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In che Senso Profitti e Salari Sono in Concorrenza? Chiarimenti su Ricardo e Hayek

July 22nd, 2013 by Leonardo

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di Biagio Muscatello

 

Il mio ultimo articolo – su Hayek e gli investimenti pubblici – ha suscitato una discussione abbastanza vivace, anche se parzialmente divergente rispetto al tema principale. Ma la discussione – si sa – dipende dalle preferenze e dagli umori degli interlocutori. Perciò colgo la palla al balzo da alcuni commenti, soprattutto di Walter, per chiarire meglio la posta in gioco. Nell’articolo scrivevo:

 

Uno dei criteri guida, per Hayek, è prevenire, se possibile, un eccessivo calo del tasso di profitto nelle ultime fasi di una depressione; fenomeno che causa rallentamento e blocco degli investimenti. Nell’ottica ricardiana, condivisa dall’economista austriaco, bassi profitti significano alti salari reali”.

 

Cercherò di spiegare alcune relazioni causali, così come supposte da Ricardo e Hayek.

 

 

La relazione inversa tra salari e profitti è al centro dell’analisi di Ricardo. Ad attirare la sua attenzione sono i loro movimenti tendenziali.

 

Ricardo A) Problema della distribuzione

Date 1) la scarsa elasticità del salario (il cui limite è segnato dalla necessità della sussistenza fisica dei lavoratori), e 2) la produttività decrescente della terra (evidente influsso di Malthus), la voce più elastica della distribuzione è il profitto.

Ricardo teme che la progressiva caduta del tasso di profitto porti alla crisi del sistema economico inglese: se il tasso di profitto tende a zero, tendono a zero gli investimenti. Rimedi?

a)            Importazione dall’estero di sussistenze (allora la voce rilevante era il grano), a minor costo;

b)            Estensione dell’impiego di macchine.

 

– Ricardo B) Teoria dei valori e dei costi relativi

Il costo assoluto del lavoro non è una voce significativa. Se consideriamo ogni singola merce, quello che conta sono i costi necessari per averla, comparati con i costi necessari per avere la stessa merce con altri mezzi e/o con metodi differenti; sempre che non si valuti anche la possibilità di sostituire quella merce con altro tipo di merce.

Inoltre, precorrendo il metodo marginalistico, Ricardo considera la possibile evoluzione dei fenomeni, nel caso che vari qualche condizione. La variazione esaminata nel cap. 1 dei Principles è quella relativa ai salari: un aumento dei salari non fa salire il prezzo di tutte le merci; piuttosto, fa aumentare i costi di produzione nei processi che impiegano proporzionalmente più lavoro, rispetto ai processi che impiegano più macchine. Il che comporta la tendenza a sostituire lavoro con macchine: lavoro e macchine, allora, si trovano ad essere in reciproca competizione. E introdurre una quantità proporzionalmente maggiore di macchine, abbassa i costi unitari delle merci che esse producono; quindi modifica tutto il sistema dei prezzi.

 

Ricardo C) Commercio internazionale

L’argomento è noto; ma non è male riassumere i fondamentali. Mentre nel commercio interno la teoria ricardiana suppone uniformità di tassi di profitto e salari, nel commercio estero queste due ipotesi vengono a cadere. Di conseguenza, può succedere che una merce, prodotta all’interno di un paese, possa giungere dall’estero, a un prezzo inferiore, per varie ragioni:

a)            perché il costo del lavoro (all’estero) è più basso, e/o

b)            perché il tasso di profitto vigente all’estero è differente rispetto a quello interno,

c)            per ragioni climatiche, logistiche, etc. più favorevoli,

d)            per migliori conoscenze tecnologiche, abilità, inventiva, attitudine imprenditoriale, disposizioni culturali e morali, etc.

La convenienza dello scambio si basa sulla comparazione dei costi; o, in altri termini, su valutazioni di opportunity cost. 

 

 

  • Hayek lettore di Ricardo

Ricardo non era un gran divulgatore; il suo complesso ragionamento si prestava a incomprensioni e fraintendimentii.

Del punto A)  di Ricardo, Hayek non accetta le premesse 1) e 2), ma condivide la tesi che, senza profitti, non esistono investimenti; e condivide, inoltre, i due rimedi proposti dall’economista inglese.

La teoria dell’evoluzione dei valori e dei costi relativi – punto B) di Ricardo – diventa la chiave della teoria del ciclo e dell’investimento dell’economista austriaco. Questa interpretazione della teoria del valore fa giustizia della mistificazionei marxiana (e marxista) della teoria del valore.

Hayek chiarisce che quella di Ricardo è un’analisi dell’evoluzione dei valori relativi; ma fa anche un’altra operazione: una sintesi tra punto B) e punto C). In questa prospettiva, non vi è distinzione tra mercato interno e mercato estero: i valori relativi mutano continuamente – e la struttura dei prezzi si modifica costantemente – a livello globale. E non esiste più uniformità del tasso di profitto (se non nelle ipotetiche condizioni della pura analisi di equilibrio). I salari, poi, dovrebbero essere legati alla produttività di ciascun processo.

Nell’ipotesi di Ricardo, l’uniformità del tasso dei salari era strettamente connessa all’uniformità del tasso di profitto, in condizioni di equilibrio.

In Hayek, l’esistente uniformità dei salari è unicamente dovuta alla coercizione monopolistica delle organizzazioni dei lavoratori. Essa non ha nulla a che vedere con l’equilibrio; anzi, l’uniformità coatta dei salari impedisce il riequilibrio del sistema. La struttura della produzione muta per varie ragioni (non ultima, l’innovazione). I tassi di profitto tendono sempre a divaricarsi; di conseguenza, i salari dovrebbero adattarsi al mutato valore delle merci che essi contribuiscono a produrre. Mantenere fermi i salari mentre scende il tasso di profitto di un’azienda, significa accelerare l’ulteriore discesa del profitto, in quell’azienda, e quindi favorire il blocco delle sue attività; il medesimo ragionamento vale, se si considera la quantità del personale impiegato: impedire di ridurre il personale a un’azienda in difficoltà significa decretarne la morte. E qualunque azione di ‘solidarietà’ pubblica – finalizzata a mantenere il livello di occupazione e/o remunerazione esistente – comporta malinvestimento di risorse. E dal momento che i beni e servizi, precedentemente forniti da quell’azienda, sono offerti da altre aziende (spesso straniere), la situazione si complica, perché all’aumento del debito pubblico (che finisce col finanziare i malinvestments) si aggiunge lo squilibrio della bilancia commerciale.

In un’area valutaria come quella dell’euro, data l’impossibilità di svalutazione competitiva, in assenza di appropriate correzioni strutturali, la situazione che si crea è il classico cul de sac.

