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Imprese Italiane: si Sta come d’Autunno sugli Alberi le Foglie…

September 17th, 2012 by Leonardo

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di Silvano, IHC

Era il lontano febbraio del 2000: Luna Rossa vinceva la Louis Vuitton Cup e si accingeva a sfidare i neozelandesi detentori dell’America’s Cup. Il gergo nautico spopolava anche nelle tabaccherie e nei bar di periferia. Spinnaker e strambata erano diventate parole d’uso quotidiano. Improvvisamente sembrava che – vista la moria di santi e di poeti – gli italiani fossero tornati ad essere almeno un popolo di navigatori. Nei treni, nei tram, al supermercato, almeno una volta al giorno era possibile udire qualcuno conversare di regate.

Oggi, da almeno un anno, i mass media hanno ricreato lo stesso mood (anche se di segno opposto) attorno alla crisi economica portando lo spread BTP-Bund sulle tavole degli italiani con telegiornali della sera spesso seguiti da trasmissioni di (dis)informazione economica dove giornalisti tuttologi commentano i problemi di finanza pubblica e gli alti e bassi dei mercati in uno stile che ricorda il Processo del Lunedì del vecchio Aldo Biscardi. Possiamo essere così certi che quello finanziario è solo l’epifenomeno del problema, peraltro malamente rappresentato. Come recita il noto adagio cinese: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

 

Le cronache degli ultimi mesi sul declino di alcuni siti industriali nazionali sono un buon esempio. Stando ai commenti della nostra intellighenzia più o meno progressista (?) sembra ormai che in questo paese si possano autorizzare ad operare solo aziende a patto che non inquinino, non consumino energia, siano esteticamente gradevoli e preferibilmente paghino ai magazzinieri salari da industria estrattiva norvegese. Stipendi a parte sarebbe il caso di dire che avere questo modello in mente significa pensare all’Italia del XXI secolo come ad un grande agriturismo contornato da botteghe artigiane disposte a vendere un po’ di manufatti dall’alto valore artistico a benestanti stranieri di passaggio. Se questo è il modello allora è inutile frignare sulle storie personali degli operai che vengono licenziati: sono lacrime di coccodrillo.

