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L’Impresa come Socialmente Responsabile… ma Perché?

February 25th, 2008 by Leonardo

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  di Leonardo, Ihc

Pare che le imprese stiano su larga scala includendo obiettivi “sociali” tra le loro priorità (The Economist, 19/01/2008, “Just good business – A special report on corporate social responsibility”). Così a occhio e croce sembra che questa responsabilità sociale dell’impresa (Corporate Social Responsibility, CSR) si stia affermando come parte della “cultura aziendale”.
Partendo alla filantropia spicciola (donazioni) ci si muove ormai su progetti di sostegno a popolazioni vicine o lontane, piani di prevenzione sanitaria, lotta al lavoro minorile o all’analfabetismo, protezione ambientale…
Tutto questo mi dà i brividi; sembrano lontane le parole di M. Friedman “la responsabilità sociale dell’impresa è incrementare il profitto (cui fa eco Mises.org discutendo dell’impegno sociale di Bono Vox), e sembrano così vicine invece le parole lette all’Università, durante il corso di economia aziendale, sulla assoluta predominanza della funzione sociale delle imprese (non ricordo molto comunque, tirai il libro dalla finestra piuttosto rapidamente).
Dunque ha vinto la socialità (o il socialismo)? Le imprese hanno un’anima e non sono macchine da soldi?

La visione “classica” ci dice che il contributo dell’impresa alla comunità è quello di creare più prodotti, a costi minori (utilizzando meglio le risorse), facendo lavorare le persone e quindi dotandole di reddito con cui raggiungere standard di vita sempre più soddisfacenti. L’azienda deve concentrarsi su questo, lasciando altri problemi (tutela ambientale, sanitaria, o etica) in carico ai Governi (sempre che l’associazionismo volontario non dia già una qualche risposta); ciò che non è gestibile imprenditorialmente è “pubblico”. Ma allora che senso ha parlare di CSR?
Per alcuni addirittura il dirottare risorse verso obiettivi “sociali” slegati dal business aziendale è una inadempienza del compito del management di creare valore a favore degli azionisti (più in generale, della “proprietà”).


Anzitutto occorre ricordare, come fa l’Economist, che buona parte di questo boom della CSR segue a scandali aziendali di grandi dimensioni, pressioni delle varie NGO, nonché controversie legali di forte impatto mediatico. Una multinazionale deve in qualche modo affrontare o meglio prevenire accuse di sfruttamento del degrado economico o sociale di una paese arretrato (le conseguenze di processi per l’utilizzo diretto o indiretto del lavoro minorile possono esser ben gravi anche solo in termini di immagine, per non parlare di eventuali sanzioni pecuniarie). In tal senso alcune azioni possono essere ben più corporate-oriented, piuttosto che socially-oriented, di quanto sembri in un primo momento; la protezione dell’ambiente o il sostegno alla società circostante (piani sanitari o altri servizi) possono inoltre essere una buona mossa pubblicitaria oltre che un saggio modo di preservare una forza lavoro “fedele” e motivata.
Proprio riguardo l’ultimo punto, si deve ricordare che alla fine un’impresa è fatta di persone, e l’economia è un fatto sociale. L’impresa non può (più di tanto) prescindere dal valore morale che i lavoratori riconoscono al proprio lavoro, per le ripercussioni che si hanno per lo meno in termini di produttività.

Insomma, sembra esistere una qualche esigenza sia di marketing che di preservazione del valore dell’azienda a giustificare il boom della CSR.

