidità delle Banche Centrali ha permesso solo di “fingere” che le banche fossero solventi perché liquide, ma i problemi fondamentali restano, e sono ben visibili nelle sofferenze che le banche non riescono più a nascondere (ma di cui IHC da tempo avverte). Non per nulla tutta la liquidità fornita, come anche Carbone ammette, non riesce a far ripartire i prestiti bancari.

Una sensata opposizione alla mia ricostruzione può essere “sì, ma le banche sono il canale della politica monetaria, e operano in riserva frazionaria, ergo…”. Ripeto che la riserva frazionaria espone a problemi di liquidità – la forma più grave di questi è il bank run – ma lo stesso problema si sarebbe proposto con riserva intera e perfetto matching temporale: i finanziati non rimborsano i prestiti, e le banche restano non solo senza liquidi ma, qui è il casino, senza “attivi”.

Detto questo si dovrebbe anche capire che la storia delle banche inguaiate dai titoli di Stato è sì vera, ma è solo una parte della verità, cioè la parte che si è voluta dar in pasto al popolo per non ammettere semplicemente che è tutta l’economia privata ad esser collassata (cosa che comunque mi pare ben evidente). Diciamo piuttosto che il problema del credito privato è un problema “vivo” mentre quello dei titoli di Stato era (è) un problema “atteso”, ed anche per il legame tra sistema bancario e Stato si è preferito non risolvere il primo ma disinnescare (per quanto possibile) il secondo.

 

Carbone ha ragione nel dire che le stesse prospettive economiche hanno frenato le banche dal fornire ulteriore credito all’economia privata, ma è eccessivo dire che le Banche Centrali abbiano gestito la liquidità aggiuntiva remunerando i depositi centrali: nella UEM la remunerazione è data certamente sulla riserva obbligatoria, che è una minima parte del tutto, mentre per il resto è limitata al tasso REFI meno – attualmente – uno 0,75% che oggi significa rendimento nullo. Quando il rendimento era positivo, era comunque decisamente basso (comunque più basso di quanto costasse finanziarsi presso la BCE stessa), e quel che faceva premio era solo la rischiosità delle alternative. Ben dice, comunque, che è stata scartata la prospettiva di far uscire questa liquidità ponendo tassi negativi sui depositi centrali (boiata che periodicamente gira ai piani alti) dati i pericoli di inflazione (dei prezzi).

Carbone ha ragione anche quando dice che Basilea III cerca un ulteriore rafforzamento patrimoniale delle banche, ma dovrebbe soffermarsi anche sulle norme sul rafforzamento della liquidità (che diventano scuse per supportare il debito pubblico, come evidenzia Max Neri, PHD con De Soto), e sulla burocratizzazione del processo di concessione del credito. Il quadro è anche peggiore di quanto Carbone lasci intendere.

Carbone eccede invece quando parla del rinnovo delle euro-banconote come modo di recuperare la moneta che circola fuori dalle banche. Ha delle valide ragioni a sostenere che la possibilità di detenere contante è un potenziale problema per il sistema bancario (è il presupposto necessario per un bank run), ma considerando che si sta parlando del rinnovo delle banconote da € 5 a breve, mentre per le altre c’è ancora da aspettare un po’, mi vien da dire che la questione sia un po’ sopravvalutata.

 

Carbone si lascia scappare che “tutto questo, bisogna darne atto, ha funzionato egregiamente”. Non sono d’accordo: ha funzionato solo nei termini di aver finto – e nemmeno tanto bene – che non ci fossero problemi di liquidità, ma i problemi fondamentali di solvibilità delle banche restano tutti ed anzi si fanno sempre più evidenti. Il ruolo degli Stati nel salvataggio del settore è in un certo senso rivelatorio della questione: gli Stati non hanno fornito liquidità, bensì capitale (particolare non sfuggito a Carbone), e questo rivela appunto che sottostante si ha un problema di solvibilità (non risolvibile dalla politica monetaria, che offre liquidità in prestito e non capitale di rischio). È a questo punto che deve partire correttamente la ricostruzione di una crisi sovrana che trascina anche l’economia privata, per cui la prima è un problema “derivato” e non “originario” (il che non toglie che l’ipertrofia dello Stato degli ultimi decenni ha posto le basi di molti dei problemi attuali): le sofferenze bancarie non sono effetto della crisi sovrana, ma piuttosto ne sono la causa più immediata.