Quest’estate abbiamo assistito ad una sequela di eventi che hanno scatenato un bizzarro zigzagarsi di reazioni dal senso opposto. Dopo aver ignorato le esternalità negative e l’impatto ambientale per qualche decennio dell’industrializzazione forzosa di Taranto si è arrivati a chiedere lo spegnimento “sic et simpliciter” del secondo polo siderurgico europeo in nome di valori e diritti non negoziabili. Giornalisti, politicanti e intellettuali in poltrona pontificano nemmeno fossero qualificati ingegneri ed esperti giuristi di diritto ambientale questo perché le analisi costi-benefici a noi italiani evidentemente ci fanno schifo. È evidente che lo status quo vada migliorato e riparazioni per danni ingiusti debbano essere pagate, ma da qui a buttare tutto nel cesso tirando lo sciacquone ce ne corre di differenza. Poi da Taranto siamo passati alla Carbosulcis (“A mine in Sardinia”). Nata nel 1976, già all’epoca era un relitto da rottamare risalente allo autarchico sforzo  fascista di produrre carbone italiano del quale però sfortunatamente il suolo patrio era sprovvisto. Il regime dovette accontentarsi dell’italica lignite, redditizia in pratica solo in tempo di guerra quando non si può disquisire troppo su quel che passa per il convento. La lignite è meno efficiente del coke, inquina e puzza ma dispone ad oggi di un argomento mediaticamente spendibile con una certa efficacia: il minatore. Visto comodamente in TV il minatore è figo: è un lavoro faticoso, ricorda le lotte sociali ed evoca tragedie di uomini rimasti intrappolati sotto terra in condizioni disumane. Inoltre è sardo e da copione i sardi sono onesti, caparbi e sgobbano come muli. Quindi pur di salvare la miniera si applaude alla quasi fantasmagorica idea di una centrale a carbone “pulito” (rigorosamente del Sulcis) per produrre energia con tanto di stoccaggio nel sottosuolo delle emissioni inquinanti. Si potrebbe far notare che l’operazione di riconversione da parte dell’ENEL della centrale termoelettrica di Porto Tolle in provincia di Rovigo sia stata ostaggio a lungo di veti incrociati da parte degli amministratori comunali e di richieste al TAR. E nel caso di Rovigo ovviamente la simpatia della stampa andava ai comitali locali con buona pace dell’effetto NIMBY e della politica che deve occuparsi del lungo periodo. Ma soprassediamo e torniamo alla Sardegna: il progetto necessiterebbe di ingenti finanziamenti statali e comunitari trattandosi di una tecnica ancora in fase sperimentale. Già questo è probabilmente troppo per una soluzione last-minute: anche ammesso il razionale dell’intervento pubblico per ammortizzare ulteriori spese di ricerca e sviluppo, per la mancanza di economie di scala di una tecnica sperimentale, e concesso che il mercato dell’energia non è proprio come tutti gli altri causa variabili geopolitiche questo non è certo il genere di interventi che si tirano fuori dal cassetto il 30 di settembre per il 31 di dicembre. Tuttavia, come se non bastasse, nel giro di breve tempo ci si rende conto che uno dei grandi e potenziali clienti dell’ipotetica nuova centrale a carbone pulito è una multinazionale dell’alluminio che da tempo ha deciso di ridurre la propria capacità produttiva del 10-15% sacrificando i siti meno remunerativi (tra cui quello sardo). Sulla decisione della americana Alcoa pesano gli elevati e non comprimibili costi energetici e di trasporto. L’alluminio si ricava per elettrolisi dalla bauxite: questo richiede quantità enormi di energia elettrica per tonnellata di prodotto finito e notoriamente in Italia l’energia ha un costo comparato elevato. L’Unione Europea non ammette aiuti di stato a parziale compensazione (precedentemente mascherati sotto forma di ricarico sulle utenze domestiche) e pertanto lo svantaggio competitivo emerge in tutta la sua crudeltà. Ma mentre a Roma politici e sindacalisti sperano in una manifestazione di interesse da parte di altre aziende del settore spunta di nuovo dal Piemonte una “pista verde” che finisce sulla stampa. Ovviamente è tutta da sussidiare anche questa: si tratterebbe di produrre l’energia per l’impianto con degli aquiloni ad alta quota. Siccome l’idea è green (e green è figo a prescindere da ogni analisi costi-benefici) anche i Neoborbonici che lamentano il sacco del Mezzogiorno avvenuto negli anni sessanta e settanta ad opera di industriali paraculati del Nord Italia andati al Sud solamente a costruire capannoni e impianti fittizi giusto per prendere contributi pubblici a fondo perduto tacciono in disparte. In tutte queste circostanze l’ordine del giorno è la “riqualificazione dei siti produttivi con la garanzia del mantenimento dei livelli occupazionali”. Questa lunga perifrasi dal tono vagamente paraguru è lo Zenith della nostra politica industriale che non va mai oltre la difesa dello status quo. Infine un’altra prassi consolidata è quella di rinfacciare alle imprese, specie quando si tratta di multinazionali che operano seguendo la logica dei costi comparati, i sussidi offerti per operare in condizioni di svantaggio competitivo. Questo è un corto circuito mentale che nasce con l’incapacità di mettersi d’accordo in questo paese per una seria politica energetica a causa dei riflessi elettorali; tuttavia anche l’inerzia ha un costo e poiché gli oneri industriali del prezzo dell’elettricità hanno ovvie conseguenze in termini occupazionali si è tirato a campare con forme di prezzi amministrati e sussidi spalmati in bolletta o sulla fiscalità generale finché si è potuto.

Non è il differenziale tra BTP e Bund che deve ci ossessionare. È la nostra caparbietà nel voler creare ecosistemi avversi all’attività di impresa e all’innovazione – cominciando dalle teste delle elite “intellettuali” che la popolano – ad essere veramente mostruosa.

Cazza la randa Mario ché ci tira lo spread in poppa.


2 Responses to “Imprese Italiane: si Sta come d’Autunno sugli Alberi le Foglie…”

  1. 1

    Andrea Says

    La Fiat andrà via. Sicuramente, anzi no.
    Riproporranno la Yugo, la Duna e, dulcis in fundo, l’Arna.
    Di più non conviene. E la Dacia corra ai ripari!
    E, se andasse via, legittimamente perché non credo violi alcunché, stiamo pur certi che il sistemaPaese tanto sbandierato, fatto di coesione e legalità, non sarà capace di attrarre altri costruttori.
    Chi può, da tempo, vota coi piedi: se ne va. E chissenefrega se il Bersani grida al tradimento della patria.
    Mala tempora currunt.
    La nostra scena politica è dominata dalle minchiate hollandiane di Pierluigi, dalle buffonate di Silvio, dalla paraculaggine di Pierferdinando, dal vociare becero di leghisti, grillini e dipietrini.
    Su tutto, la sobrietà dell’austero tecnocrate che rivendica i risultati recessivi del suo operato.
    Intanto, i soliti cummenda si vanno già a raccomandare al prossimo elargitore di fiat money nuovo di BCE.

  2. 2

    Leonardo Says

    Il fatto che la Fiat se ne vada mi "rompe" visto quanti soldi pubblici (cioè dei privati estorti con la forza) sono stati buttati per tenerla a galla finora. Però, a questo punto, meglio sparisca dall’Italia prima che chieda altri soldi.

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