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Osservando l’evoluzione della politica tedesca e francese assieme a quanto si paventa attualmente per l’Italia, mi è tornato in mente uno strumento concettuale, trattato all’università con una certa rapidità, che potrebbe essere utile per desumere dall’attuale contingenza politica qualche indizio sulle implicite aspettative economiche.
Lo strumento in esame è il “teorema dell’elettore mediano”: una volta classificato il corpo elettorale lungo una qualche dimensione, ci si può aspettare che gli elettori si distribuiscano in un modo più o meno regolare attorno ad una mediana; i due candidati (o partiti, o schieramenti) del caso, posizionatisi a sinistra e a destra della mediana, tenderanno a rivedere le proprie posizioni “verso il centro”, o meglio verso la mediana, essendo questa area elettoralmente più numerosa delle “code” che si vengono intanto a perdere. Il risultato sarà che i programmi dei due candidati finiranno per assomigliarsi od essere essenzialmente uguali.
Classicamente si suppone che la distribuzione dell’elettorato sia descrivibile da una Gauss (come in Fig.1), ma in realtà va bene una qualsiasi distribuzione, anche bimodale, (come in Fig.2) purché sia evidente un’area mediana di maggior densità dell’elettorato.

Va da sé che, data la distribuzione ipotizzata
, il primo candidato che si “sposta” verso la mediana ottiene un vantaggio (come il candidato S in Fig.3) acquisendo quote crescenti dell’area più “popolata” al prezzo della meno rilevante “
coda”. Dato che l’altro candidato (D) non starà a guardare,
entrambi i candidati finiranno per convergere sull’elettore mediano, contendendosi così il più numericamente importante “centro”.

Un meccanismo simile può essere quello che alla fine ha portato alla
Groβe Koalition tedesca, al
Governo misto di Sarkozy, e alle ipotesi dell’
asse Berlusconi-Veltroni (tutti modi per gestire la contesa area “mediana”).
Certamente questo schema di analisi è più realistico su più dimensioni, purché le variabili politiche in esame siano per lo meno ordinabili con sufficiente gradualità. D’altra parte questo è solo uno schema concettuale, e sarebbe un po’ da bischeri voler “fittarci” la realtà.

A monte c’è una certa ipotesi sulla distribuzione dell’elettorato, nonché sui punti di partenza dei due candidati, ed è qui che ricavo riflessioni più interessanti. Se infatti poniamo
una divisione più netta dell’elettorato che implichi una bassa densità attorno alla mediana (come per la distribuzione di Fig.4) va da sé che i due candidati si posizioneranno sui due “
cucuzzoli” magari curando più le “
code” rispetto al “
centro”.
Una tale distribuzione dell’elettorato giustifica la presenza di due programmi politici ben distinti per i candidati S e D.

Le cose possono cambiare se la variabile politica sottostante perde importanza perché
nuovi e più pressanti problemi vanno ad interessare in modo trasversale l’intero elettorato. In tal caso,
sparendo l’utilità degli “orticelli”, l’elettorato comincerà a distribuirsi in modo sempre più omogeneo attorno ad un qualche “consensus”, passando quindi la relativa distribuzione dal tipo della Fig.4, al tipo della Fig.2, fino al tipo della Fig.1; i candidati S e D si scopriranno quindi non più su due “
cucuzzoli” e cercheranno di accaparrarsi il più numeroso “centro” in formazione, come dal “teorema dell’elettore mediano”.
Alla fine i due candidati aspireranno ad un programma politico “mediano” per dare la risposta politicamente migliore al problema che ha “compattato” l’elettorato, il che può pure sfociare in una qualche “unione” dei due candidati per coordinare le politiche, renderle effettive, e risparmiare risorse passando dalla lotta alla gestione del consenso. Qui è l’elettore il
Deus Ex Machina del processo politico, perciò
chiamerei questo schema il “teorema dell’elettore sempre più mediano”.
