Clicca qui per Opzioni Avanzate


L’Ombrina Noooo…

February 14th, 2013 by Leonardo

-

di Silvano IHC

 

Il neologismo “Austro-cazzari” chiude il pezzo scritto e pubblicato da Leonardo su IHC il 4 febbraio. Purtroppo mi è tornato alla mente il giorno successivo dopo aver letto questo pezzo su Usemlab. Dico purtroppo perché parlo del sito che mi ha indotto a leggere Mises e Hayek circa dieci anni fa. Anzi diciamo pure che fino ad allora avevo sentito citare i nostri eroi circa zero volte per tutto il periodo universitario e per questo, Fra’, ti ringrazio [Leonardo si unisce al ringraziamento].

 

Ma per un pezzo dove si argomenta l’andamento dell’inflazione partendo dal prezzo del borotalco Johnson & Johnson in Thailandia arrivando all’incremento dell’ombrina al mercato del pesce di Massa Carrara passando attraverso una non meglio verificata riduzione della gradazione alcoolica nella birra inglese e nella grappa italiana, francamente no.  No perché chi vuole educare la casalinga di Voghera (non io) dovrebbe invitare al fact checking piuttosto che al complottismo.

Ok. Le statistiche ufficiali sono quello che sono e quando gli entitlement o porzioni del debito estero (vedi alla voce Argentina) sono collegate al CPI diamo pure per buono che le autorità preferiscano limature al ribasso. Ma sono proprio necessarie queste “paccate” di qualunquismo? Educano la gente o squalificano gli austriaci?

 

Sul sito di Jim Sinclair proprio ieri viene riportato questo caso interessante: due confezioni di borotalco Johnson’s baby, 9 mesi fa il prezzo era di 99 bath (qualcuno che scrive dalla Thailandia evidentemente), oggi… sempre 99 bath. Il fessacchiotto leggendo una cosa simile si dimenerebbe subito per il web a strillare che non c’è alcuna inflazione e che le banche centrali dovrebbero impegnarsi ancora di più per risolvere il problema della crisi (perché come è noto oramai a tutti i keynesiani monetaristi le crisi economiche si risolvono stampando denaro). Tuttavia a guardare i dettagli c’è qualcosa di diverso tra quelle confezioni di borotalco: quella di nove mesi fa era di 500 grammi, quella di oggi di 450. Tradotto: +11% in nove mesi.

 

Embè? Premesso che è da fessacchiotti fare una statistica con un campione pari a uno, stando al quel sito di comunisti che è il data base della World Bank (vedi qui) il CPI in Tailandia dal 2008 al 2011 è aumentato rispettivamente del  5,4%, -0,9%,  3,3%, e 3,8%. Anche nel 2012 è aumentato del 3,02% (fonte: Bank of Thailand). Comunque visto che il reddito nazionale lordo pro capite nel periodo in questione è salito dell’8,29% ed i salari nominali medi in bath del 24,59% ci sono buoni motivi per ritenere che il potenziale inflativo dei QE di Bernanke non si sia ancora scaricato sul livello igienico dei bordelli di Bangkok. Perché quello che fotte la gente, inflazione o deflazione che sia, è il reddito reale disponibile.

Ma torniamo al “mistero” del packaging ridotto. Io non so chi sia il perdigiorno che ha scritto a Jim Sinclair, ma a me è bastato andare sul sito www.alibaba.com, digitare johnsons baby powder e scoprire che ancora non siamo arrivati ai prodotti a taglia unica del socialismo reale. Ci stanno infatti confezioni da 50, 100, 200, 300, 450, 500 grammi. Magari il packaging di quella da 450 grammi è lo stesso che adoperano negli Usa per le confezioni da 15 once (che sono poi 425 grammi)? Magari il lettore di Jim Sinclair “ha preso ‘na sòla”? Succede nel magico mondo del commercio: un po’ come quando per i saldi ti rialzano i prezzi e poi ci scrivono -50% e ci sono quelli che si sentono furbi a comprare i fondi di magazzino. Perché dobbiamo scomodare il complotto globale dei banchieri per ogni pirla che sfoga le sue lamentele sul web? È questo il lascito dell’economia austriaca?

E veniamo alla birra:

 

In Inghilterra dove il classico mate si devasta solitamente ogni sera del weekend nel suo pub preferito bevendo tra le 8 e le 15 pinte di birra, è il contenuto alcolico a scendere, solitamente ribassato dello 0.2%. Secondo l’Heineken, le ricerche condotte assicurano che la riduzione del contenuto alcolico non compromette il gusto e la qualità. Sarà, ma come dice qualcuno il nuovo gusto ha perlomeno il sapore della povertà. Come d’altronde quello di certi aperitivi italiani: fu un barista a farmi notare tempo fa come la gradazione alcolica di un noto liquore nostrano fosse stata abbassata di qualche grado. Constatai personalmente al mercato il giorno dopo. Stranamente non trovo conferme sul web.

