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L’Iperinflazione che Non c’È Stata

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January 2nd, 2013 by Leonardo

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di Silvano, IHC

 

Not only does it take a cannon to shoot a sparrow, but it misses the sparrow!

(William Sealy Gosset)

 

Il forecasing austriaco successivo allo scoppio della crisi ha esordito con una cannata di proporzioni enormi: la previsione di iperinflazione al primo stormir di Quantitative Easing. A onor del vero non tutti gli austriaci, men che meno in ambito accademico, hanno cominciato ad avvertir le folle di usare i dollari al posto della cartapesta modello Weimar, ma per una volta prendo atto della monopolizzazione mediatica del “brand” da parte della vulgata di blogger e (pseudo) economisti che hanno tempestato la rete cominciando dagli Usa per diffondersi via di seguito in tutto il web. Se ha una certa importanza come siamo percepiti dagli altri, allora gli austriaci “in rete” sono quelli della riserva intera, quelli del gold standard puro, quelli che se la ridono perché quando avverrà il crack up boom loro avranno i talleri per mettere la benzina nella macchina e noi no.

Non è vero, non tutti sono così, qui su IHC abbiamo evitato di esserlo e quando richiesto abbiamo ospitato anche interventi distanti dalle nostre sensibilità per stimolare il dibattito. Tuttavia se è necessario, ogni volta che si interloquisce con un non-austriaco, spiegare che sì sappiamo come funziona una banca e non crediamo che l’apertura di conto corrente sia una truffa, o se dobbiamo spiegare agli anarco-capitalisti che no Hayek non è un socialdemocratico perché ha scritto The Constitution of Liberty, e – udite udite – Friedman non era né socialista né Keynesiano, allora la cosa comincia a essere una fastidiosa perdita di tempo. Quindi in questo pezzo applico il rasoio di Occam e per “austriaci” intendo quelli di cui sopra (gold-buggers inclusi) e me ne tengo fuori.

 

Torniamo alla previsione erronea: quando si parla di iperinflazione si intendono incrementi dei prezzi a doppia cifra su base mensile e da questo punto di vista non abbiamo avuto neanche un inflazione elevata. Ma il problema principale è lo strabismo teorico da cui la previsione è derivata, ovvero dall’idea meccanica che inserendo tot moneta questa si sarebbe moltiplicata secondo i rigidi dettami del moltiplicatore monetario ed avrebbe finito per esercitare un’enorme pressione sul mercato dei beni a fronte di un’offerta in contrazione. E questo è ancora più grave pensando al fatto che se c’è una cosa che si propone di spiegare l’ABCT è proprio come possano formarsi malinvestimenti a seguito di espansioni del credito senza necessariamente avere significative ripercussioni sui prezzi dei beni al consumo. La ragione è duplice: un certo millenarismo che mette gli austriaci sullo stesso piano dei marxisti che predicano la fine del capitalismo ad ogni crack finanziario e un’adozione integralista del moltiplicatore monetario (vedi The Mistery of Banking di Murray Rothbard) accompagnata alla peculiare ossessione per la riserva frazionaria. I moltiplicatori della moneta e del credito sono dei ratio che nulla dicono sui rapporti causali ed il credit channel non passa per la definizione del coefficiente di riserva, peraltro strumento abbastanza obsoleto nella gestione della politica monetaria. E infatti paesi come ad ex. Canada, Australia e Norvegia hanno un coefficiente pari allo 0% ma, oibò, l’espansione creditizia non è infinita e l’inflazione è moderata. In termini di operatività bancaria gli istituti di credito guardano altro: ovvero lo stato patrimoniale, l’andamento dei cash flow, delle posizioni nette e lorde verso il sistema, i vincoli patrimoniali e regolatori e le quote di mercato. Infine, in termini di operatività giornaliera per assicurare il funzionamento del sistema dei pagamenti che avviene in tempo reale e per saldi lordi, la Banca Centrare crea letteralmente le riserve necessarie su domanda dei singoli istituti a fronte di collaterale. Per l’esattezza:

 

-          Il regolamento quotidiano delle operazioni tra banche deve avvenire tramite una moneta “terza” ovvero la High Powered Money (HPM) o moneta di Banca Centrale: in pratica nel bilancio della banca equivale alla somma delle riserve obbligatorie e libere;

-          Il regolamento è real time e a flussi lordi: se un cliente Banca Intesa mette all’incasso un assegno tratto su Unicredit per 1000 euro, la Banca Centrale accredita 1000 euro di riserve a Banca Intesa e addebita Unicredit per lo stesso importo.