Sì, ma a cosa serve questo schema? Serve per chiedersi se, dietro alle tendenze politiche unificanti (soprattutto dopo che si è parlato tanto di una Italia “spaccata”) vi siano solo giochi di poltrone oppure l’emergere di un più pressante problema trasversale presso l’elettorato, un problema tale da offuscare qualsiasi altro, quindi in qualche misura “vitale” per l’intero elettorato, e perciò tale da richieder soluzioni “trasversali” o di “ampio consenso”, realizzabili solo il “coordinamento del consenso” in formazione attorno a questo problema.
Un termine che ricorre spesso è “riforme” e, anche se difficilmente si scende nel dettaglio, queste sono considerate così necessarie da imporre “coalizioni verso il centro”. Sono congetture, ma se il welfare-state europeo si fosse provato insostenibile? Se l’accentramento decisionale-burocratico si fosse rivelato inefficiente? Se le “socialiste” politiche monetaria e fiscale avessero provocato danni tali che solo drammatiche riforme e un periodo di recessione possano ricreare le condizioni per lo sviluppo futuro? Non sono queste situazioni di emergenza che mettono in discussione il mondo così come lo vediamo, che possono far avvertire il relativo pericolo a strati sempre più ampi dell’elettorato, “accorpandolo” in una richiesta di soluzione che medi tra necessità di rivoluzione e di mantenimento dello status quo di un elettorato “sempre più mediano”?
E allora vedo il mondo diversamente: non è che in Germania e Francia si è capita la necessità di riforme che, data la loro portata, necessitano di un ampio consenso da parte “dell’elettorato sempre più mediano” in cui risiede la coscienza dell’originario incipiente problema? Non è che il “teorema dell’elettore mediano”, esteso fino alla commistione dei due candidati in precedenza antagonisti, sia la più naturale soluzione politica per un problema che trascende Destra e Sinistra?
Quel che temo è questo: che il “teorema dell’elettore mediano” sia solo un meccanismo conseguente al “teorema dell’elettore sempre più mediano”, e che quindi all’orizzonte vi sia qualcosa di drammatico.
Allora forse non sono i partiti che corrono al centro; forse è l’elettorato che crea un "centro" d’attrazione perché teme realmente che dal suo piatto sparisca l’usuale lasagna, "medianizzandosi" in una sempre più precisa "domanda politica". La Politica risponderà in tal caso coalizzandosi in un soggetto "di centro" che quindi in sostanza eliminerà la competizione politica (pensate all’asse Berlusconi-Veltroni), acquisendo la legittimazione necessaria per fare virtualmente qualsiasi cosa. C’è solo da sperare che le "riforme" che ne discenderanno siano opportune e non si sostanzino, come è accaduto troppo spesso, solo in uno Stato sempre più "ubiquo" (quando magari è proprio lo Stato il problema).
Avv. Filippo Matteucci Says
IDEOLOGIE E RENDITE
Penso che tutta la storia e la mappatura filosofica delle ideologie sia da riscrivere, per lo meno a partire dall’Illuminismo. Ai soggetti provenienti da famiglie prive di identità che ci vengono a dire come deve andare il mondo, quando essi stessi non sanno né chi sono né perché esistono, non possiamo che opporre lo ius naturalis e i suoi caposaldi: la proprietà privata e il libero mercato. Proprietà privata e libero mercato impongono di buttare le ideologie nel cesso, una volta per tutte: gli errori mentali e il regresso di civiltà dei nostri nonni del novecento, un secolo di istupidimento di massa e di follia collettiva, non dobbiamo pagarli noi.
Occorre piuttosto imparare a riconoscere quando democrazie formali delegate nascondono tirannie oligarchiche e stataliste: le famiglie dei tiranni e i loro clientes, in questo caso, vogliono controllare e ingessare il mercato, e pretendono di vivere sulle spalle dei cittadini contribuenti, dei ceti produttivi.
Per impossessarsi della ricchezza creata e guadagnata dai ceti produttivi, tassano gradualmente ogni azione che il lavoratore compie nella sua vita, ogni ambito della sua esistenza. Salari e stipendi, consumi, atti amministrativi, risparmi, case, trasferimenti di proprietà, tutto diventa occasione per imporre balzelli ed estorcere così denaro a chi se lo è sudato.