Detto questo, i sognatori della liretta hanno poco da recriminare; perché è stata proprio la dissennatezza dei precedenti autori della lira leggera a portare la situazione a un punto di ingovernabilità tale, da costringerli a veder nella moneta unica l’ancora a cui aggrapparsi. Ma – si sa – questo è un paese abituato a iniziare una guerra su un fronte e a ritrovarsi, a fine guerra, sul fronte opposto: tutto ciò, sempre sulla base di solide ragioni di ‘emergenza’. Infatti, se c’è una risorsa che abbonda – nel bel paese – è proprio la cultura dell’emergenza (che – non a caso – fa rima con inconcludenza).

 

 

  • Conclusioni

Walter, commentando il precedente articolo, punta sulla tesi che salari e profitti si muovano congiuntamente (alti salari significherebbero alti profitti). E paventa, invece, la seguente sequenza:

Diminuzione dei salari interni  ̶> calo della domanda interna  ̶> calo dei ricavi interni  ̶> effetto netto presumibilmente negativo sui profitti”. 

È vero che, in recessione, si verificano i fenomeni qui riassunti; ma è proprio la sequenza da mettere in discussione. Essa riflette un’ottica nettamente macroeconomica, che solo in parte trova riscontro in Ricardo e Hayek: ha invece salde radici keynesiane.

Beninteso, Ricardo osserva l’insieme del sistema economico; e la teoria delle fluttuazioni di Hayek si occupa dell’evoluzione complessiva degli investimenti: anche queste sono prospettive macro. Ma c’è una gran differenza, che è evidente soprattutto in Hayek: qui i maggiori protagonisti sono i singoli individui e imprese.

Nel mondo reale non esiste l’uniforme efficienza nell’uso delle risorse (ivi inclusa la risorsa lavoro). In un mondo imperfetto, pieno di vincoli, gli agenti si adattano singolarmente all’ambiente che li circonda, e fanno affidamento (il Belief di Hume) su alcune relative certezze, che assumono la forma di istituzioni, che essi cercano di migliorare, ma la cui utilità è sempre testata nel lungo periodo.

Non può esistere una ‘assicurazione keynesiana’, capace di garantire coperture all’inefficienza, o all’assenza di motivazioni. Non può esistere per ragioni di logica economica: richiederebbe conoscenza perfetta e scelte ottimali (non a caso, i fautori di queste ‘garanzie’ vestono spesso i panni della pianificazione – termine un po’ démodé, ma concetto radicato in ogni tipo di costruttivismo). Ma un’assicurazione del genere non ha nemmeno evidenza empirica.

Tutto questo significa che ci sarà sempre chi guadagna e chi perde. E le istituzioni migliori non sono quelle che favoriscono la migliore distribuzione della torta, ma quelle che fanno del gioco economico un gioco a somma positiva. Ma questo può accadere solo se s’impara a favorire l’azione dei principi costitutivi dell’ordine di mercato.

Con buona pace di quanti credono che la chiave ‘monetaria’, a gestione politica, sia un problem solving. Le leve monetarie delle banche centrali, che hanno elevato il provvisorio e contingente a regola permanente, distorceranno sempre più le direzioni d’investimento.

Ma ci sarà sempre chi produce beni e servizi in modo più efficiente. E ha sempre ragione il vecchio Smith:

 

In ogni paese è e deve sempre essere interesse della gran massa della gente acquistare tutto ciò che vuole da coloro che vendono a minor prezzo. La proposizione è così evidente, che sembra ridicolo darsi pena di provarla; ed essa non sarebbe mai stata messa in dubbio, se la sofisticheria interessata dei commercianti e dei manifattori [io aggiungerei: e dei banchieri] non avesse confuso il buon senso della gente”.

 

 


33 Responses to “In che Senso Profitti e Salari Sono in Concorrenza? Chiarimenti su Ricardo e Hayek”

  1. 1

    Vincenzo Says

    Provo ad esprimere un modestissom parere sulla questione.
    Secondo me la questione salari/profitti andrebbe affrontata partendo dal concetto di valore aggiunto.
    Cosa fa di fatto un’azienda? Prende un certo bene di valore abbastanza basso e lo trasforma in un bene di valore più elevato utilizzando lavoro, remunerato con il salario, e capitale, remunerato con il profitto.
    Per prendere un esempio molto semplice, un’azienda che produce marmellata prende della frutta, bene di valore relativamente scarso perché deperibile molto facilmente, e dello zucchero, bene di valore ugualmente non troppo elevato perché ampiamente disponibile, e li trasforma in un barattolo di marmellata, bene a più alto valore perché molto gradito dai consumatori e di lunga durata.
    Insomma
    VA = S P ( tasse)
    Per adesso non consideriamo il fattore tasse.
    Apparirebbe quindi che se salgono i salari devono scendere i profitti e viceversa.
    Ma ciò non è necessariamente vero in quanto essi possono salire entrambi nel caso sia possibile aumentare VA.
    E come è possibile fare aumentare VA?
    O vendendo più marmellata oppure producendo una marmellata di qualità migliore che venga apprezzata di più dai clienti.
    Ma entrambe queste possibilità richiedono una maggiore dedizione, motivazione, sia dell’imprenditore che dei lavoratori. Una persona scarsamente motivata difficilemnte inseguirà un cliente anche nei fine settimana per convincerlo ad acquistare il proprio prodotto e non presterà neanche quell’attenzione necessaria all’ottenimento di un prodotto di qualità superiore.
    Per cui possiamo scrivere

    VA = f(S,P) = S P

    Sarebbe interessante, quindi, analzzira la forma della f(S,P).
    Non è quindi assolutamente detto che in un contesto di crisi economica si debbano ridurre i salari in modo da mantenere un saggio di profitto abbastanza elevato altrimenti crollerebbero gli investimenti.
    Per quel poco di esperienza che ho, gli imprenditori, spesso, più che dal profitto, che ci deve comunque essere e non essere invece una perdita, sono motivati dal potere e dal “mantenimento in vita della loro creatura”.
    La motivazione dei lavoratori, invece, tende a crescere esponenzialmente con il livello dei salariper cui un piccolo calo dei salari reali può in molti casi portare a crolli autentici nella produttività di un’azienda. Anche i tagli di manodopera hanno lo stesso effetto di una riduzione di salario in qunato ingenerano disaffezione nei confronti dell’azienda anche in chi rimane che non vede più l’azienda come una famiglia che comunque gli garantisce una certa protezione ma piuttosto come una nemica da cui stare in guardia cercando nel frattempo di cavarne il più possible con l’impegno minore possibile.

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    L’osservazione sul VA è corretta, ma il problema è il contesto in cui la sollevi. Mi spiego: se discutiamo su cosa deve fare l’azienda X nel mondo reale, il tuo suggerimento "micro" è opportuno, e il fatto che si producessero merci a basso VA è forse il principale motivo per cui tante imprese sono state divorate dai "cinesi". Non è una novità su questo sito, quindi benventuo.