 

Qua siamo un po’ al livello di “me l’ha detto mio cuggino che siccome stampano moneta annacquano la grappa”. Fra’, siccome sei intelligente non ti viene il dubbio che le ultime 2 o 3 finanziarie e manovre “salva-Itaglia” con tanto di aumento dell’IVA e accise sugli alcolici abbiano qualcosa a che fare con il pricing delle bevande (sì l’importo dell’imposta varia anche in base alla gradazione nel magico mondo degli Eurocrati)? Ovviamente non siamo solo noi italioti a usare gli alcolici per fare cassa, succede anche nella perfida Albione e ovviamente anche là le industrie del settore rispondono e si adattano come meglio credono o possono. Sono d’accordo sul fatto che stiamo e staremo peggio, ma cercare il crack up boom in fondo alla bottiglia non so quanto ci aiuti a salvare le chiappe.

Sull’ombrina infine glisso. Io sono urbano, al mercato compro il branzino, l’orata e il polpo: quelli ancora si trovano. Comunque visto che siamo in tema di discorsi da bar: perché non facciamo il Cacciucco (Price) Index, almeno il paniere è un po’ più vasto? Magari scopriamo che stanno a fare la cresta sul prezzo dello scorfano.

 

Ma l’inflazione c’è e l’abbattimento dello standard di vita è sotto gli occhi di tutti. Anche se spesso non si vede.

 

Non si vede? NON SI VEDE?! La disoccupazione è a due cifre, le fabbriche schiattano, il PIL è in calo, appena ti giri lo Stato ti ciula i soldi dalle tasche, e l’abbattimento degli standard di vita sarebbe un fatto subdolo da ricercare nella gradazione di qualche bevanda alcolica? Ma dove cippa vivono quelli leggono, commentano e se la bevono? In Italia, perché come Crozza-Silvio ci ha insegnato, gli italioti si bevono tutto. Peccato, la citazione finale di Gary North è veramente bella e avrebbe meritato un po’ di più che un’ombrina rincarata.

 

Ma perché scrivo tutto questo? Perché a forza di banalizzare, il messaggio austriaco in Italia verrà percepito come un’eterodossia di terza scelta accanto agli MMTers di Paolo Barnard, ai Signoraggisti, a quelli del Nuovo Ordine Mondiale e ilarità simili. Ma a quel punto sarà inutile dare la colpa “al sistema”.

 


13 Responses to “L’Ombrina Noooo…”

  1. 1

    Claudio Says

    Pezzo notevole, a partire dal titolo spettacolare! Nel mio piccolo comunque mi unisco ai ringraziamenti a Usemlab perchè ha “salvato” anche me. Quando, circa tre anni fa, in assenza di qualunque nozione economica (a differenza di Leonardo e Silvano) cercavo di orientarmi sul casino greco e poi europeo, per qualche tempo non fui molto lontano da finire tra le braccia barnardiane e simili. Poi capitai lì e mi si aprì un mondo che diverso tempo dopo mi portò anche da queste parti.
    Col tempo però mi sono anche reso conto che certi approcci semplicistici sono di impatto per chi viene “da fuori” però alla lunga rischiano di farti piombare da una visione dogmatica del mondo a un’altra che è sì opposta nei contenuti (dalla democrazia all’anarcocapitalismo, dalla lotta al contante alle monete d’oro ce ne passa) ma non così dissimile nella forma. Silvano fa bene a andarci pesante e a ricordare che la curiosità intellettuale, e l’economia, austriaca e non, sono altra cosa che il prezzo delle ombrine.

    In ogni caso, io credo sia meglio venire in contatto con l’austrismo, anche alla marinara, che restare all’oscuro. Poi, la piega che prende la ricerca personale di ognuno credo sia più legata a aspetti caratteriali che al quoziente intellettivo. C’è chi una volta scoperta la massa di menzogne che circola si lascia prendere dall’incazzatura e c’è chi preferisce indagare sulle singole menzogne, consapevole che queste possono in realtà arrivare da tutte le parti. Io preferisco di gran lunga il secondo atteggiamento, ma riconosco che il primo esiste ed è di gran lunga più diffuso e, temo, anche più naturale. Come per molte altre cose si possono e si devono far notare gli errori ma inutile illudersi che prevalga la ragionevolezza sempre e comunque.