Oggi vengono a raccontarci che vogliono diminuire le tasse sul reddito da lavoro dipendente; i soldi per far ciò però li trovano raddoppiando le tasse sui risparmi dei lavoratori dipendenti, dei poveri Cristi, di coloro che non possono emigrare o almeno portare i loro risparmi all’estero. In questo consiste la famigerata armonizzazione, cioè l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie.
Le quali ovviamente non sono rendite, ma sono i sudati, tartassati, inflazionatissimi risparmi di lavoratori e pensionati, che già non rendono nulla , visto che a causa dell’inflazione i rendimenti reali sono oggi negativi. Chi vive di rendita sono caso mai i membri del politburò, i maggiordomi dei padroni, coloro che hanno venduto il loro consenso in cambio di uno di quei posti pubblici d’oro o di comode poltrone politiche, con scarso engagement e lauti stipendi: rendite, appunto.
I dominanti di oggi possono essere raffigurati da una piramide: al vertice abbiamo le odierne famiglie reali, le famiglie della grande impresa assistita, sovvenzionata, sussidiata e le famiglie dei boss delle cosche. Tutti costoro sono i padroni assoluti dello stato. Al centro abbiamo i maggiordomi privilegiati, coloro che occupano le poltrone ben retribuite delle cariche politiche, amministrative e burocratiche, il politburò. Alla base abbiamo quella parte di dipendenti pubblici assolutamente inutile, coloro che, per timore di dover combattere sul libero mercato, hanno venduto il loro consenso in cambio di un misero “posto” pubblico, per un misero stipendio, maltrattati e disprezzati dai loro stessi padroni. Tutti gli appartenenti a questa piramide producono poco e male: il sistema si regge e va avanti utilizzando la ricchezza creata dai ceti produttivi: piccole e medie imprese, dipendenti del settore privato, lavoratori autonomi. La tirannia e l’oppressione consistono nel costringere questi ceti produttivi a mantenere, per forza, gli altri ceti parassitari. Il fisco serve prevalentemente a questo. Oggi la lotta di classe non è più tra proletari contro borghesi, ma tra lavoratori contro parassiti, tra ceti produttivi contro il politburò.
Capiamoci, con l’assalto dei ceti parassitari ai risparmi dei lavoratori (le rendite finanziarie) il passaggio è quasi epocale; per impadronirsi dei nostri risparmi non gli bastava più l’inflazione, oggi l’attacco espropriativo contro i risparmi degli Italiani è diretto, frontale e pesantissimo: aumento, quasi raddoppio dell’ imposta sostitutiva, che, si badi bene, è per sua struttura e per base imponibile molto più pesante e vessatoria, a parità di aliquota percentuale, della normale imposta sul reddito, con la quale in troppi, per ignoranza o malafede, la confondono.
Come sono bravi, coloro che vivono sulle nostre spalle nel falsare il significato del linguaggio, nel camuffare gli espropri che perpetrano.
Che fantasia affermare: “Vogliamo abbassare le tasse sui salari dei lavoratori, quindi raddoppiamo le tasse sui loro risparmi…”.
Quanta gente sprovveduta e in buona fede si lascerà ancora prendere per i fondelli? Quanti poveri Cristi non capiranno che i tartassati sono sempre loro, che lavorano per far fare la bella vita a qualcun altro?
E ripeto il mio vecchio suggerimento: chiediti sempre nelle tasche di quali famiglie vanno i soldi che lo stato ti toglie.
Avv. Filippo Matteucci
Jan 9th, 2008 at 11:25 am
L.Baggiani Says
Gentile Avvocato,
il commento è gradito, non particolarmente criticabile, anche se appare uno zinzinnino fuori topic, se non altro perché ho inteso scrivere in termini “di principio” mentre il commento è decisamente “applicativo”. Ma d’altra parte la tua esposizione è di per sé una presa di posizione su una delle cause del mio ipotetico “teorema dell’elettore sempre più mediano”, anche se non entra nel merito del tipo di analisi che ho proposto.