    La discussione su questo articolo riguarda come si può comportare un sistema a prescindere dall’innovazione, dall’idea geniale dell’imprenditore, in quanto questa sua prerogativa non è modellizzabile né teorizzabile se non per il fatto che a volte viene fuori. Prescidendo quindi dalla "novità" (perché allora dovremmo comprendere anche l’introduzione della fusione nucleare a freddo e tutta una serie di ganzate tra cui anche lo sbarco di alieni buonissimi), si ragiona sulle cose "minime" con cui sicuramente abbiamo a che fare anche in assenza di "novità". Non puoi mettere nel modello l’intuizione di chi all’improvviso migliora il prodotto, però puoi pensare di maneggiare i costi che hai davanti, tra cui quelli per il personale… e se sei di questo mondo (e lo sei) avrai visto come i grandi manager prima di farsi venire buone idee pensino a ridurre gli stipendi o proprio il numero di dipendenti… triste ma vero.

    E cmq, qui Muscatello entra semplicemente in un particolare del pensiero di Ricardo, non sta riscrivendo un manuale corrente di prescrizioni per meglio guidare l’economia.

  3. 3

    Silvano Says

    “Diminuzione dei salari interni ̶> calo della domanda interna ̶> calo dei ricavi interni ̶> effetto netto presumibilmente negativo sui profitti”.

    Tutto questo processo è voluto perché il tratto principale della crisi è quello di una crisi da bilancia dei pagamenti, quindi reprimere consumi e investimenti interni è funzionale al pareggio del Current Account. E’ proisaicamente scritto su tutti i memorandum of understanding sottoposti ai governi che hanno richiesto aiuti. Ai creditori esteri non importa quanto tecnicamente morti siamo, importa tenerci artificialmente in coma il più a lungo possibile per massimizzare il recupero dei fondi.

  4. 4

    Silvano Says

    @Biagio
    Mantenere fermi i salari mentre scende il tasso di profitto di un’azienda, significa accelerare l’ulteriore discesa del profitto, in quell’azienda, e quindi favorire il blocco delle sue attività; il medesimo ragionamento vale, se si considera la quantità del personale impiegato: impedire di ridurre il personale a un’azienda in difficoltà significa decretarne la morte.

    A livello micro un’impresa che non paga il valore marginale degli input, lavoro incluso, “ha da morì” se non si ristruttura. Le oscillazioni del tasso di profitto fanno parte del rischio d’impresa e questo non può essere scaricato integralmente sul prezzo della manodopera, sui creditori o sui fornitori. Non a caso l’azionista è il residual claimant. Due aziende comparabili che operano nello stesso settore e adottano lo stesso modello di business tenderanno ad avere strutture di costo del lavoro simile.

    Il discorso è diverso a livello macro: il punto è, al di là, degli episodi settoriali e degli effetti dell’inovazione, la deflazione generalizzata e per lunghi periodi è desiderabile? E’ neutrale o cronicizza la disoccupazione nelle fasi recessive?
    Senza contare l’aspetto ideale per cui il capitalismo dei “5$ a day” di Henry Ford avrà un appeal sempre maggiore rispetto a quello dei redditi reali decrescenti in un mondo in cui ormai parlare di potere coercitivo dei sindacati ha poco senso (le microfondazioni delle rigidità nominali vanno oltre le Unions).

  5. 5

    Leonardo IHC Says

    @Silvano
    io non capisco il tuo insistere sulla “crisi da bilancia dei pagamenti”. I problemi non nascono perché importiamo di più di quel che esportiamo, ma perché la struttura produttiva è inadeguata e non produce ricchezza: i beni prodotti non hanno un valore comparabile con il prezzo che ne vien chiesto (o meglio: i consumatori agiscono percependo questo stato di cose, dati anche i loro vincoli di bilancio), e non vengono domandati, o da un altro punto di vista non ricreano sufficiente ricchezza per coprire ammortamenti, costi dei fattori, e remunerazioni anche dell’imprenditore (è un altro modo di vedere il malinvestment di Mises). Finché la domanda interna dei beni di consumo non si contrae (nel caso, sulla scorta della riduzione dell’attività economica di cui appena dette le ragioni), essendosi invece contratta la produzione, si crea uno sbilancio nelle partite correnti. Io e te negli anni, vorrei ricordarti, abbiamo ben visto che alcuni Stati hanno voluto lo sbilancio, attraverso import dall’Asia, pur di mantenere un certo standard di vita (accesso ai beni di consumo) alla popolazione; dopo anni che lo dicevamo io e te qui e altri in pochi altri blog, lo ha scritto anche Rajan nero su bianco. Insomma, il rosso con l’estero è una conseguenza, non una causa.

    Sul potere dei sindacati, e sull’uniformità del trattamento salariale a mezzo di contratti nazionali, a me risulta che abbia ragione Biagio anche oggi, figuriamoci nel passato.

    Detto questo, non potendo contare su un improvviso shock produttivo (energia gratis et similia), e non pontendo lo Stato creare lavoro dal nulla (salvo credere agli MMT), e non potendo comandare la genialità imprenditoriale (vedi discorso con Vincenzo), l’analisi di Biagio – cioè relazionata da Biagio, ché ci sono altri due nomi grossini nell’articolo che hanno ragionato sul punto – si torna alla triste vicenda del ridimensionamento dell’attività o della revisione dei costi, lavoro in particolare.

  6. 6

    Vincenzo Says

    @ Leonardo

    Nel mio commento io non ho parlato di miracolistiche innovazioni come la fusione a freddo, ma di cose piccole e banali come andare dai clienti anche nel fine settimana oppure stare attenti alla “cottura” della marmellata o al giusto dosaggio degli ingredienti.
    Ciò che nel mio ragionamento e nelle mie formule (che riscrivo perché i segni “più” sono saltati)
    VA = S più P (più tasse)
    e
    VA = f(S,P) = S più P
    ho voluto mettere in evidenza è che, a parità di tecnologia disponibile, un’azienda è tanto più capace di produrre valore aggiunto (cioè più profitto per l’imprenditore e più salari per i dipendti) quanto più salari e profitto motivano sia l’imprenditore che i dipendenti a “darsi da fare”.
    Come giustamente osserva Silvano l’azionista è il “residual claimant” e quando si comporta come tale il sistema è sostenibile nel tempo. Quando l’azionista, o il manager per conto dell’azionista, per prima cosa pensa a ridurre il costo del lavoro, costo in senso lato includendovi quindi ad esempio la formazione, altro non fa che preparare la strada alla distruzione dell’azienda.
    E’ vero che molte nostre aziende che producevano beni a basso valore aggiunto percentuale sono state distrutte dalla concorrenza cinese. Ma siamo proprio sicuri che i lavoratori italiani, se adeguatamente motivati e formati, non avrebbero potuto aumentare il valore aggiunto in valore assoluto in modo da controbbatere questa concorrenza?
    La questione che pongo non è peregrina e puramente ipotetica. Dopo 30 anni come lavoratore dipendente mi sto per trasformare in imprenditore e la questione che mi pongo e proprio la ricerca del giusto equilibrio tra compensi dei collaboratori e profitto aziendale in modo che i collaboratori siano motivati a dare il massimo e che, per esempio, non mi diano buca quando saranno di turno nei fine-settimana.
    Io so che, personalmente, a parte i soldi che mi metterò in tasca sarò motivato anche dal vedere fiorire la mia attività. Ma di questa cosa ai miei collaboratori non importerà più di tanto così come a me, alla fin fine, non è mai importato più di tanto, e anzi io sono uno di quelli cui è importato di più tra i miei colleghi, del nome e della reputazione dell’azienda in cui tuttora lavoro.
    Non a caso in uno dei commenti è citato Henry Ford e il suo capitalismo da “5 $ a day” che, insieme a Edison, è il padre del capitalismo industriale americano. Edison era motivato, nel suo lavoro, dall’inventarsi ogni giorno un qualcosa di nuovo (se non ricordo male brevettò oltre 1000 invenzioni) tant’è che furono probabilmente molti di più i soldi che dissipò, arricchendo qualcun altro, in tentativi infruttuosi di quelli che si mise personalmente in tasca.
    Ford, che aveva maggiori capacità di gestione, riuscì nell’intento di arricchire se stesso, i suoi dipendenti e di rendere felici gli acquirenti delle sue auto. E che quello spirito sia probabilmente rimasto all’interno della Ford lo dimostra il fatto che tra i costruttori americani è la Ford stata l’unica a non avere bisogno di aiuti pubblici o di ristrutturazioni feroci.