Per quanto riguarda il fatto che alla fine il tutto converge verso un drenaggio di ricchezza dall’economia privata verso chi è prossimo alla fonte di moneta, banche in particolare ma anche Stato, direi che non c’è proprio da discutere. È così.

 

A parte questi appunti, tutto sommato marginali, quel che critico veramente a Carbone è la conclusione dell’articolo, dove ci si aspetta che le Banche Centrali siano costrette a “lasciar sfogare l’inflazione monetaria in inflazione dei prezzi”. Questo cozza decisamente con l’inizio del pezzo dove si vuol un sistema di Banche Centrali che vogliono evitare gli effetti inflazionistici (per questo non portano i tassi sotto-zero), e temo che discenda da una specie di retorica dell’Armagheddon che si nega la possibilità di uno scenario “giapponese” (che Carbone suggerisce solo tra le righe proprio come effetto del drenaggio di ricchezza dall’economia privata).

Ancor peggio però è il tirar fuori “il potere degli uomini del mondo ‘di carta’ […] che potranno continuare a mantenere il pieno dominio del mondo reale come hanno fatto in questi ultimi 30 anni, prima schiacciando i paesi del terzo mondo e, adesso, le economie industrializzate”. Proprio chi proviene da un contesto “austriaco” dovrebbe astenersi dal ricorrere a spiegazioni ad hoc basate sul complottismo ultradecennale (versione Bignami del plurisecolare complotto degli “illuminati”) e spiegare che le convergenze di interessi di varie parti più o meno potenti si creano e si disgregano in funzione dei loro interessi stessi senza la necessità che si formi una Specter contro cui gli austro-007 debbano eroicamente combattere. Se il problema fosse così localizzato, non servirebbe l’economia, servirebbero le bombe, ed in fondo sappiamo tutti che non è il caso.

 

Un ultimo appunto. Ritengo che Carbone abbia ragione a dire che le Banche Centrali non hanno una vera exit strategy dall’imbuto in cui si sono infilate (con buona pace sua, è opinione anche di vari altri analisti alquanto mainstream), ma mi ha colpito la sua idea per cui la liquidità vincolata a riserva per “risanare” il sistema bancario alla fine “percolerà creando nuove bolle eccetera.

Se la liquidità è vincolata, non percola una bella sega. Risistemando i concetti, ricordo che la liquidità centrale permette di risolvere problemi di illiquidità evitando il fallimento delle banche in quanto “finzione” della loro solvibilità, ma la concessione del credito dipende dalla solvibilità dell’attivo bancario e quindi della banca stessa. È quando strumenti come l’ESM o una Bad Bank statale (o i Governi stessi) interverranno a ricapitalizzare o ripulire (o nazionalizzare) le banche (e indovinate chi paga?), che la liquidità potrà venir “svincolata” e diretta verso impieghi più rischiosi (sia in termini economici che nella classificazione burocratica che già Basilea II prescrive e ancor più Basilea III prescriverà), aprendo a spinte sui prezzi alimentate anche dalla deteriorata struttura produttiva privata.

Casomai si dovrebbe ragionare su cosa significhi economicamente il contrasto a deleveraging e deflazione dei prezzi e quindi sul subdolo danno di un solo apparente rispetto delle correnti preferenze temporali e non (rimando a questo).

 

Spero che Carbone – o chi per lui – non risponda che questa mole di precisazioni (se condivisibili) era incompatibile con la brevità e l’intuitività di una comunicazione che arrivi anche alla “casalinga di Voghera”, perché allora si ritornerebbe alla discussione sulla banalizzazione della conoscenza e a quanto ho scritto nei commenti: se tutto quel che si vuole è creare e guidare un consenso, allora è politica e non economia, e non è quel di cui sto parlando io.

 


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