Ipertrofia della Finanza o Problema di Misurazione?
March 8th, 2012 by Leonardo
Uno degli argomenti preferiti dai benpensanti moralizzatori dell’ordine economico – a partire dal popolo di Seattle fino agli attuali Indignados e Draghi Ribelli, passando per le voci dell’ultimo esaltato quindicenne in piazza, del politico anti-politico emergente, e dell’economista (o sedicente tale) santificato dai giornalisti – è quello dell’ipertrofia della finanza, ormai diventata un terribile multiplo del PIL mondiale.
Non è contestabile l’affermazione in sé (la confermo) quanto l’analisi delle cause, dal vulgo rintracciate semplicisticamente nell’avidità e nello strapotere della finanza ma austriacamente riconducibili all’inflazionismo delle Banche Centrali in quanto agenti monetari degli Stati; l’errore di analisi fa pensare che questo rapporto Finanza/PIL possa venir ridotto all’unità se non addirittura a meno… Ma ha senso? Che aspetto ha un mondo “equilibrato”?
Ho avuto una intuizione, ma prima di cercare i numeri ho pensato di valutare un modello di economia che girasse in modo “equilibrato”. L’esempio più semplice e chiaro mi è fornito dal ben noto (soprattutto per i lettori di IHC) modello di Wicksell del 1898. Questo modello riassume le classi di azioni nell’economia in quattro soggetti teorici e mostra i rapporti che tra loro intercorrono; Wicksell poi shocka variamente il sistema per studiarne le dinamiche inflazionistiche ma questo oggi non ci interessa. L’attività bancaria – prestare denaro e tenere depositi – è riassunta nelle Banche; l’attività imprenditoriale – investimento e produzione – è riassunta nelle Imprese; i fattori produttivi – offerta di lavoro e consumo della relativa remunerazione – sono riassunti nei Lavoratori; l’attività capitalistica – commercio della produzione e risparmio – riassunta nei Commercianti. All’inizio di un periodo tipico si ha l’avvio della produzione ed il consumo della produzione già esistente; a fine del periodo si ha la realizzazione della nuova produzione, il suo risparmio per il successivo consumo, ed il saldo delle posizioni bancarie, come nello schema riportato qui sotto. Chiaramente il processo si ripropone subito dopo nel nuovo periodo. L’esempio considera una produzione di 101 unità del bene y (che è la dotazione iniziale di beni dei Commercianti), ottenuta dalle Imprese impiegando una data offerta di lavoro dei Lavoratori, pagati con un indebitamento presso le Banche per £ 100 all’interesse dell’1%.

Il semplice schema di Wicksell prevede quindi che le Imprese si i
In questo mondo perfetto, per ogni intero periodo, il PIL è pertanto £ 101 (101 y prodotti al prezzo unitario di £ 1), le Banche creano credito per £ 100, rimborsano £ 101 di depositi ed intermediano in totale £ 100+ £ 101 di flussi in entrata e £ 100 + £ 101 di flussi in uscita, si ha un servizio del debito (interessi) pari a £ 1, ed infine scambi reali di merci e lavoro per £ 100 + £ 100 + £ 101. Cioè:
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Credito creato |
£ 100 |
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Servizio del debito |
£ 1 |
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Flussi di uscita dalle Banche |
£ 201 |
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Intermediazione bancaria totale |
£ 402 |
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Transazioni reali |
£ 301 |
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PIL |
£ 101 |
Il mondo della finanza quindi conta per £ 402, quasi 4 volte il PIL; evitando il doppio calcolo di entrate ed uscite il rapporto è comunque quasi di 2; se anche le transazioni reali venissero intermediate dal sistema bancario si avrebbe (al netto del doppio calcolo di entrate e uscite) un valore del mondo della finanza di £ 502, quasi 5 volte il PIL. In altre parole, a seconda del criterio di misurazione e del grado di intermediazione bancaria, in un mondo “sano ed equilibrato” la finanza pesa dal doppio (le sole uscite bancarie) a dieci volte (tutti i movimenti finanziari in un mondo totalmente bancarizzato) il PIL. Come si spiega che questi numeri siano relativi a un mondo equilibrato e non ad una finanza ipertrofica?