  7. 7

    Silvano Says

    @Leo
    Perché è importante la crisi della BoP? Perché indebitarsi con l’estero per comprare beni di consumo è il vero vivere al di sopra dei propri mezzi.
    Se la TFP è bassa ma rispetti il vincolo esterno avrai un reddito e quindi un lifestyle più basso ma non una crisi finanziaria.

    Citando Böhm-Bawerk “The capital balance commands, the trade balance follows, not the other way round”. E’ il cheap lending dall’estero che permette lo sbilanciamento dell’import. Un’analisi austriaca in economia aperta credo abbia più ragioni di partire da lì che da altro.

    La PA è l’ultima riserva indiana. Per il resto basta vedere l’andamento dei tassi di sindacalizzazione nel settore privato e non solo in Italia.

  8. 8

    Leonardo IHC Says

    @Vincenzo
    Forse parlo arabo. Ho detto che la tua osservazione è giusta, ma è il contesto a non essere quello proprio; l’articolo di Muscatello è una risposta ad un punto di un altro articolo dove si riprendeva il pensiero di Ricardo e dove si chiarisce – ceteris paribus – il rapporto tra salari e profitti. E’ inutile che tu faccia commenti kilometrici dicendo che se l’imprenditore fosse sveglio troverebbe come aumentare il VA della propria produzione come se io non fossi d’accordo, è scontato questo, ma è un discorso diverso.

    Cmq almeno stavolta non hai dato la colpa all’euro restrittivo ma la ributti sulla moneta lasca, almeno ti riconosco un po’.

    @Silvano
    Ripeto che la crisi della BoP (casomai della CA o della KA, la BoP è in pareggio sempre per definizione) è un effetto. Siccome viviamo in economie aperte (Cipro a parte), i capitali girano e la produzione e il consumo sono finanziati anche dall’estero (dove ci saranno finanziatori netti, almeno come aggregato nazionale), per cui ci saranno malinvestimenti italiani finanziati da italiani e altri finanziati dai crucchi o dai cinesi. Non mi sembra una gran novità, tranne per chi ragiona sugli Stati come scatole chiuse. Ne segue che se la produzione è sbagliata ne può soffrire il risparmiatore italiano come quello cinese, dipende dal settore (se va in crisi tutto, non scappa nessuno, ma anche questo non mi sembra un gran passo avanti nell’analisi).
    Che poi il malinvestment sia tale perché c’è il cheap money nell’eurozona o piuttosto negli USA, potremmo anche dire che c’è stato l’uno e l’altro; magari l’altro è seguito dal cheap money dell’uno (gli USA… questo vale di sicuro per l’Asia dato il peg), ma per come a volte la metti sembra tu dica “sistemiamo lo squilibrio commerciale e il resto va a posto da sé”.

  9. 9

    Vincenzo Says

    @ Leonardo

    L’articolo di Muscatello è stato per me uno spunto per parlare della questione valore aggiunto mettendo quindi insieme profitti e salari. Troppo spessi essi vengono visti come fattori in competizione mentre invece, a mio avviso, vanno visti comefattori che si muovono congiuntamente.
    Non ho comunque sollevato questioni monetarie, anche perché alla fin fine la moneta è solo uno strumento.

  10. 10

    Silvano Says

    @Leo
    Va da sé che per crisi della BoP si intendano sbilanci intra EZ nel CA e nel conto capitale. Guarda, intanto sono i creditori esteri a dire agli stati che richiedono sostegno finanziario “sistemate il CA”: il resto non va apposto da sé ma non é affar loro.

    Certo che siamo in economie aperte, ma alla fine tiri il saldo e le crisi da bilancia commerciale e indebitamento estero esistono. E concordo con B-B che è il conto capitale di norma a suonare la musica. Ci sono tanti punti su cui la politica monetaria e le scelte industriali delle imprese sono determinanti.
    Dal ’95 la quota profitti sale sulla quota salari, ma non aumentano gli investimenti nelle produzioni tradable, né quelli in R&D. Comincia una rotazione verso settori dal basso contributo alla TFP: immobiliare e retail. Poi perdiamo competitività di prezzo con un incremento dei REER. Queste ultime due cose quagliano: perché investire in meccanica di precisione dove devo competere con un cambio reale che si rafforza quando invece le case si vendono così bene? Perché produrre tradables quando la grande distribuzione domestica ha più pricing power? Più facile importare a tassi bassi e ricaricare un mark up che competere. Tutto razionale ma non particolarmente produttivo e questo può continuare finché ho credito estero che sostenga il mutuatario, l’acquirente di cucine a rate, il leasing nautico, ecc. Se questo non c’è non si vive al di sopra dei propri mezzi. Ma anche qui, allargando il discorso all’Europa, bisogna spiegare perché sistematicamente le banche dei paesi con avanzi in conto capitale invece di finanziare progetti in paesi dalla TFP migliore si riempiono la pancia di ABS Usa e di crediti bancari verso i peripherals. E questo per quasi un decennio finché i subprime Usa non saltano e fanno partire il sudden stop & reversal intra EZ (ma non solo, anche paesi ERM). I motivi che possono spiegare molti aspetti della cattiva performance dei redditi e della produttività rendono poco razionali sistematici e protratti capital inflows. Questo non solo in Italia e soprattutto alla luce del fatto che l’Europa meridionale (o l’Irlanda) non è un paese emergente da catching up dove il premio al rischio e i margini sono così grassi da giustificare un’ondatata di euforia o di overinvestment (tipo Turchia) sulla speranza che i sostenuti ritmi di crescita finiranno per ripagare gli impieghi iniziali.