Un appunto è però secondo me da fare, e sia ben inteso che non invalida nulla di quanto da te detto nel resto del commento: come mi ha tristemente insegnato a vedere Libertyfirst, anche il liberalismo è una ideologia, di cui la libertà privata e il libero mercato (che ne è alla fine una conseguenza), discendenti di un principio superiore di libertà individuale, sono gli strumenti. Una ideologia magari più “giusta” secondo una certa morale, ma pur sempre una ideologia.
Ciò che si può fare è cercare di spiegare perché come ideologia si più “valida” o”giusta” di altre, e sperare che qualcuno legga e si interroghi, ma purtroppo le ideologie stataliste e assistenzialiste possono giocare su un elemento importante: l’ignoranza generale delle masse e l’avversione al rischio che l’assenza di assistenza statale comporta. Chi è cosciente del proprio scarso valore (lavorativo, per esempio) non si metterà in gioco e aiuterà il perpetuarsi dello status quo, e credo che siano in molti, di qualsiasi ceto o classe sociale, a non essere ignoranti bensì fini calcolatori delle conseguenze personali del liberalismo, dal quale opportunamente si tengono lontani.
Jan 9th, 2008 at 1:05 pm
Lamiadestra Says
Non commento il post perché è talmente chiaro da non necessitare di aggiunte. Riprendendo un pezzo del commento (Chi è cosciente del proprio scarso valore (lavorativo, per esempio) non si metterà in gioco e aiuterà il perpetuarsi dello status quo, e credo che siano in molti, di qualsiasi ceto o classe sociale, a non essere ignoranti bensì fini calcolatori delle conseguenze personali del liberalismo, dal quale opportunamente si tengono lontani) per riproporre un mio vecchio pensiero che avevo espresso in uno dei miei primissimi post sul mio blog.
A mio avviso, un minimo di welfare state è necessario se si vuole riformare la società in senso liberale e soprattutto l’economia in senso liberista: proprio per conquistare il favore di chi sa che dal mercato ha poco da guadagnare, in modo da attirarne il consenso. Altrimenti, il perdente si allea col vincente del passato (vedasi l’italica alleanza Cgil-grandi imprese) per mantenere lo status quo. Credo che il welfare state (costruito in maniera il più efficiente possibile, ossia l’opposto del nostro attuale) sia il “prezzo da pagare” per avere un sistema vicino al mercato: non sarà un mercato perfetto, ma meglio di nulla.
Jan 9th, 2008 at 6:15 pm
L.Baggiani Says
Grazie LMD, la tua è una posizione realistica, da realpolitik direi.
Magari un servizio reso da un ente pubblico in maniera efficiente (parola chiave) potrebbe non esser altro che un diretto (e buon) surrogato di un volontario accorpamento di privati per rendersi liberamente un certo servizio… un inizio di conversione di strutture arrugginite e farragginose in strumenti ad adesione sempre più volontaria e finanziariamente responsabili davanti ai contribuenti… fino a perdere la distinzione tra pubblico e privato. Magari!
Come parlare di un “monopolio efficiente”… chissà cosa ne pensa LibertyFirst, che si sta svitando il cervello attorno ai monopoli?
Jan 9th, 2008 at 7:10 pm
libertyfighter Says
Prima sull’articolo.
Mi sembra piuttosto ragionevole. Credo che tutta l’analisi possa corrispondere a verità.
Riguardo al libertarismo, e alla necessità di un pò di welfare come ha evidenziato LMD….