Se è così, si tratta di un “investimento sociale” che dovrà anche avere un ritorno. In realtà l’evidenza non è poi così spiccata, e se c’è un legame tra responsabilità sociale e redditività è un po’ debole. Ancora peggio, gli indici azionari di questo “settore” come il Dow Jones Sustainability Index e il FTSE4Good sotto-performano il mercato!
Ma allora è una fregatura? Non necessariamente, perché in questo caso diventa un problema di “monetizzare” gli effetti della CSR, ed è di per sé impossibile quantificare la soddisfazione indotta da queste politiche presso beneficiari, lavoratori, azionisti, includendo le varie esternalità, e confrontarlo con il costo monetario. Se l’insieme degli individui nell’economia preferiscono meno beni e a maggior prezzo pur di dedicare risorse all’alfabetizzazione di un semisconosciuto Stato africano, può ben darsi che siano già stati pesati pro e contro, e che quella sia una scelta “ottimale” per la società e per l’impresa che ne è emanazione: con i propri soldi si fa quel che ci pare, compreso bruciarli, figuriamoci impiegarli in filantropia.

Insomma, il boom della CSR sembra la prova provata che l’impresa non è solo una macchina da soldi, che la massimizzazione del profitto non è tutto, e che la visione classicheggiante (e pure “austriaca”) è limitativa se non proprio sbagliata. Forse il mercato (o la sua idea) ha fallito.
E qui casca l’asino.
Con il boom della CSR le imprese assumono sempre più ruoli complementari o sostitutivi di quelle delle NGO se non dello stesso Stato. Se certi atteggiamenti sono in realtà applicazione del processo di massimizzazione del valore dell’azienda (prevenzione di situazioni di imbarazzo legale/morale con consegente perdita di immagine e risorse), lo spazio delle attività i stampo educativo e assistenziale più ampie è invece dato da una mancata copertura da parte dello Stato! Il mercato, lungi dal fallire, riesce in questi casi a compensare fallimenti in realtà dello Stato, e questo con risorse provenienti da una attività economia senza il privilegio impositivo statale!
L’impresa crea lavoro, ricchezza, eleva gli standard di vita, e può organizzare servizi per il cui assolvimento è invece nato l’apparato statale. Il boom della CSR non è la prova che l’azienda è di per sé anche “fatto sociale” e vive insieme alla società, bensì è la prova che la libertà di intraprendere è lo strumento migliore per riconoscere criticità e organizzarne una soluzione, e che il coercitivo Stato è una macchina inefficiente, inefficace, e perfino inadempiente verso i propri doveri primi. Se esiste un fallimento alla base del boom della CSR, è il fallimento dello Stato.
L’under-performance del FTSE4Good ha allora un altro significato: non è possibile misurare il guadagno netto sociale a seguito di investimenti ispirati dalla CSR, ma è possibile misurare il costo monetario del dover provvedere a servizi che lo Stato non dà! Questa under-performance misura lo spreco indotto da una gestione statale centrale, ed è indizio di quanta parte dell’apparato statale possa venir efficientemente sostituita dalla sola libertà individuale (facendo risparmiare tasse) quando davvero si ha a cuore il “benessere della società”.

Il bene della “società” è anche il “mio” bene, e io conosco il “mio bene” molto meglio di qualsiasi collegio amministrativo centrale.

 


24 Responses to “L’Impresa come Socialmente Responsabile… ma Perché?”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    La responsabilità sociale delle imprese serve per bilanciare l’irresponsabilità sociale dei politici. 😀

  2. 2

    Lamiadestra Says

    A mio avviso, la responsabilità sociale delle imprese è e rimane quella di massimizzare il valore (nel medio-lungo periodo, possibilmente). Tutte le belle storie sulla CSR sono solo marketing: oggi per vendere di più bisogna sembrare buoni. (Sottolineo il fatto che si deve solo sembrare buoni, non necessariamente esserlo. Per dire, la Nestlè coi suoi contadini “sottopagati” fa meno danni del commercio equo e solidale, secondo me.)
    Se ciò che rientra nell’idea di CSR è importante per i consumatori, al punto che questi tengano conto di tali aspetti nella scelta dei prodotti, allora la CSR contribuisce alla creazione di valore: ma a questo punto l’impresa non è “socialmente responsabile”. Sta solo, volgarmente, massimizzando il proprio valore. È l'”avidità” che tanti odiano e bistrattano che guida le scelte degli individui, e anche delle imprese, e anche quando si parla di tutela dell’ambiente o di istruzione. Per usare parole di altri,
    The point is, ladies and gentlemen, that greed, for lack of a better word, is good. Greed is right. Greed works. Greed clarifies, cuts through, and captures the essence of the evolutionary spirit. Greed, in all of its forms – greed for life, for money, for love, knowledge – has marked the upward surge of mankind, and greed – you mark my words – will not only save Teldar Paper but that other malfunctioning corporation called the USA. Thank you.