  11. 11

    Leonardo IHC Says

    @Vincenzo
    Scusa, era per Silvano, non mi ero accorto di averlo aggiunto alla tua parte

  12. 12

    Leonardo IHC Says

    @Silvano

    mah… c’è qualcosa che mi sfugge… la tua ricostruzione non mi pare niente di diverso da quel che ci siamo detti per anni: l’inflazionismo distorce il mercato, tiene in piedi attività submarginali, e il giorno che qualsiasi sia la ragione l’inflazionismo rallenta, o quando la massa dai malinvestment è veramente troppa, il giochino si rompe, e chi si era arroccato in produzioni sbagliate finisce fuori mercato e via con il downturn. Di nuovo magari c’è che ti fissi con il REER (cioè l’introduzione dell’euro) come male dei mali, ma lasciamo perdere.

    Il discorso del TFP alla fine è quello che ho sempre detto sul fatto che l’Italia ha il grosso problema di essersi arroccata a far ciabatte e magliette invece di alta tecnologia (a meno che tu non sostenga l’enorme VA di una ciabatta Prada eslcuso), ed è un discorso che in realtà tu mi hai osteggiato puntando il dito sull’euro come origine del male. Ok nel TFP entra anche la normativa e la burocrazia e bla bla bla non stiamo a ridirci le stesse cose sempre.

    Quello che mi sfugge è: data una recessione iniziata – ed è lo scenario di partenza del pezzo del Musca – e pontendo l’imprenditore forse avere buone idee ma certamente dovendo gestire una contrazione del profitto, e potendo agire o sugli stipendi o sul grado di meccanizzazione dell’attività, perché tiri fuori il CA? Il pezzo non ragiona di come si va nella cacca – e ripeto che la tua ricostruzione è quella del sito dal 2007 a oggi – parte dalla cacca già fino al collo. Nel momento in cui, tralasciamo come, riparte produzione e occupazione e quindi PIL su settori più commerciabili dovrebbe sistemarsi da solo l’import – dirottato in nuove produzioni interne migliori – e l’export – cresce perché meglio e più prodotto (a meno tu non dica che invece lo sbilancio aumenta perché è aumentato il reddito e la propensione all’import bla bla bla ma allora se tutto va in una sola direzione qualsiasi cosa si faccia non serve l’economia ma un esorcista). Ma non è che il paese riparte perché c’è o meno un KA in un modo o nell’altro (oddio, se entrano capitali meglio… ma se ci sono prospettive serie di crescita i capitali arrivano come sempre è accaduto – a volte sembra tu pensi che i capitali non vogliono l’Italia così per dispetto) bensì se comincia a produrre su scala decente cose che si possono vendere, cioè il cui valore sia percepito coerente con il prezzo. La questione allora diventa "come fare perché il paese produca meglio" e qui ha più senso il discorso di Vincenzo. Ma non è il discorso dell’articolo che riguarda un mero problema di sopravvivenza "a tecnologia e conoscenza data".

    Ha invece senso il TUO discorso di apertura, che sta in piedi senza mettere tra i piedi BoP e soci: "la deflazione generalizzata e per lunghi periodi è desiderabile? E’ neutrale o cronicizza la disoccupazione nelle fasi recessive?". Io dico che non cronicizza nulla, sono le leggi, aiuti compresi, che cronicizzano; mi viene in mente che un discorso analogo fu svolto su IHC con il concorso di Monsurrò con riferimento alla deflazione dei soli prezzi, ma sotto sotto ci sta una contemporanea deflazione reale come la chiami tu, una contrazione dell’attività economica. Tanto per gradire, i pezzi sono del 2007: http://ideashaveconsequences.org/evitare-la-deflazione-–-il-dubbio/leo http://ideashaveconsequences.org/evitare-la-deflazione-–-un-falso-problema/leo

    Che poi la ricetta "tua" sia di inflazionare qualcosa qua e là, anche in forma di shock puntuale (è un tuo sogno, non esisterà mai una cosa del genere, ma poniamo che accada), per dare una "spintarella", mi pare equivalga all’idea abbozzata qui nel 2008 di "guidare il malconsumption" per uscire dalla crisi, insomma un "male controllato"… E la cosa non mi torna sia per principio che per il fatto che io non vedo avvitamenti verso il basso infiniti.

    Se poi ti fai il problema "keynesiano" che dopo 5 anni di crisi la gente non ne possa più, sono d’accordo… infatti per me le crisi devono essere sanguinose ma veloci, e da anni dico che gli "aiuti" dati hanno solo allungato la crisi senza risolverla.

     

    @Vincenzo il tuo discorso sull’incentivo al lavoratore è in parte vero, ma ti pongo un problema: servono ingegneri navali ma abbiamo solo manovali… pagali quanto ti pare, non faranno mai, solo sulla scorta della motivazione data dal soldo, il lavoro dell’ingegnere.

     

    …purtroppo mi è venuto lungo… mi ero promesso di non cadere nelle vostre schifose trappole da grafomani… scusate

  13. 13

    walter P Says

    Prof. Muscatello grazie mille dell’attenzione per il mio commento (a proposito, ho appena scoperto che abbiamo comuni origini leccesi).

    Ora è molto più chiaro. Naturalmente anche secondo me l’uniformità dei tassi di profitto tra settori (e tra aziende) richiede assunzioni di informazione perfetta irrealistiche e non è accettabile. Quindi lo spiazziamento salari-profitti deriva proprio da 1)legislazioni sui salari troppo rigide 2) profitti invece fluttuanti perchè, in mercati dei beni liberi, guidati dalla domanda. Non esisterebbe però in un mercato del lavoro veramente libero di adattarsi, giusto?

    Ragionare in aggregato (alla keynesiana) è effettivamente fuorviante anche se provando a dare una microfondazione al discorso (e per esperienza personale) si nota che : se l’attività va bene, profitti più alti, si assumono dipendenti; se calano i profitti, prima di tutto si taglia sui lavoratori e investimenti.

    Ma, ed è cruciale questo a mio avviso, questo non è detto valga nell’aggregato: il calo dei profitti (e dei salari totali pagati) nel settore del trasporto su treni può essere più che compensato da profitti (e quindi, salari) crescenti nel settore del trasporto aereo.

    Ritorniamo alla conclusione che feci un paio di post fa: nel nostro capitalismo abbiamo un grosso problema derivante dall’avere mercati dei beni relativamente liberi ma mercati del lavoro e della moneta controllati (controllo sui rispettivi prezzi – salario e interesse)e questo crea grossi problemi. Inoltre, l’opinione pubblica spinge spesso nella direzione di controllare il primo mercato, e mai di “liberare” gli altri due.