-          Nel caso in cui Unicredit non abbia abbastanza cassa (=depositi presso la Banca Centrale), se li procura sul mercato interbancario oppure fornendo attivi in garanzia alla Banca Centrale la quale è, by definition, tenuta a emettere moneta. Non solo: anche se non avesse attivi eligibili la B.C. in qualità di Lender of Last Resort accredita la banca beneficiaria  e iscrive un credito a suo favore verso la banca trassata nel proprio bilancio almeno fino a chiusura del settlement giornaliero.

-          Questo non vuol dire che un istituto eroga all’infinito solo perché la B.C. crea tutto on demand: una banca che espande eccessivamente in impieghi di pessima qualità o con elevato mismatch si troverebbe esclusa dall’interbancario e totalmente dipendente dalla Banca Centrale, cioè in uno stato d’insolvenza. Vuol dire semplicemente che non è rigidamente reserve constrained come la vulgata austriaca o la versione scolastica della teoria quantitativa della moneta pretendono di far apparire.  Vuol dire inoltre che esistono degli incentivi sistemici allo herd behaviour e a comportamenti irrazionali (“irrazionale” non è sinonimo di “stupido” ma deve essere letto in contrapposizione al concetto di razionalità nell’accezione neoclassica del termine). Nota a margine: sotto il profilo epistemologico l’homo agens misesiano non avrebbe particolari problemi ad inglobare come assunzioni empiriche rilevanti quanto offerto dalle ricerche sull’economia comportamentale però in pratica questo non viene fatto.

-          In sintesi: la riserva obbligatoria garantisce una domanda minima di HPM ma non è questa a determinare il coefficiente di cassa di una banca. Il coefficiente di riserva non è il fulcro di una leva che causa in modo automatico e meccanico l’espansione dello stato patrimoniale degli istituti di credito.

 

La lettura austriaca “ortodossa” della fase di sboom è rimasta inizialmente spiazzata da come la base monetaria creata dalla Fed e dalla BCE sia ritornata in buona parte all’interno dei bilanci delle Banche Centrali ed è stata spiegata con la remunerazione dei depositi da parte degli istituti d’emissione. Sicuramente questo è “una parte della storia”, ma la narrazione ignora o sottace il fatto che l’aumento dell’offerta monetaria controbilanciava un aumento della domanda in un contesto di attività economica in contrazione, riflesso peraltro in un evidente calo della velocità di circolazione.

Le banche sono riluttanti a concedere nuovo credito perché temono un congelamento dei propri impieghi in attività improduttive e foriere di perdite. L’incremento della preferenza per la propria liquidità è espressione di un maggior rischio di credito percepito. A questo si deve aggiungere la domanda di credito derivante dai detentori di attività finanziarie e dai produttori per evitare svendite di valori mobiliari, capitale fisso e scorte a prezzi di liquidazione. È una domanda autonoma che spinge verso l’evergreening di impieghi di dubbia qualità caratterizzati da una basso turnover delle immobilizzazioni e da una lenta velocità di rotazione del circolante (cfr. Albert Hahn, “The Economics of Illusion”, 1949). Un canale del credito così “ostruito” non è in grado di trasmettere effetti inflativi sul livello dei prezzi al consumo. Come da teoria austriaca standard si è avuto infatti un riallineamento dei prezzi relativi degli assets (in calo) con quello dei prezzi dei beni finali (stagnanti). È un processo doloroso e sottoposto a interventismi di vario genere dagli effetti distorsivi, ma certamente non un crack up boom globale.

 

Un altro aspetto trascurato dagli austriaci sono le conseguenze del debt hangover, ovvero l’eccesso di indebitamento privato presente negli stati patrimoniali delle banche. Questo è particolarmente importante per determinare se l’evoluzione della crisi proseguirà una traiettoria “nipponica” o meno. Ed è abbastanza insolito che i sostenitori di una teoria del ciclo economico fondata sull’espansione creditizia originata da tassi d’interesse troppo bassi ne abbiano una scarsa percezione e continuino a puntare il ditino sui debiti pubblici quando gli stessi allo stato attuale in parte significativa sono il frutto della socializzazione delle passività private delle banche.