    P.S.: per valutare le performance in maniera significativa, penso che si debba avere un orizzonte temporale di almeno 10-15 anni, che, se non sbaglio, gli indici specifici ancora non hanno. Per il momento, comunque, direi che non sono particolarmente vincenti…

  3. 3

    Leonardo, Ihc Says

    Chiaramente sono d’accordo su tutte le osservazioni.

    In particolare @LMD potrei però dire che aspettare una profondità di dati di 10 anni sia superfluo, perché gli operatori dovrebbero aver già valutato i titoli con la dovuta prospettiva temporale; in fondo non è che mi interessi quanto mi renderà il titolo in un orizzonte di investimento, bensì il confronto pari passu con il resto del mercato. Comunque mi pare che resti aperta la discussione sul fatto che l’under-performance sia una dimostrazione di un valore “altro” dal denaro oppure la misura del costo del fallimento dello Stato.

    Sempre @LMD: il commercio equo e solidale è un non-sense economico se si vede nei suoi effetti distorsivi di incentivo a coltivazioni submarginali (sovrappagando i raccoglitori di caffé, ad esempio), però si ritorna al fatto che se i consumatori si sentono meglio, quella distorsione è un prezzo che viene volentieri pagato per un altro valore personale…

    A primo acchito bollerei il commercio equo e la CSR come boiate… però poi un dubbio mi viene… ammesso e non concesso che il consumatore sia consapevole della sua scelta.

  4. 4

    Libertyfirst Says

    Secondo me è solo marketing, le imprese sfruttano la retorica anticorporation per farsi pubblicità. Esattamente come i commercianti equi e solidali usano la retorica del fair trade per vendere di più. Quindi concordo per intero con LMD.

    C’è da chiedersi come fai nel post se c’è una domanda di responsabilità sociale per tappare i buchi dello stato sociale, non saprei. Il fatto è che dietro la retorica non c’è nulla: se si finanziassero piani pensionistici, o assicurazioni contro la disoccupazione, o la pulizia delle strade, magari sarebbe un tappa buchi. Ma molto più spesso non sembra ci sia una domanda di servizi, più una domanda di buone intenzioni e di coscienza pulita.

    In compenso, la sottoperformance del buonismo index potrebbe essere un proxy per il costo dello stato, se dietro i costi che causano la sottoperformance ci fosse un mercato economico vero per la produzione di servizi, e non carità e marketing.A ltrimenti si stima solo la quantità di soldi buttati per investire nell’abbellimento della propria coscienza, non del produrre servizi sociali.

  5. 5

    Leonardo, Ihc Says

    Da quel poco che so la composizione della CSR è piuttosto varia. D’accordo che c’è tanto marketing, ma la cosa che mi chiedo è se questo marketing non corrisponda a una vera domanda da parte degli investitori occidentali; magari è solo una domanda di “coscienza pulita”, ma come tale non ha anch’essa un valore? Forse ora l’ho spiegato meglio.

    A parte questo, un piano sanitario nell’area dove opera l’impresa mi pare un tappabuchi per lo Stato assente, creando un valore per l’azienda (operai sani o per lo meno più tranquilli). Questo può andare un po’ oltre il semplice marketing, e con il buonsamaritanoindex può concorrere a misurare l’inefficienza statale.

    Detto questo, come ricordato sopra, nulla garantisce che l’investitore o il compratore occidentale non si stia semplicemente illudendo di far qualcosa di buono.