    Se avessimo mercati “abbastanza simmetricamente liberi” non esisterebbe nemmeno il discorso apocalittico “deflazione vs inflazione”. Avremmo continuamente naturali “deflazioni” (di salari e profitti) in quei settori che vendono meno che non incontrano come prima i gusti dei consumatori, e “inflazioni” (cioè crescita prezzi) in quei settori che stanno crescendo così velocemente che l’offerta non copre la domanda (e quindi, richiama posti di lavoro da altri settori in declino).

  14. 14

    walter Says

    segnalo comunque a Leo problemi nel commentare sul sito, oltre al solito “waiting for moderation”

  15. 15

    Silvano Says

    @Leo
    Tu pensa scemi gli Svizzeri a mettere un cap al CHF a 1.20. Poveri inflazionisti che non hanno mai fatto banca..

    Battute a parte, non considero l’immissione di base monetaria in quanto tale “inflazionismo aprioristico”. Se non rapportata al contesto ed a variabili quantificabili come M2, il CPI, l’andamento dei prezzi alla produzione e altro sinceramente da sola non mi fornisce particolari informazioni su cui esprimere giudizi di valore. Non cosidero la BM nemmeno l’elemento decisivo dell’ABCT (a dire il vero neanche Mises e Hayek): per me è un ciclo creditizio endogeno e privato che sussisterebbe con o senza banca centrale.

    Credo che i REER siano un elemento non esaustivo ma neanche di quarto ordine. Specie in una logica di economia aperta. Specie in una logica austriaca, dato che gli IDE non finanziano solo stabilimenti produttivi e il KA può finanziare anche tante belle bolle con relativi sudden stop & reversal. Nel caso italiano concordo con Trebbi e credo che la ripartenza dell’investimento domestico venga prima ancora degli IDE in ordine di importanza. Non siamo un PVS da greenfield investments – in genere richiedono la presenza o la prossimità di un mercato di sbocco dalla domanda interessante, fattori questi assenti.

    Se l’export cresce in fatturato più che in volume significa maggior valor aggiunto. Sicuramente in alcuni settori più vulnerabili, sicuramente in altri in settori più sensibili alla concorrenza salariale, sicuramente non abbastanza, ma i dati dicono che la bilancia commerciale non la facciamo con le ciabatte da tre euro.

    Deflazione:
    – sono d’accordo con interventi per evitare deflazioni secondarie à la Hayek;
    – credo che una debt deflation alla Fisher impatti sulle modalità di recovery;
    – non credo che tutte le recessioni siano/sarebbero automaticamente a V;
    – sono abbastanza d’accordo sugli effetti di un money shortage come a volte descritto da Catelan nel suo sito, anche se in genere i market monetarist usano un linguaggio più intelliggibile per descrivere praticamente lo stesso fatto.

  16. 16

    Leonardo Says

    @Silvano
    Io non vedo l’inflazione come sfociante solo su CPI, forse devo sottolinearlo; chiaramente inflazione per me è moneta in più e tassi in giù, non movimento dei prezzi che dipende anche da altre cose. Ripeto: anche prezzi stabili, quando la risistemazione dell’economia chiamerebbe un loro ribasso, è “inflazione” nel senso volgare del termine, e coeteris (parecchie coeteris) paribus se metti moneta in più i prezzi si alzano. Appunto per me stampare BM è inflazione, gonfiamento della massa monetaria in senso stretto, e non è un giudizio di valore ma una definizione (salvo errori, chiaramente, ma questo è il criterio che adotto io per valutare come si muove la BC).
    Che una “tua” definizione di massa monetaria sia M2, sono d’accordissimo che ci sarebbero saliscendi anche con BM stabile a causa di cicli endogeni dell’economia, ma è un altro discorso: lì è credito che si muove in base a aspettative economiche, non sul “capriccio” di una BC. Insomma, quando parliamo di certe cose parliamo di cose diverse, io ho capito cosa intendi tu ma tu vedi di capire cosa intendo io. E secondo me le analisi austriache “classiche” sono un po’ deviate dal concetto ampio di moneta (depositi a vista, che tu sporco bancario come me sai essere credito) usato da alcuni, il che confondo lo spazio dell’endogeneità con quello della distorsione esterna (dipende dove “calcoli” V, tra l’altro problema enorme del monetarismo). Fossi in te guarderei meno le classificazioni standard M1 M2 M3… quelle sono funzionali all’attività “burocratica” della BCE, per cui ci sono orizzonti fissi su cui tarare previsioni e politiche (6mesi – 3 anni), non sono leggi universali o “di natura”.

    Che l’investimento domestico debba partire prima di aspettare gli IDE, per lo meno dici un po’ quel che dico io: la ripresa – risistemando la struttura produttiva – deve partire dall’interno, dagli imprenditori, senza aspettare che piovano soldi dal cielo (o dalla Cina).

    Che il saldo commerciale non si faccia con le ciabatte sono d’accordo: non si vendono, quindi non entrano lì. Il problema è che si avevano troppe imprese che facevano ciabatte, e lì abbiamo preso schiaffi, cioè imprese chiuse e gente a spasso perché o non riescono più a esportarle o la domanda domestica si è rivolta all’import cinese. In questo senso ti dò ragione per un passaggio di una discussione vecchia: oggi molti che dovevano morire sono già morti… ma non mi sembra finito.

    Detto tutto questo, ti ricordo che il nostro settore è nella cacca, e forse ti sarai accorto che stanno cercando di frenare gli stipendi e basta, altro che ragionamenti di politica monetaria o innovazioni imprenditoriali!!!!

  17. 17

    Leonardo Says

    @Walter
    non rompere le palle, anche io vado in moderazione, non so come diavolo sistemare questa cretinata

  18. 18

    Vincenzo Says

    @Leonardo
    “…servono ingegneri navali e abbiamo solo manovali…”
    A me sembra che oggi il problema sia piuttosto l’opposto, cioè che manchino i manovali e anche gli ingegneri, cioè gente che si sporca le mani; abbiamo un mare di avvocati, ragionieri, laureati in lettere a anche chi non ha nessun titolo il manovale non lo vuole fare ma preferisce fare l’impiegato statale.
    Voglio sapere come fai a produrre qualcosa di buono in queste condizioni.
    Forse se il manovale venisse pagato di più qualcuno lo farebbe. E siccome anche gli ingegneri non è che poi siano pagati granché bene, e lo so bene visto che lo sono, ci sarebbero più ingegneri.

  19. 19

    Leonardo IHC Says

    @vincenzo
    per le informazioni che ho io, i professionisti abbondano, abbondano materie umanistiche che dovrebbero servire (non che ORA servono) in Italia, e gli ingegneri mancano in vari settori. i manovali o operai generici invece sono un’enormità, e proprio perché “generici” non sono ricollocabili a meno che non accettino stipendi cinesi. Ma per tutte le cose che abbiamo detto, una ripresa del paese non può passare più dai manovali, ma dalla qualità del prodotto che passa dalla qualità della manodopera, se no ci stiamo prendendo per il culo. Un semplice operaio non può essere pagato di più semplicemente perché ha concorrenti ancora a minor prezzo; se vuoi fissa per decreto lo stipendio minimo, poi ci faremo delle belle risate.