 

Era possibile (è possibile) ricostruire i fatti e tentare previsioni qualitativamente migliori del tam-tam apocalittico da riserva frazionaria? Teoricamente sì ma praticamente no.

Teoricamente , perché lo studio delle dinamiche endogene dell’offerta monetaria, oggi purtroppo quasi monopolio dei soli Post Keynesiani, comincia con Wicksell ed è dominato nell’Europa continentale della prima metà del XX secolo da quattro economisti di origine tedesca: Mises, Hayek, Schumpeter e Hahn.

Praticamente no perché partendo dal presupposto che la ricerca storica non è teoria, il lavoro empirico, lo studio degli aggregati creditizi, della velocità di circolazione, etc. sono inutili, il risultato finale inevitabile per gli “ultra-ortodossi” dell’economia austriaca (whatever that means) è e sarà sempre quello di chiudersi in una torre d’avorio a predicare la fine del mondo (che tanto prima o poi arriverà).

 

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10 Responses to “L’Iperinflazione che Non c’È Stata ”

  1. 1

    Leonardo Says

    “Non è vero, non tutti sono così, qui su IHC abbiamo evitato di esserlo” parole sante…

  2. 2

    Leonardo Says

    Chiaramente la risposta negativa alla possibilità di fare previsioni qualitative migliori è riferito agli Austro-dossi; con meno paraocchi si poteva vedere uno scenario “giapponese” (e qui lo abbiamo messo in campo più volte) che non è esattamente lo scenario europeo ma sicuramente c’è più vicino dell’armagheddon di qualcuno…

    Leggendo questo pezzo (bello come inizio 2013), mi viene in mente un Austro-dosso che giustificò il ritardato crack up boom con il fatto che Mises non avesse pensato al QE… Ora, dire che l’espansione monetaria fa male e che accelerarla porta al crack up boom cozza un po’ col dire che poi un’espansione ancora più veloce nei fatti ha evitato (almeno per ora) la catastrofe… seguendo il ragionamento tanto varrebbe passare da un QE all’altro, e sempre più grandi, e la fine del mondo non arriverà mai (che è quel che dice Barnard e - con un parallelo in termini di deficit fiscale - Fassina, quindi…).

    Una risposta più consona (e Silvaniana) direi sarebbe che il crack up boom non è arrivato NONOSTANTE il QE, per ragioni che vanno oltre la lettura triviale dei testi austriaci e che Silvano ha indicato egregiamente. Tutto sommato gioca anche un po’ il fatto che alcuni economisti (o sedicenti) parlano di cose (come le banche) di cui in realtà non sanno niente (ricordo http://ideashaveconsequences.org/flynn-istruzioni-per-diventare-intelligenti/leo).

  3. 3

    Ivan Says

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    @Ivan
    Grazie della segnalazione, stasera leggo.

    @Silvano
    Puntualizzo che hai utilizzato il termine inflazione nel senso comune di inflazione dei prezzi e non nel senso austriaco di inflazione degli aggregati monetari. Passando dalla seconda accezione si dovrebbe comunque pensare che il confronto dell’attuale livello dei prezzi non andrebbe fatto con la stabilità degli stessi ma con il livello che teoricamente si sarebbe avuto senza QE, cioè con un possibile scenario di deflazione: in questo caso forse si è avuta effettivamente una alta (iper? non credo) inflazione però “nascosta”. Rimando a qui http://ideashaveconsequences.org/piano-con-i-prezzi-zingales/leo

  5. 5

    Silvano Says

    La definizione austriaca riguardo all’inflazione è un po’ “slippery”. Non è meccanicamente quantitativa. Ad ex. Mises:

    “[…] there is only one meaning that can rationally be attached to the expression Inflation: an increase in the quantity of money (in the broader sense of the term, so as to include fiduciary media as well), that is not offset by a corresponding increase in the need for money (again in the broader sense of the term), so that a fall in the objective exchange-value of money must occur.”

    In senso lato l’inflazione è un eccesso di moneta (inclusa quella fiduciaria) non domandata. Ad ex. se fondo i gioielli per avere più dobloni la BM aumenta ma non è inflazione (l’aumento è indotto dalla domanda di maggiori saldi di cassa).

