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Il Socialismo per Ricchi come Risposta alla Crisi

October 17th, 2011 by Leonardo

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di Silvano, IHC

 

Dal 22 febbraio 2008, giorno della nazionalizzazione della britannica Northern Rock, fino al più recente intervento da parte dei Governi francese e belga per salvare Dexia, il consenso dell’opinione pubblica nei confronti dell’atteggiamento tenuto dalle autorità monetarie e fiscali nei confronti degli istituti di credito e del sistema finanziario in generale si è progressivamente deteriorato. Le proteste e le relative proposte sono generalmente caratterizzate da forti elementi di populismo o socialismo che spiccano per ingenuità: attendersi soluzioni dalle medesime classi politiche che, nella discontinuità dei personaggi ma nella continuità della connivenza, hanno per anni assecondato idee e scelte determinanti nella creazione di quella che è stata definita “la tempesta perfetta” è piuttosto ingenuo. Senza dubbio contribuisce inoltre a confondere ulteriormente la malattia con la cura. Tuttavia esentare sistematicamente un settore economico dalle proprie responsabilità e dai propri fallimenti spostandone l’onere sui contribuenti e sulle future generazioni costituisce senza ombra alcuna un esempio di “socialismo per ricchi”.

 

Esistono due modi attraverso i quali è possibile trasferire beni, servizi e lavoro tra gli individui o tra i gruppi di individui e possono essere così raggruppati:

 

1.     mezzi economici o catallattici (basati sul mutuo e reciproco consenso tra le parti coinvolte);

2.     mezzi politici o egemonici (basati sulla coercizione da parte di soggetti pubblici o privati).

 

Ogni nuova emissione di titoli del debito pubblico incorpora il diritto a un futuro e forzoso trasferimento di quote nominali dei flussi di reddito prodotti da individui, famiglie e imprese in favore dei possessori dei titoli medesimi. Ora, non potendo configurarsi un’espansione del debito statale finalizzata al salvataggio del settore bancario come un investimento nell’economia reale, il risultato di queste operazioni è un incremento netto all’interno della società di una serie di attivi (in senso lato) che altro non sono che dei diritti di prelievo sui redditi futuri. Sotto molti punti di vista il socialismo per ricchi e il “capitalismo degli amici” o clientelare (crony captialism) indicano quasi la medesima gamma di fenomeni e si basano sull’espansione delle transazioni che avvengono tramite strumenti egemonici a scapito di quelle economiche operate tramite scambi catallattici. Questo implica un coinvolgimento di tutti i soggetti che compongono “il quadrato del potere” disegnato da Niall Ferguson in The Cash Nexus: i relativi componenti si devono agire a favore delle élites beneficiarie dei trasferimenti di reddito a scapito del resto della società. Nell’illustrazione di Ferguson il quadrato comprende quattro istituzioni.

 

v  Un’apparato fiscale idoneo a raccogliere imposte sufficienti a finanziare le spese correnti

v  Assemblee rappresentative in grado di limitare la predazione della ricchezza privata e di influire sul processo decisionale di spesa.

v  Un sistema di debito pubblico amministrato dal tesoro;

v  Una Banca Centrale in grado di amministrare il debito pubblico ed estrarre ricavi dal monopolio dell’emissione monetaria (tipicamente signoraggio ed inflazione). 

 

 

La socializzazione di perdite private di vaste proporzioni in tempi rapidi richiede una riconfigurazione del sistema dei rapporti egemonici sia in termini quantitativi che qualitativi. L’esplosione di una crisi bancaria, in particolare di natura sistemica, porta con sé un periodo di recessione economica durante il quale il semplice mantenimento del gettito fiscale su livelli analoghi o leggermente inferiori al periodo pre-crisi rappresenta un incremento effettivo del peso tributario in termini percentuali. Ma l’aspetto più impressionante è che, a tre anni dallo scoppio di una bolla creditizia, il combinato disposto dell’aumento dei deficit pubblici e dei costi connessi con il salvataggio del sistema finanziario ha determinato nelle principali crisi bancarie accadute dal dopoguerra a oggi un incremento medio dei debiti pubblici pari all’86%. Ovvero fatto pari a 100 lo stock di debito pubblico nel momento di esplosione della crisi, questo diventa pari a 186 in termini reali a 3 anni di distanza.