Secondo me la questione è culturale. Non penso che individui con scarse abilità lavorative possano perdere granché con un libero mercato. Quelli che ci perderebbero secondo me sono invece i veri e propri fannulloni. Ricordiamo che in un mercato libero la produzione di beni è più efficiente e che il potere di acquisto tende quindi ad aumentare per tutti. Certo individui con scarse abiità non guadagnerebbero come quelli più bravi, ma avrebbero comunque una condizione economica migliore che con uno stato intriso di socialismo. Tutto sta a farlo capirealla gente. Volevo inoltre ricordare che tra monopolio efficiente e servizio pubblicoc’è una importante differenza. Il monopolista non può obbligarti a comprare i suoi prodotti. Puoi astenerti dal loro consumo e non finanziarlo. Nel pubblico questo non avviene. Ed è per questo che un servizio pubblico stabilmente efficiente è soltanto una chimera.
Saluti
Jan 10th, 2008 at 10:41 am
prometeo Says
Ottimo post, molto interessante. Il qualcosa di drammatico all’orizzonte, secondo il mio modo di vedere il mondo, è una socializzazione estrema dell’UE. L’abolizione della competizione politica dietro un megapartito europeo social-statalista-welfarista è la manifestazione del fallimento delle politiche che indicavi, ma tempo che l’unica soluzione possibile sia proprio la gestione del periodo di crisi in un regime socialista. Il regime, credo, non verrà mai proclamato, non sarà mai esplicito, ma nei fatti, siamo già in una situazione in cui, non solo il parlamento UE è del tutto irrilevante, ma sono ormai del tutto irrilevanti i parlamenti locali, per cui la struttura politica UE è già ridotta ad una oligarchia politica socialista. Non suona come qualcosa di nuovo in realtà…
Jan 10th, 2008 at 10:43 am
L.Baggiani Says
@Libertyfirst: sei sicuro di non sottostimare l’entità di trasferimenti a favore degli inetti protetti dallo Stato nonché l’entità dello sforzo che tali inetti sarebbero costretti a fare in un ambito “non statalmente protetto” per guadagnarsi la lasagna? Ma certo hai ragione su un fatto culturale: che dopo anche loro stiano meglio conta, ma conta molto di più ciò che loro pensano su quanto dovrebbero sudare dopo.
Jan 10th, 2008 at 11:32 am
Libertyfirst Says
Libertyfirst? Era libertysoldier, un mio ex collega dell’università!
Jan 10th, 2008 at 12:11 pm
Libertyfirst Says
Io penso che le persone che perderebbero nel libero mercato, al contrario di quando dice LMD, sono in gran parte elite.
Vediamolo dal punto di vista dei Lumperproletariat:
(1) Disoccupazione
Azzerata quella di lungo periodo. Più che dimezzata quella di breve periodo. Basta abolire statuto dei lavoratori e contrattazione nazionale.
(2) Inflazione monetaria
I risparmi rendono di più senza effetto Wicksell, perchè la massa non è costretta a finanziare tramite inflazione gli investimenti altrui. E’ notorio che la curva della distribuzione dei redditi diventa più ineguale durante i boom, del resto… maggiore stabilità, maggiore capacità di farsi una rendita per la pensione, maggiore capacità di difendersi dalla svalutazione dei redditi monetari fissi. E basterebbe tornare al gold standard… (su questo dovrò tornarci, perchè il vecchio gold standard aveva problemi di stabilità notevoli).
(3) Accesso a lavori autonomi
Senza albi sarebbe più facile.
(4) Maggiore concorrenza
Minori costi per i consumatori.
Insomma: si ammette troppo sulle buone intenzioni dei soicalisti a credere alle loro favolette sull’utilità sociale del welfare state. Si tratta spesso di prese in giro, e quasi sepre di risposte a problemi creati dalla politica stessa in precedenza.
Jan 10th, 2008 at 12:19 pm
Libertyfirst Says
Non capisco quella dei monopoli efficienti, però…
nel XIX secolo c’erano un sacco di organizzazioni di mutuo soccorso, soprattuttot nle mondo anglosassone, e poi si sono estinte con la nazionalizzazione della carità…
Queste organizzazioni avrebbero un ruolo, anche se marginale: ad esempio, alcuni rischi non sono assicurabili per via del moral hazard, ma stando a contatto e creando legami sociali i lavoratori possono difendersi dalla disoccupzione temporanea con accordi informali.