    Qui però si potrebbe aprire un pippone lungo quanto un post: il livello dei prezzi, i numeri indice, il CPI, non sono concetti “prasseologici” o di comunque roba da “pure theory”. Sono piuttosto un’importazione dal lessico commerciale. Dove sta il pippone? Il pippone sta nel fatto che in un sistema di equazioni simultane (à la Walras) si possono determinare i prezzi relativi dei beni, ma per determinare i prezzi assoluti è necessario aggiungere un’equazione ulteriore che definisca il livello dei prezzi. Solo che per il nostro (così come per Hayek) l’equilibrio è una costruzione ipotetica: nel processo economico non esistono costanti e i dati cambiano sempre, quindi gli indici dei prezzi non hanno sacralità teorica.

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    Be’ il mio smisurato ego nel caso non è neppure troppo d’accordo con il passaggio di Mises nel valutare l’inflazione per “differenza”, nel senso che se si crea una domanda di moneta in luogo di altri beni, la creazione ad hoc di moneta “a compensazione” è di fatto una distorsione: non si inciderà sui prezzi al consumo, ma si è redistribuito inopinatamente potere d’acquisto (dato che i beni disponibili restano quelli e non si “stampano”). Insomma, i prezzi dovevano scendere e invece si tengono fermi, il che è una punizione per chi era già liquido. In questo caso sono molto Austrodosso…

  7. 7

    Silvano Says

    @Ivan: bello il link di Rizzo

    @Leo:
    Io non identificherei la quantità di moneta con l’offerta di moneta. Ultimamente poi sono più vicino alla posizione “nominalista” di Wicksell dell’economia di puro credito. Comunque mi sei più ortodosso di Rothbard:

    “[Mises] showed that this movement is scarcely proportional; an increase in the supply of money will tend to lower its value, but how much it does, or even if it does at all, depends on what happens to the marginal utility of money and hence the demand of the public to keep its money in cash balances.”

    Io considerei altri 2 fattori da valutare caso per caso:
    - dove si localizza l’incremento dell’offerta;
    - l’entità di un’eventuale correlazione tra domanda di moneta e offerta di beni (ovvero se nella fattispecie preferenze, propensione al rischio, etc. sono tali per cui D è correlato con -V e -Q ovvero se i due lati dell’identita non sono indipendenti ma a correlazione inversa).

    Sto leggendo a tratti: “German Monetary Theory 1905-1933″ di Ellis. Passa in rassegna un po’ tutti dibattiti della prima parte del XX secolo sulla natura della moneta, i cicli, etc. E’ da digerire lentamente ma offre molti spunti. Si lo so dovrei produrci qualcosa…

  8. 8

    Leonardo IHC Says

    @Silvano
    tu sai come la penso, battute a parte. Più che altro deve essere distinta la parte di moneta che nasce esternamente (stampata dalla BC) da quella che nasce endogenamente e che in fondo sono solo varie forme di credito (e di V); il mio discorso valeva solo per la prima, perché nel caso di variazioni endogene, di variazioni della domanda di moneta-credito, è il sistema stesso che si adatta contraendo o espandendo quella parte di offerta di moneta. Credo che in realtà Mises intendesse questo quando diceva “not offset by a corresponding increase in the need for money”, perché altrimenti andrebbe data ragione da Duisenberg a Draghi che incrementavano la stampa di euro con la scusa che ce ne era una maggiore domanda - con questa scusa si inflaziona (gonfia) il mondo e basta.

    La citazione di Rothbard riguarda l’effetto dell’espanzione dicendo in pratica “si sa più o meno la direzione ma non l’entità dell’effetto sui prezzi, anzi forse nemmeno quella”, ma è discorso più a valle rispetto all’idea di “adattare” la moneta (stampata) in giro a seconda se la gente la vuole o meno. Adattare l’offerta alla domanda è la tecnica per tenere un tasso di cambio stabile (in questo caso è il tasso di cambio di moneta contro beni), e mi sa un po’ pochino di “liberalismo” e “mercato”…

  9. 9

    Folletto Says

  10. 10

    Leonardo Says

    Ecco Sylvan, Folletto ha segnalato il pezzo di cui ti ho parlato ieri…

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