 

Consideriamo adesso la socializzazione delle perdite tramite la fiscalità generale. In ogni momento l’azione tributaria del Governo divide gli individui lungo uno spettro composito che ha ai suoi estremi due categorie opposte d’individui: i pagatori netti d’imposte e i percettori netti d’imposte. Trasferimenti da un gruppo a un altro hanno natura antagonistica e sono determinati tramite mezzi politici. L’impatto quantitativo dei salvataggi determina sia la necessità di ridefinire in maniera quantitativa la base imponibile che la necessità di agire sulla composizione qualitativa dei percettori d’imposte. Il vincolo di bilancio (per debole che sia) fa sì che la quota di entrate necessaria a soddisfare gli oneri sul debito cresca considerevolmente e cresca anche a scapito di quei soggetti che erano percettori netti prima dello scoppio della crisi. Poiché, per definizione, gli interessi determinati in via egemonica non possono ricomporsi tramite scambi di mercato o catallattici, la risoluzione per via politica comporta un conflitto di interessi tra percettori di imposte e resto della società.

Una seconda modalità con la quale le perdite del sistema finanziario possono essere socializzate è la monetizzazione diretta, i cui effetti consistono in una spinta al rialzo sui prezzi dei beni e dei fattori, in una ridistribuzione di ricchezza a vantaggio dei primi prenditori della “nuova” base monetaria immessa in circolazione (effetto Cantillon) ed in un trasferimento di ricchezza da creditori a debitori nella misura in cui sono coinvolti rapporti che ex ante non includevano nelle aspettative la decisione di monetizzare le perdite (o i debiti con cui queste sono state socializzate).

 

Quando una crisi finanziaria insorge due istituzioni (quelle situate sul lato inferiore del “quadrato del potere” di Ferguson) svolgono nel breve termine un ruolo particolarmente importante: il Tesoro, relativamente alla emissione di nuovo debito pubblico, e la Banca Centrale, relativamente alla gestione di questo e della base monetaria. Il motivo è facilmente intuibile: la mole di risorse che è necessario mobilitare in un arco di tempo relativamente breve non può essere reperita tramite un processo di tassazione sia ordinario che straordinario, soprattutto se questo deve affrontare un percorso parlamentare in cui trovano rappresentanza parte degli interessi diffusi presso l’opinione pubblica. Il socialismo per ricchi richiede procedure dallo stile emergenziale in grado di aggirare impedimenti legislativi o costituzionali. I soggetti che detengono in maniera organizzata il potere egemonico fanno essenzialmente leva sull’eccezionalità dell’evento, sulla necessità di fare qualcosa in tempi rapidi e sul fatto che se non si metterà in pratica ciò che propongono in buona sostanza la civiltà imploderà su se stessa o qualcosa di simile.

Nelle settimane successive al fallimento di Lehman Brother, nel settembre 2008, il Segretario al Tesoro statunitense Hank Paulson è riuscito a far passare il più grande piano di salvataggio della storia in tempi relativamente veloci e nonostante un congresso inizialmente riluttante (inizialmente l’intervento è stato respinto). I politici ed i Banchieri Centrali, che solitamente rilasciano dichiarazioni di circostanza volte a stemperare gli allarmismi, hanno fatto a gara nel drammatizzare la situazione. Una segno particolarmente indicativo della quantità di potere che il governo intendeva concentrare nelle proprie mani è dato dal seguente passaggio del TARP:

 

«Le decisioni prese dal Segretario [al Tesoro] in forza di questa legislazione sono inappellabili e discrezionali e non possono essere sottoposte a giudizio di alcuna corte o tribunale amministrativo.»

Il testo iniziale dell’atto legislativo da 700 miliardi di dollari proposto al Congresso americano era lungo non più di tre pagine e nonostante la sostanziale richiesta di immunità sia stata successivamente rimossa l’Emergency Economic Stabilization Act del 2008 è stato più che sufficiente a trasformare il Segretario al Tesoro in uno zar dell’economia. In realtà poi una larga parte dei fondi è stata impiegata anche in scopi diversi dalle intenzioni originariamente dichiarate (acquistare Mortgage Backed Securities) ed una frazione finirà addirittura a sussidiare due produttori automobilistici (GM e Chrysler). Paulson ha salvato un pezzo di mondo: il suo e quello della banca d’affari Goldman Sachs da cui proveniva prima di entrare in politica. Un mondo fatto di porte girevoli dove regolatori e regolati si scambiano i ruoli e si confondono fino a formare un blocco sociale unico.