  6. 6

    Lamiadestra Says

    In certi casi minoritari (ambiente, sicurezza sul lavoro) credo che la CSR supplisca ad un problema di mancanza di definizione dei diritti di proprietà, e, come tale, non mi pare del tutto negativa (si chiede di fare alle imprese ciò che farebbero se quei diritti fossero ben specificati). Sull’ambiente, però, temo ci sia una componente molto forte di marketing, e molto debole di reale volontà di tutela.
    In altri casi (commercio equo e solidale) la domanda di CRD la vedo come un modo ipocrita per lavarsi la coscienza e dire che si è fatto qualcosa “per i poveri”, e che, come tale, andrebbe criticato e, possibilmente, sradicato. Magari è solo una moda passeggera, che, come sempre, finirà col danneggiare i più deboli.

  7. 7

    Lamiadestra Says

    (Scusa, ho lasciato via un pezzo) Questo secondo commento per il lato della domanda. Per il lato dell’offerta, invece, penso sia come ho detto nel primo commento.

  8. 8

    prometeo Says

    Sono solo operazioni di marketing. Non esiste nè coscienza nè altro.

    L’obbiettivo è esclusivamente la massimizzazione dei profitti.

    La tutela dei lavoratori, ambiente ecc ecc… esistono solo nei paesi dove se si scopre che i lavoratori di una certa impresa lavorano a mollo nel fango e in regime di schiavitù, le vendite di detta azienda calano.

    Vi invito a fare un viaggio in Cina, non da turisti.

    Affitate un interprete e un fuoristrada ben carrozzato e andate da Shangai a Pechino.

    Potreste fare la stessa esperienza nell’interland napoletano visitando le aziende tessili illegali, ma non tornereste vivi a casa.

    Come dicevo… l’importante è convincere.

  9. 9

    prometeo Says

    Hai ragione quando dici che il successo delle CSR è dovuto al fallimento dello Stato.

    Ed è sempre più paradossale che il luogo in questo fallimento è più eclatante sia la Cina.

    Forse più che il fallimento dello Stato è il successo dei nuovi totalitarsimi.

  10. 10

    Marco Says

    La CSR rientra nelle public relations dell’azienda, è al 101% marketing ed è nata per recuperare gravi danni d’immagine delle aziende, spesso legati a carenze nella comunicazione in occasione di scandali, nel momento in cui l’efficacia sulle persone dei mezzi tradizionali di comunicazione andava diminuendo e quella di altri aumentava.

    L’impresa si adegua alle esigenze di quei clienti che consumando un prodotto si sentono colpevoli di partecipare alla fine del mondo, comunicando il suo impegno in campo sociale.
    Investendo 1/1000 di una campagna pubblicitaria in televisione, ottiene comunque una visibilità notevole, se non è marketing questo…

    L’equo e solidale è invece una trovata fantastica per vendere prodotti fuori mercato, farli pagare ad un prezzo più alto, pagando di più (forse qualche centesimo) la manodopera estera peggiore e trovando “polli” che lavorano gratis e clienti che acquistano i “feticci” venduti.

    Se pensiamo invece al caso di una multinazionale che apre un’azienda all’estero e intraprende una serie di campagne sociali a favore della popolazione, io penso che corrisponda sempre a logiche di mercato, ovvero non vado ad aprire uno stabilimento in un luogo dove oltre alle spese normali devo ad esempio curare la famiglia dei dipendenti dalla malattia X, o portare l’elettricità al villaggio Y, se non mi comporti alla fine di tutti questi rischi un guadagno maggiore, altrimenti si perde la natura di s.p.a. e la buona dose di “greed” e si entra nel no-profit.

  11. 11

    prometeo Says

    @Marco

    Concordo al 101%!

  12. 12

    Leonardo, Ihc Says

    @Marco
    a te faccio la stessa domanda: se l’impresa crea un feticcio “equo e solidale” che costa di più, e la gente lo compra, in realtà l’impresa non ha creato o soddisfatto un valore? Non è un servizio pure questo a favore del consumatore e dovutamente pagato?
    Dove sta la differenza tra un prezzo che mi copre il servizio che offre un detersivo e il sovrapprezzo che viene destinato a una scuola della Beduinia, o meglio tra i due valori che io pago con l’acquisto dello stesso detersivo?