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    @Claudio
    OK tutto ciò che hai detto, però se porti la bandiera di una scuola austriaca solo per raccogliere attorno a te un consenso di protesta non fai niente di diversto da Barnard.
    Si è liberi di fare da catalizzatore di una massa “ignorante” che urla “vogliamo le monete d’oro”… però non lo definirei diffusione di cultura e tanto meno di cultura austriaca. Banalizza quanto vuoi, ma una scuola di pensiero non è fatta di banalità, solo il qualunquismo lo è.

  3. 3

    Leonardo Says

    La metto giù più dura: banalizzare e restare banali (qui è il problema) creando un gruppo di opinione (banale) non ha niente a che vedere con l’economia, è solo politica. E allora lo si chiami politica e non ci si finga educatori di economia.

  4. 4

    Claudio Says

    Ma infatti per dire, il parallelo coi marxisti fatto a volte non è mica tirato di fuori. Quanti nella galassia di marxisti dell’ultimo secolo e mezzo avranno letto il Capitale? Pochi, credo di poter dire. Però l’economia di Marx, che per un po’ di tempo passava pure per scientificamente esatta, era il tool che serviva alla teoria politica per farsi bella. E la teoria politica alla fine è una preferenza personale, un moto dell’anima se vuoi. Non ce ne è una giusta, c’è solo una scelta dei fini che si vuole perseguire (questo è consequenzialismo all’estremo, ma tant’è). Quindi allo stesso modo, i vari rothbardiani, se non Rothbard stesso, secondo me hanno sfruttato una scuola economica indiscutibilmente affine alla libertà, ci hanno buttato sopra uno strato di giusnaturalismo che NON c’entra un cazzo, per dare una base a certe tendenze politiche libertarie, in origine tipicamente americane (pensa a David Thoreau, Lysander Spooner, Benjamin Tucker). Poi la cosa è rientrata in Europa, dando luogo a varie commistioni, buone e meno buone.
    In tutto questo, per onor del vero, va specificato che tra la scuola austriaca e Marx c’è la sua differenza quanto a solidità, quindi i danni della prima, per quanto deviata, penso e spero siano sempre meno grossi del secondo. Almeno quantitativamente non c’è dubbio.

    Resta il fatto che se il tuo fine ultimo è la libertà ti attacchi a tutto, anche all’ombrina, per dimostrare che il tuo fine è irrinunciabile. Se il tuo fine è tentare di capire qualcosa di come funziona la realtà devi capire (anche) l’economia e vederla usata in modi discutibili fa girare le scatole non poco. Ma le idee non sono privatizzabili, ognuno ci fa quel che vuole. Poi però non ci si lamenti se vincono i Beppe Grillo.

  5. 5

    walter Says

    Bravo l’autore, anche a me quel pezzo di Carbone non è piaciuto e gli esempi erano davvero alla buona e poco significativi.

    Ora, banalizzare per diffondere? Si, ma non in questo modo. Il metodo di Carbone in quell’articolo è stato prendere esempi vicini, dimenticandosi di inquadrarli nel contesto appropriato (e, come fa un bravo economista, di vedere anche ciò che non si vede) come il caso della riduzione delle confezioni in un paese in cui i salari comunque crescono.

    Detto ciò, si devono però raccontare meglio i grandi problemi del nostro tempo, monetari in primo luogo. Vorrei vedere su ihc per questo articoli più brevi, meno tecnici, più diretti, ma non è facile.

    Semplificare, non banalizzare, per diffondere, perchè anche io dell’austrismo non ho sentito parlare fino a 3 anni fa e oggi “lo mastico” solo grazie a questi blog.

  6. 6

    Leonardo IHC Says

    Come vuoi, ma io non credo alla politica degli utili idioti. E ripeto: è politica, non economia. Almeno si sia onesti su questo.

  7. 7

    Leonardo, IHC Says

    "si devono però raccontare meglio i grandi problemi del nostro tempo, monetari in primo luogo. Vorrei vedere su ihc per questo articoli più brevi, meno tecnici, più diretti, ma non è facile"

    Non, non è per niente facile. Riflettendo sulla tua puntualizzazione credo di aver capito una cosa, o meglio di aver realizzato qualcosa che in modo inconsapevole già sapevo ed applicavo (giusto qui http://ideashaveconsequences.org/un-esercizio-di-finanza-strutturata/leo una versione imperfetta): la gradualità. L’economia ha delle basi semplici se non altro perché radicate nel nostro agire, e di solito è su queste basi semplici che si cerca di scrivere manuali o articoli "per l’uomo della strada". Il problema è quando si passa dall’economia del singolo all’economia dei sistemi (economia nazionale o mondiale o settoriale, cicli economici, sviluppo…) perché si va in un ambito non complicato bensì complesso, cioè fatto di tante cose insieme che però devono venir ben incastrate.

