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Immigrazione e Rispetto: le Contraddizioni dell’Occidente

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June 30th, 2014 by Leonardo

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di Santo Scarfone

 

È il 29 settembre 2001. Sul Corriere della sera appare un articolo destinato a diventare un pezzo di storia del giornalismo italiano. Il titolo è "La rabbia e l’orgoglio", lo stile inconfondibile quello di Oriana Fallaci. La tesi contenuta al suo interno è semplice: quando noi (gli occidentali) andiamo all’estero rispettiamo le tradizioni e i costumi del posto, cosa che loro (gli orientali) non fanno quando vengono da noi. Questa idea si è diffusa negli anni all’interno del tessuto sociale, anche grazie al contributo letterario della stessa Fallaci. Ma corrisponde alla realtà?

 

La società occidentale è il frutto di un processo che parte dalla filosofia presocratica e giunge ad Hannah Arendt, attraversando l’epopea romana, la Scolastica medievale, il Rinascimento, l’Illuminismo e il pensiero liberale. È una società che antepone l’uomo, con i suoi diritti e la sua libertà, ad ogni interesse collettivo. Di fronte a questa idea di cultura occidentale, più o meno attuata, siamo certi che i nostri principi siano traditi dagli immigrati asiatici e africani?

Abbiamo trascorso la seconda metà del secolo breve scandalizzati dalla presenza di un muro che impediva il ricongiungimento di molte famiglie. Un muro eretto in una sola notte, con l’unico scopo di imprigionare una parte della popolazione all’interno di un regime che affamava e uccideva. Abbiamo applaudito all’ ich bin ein berliner di Kennedy e abbiamo gioito nel 1989 quando quel muro è caduto. Oggi, quando imponiamo restrizioni alla libera circolazione delle persone, non stiamo forse erigendo tanti e alti muri di Berlino? Quando costringiamo dei disperati ad attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, non dovrebbero forse tornarci alla mente le immagini di chi rischiava la fucilazione nel tentativo di oltrepassare il muro sovietico?

Non esistono scusanti per il doppiopesismo. Non abbiamo esitato, al termine della guerra, a costruire uno spazio europeo di libera circolazione e di libero scambio. Eppure si trattava di Paesi che solo poco tempo prima erano intenti a distruggersi a vicenda. L’ideale era talmente forte che neppure le differenze economiche tra nazioni, oggi tanto evocate, riuscirono a fermarne la corsa. I Paesi più ricchi non si preoccuparono del possibile aumento dell’immigrazione e quelli più poveri lasciarono andare i propri cittadini in cerca della loro felicità. Che fine ha fatto quell’ideale? Perché vale per alcuni e non per altri?

Ci siamo vergognati di fronte ai genocidi. Abbiamo condannato lo sterminio nazista degli ebrei e quello comunista dei kulaki. Ci siamo detti, e lo abbiamo scritto nelle nostre Costituzioni, che la responsabilità è individuale, che non si può essere colpiti solo perché si appartiene ad un gruppo. Eppure, oggi, parliamo indistintamente di "immigrati", di "extracomunitari" e di "stranieri". Abbiamo smesso di preoccuparci del singolo, delle sue attitudini, che sono diverse da quelle di chiunque altro. Perché siamo tornati alla barbarie dei termini collettivi? Perché non distinguiamo più il singolo dal gruppo?

Abbiamo eretto la Rivoluzione americana a modello di libertà. Abbiamo considerato sacrosanto il principio del «no taxation without rappresentation». Non abbiamo avuto dubbi nel sostenere che lo Stato non può chiederti un solo centesimo, se non ti permette di partecipare alla fase decisionale e politica. Eppure, in Italia, abbiamo quattro milioni di lavoratori stranieri, impiegati nelle nostre aziende, che vedono trattenute le imposte sui loro redditi, ma che non hanno diritto di voto. Perché questa discriminazione? Forse ci sono dietro gli stessi timori che hanno negato per tanto tempo il suffragio femminile?

 

Alla luce di queste domande, il problema sollevato dalla Fallaci pare ribaltarsi. Non è chi viene da fuori a non rispettare la nostra cultura, ma siamo noi stessi, nel rapportarci con loro, che dimentichiamo troppo spesso da dove veniamo. Sembra quasi che i principi della nostra civiltà valgano per tutti, eccetto per gli stranieri. Ci aspetta un profondo esame di coscienza, che deve interessare lo stesso principio di reciprocità. Esso, infatti, suggerisce un modo di pensare che contrasta con la nostra tradizione. Non dovremmo neppure porci il problema di come noi siamo trattati in giro per il mondo. Anche se fossimo costretti a sottostare ai più ingiusti e barbari comportamenti, niente giustificherebbe un nostro scivolamento verso l’inciviltà. L’Occidente non può certo rincorrere l’arretratezza altrui. Esso è e deve rimanere un esempio da seguire, un faro per l’umanità.

Non sono casuali le parole iscritte sulla Statua della libertà. "Dammi le tue stanche, povere, accalcate moltitudini, che agognano di respirare liberamente l’infelice rifiuto della tua vita brulicante. Manda a me i senza casa, sballottati dalla tempesta: io alzo la mia lampada accanto alla porta d’oro". Non è nella nostra storia soffocare la speranza di chi cerca una vita migliore. L’Occidente, in forza della sua cultura, accoglie e insegna. Sarebbe buona cosa che ce ne ricordassimo.

 

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1 Response to “Immigrazione e Rispetto: le Contraddizioni dell'Occidente ”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    “Abbiamo eretto la Rivoluzione americana a modello di libertà. Abbiamo considerato sacrosanto il principio del «no taxation without rappresentation». Non abbiamo avuto dubbi nel sostenere che lo Stato non può chiederti un solo centesimo, se non ti permette di partecipare alla fase decisionale e politica”.

    Giustissimo ricordare le basi del pensiero liberale. Anche la possibilità di cercare le migliori opportunità per esprimere le proprie capacità lavorative, ovunque sia possibile, appartiene al medesimo bagaglio ideale.
    Stiamo parlando, è bene ricordarlo, di bagaglio ideale. La divaricazione tra i principi e i vincoli concreti, messi in atto dagli stati ‘nazionali’ - anche di quelli in cui tali idee si sono sviluppate - è un fatto con il quale dobbiamo fare i conti. Esistono sempre problemi da risolvere; occorrono atteggiamenti e cultura collaborativa da parte di tutti gli agenti.
    Immaginare che il libero scambio senza limiti (o, a livello teorico, la teoria del perfetto equilibrio) possano sostituire la realtà, è un’illusione.
    La prospettiva in cui dobbiamo muoverci credo sia quella delle approssimazioni successive. In altri termini, quei principi (al pari della verità) possono essere solo punti verso cui tendere, ma che non raggiungeremo mai.

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