  20. 20

    Vincenzo Says

    @ Leonardo

    La scuola e l’università formano (dovrebbero formare) la persona, mentre il lavoratore viene formato dall’azienda. Anche il più brillante laureato, se non riceve un’adeguata formazione dall’azienda, sarà sempre un pesce fuor d’acqua.
    Se da liberale l’idea di uno stipendio minimo garantito mi fa ribrezzo perché lede il principio della libera contrattazione, da persona che ha lavorato tanti anni e che ha visto passare colleghi capaci e altri incapaci affermo che un’azienda, se costretta a pagare uno stipendio minimo, è motivata a formare il lavoratore perché sa che è l’unica maniera per rientrare dei propri costi.
    Un’azienda ha la capictà, se lo vuole, di trasformare un’operaio semplice in uno altamente specializzato. Basta che si renda conto che nel rapporto azienda-dipendente non è solo il lavoratore che vende il suo lavoro all’azienda ma anche l’azienda che cede il know-how al dipendente che non la ricompensa in denaro ma attraverso una migliore professionalità e lealtà.
    Uno dei migliori manager che ho incontrato nella mia carriera aveva iniziato pulendo la vetreria di laboratorio. E non a caso la sussidiaria (lavoro in una multinazionale) che lui guidava è quella dove ancora oggi il personale ha la migliore formazione, forse per l’impronta che ha lasciato.

  21. 21

    Leonardo IHC Says

    @Vincenzo
    il problema dello stipendio minimo, dal mio punto di vista, non è di principio ma di efficacia: se imponi un pavimento alto, cioè tale da rendere più conveniente trovare altre soluzioni, le imprese sceglieranno le altre soluzioni. Siccome vivi in questo mondo e non sei scemo, avrai già visto il fenomeno della delocalizzazione e della disoccupazione. Fregandocene di cosa sia o meno liberale, uno stipendio minimo è più facile che aggravi questi problemi.
    Sulla formazione dei lavoratori, sei troppo ottimista; guardare la carriera di chi ha iniziato molto prima di noi in un’Italia con ancora molto da costruire è un confronto storico sbagliato. Il mondo oggi è “duro”, chi merita non fa carriera perché gli imprenditori spesso impreparati non vogliono gente capace o si fossilizzano su un’imprenditorialità cui secondo loro non servono certe capacità. La professionalità più ricercata è la fedeltà, non saper maneggiare superconduttori o equazioni differenziali stocastiche. Tu poi poni una dicotomia tra studio e lavoro che io non condivido ma andiamo oltre perché non ne usciremo mai. In ogni caso, se l’azienda non è avanzata il personale non avanza “culturalmente”, quale che sia lo stipendio.

    Tu dici che un’azienda se è costretta a pagare di più utilizza meglio. Il tuo ragionamento fila nei termini in cui l’azienda non può decidere per altre risorse (più meccanizzazione – si torna al pezzo del Muscatello – o delocalizzazione), e più il mondo avanza più questo è possibile. Ma certamente, pur di sperare di veder formare una risorsa in quanto sovrapagata, non metterei il divieto di chiusura (per riaprire all’estero) o bloccherei definitivamente i licenzialmenti con obbligo di assuzione totale degli italiani.

  22. 22

    Vincenzo Says

    @ Leonardo

    Posso anche esser d’accordo sul fatto che chi produce magliette se in un certo posto deve pagare troppo i lavoratori finisce per meccanizzare o delocalizzare. Ma non è che questi siano fenomeni necessariamente negativi. La meccanizzazione aumenta la produzione (non è quello che avvenne con la rivoluzione industriale) la delocalizzazione inserisce nel mercato del lavoro lavoratori altrimenti marginali.
    Quando però parliamo di attività che non possono essere delocalizzate o meccanizzate la cosa si fa differente.
    Il commesso al banco freschi di un supermercato o il portiere di un albergo sono attività di questo tipo.
    Un portiere pagato quattro soldi e non formato farà scena muta di fronte a un cliente che gli espone un problema o gli chiede come fare a raggiungere un certo indirizzo, con il bel risultato che alla fine il cleinete non ritornerà più.
    Ricordo che anni fa stavo quasi per alzarmi e andarmene senza pagare il conto da un elegantissimo caffè accanto a Central Park a New York. La cameriera, una immigrata latina presumibilmente pagata pochi dollari l’ora, mi aveva fatto aspettare quasi un ora per un caffè e poi il conto. Non era certo ciò che mi aspettavo da un posto del genere (e dal conto che pagai). E infatti il giorno dopo, ricapitato da quelle parti, evitai accuratamente di tornarci.

  23. 23

    Leonardo IHC Says

    @Vincenzo
    OK il tuo esempio, ma potrei dirti che il VA del portiere superpreparato è (percepito, almeno) fin troppo basso rispetto all’eventuale maggior costo, infatti tu poi sei restato. Stante questo, imponendo uno stipendio più alto, mi sa che è più facile che l’albergo studi come fare del tutto a meno del portiere.
    Sul fatto che meccanizzare o delocalizzare non sia un male a priori, mi trovi d’accordo (se non ci fosse la possibilità di liberare di continuo risorse per altri lavori, lavoratori compresi, saremmo ancora a spaccare pietre a testate), ma in realtà pensavo che per te fosse un male enorme; forse non ti avevo inquadrato bene.

  24. 24

    walter Says

    Ma no Vincenzo, imponendo uno stipendio minimo l’albergo che può assumerne 4 ne assume 3, mentre di 10 alberghi piccoli che devono per forza di cose assumerne uno e non di più, qualcuno è più probabile che fallisca perchè deve pagare ( a tutti, non solo a portieri ecc) stipendi non sostenibili economicamente per livelli bassi di attività. E quello non “favorire le economia di scala favorendo la crescita dimensionale” ma è “imporre regole stupide che ammazzano imprese piccole o appena nate favorendo l’oligopolizzazione del mercato”.

  25. 25

    walter Says

    Riguardo il commento di Silvano riguardante BM (ma intendi base monetaria vero?) sono d’accordissimo: si guardi a cosa succede in ogni paese e perfino in Cina. Hanno i tassi ufficiali vicini a quelli che molti austriaci ed economisti considerano tassi naturali alla Wicksell (tra il 6 e il 7%) eppure hanno fatto esplodere la loro m2. E’ abbastanza evidente che la m2 è tirata proprio dalla crescita del PIL cinese. Ovvero, in ogni sistema di moneta fiat con central banking la moneta tende sempre più a diventare endogena.

    Questo grafico è abbastanza chiarificatore di ciò che intendo.http://research.stlouisfed.org/fred2/graph/?g=kVr

    Detto ciò, chi decide quando finisce la deflazione primaria ed inizia una deflazione secondaria (e quindi bisogna iniziare a contrastarla con politiche monetarie?)