  13. 13

    prometeo Says

    @Leonardo

    Certo che ha creato un valore, ma per via della strategia di marketing. Ha prodotto un profitto maggiore di un concorrente “tradizionale” non per via del “buon cuore” ma per via dell’ “interesse” del produttore.

    Per questo ritengo che sia si un fallimento dello stato, ma più che un successo del mercato, sia un successo degli stati totalitari che forniscono terreno e mano d’opera per queste operazioni.

  14. 14

    Libertyfirst Says

    Dal punto di vista del valore soggettivo è tutto ok. Ma è sempre tutto ok per definizione, essendo una teoria generale. Qualsiasi cosa si fa è compatibile con la teoria del valore soggettivo, a meno che si faccia ciò che non si preferisce, cosa che è una bestemmia logica.

    Diverso è un giudizio (di valore) sulla ragionevolezza dell’atto, visto che la ragionevolezza ha una cosa in comune con i giudizi di moralità e legalità: si basa su valori.

    Se un mio amico avesse certe opinioni, gli direi di pensare a cose più utili del commercio equo e solidale, ad esempio impegnarsi a farla finita con la politica agraria europea.

    PS C’ho ripensato (al commento di prima). In effetti, se l’impresa soc resp sta attenta ai costi nel fornire servizi, la sua sottoperformance è una stima dei costi di questi. Quindi se l’impresa ha un solo servizio soc resp, e se la quantità di questo servizio è nota, si può risalire al costo (se ci sono tanti servizi, l’imputazione dei costi guardando solo alla sottoperformance è impossibile). Se il tutto è marketing, l’impresa ha incentivi a minimizzare i costi e quindi la sottoperformance è indicativa.

  15. 15

    Leonardo, Ihc Says

    @Liberty
    infatti… se uno paga, un motivo ci sarà, e il problema diventa il valutare la moralità dell’atto e la sua condivisibilità su un piano di valore, ma non più la sua economicità.

    PS allora si vede quanto può pesare lo Stato! Basta, aboliamolo!

  16. 16

    Libertyfirst Says

    Io ho appena finito di scrivere il mio programma di governo. Mi candido a Ministro dell’Economia, tanto meno di Tremonti non posso capirne. Devo solo vedere se ho dimenticato qualche punto e poi lo pubblico. Sono sicuro che avrò un grande successo, se tutti i cittadini conoscessero il mio programma otterrei decine e decine di voti su scala nazionale. :-)

  17. 17

    prometeo Says

    @LibertyFirst

    Studia e diventa bravo… altrimenti finisce cha vai a fare il politico… 😉

  18. 18

    prometeo Says

    Era una battuta ovviamente! :)

  19. 19

    Leonardo, Ihc Says

    @Prometeo: sì?

    @anyone: Ragazzi, grazie davvero per i bei contributi

  20. 20

    Marco Says

    @Leonardo

    Riguardo all’equo e solidale perchè si sussidiano i contadini che sono sotto dei regimi, e la colpa della loro povertà si da unicamente alle multinazionali, continuando a preservare il mito del socialismo/comunismo, quindi non si crea valore ma solo ignoranza.

    2-La differenza sta proprio nel sovrapprezzo, non sono le aziende a fare CSR, ma i consumatori, loro non rinunciano ai loro profitti, ma trattano l’aiuto umanitario come l’IVA, la scaricano sui clienti, il tutto aumenta il valore del brand… è solo marketing.

  21. 21

    Antonio Says

    Il CSR serve solo a ripulirsi la faccia, concordo.
    Ma su quali basi “epistemologiche” potete affermare che la mission di un impresa è quella di massimizzare il valore degli azionisti?
    Qual’è la differenza tra capitalismo e mercato? Credete veramente di essere “liberi”?
    Non sarebbe meglio rileggersi i padri dell’economia (Smith,Marshall e company) piuttosto che quel arrivista di M. Friedman…oppure per tornare ai giorni nostri suggerisco S.Goshal “Come le cattive teorie influenzano le buone pratiche”.
    Se cercate soluzione uscite dal paradigma.