 

Tornando allo schema grafico di Ferguson, una volta socializzate le perdite con l’emissione di nuovi titoli, ovvero con la creazione di nuovi diritti di prelievo sui redditi futuri, alle assemblee legislative e alle burocrazie fiscali non resta che l’onore di ridefinire la composizione del gettito tributario,  riconfigurare le rendite dei percettori netti d’imposte, escutere le risorse reali necessarie al servizio del debito addizionale, gestire eventuali conflitti politico-sociali.

Il capitalismo clientelare tradisce la naturale e legittima aspettativa che in un’economia di mercato siano in primo luogo i soggetti insolventi a dover pagare il conto dei fallimenti e non i contribuenti e consente ad una parte delle élite finanziarie e politiche di perpetuarsi a dispetto della disciplina di mercato. Pur nella diversità dei pareri, l’opinione pubblica è generalmente scontenta ed irritata dai comportamenti tenuti dalle istituzioni finanziarie e dai relativi Governi nazionali. Difficile non comprendere la natura di questo stato d’animo. Tuttavia in assenza di istituzioni in grado di garantire un ordinata liquidazione delle entità finanziarie insolventi ed in presenta di una regolamentazione che favorisce la compenetrazione tra controllati e controllori, ogni richiesta di cambiamento è destinata a scontrarsi con il lobbismo dei sopravvissuti, intenzionati difendere lo status quo (o al più a cambiarlo affinché tutto rimanga come prima). Le richieste da parte della pubblica opinione verso la politica e le istituzioni rappresentative finiscono così per trovare come controparte gli stessi politici conniventi di prima o le loro seconde fila, demiurghi dell’ultima ora dalla soluzione facile, improvvisati demagoghi e moralizzatori dell’ordine economico.

I salvataggi bancari nella forma in cui li abbiamo visti sono un’opzione da rimuovere dal tavolo e per quanto possa sia difficile è necessario ricondurre anche le entità finanziarie complesse e sovranazionali all’interno della disciplina di mercato.


4 Responses to “Il Socialismo per Ricchi come Risposta alla Crisi”

  1. 1

    Leonardo, IHC Says

    “I soggetti che detengono in maniera organizzata il potere egemonico fanno essenzialmente leva sull’eccezionalità dell’evento, sulla necessità di fare qualcosa in tempi rapidi e sul fatto che se non si metterà in pratica ciò che propongono in buona sostanza la civiltà imploderà su se stessa o qualcosa di simile”.

    “È opinione comune che quello greco sia un problema serissimo, il fallimento della Grecia trascinerebbe con sé l’euro, e il fallimento dell’euro varrebbe un’ecatombe dei popoli europei. Non so esattamente come la gente si figuri questo immane disastro della distruzione dell’euro – i termini usati sono evocativi, ma lungi da una precisa capacità descrittiva -, ma sinceramente io ci vedo solo molta retorica volta a veicolare il consenso” http://www.linkiesta.it/blogs/mercato-e-liberta/perche-il-fallimento-greco-non-c-entra-con-l-euro

    Purtroppo l’analisi è sempre la stessa.

  2. 2

    Piero Says

    la mole di risorse che è necessario mobilitare in un arco di tempo relativamente breve non può essere reperita tramite un processo di tassazione……..

    è per questo che Loro sperano nell’iper-inflazione..
    non necessita di manovre strutturali democraticamente impossibili da far accettare………..

    forse ricorderai che ci eravamo commentati su Chicago parlando della Tobin.. hanno appena pubblicato un mio articolo che forse, in parte, potrebbe essere affine al tuo pensiero..

    Piero Torazza

  3. 3

    Silvano Says

    Per creare iperinflazione basta incrementare l’HPM (M0) e metterla in mano a soggetti che la spendano, invece che tenerla nel bilancio della banca centrale. Ma un’inflazione anche elevata sì, ad alcuni non dispiacerebbe.

  4. 4

    Biagio Muscatello Says

    Si illudono di scongiurare la grande inflazione, mantenendo la moneta creata all’interno del circuito bancario. Quest’ultimo, però, per dare l’illusione di essersi salvato, deve creare profitti. Attraverso quali attività? Tra le altre, quella dominante rischia di essere la scommessa sui debiti sovrani altrui, che costringe i governi a pagare tassi più alti.
    La speculazione con soldi propri è sacrosanta. La speculazione con soldi dei contribuenti è un furto.

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