Ovviamente sarebbe quasi sempre inutile, ma lo steso si potrebbe pensare per l’assistenza sanitaria, l’assistenza agli orfani, eccetera… fermo restando che gran parte del problema anche in questo caso si può affrontare risparmiando e assiucrandosi…
Jan 10th, 2008 at 12:23 pm
L.Baggiani Says
pardon libertyfighter
Jan 10th, 2008 at 1:06 pm
L.Baggiani Says
@LibertiFirst: appunto per il passaggio da organizzazioni mutualistiche alla statalizzazione della carità (cioè Stato che distribuisce a piacere), interpreto l’idea di LMD (magari sbaglio) come implicitamente considerare la possibilità del passaggio inverso; io invece la considero esplicitamente… mi piace sognare.
Inoltre, sicuramente l’elite è quella che ha da perdere, ma come loro anche i “protegés” dell’elite.
Jan 10th, 2008 at 1:15 pm
L.Baggiani Says
@Prometeo:
“temo che l’unica soluzione possibile sia proprio la gestione del periodo di crisi in un regime socialista. […] nei fatti, [ci] siamo già. Non suona come qualcosa di nuovo in realtà…”
Grazie dell’intervento Mister.
In fondo all’articolo ho scritto “C’è solo da sperare che le ‘riforme’ […] non si sostanzino […] solo in uno Stato sempre più ‘ubiquo’ (quando magari è proprio lo Stato il problema).”
Condividiamo la stessa paura.
Jan 10th, 2008 at 1:33 pm
Lamiadestra Says
(Mi rendo conto che rispetto al tema del post sto finendo un po’ OT, e me ne scuso in anticipo)
Io partivo da considerazioni molto concrete: per fare un esempio, all’operaio tessile che null’altro ha fatto per 30 anni e null’altro sa fare se non, appunto, l’operaio tessile, tutte queste belle spiegazioni, peraltro corrette, sulle virtù del mercato interessano poco. Molto più banalmente, sa che se viene licenziato perché il suo lavoro verrà fatto da un cinese, resta senza lavoro. E non per un giorno o due; per un bel po’ di tempo. Questo tizio cosa può fare? Si riadatta, si riqualifica, si rimette nel mercato del lavoro. Tutte queste cose richiedono tempo e fatica, e comunque pongono una enorme incertezza all’individuo. Ora, tra un politico che gli propone l’art. 18, uno che gli propone i sussidi di disoccupazione misti pubblico/privati come in Danimarca, ed uno che gli propone il sistema di mercato con organizzazioni private e volontarie di mutuo soccorso, io ho come la sensazione che l’operaio sceglierà tra i primi due, e scarterà subito il terzo. Non è la soluzione nel complesso più efficiente? Probabile, ma per lui, date anche le condizioni di partenza, è la migliore. Da qui la mia convinzione che un qualche sistema di welfare, anche minimo, è indispensabile per modificare in senso liberista la società (in questo, ho una visione molto alla Chicago stile Rajan-Zingales: è necessario creare le strutture che generino un consenso democratico pro-mercato, consenso che allo stato attuale non esiste). Poi chi o come questo welfare dovrà essere gestito, è un altra questione.
Jan 10th, 2008 at 3:44 pm
Libertyfirst Says
Ok. Su questo concordo. Il mio aver dimenticato la specificità e la durevolezza del capitale umano è veramente una bestemmia alla Scuola Austriaca.
Però solo come transizione: se venisse assicurata la specificità, tutti farebbero investimenti specifici (affascinanti le relazioni tra moral hazard e teoria del capitale*), e il sistema economico ne risentirebbe non poco.
* Peccato che il moral hazard sia stato formalizzato e solo per questo motivo gli Austriaci, che si impegnano ad essere marginalizzati, e con discreto successo, non lo vogliono usare. Un’eccezione è Huerta de Soto che lo applica alla teoria “bancaria” del ciclo, ma de Soto è probabilmente il miglior Austriaco in circolazione, non stupisce.
Jan 10th, 2008 at 5:48 pm