  22. 22

    Leonardo Says

    @Antonio: bene, mi piace come intervento; ti va di esporre un po’ di più in merito? Personalmente la creazione di un "valore" non significa esclusivamente "profitto", dipende dal concetto di valore che è rilevante per l’azionista, ed è quello che cercavo di capire con questa discussione. Se intendi però dire che l’impresa ha proprio altre funzioni, preferirei che ti spiegassi. Smith, come dici tu uno dei padri, sosteneva che "non per il buon cuore del macellaio bensì per la sua avidità puoi sperare che questi venga incontro ai tuoi interessi" (citazione non perfetta, ma ora non mi metto a cercarla); questo è ancora più forte che parlare di un generico "valore", quindi forse anche su questo potresti spiegarti meglio. Spero tu consenta a me e agli altri il piacere di unirti in pieno alla discussione senza esser evasivo.

  23. 23

    Libertyfirst Says

    Antonio: quale paradigma alternativo proponi? Il monetarismo è stato un passo avanti rispetto al keynesismo, ma ha fallito quando ha sperato di poter fermare la Federal Reserve con le buone intenzioni. I classici non avevano un’inflazionomia da combattere e potevano trascurare un sacco di cose, come gli squilibri nel breve-medio termine, noi teoricamente non possiamo (anche se molti neoclassici non se ne sono accorti).

    Sono quindi convinto che il paradigma attuale abbia qualche serio problema, come sono convinto che l’attuale capitalismo non abbia nulla di liberale (per via del continuo interventismo governativo, soprattutto nel campo monetario). Ma per motivi diversi, inferisco dal tuo stringato commento: non certo perchè c’è qualcosa di strano nel massimizzare i profitti.

    La teoria economica austriaca non dice che le imprese massimizzano i profitti per forza, dice che è molto probabile che lo facciano, soprattutto in condizioni di forte concorrenza, indipendenza dal governo, e assenza di attaccamento/disprezzo emotivo per l’attività produttiva.

    Ovviamente non tutte le donne si prostituiscono perchè aumenta il prezzo relativo del sesso a pagamento, ma per la produzione capitalistica questo limite non gioca quasi alcun ruolo, soprattutto nelle grandi aziende. Invece purtroppo molte aziende invece di perseguire i profitti economici perseguono strategie tese a fare favori ai politici in cambio di favori. E questo non è per me un male perchè non s comportano da homo oeconomicus, ma perchè hanno privilegi legali.

    Se c’è qualcosa che non va nell’economia attuale, non è certo l’eccessivo interesse per i profitti (molti dei quali del tutto illusori, soprattutto nell’ambito finanziario, per via della Fed). L’ipotesi della massimizzazione dei profitti ha solide basi teoriche ed è un’ottima approssimazione della realtà in molti casi. Inoltre probabilmente è fondamentale per produrre ricchezza e introdurre innovazione: mercato e prezzi perderebbero efficienza se non ci fosse nessuno interessato ai profitti.

  24. 24

    Franco Says

    Credo che bisogna analizzare il tema senza preconcetti.
    Un esempio:
    Se le banche negli Usa avessero avuto un marketing socialmente responsabile, non avrebbero potuto fare prestiti a coloro che non potevano restituire i soldi.
    C’è l’esigenza di avere dei paletti comportamentali/etici all’interno di una azienda, affinchè il business non subisca intoppi “non previsti” cioè sarebbe ora che iniziasse il tempo del profitto sostenibile.
    Ci sono aziende multinazionali che sono storiche nella loro permanenza nelle classifiche del marketing
    socialmente responsabile e guarda caso i loro modelli organizzativi brillano per efficenza, forse in Italia ho la sensazione che i modelli organizzativi siano un po’ latitanti…………….

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