Anzitutto è evidente che la misurazione “mondo finanziario” è prona al doppio conteggio dei flussi: se un’istituzione fa da mero intermediario finanziario, come nel modello, contare ciò che entra e ciò che esce significa contare due volte il transito di una sola somma. Ma soprattutto deve esser evidente che le dimensioni del mondo finanziario qui rappresentano non uno stock bensì lo svolgimento di un flusso di denaro/credito attraverso l’economia da chi ne ha in eccesso a chi ne è in difetto, e che quanti più passaggi si vogliono distinguere quanto più grande appare questo mondo, appunto perché si tratta in realtà di “fotografare” più volte sempre la stessa cosa. L’economia reale, qui riassunta nella ricchezza creata (PIL), viene invece “fotografata” solo nel suo momento finale e non in tutto il processo di trasferimento di risorse e fattori produttivi da chi ne è in eccesso verso chi li richiede per la loro composizione in vista della produzione finale. In tal senso tutto il processo produttivo reale comprenderebbe – come flusso – l’acquisizione da parte dei Commercianti delle merci necessarie al sostentamento loro e dei Lavoratori, mentre questi ultimi cedono il proprio lavoro alle Imprese da cui origina la produzione finale. Nella tabella sopra, questo è pari alla voce “Transazioni reali”, cui va aggiunto il Servizio del debito poi consumato dai Commercianti.
Allora, considerando i passaggi intermedi, l’economia reale vale in modello £ 302 e quella finanziaria £ 402 (£ 201 se si evitano i doppi conteggi); se invece si considera il solo “risultato” finale, l’economia reale vale il solo PIL di £ 101 e l’economia finanziaria ugualmente £ 101, cioè il credito creato inizialmente (£ 100) più il valore del servizio bancario di deposito, cioè di trasferimento nel tempo delle somme riassunto negli interessi (£ 1).
Questa ricostruzione ci dice che è inevitabile che le statistiche, per come formulate, mostrino un’enorme economia finanziaria rispetto a quella reale, perché si confronta un intero processo con un risultato finale. Ci dice anche che omogeneizzando i punti di vista su finanza e economia reale le differenze non possono esser enormi (in modello la finanza come processo vale da 4/3 a 2/3 dell’attività reale, mentre come risultato finale le due sono uguali); questo è chiaro se si pensa che la finanza in fondo esiste come supporto dell’economia reale.
Un altro messaggio è che la finanza non crea nulla, salvo gli interessi che misurano il contributo dato nella gestione temporale delle risorse (pagati comunque attraverso una partita di giro); ma allora da dove viene l’ipertrofia della finanza? Se pensiamo che il sistema bancario può elargire credito a piacere, si può capire subito come potrebbe raddoppiare l’offerta di credito e permettere l’esistenza di tutta una serie di istituzioni che si limitano a far girare il denaro attorno all’economia reale; maggiore è la creazione e maggiore è questo mondo. Ma le singole banche possono far questo nei limiti di un multiplo (il moltiplicatore dei depositi che nasce dalla riserva frazionaria) applicato alla moneta in circolazione, che in realtà è emessa dalla Banca Centrale! L’ipertrofia della finanza quindi non può discendere che dalle politiche monetarie espansive, anzi continuamente espansive in modo che i prezzi non riescano mai a incorporare perfettamente l’inflazione monetaria.
Se si considerassero tutti gli scambi nell’economia reale, il mondo finanziario sembrerebbe meno enorme, però se guardiamo a che tasso è cresciuta rispetto al PIL la base monetaria negli ultimi venti anni, si capisce che la finanza non può comunque essere che ipertrofica. Però misuriamola per bene.


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