  26. 26

    Vincenzo Says

    @ Leonardo

    La differenza tra l’albergatore che cerca di eliminare il portiere e quello che lo valorizza sta nel fatto che uno rimarrà sempre con un’azienda di tipo familiare e l’altro metterà su una catena come Hilton o Marriot.

  27. 27

    Vincenzo Says

    @ Leonardo di nuovo

    “Sul fatto che meccanizzare o delocalizzare non sia un male a priori, mi trovi d’accordo (se non ci fosse la possibilità di liberare di continuo risorse per altri lavori, lavoratori compresi, saremmo ancora a spaccare pietre a testate), ma in realtà pensavo che per te fosse un male enorme; forse non ti avevo inquadrato bene.”

    Beh, dopo 30 anni di lavoro in una multinazionale americana sarebbe ben difficile che fossi contario alla globalizzazione. Che poi le multinazionali americane pagano pure meglio delle aziende italiane, con buona pace di chi inveisce contro loro definendole sfruttatrici e quant’altro.

    Il fatto è che io, nei commenti che faccio ai vari articoli su temi economici, cerco sempre di evitare di attribuire le responsabilità della crisi al “nemico esterno”, lo Stato per ciò che attiene agli articoli di origine Austriaca.

    Che gli stati, e quello italiano, siano sgangherate macchine da spesa per conquistare il consenso è un dato di fatto che non sarò certo io a negare.

    Ma è responsabilità dei cittadini, della società, aver lasciato che tutto ciò avvenisse. E’ una legge immutabile; laddove c’è un vuoto, qualcun altro o qualcosa altro lo occuperà.

    La globalizzazione con annessa rivoluzione informatica può rappresentare per l’umanità quello che la rivoluzione industriale ha rappresentato per l’Occidente. Eppure pare che essa stia producendo solo disastri; nei paesi emergenti essa sta distruggendo l’ambiente in maniera molto peggiore di quanto noi abbiamo fatto in due secoli, da noi sta portando al collasso dell’intera struttura sociale.

    Pnsiamo veramente che 20 milioni di persone adulte che in Italia vivono di spesa pubblica (4 milioni di diepndenti pubblici e 16 milioni di pensionati che ricevono un trattamento totalmente non commisurato ai versamenti a suo tempo effettuati i quali al massimo garantirebbero una minima sociale) siano solo il risultato della ricerca del consenso da parte dei politici?

    O non sono forse anche stato il frutto della necessità di garantire una sussistenza a persone che altrimenti starebbero fuori dal circuito produttivo stante la miopia e l’arroganza della classe imprenditoriale?

    In 30 anni di lavoro, per esempio, ho osservato un cambiamento che è, a mio avviso, la chiave per spiegare tutto.

    Trent’anni fa ci si preoccupava di fare un buon prodotto consci che il buon prodotto sarebbe poi stato comprato dal cliente. I corsi di vendita avevano la funzione di mettere il personale commerciale nelle condizioni di presentare al meglio il prodotto offerto evitando approcci suicidi.
    Oggi non ci si preoccupa più della qualità vera del prodotto offerto. Si organizzano i corsi di vendita con lo scopo di dare al personale commerciale strumenti atti a fare credere al cliente che ciò che viene offerto è buono; insomma la tattica berlusconiana.
    L’arricchimento non è quindi più il risultato di un lavoro fatto bene e quindi la gratificazione, neanche sempre la più importante, di una soddisfazione professionale, quanto piuttosto il fine unico ed esclusivo a cui si sacrifica tutto.

    Insomma il dio denaro.

    Eppure uno dei dieci comandamenti recita “Non avrai altro Dio all’infuori di me”.

  28. 28

    Leonardo Says

    @Walter
    Chi dice che il tasso naturale è invariabilmente tra il 6 e il 7 non ha capito cosa ha letto.

  29. 29

    Silvano Says

    @Vincenzo
    Un baby boom seguito da un declino demografico largamente al di sotto del tasso di riproduzione alla fine frega le coorti più giovani comunque lo giri. Anche se la previdenza fosse stata finanziata a capitalizzazione avresti una massa di vecchi che liquidano asset contro pochi giovani che buttano risparmi nel mercato. Ci sarebbe un bias di fondo in favore di una decapitalizzazione. Se consideri che la produttività marginale pro capite è in calo da quarant’anni in tutto l’occidente in cetriolo volante è servito.

  30. 30

    Vincenzo Says

    @ Silvano

    Infatti per eleiminare i problemi di cui parli si dovrebbe eliminare del tutto il concetto di pensione sostituendolo con quello che potremmo chiamare di “assicurazione universale di integrazione al reddito”.
    In altre parole l’INPS, o chi per lei, dovrebbe versare a ciascuno una cifra che ne integri il reddito ad un livello che garantisca una sussistenza decente (1000? 1500 euro al mese? se ne può discutere). Per chi è giovane tale integrazione avrebbe una durata limitata, tipo 6 mesi o un anno a seconda dell’età, per chi supera una certa età, che a questo punto potrebbe essere fissata anche intorno ai 55 anni stante la difficoltà di riciclarsi a quell’età, avrebbe duratta vitalizia. Tale integrazione comunque sarebbe dovuta nei limti del raggiungimento di tale reddito per cui a una persona che avesse altri redditi, per esempio immobiliari o da capitale, sarebbe dovuta solo parzialmente o per nulla nel caso che gli altri redditi superassero tale cifra.
    Credo che il sistema sarebbe molto più sostenibile anche perché molti ultrasessantenni ancora in gamba e che non svolgono lavori particolarmente pesanti non avrebbero alcuna ragione di semttere di lavorare gravando sulle spalle degli altri contribuenti.
    Peraltro, considerando quelli che erano i tipi di lavoro che si facevano e le aspettative di vita all’epoca, credo che di fondo questo fosse il concetto guida dell’INPS all’epoca della sua creazione (anche se le cose venivano chiamate in altro modo).
    Ne è dimostrazione il fatto che Mussolini, con schizofrenia tipicamente italiota, quando vennero emanate le leggi razziali da un lato cacciò gli ebrei dalla pubblica amministrazione e dall’altro concesse loro la pensione. E il tutto andò avanti fino all’inizio dell’occupazione tedesca.

  31. 31

    Silvano Says

    @Vincenzo
    Forse non mi sono spiegeato: non è un problema che puoi eliminare, è un dato di fondo.

  32. 32

    Vincenzo Says

    @ Silvano
    E’ eliminabile se si fa in modo che gli anziani restino a lavorare. Certo non in miniera, ma nei ruoli tecnici oamministrativi si può tranquillamente restare a lavorare fino a ben oltre i 70 anni. D’altra parte mi sembra che moltissimi top manager di aziende anche grosse e quotate navighino più verso gli 80 che i 70.

  33. 33

    walter Says

    E se invece facciamo pensioni private per tutti (eliminando i contributi, lasciandoli al lavoratore, eliminando quindi l’incentivo alle assunzioni in nero ecc ecc) così uno va in pensione quando minchia li pare?

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