    Quel che dovrebbe fare chi vuol diffondere economia (e ripeto che IHC è nato a fini di "consumo proprio" benché cerchiamo di farci capire anche dagli altri – e più capiscono, meglio è) è far capire che non esisterà mai un articolo di 70 righe in grado di dirti in modo esaustivo tutto quel che devi sapere sulla crisi, salvo ricorrere a concetti riassuntivi di tutta un’altra serie piramidale di articoli… e allora per capire quella sintesi devi prima aver capito i passaggi precendenti e via così scalando… con gradualità si comprendono fenomeni sempre più complessi. A volte i pezzi di IHC si allungano proprio per provare a ridurre la necessità di essersi letti altre cose in precedenza (altre solo per prolissità).

    Purtroppo non esiste una APP che istantaneamente illumini di economia il prossimo. Esistono le "sparate" che ti catturano l’attenzione (fu vedendo un titolo simile a "l’economia e il tempo" sul Mises.org che incrociai l’economia austriaca), si possono fornire un mucchio di spunti di riflessione e di nozioni, ma poi se si vuol capire qualcosa si deve passare da uno studio individuale e consapevolmente graduale. Con questo ritorno al mio pezzo precedente, dicendo che sì chi vuol diffondere o suggerire deve imparare ad esprimersi, ma senza qualcuno dall’altra parte disposto a "sudare" per capire non si fa niente comunque. Va posto uno standard significativo, e non subire quello più basso della massa.

    Tornando a Carbone, prima di levarmi dai piedi dall’associazione ho proposto più volte una "rete usemlab" di siti con stili diversi, in cui il suo sarebbe stato in grado di "acchiappare" chi cercava una meta ed altri (pensavo a IHC e Ashoka’s corner ad esempio) che fornissero spunti successivi di approfondimento. Tutto fallito perché "io facevo il professorino". Il risultato è che lui parla di ombrine, IHC a volte lambisce l’accademico, e c’è chi comunque legge entrambi pensandoli magari come parti avverse, e queste persone sono sia "tecnici" che sciampisti per cani (come un mio caro amico)… insomma, sono vari quelli che leggono IHC, quindi potremmo evitare di banalizzare l’economia. E se la gente non vuol "sudare"… sentite, io personalmente non voglio uno Stato paternalista, figuriamoci se voglio mettermi a far io il paternalista con chi non capisce nonostante il sito (e la mail) sia aperta a qualsiasi richiesta di chiarimento

    [chiudo questo commento ignobilmente lungo]

  8. 8

    carlo massa Says

    “In ogni caso, io credo sia meglio venire in contatto con l’austrismo, anche alla marinara, che restare all’oscuro. Poi, la piega che prende la ricerca personale di ognuno credo sia più legata a aspetti caratteriali che al quoziente intellettivo”. Sottoscrivo in pieno il pensiero di Claudio. Disperso in un oceano decisamente nebbioso (dopo studi universitari monoliticamente keynesiani e contemporanee letture personali friedmaniane), la luce del faro che mi ha permesso di approdare alla sponda austriaca del mare dell’economia è stata, nella metà degli anni ’80, quella di Sergio Ricossa, particolarmente dei suoi “Dizionario dell’economia” e “Teoria unificata del valore economico”. Solo successivamente ho letto qualcosa di e su Mises, Hayek & C. . Ancora dopo sono arrivati Internet e il ruspante, vitale banalizzatore Carbone di Usemlab. Capisco, quindi, il fastidio di Leonardo e Leonardo IHC nel leggere alcuni (molti) pezzi di Carbone, ma la preoccupazione che “a forza di banalizzare, il messaggio austriaco in Italia verrà percepito come un’eterodossia di terza scelta accanto agli MMTers di Paolo Barnard, ai Signoraggisti, a quelli del Nuovo Ordine Mondiale” mi pare eccessiva o, meglio, inutile: ho infatti sempre più l’impressione, leggendo i commenti di economisti seri ma non austriaci, che l’austrismo “nobile e serio” rimarrà per loro sempre un’eterodossia, se non di terza, quanto meno di seconda scelta, e dunque comunque indegno di qualunque attenzione.

  9. 9

    Claudio Says

    “ho infatti sempre più l’impressione, leggendo i commenti di economisti seri ma non austriaci, che l’austrismo “nobile e serio” rimarrà per loro sempre un’eterodossia, se non di terza, quanto meno di seconda scelta, e dunque comunque indegno di qualunque attenzione”

    E’ anche vero che in ambito accademico chi vuole ignorare o peggio ridicolizzare gli austriaci ha gioco facile se può associarli solo ai gold-bug o all’anarcocapitalismo. Ed è un peccato perchè se la parte migliore degli economisti mainstream (tipo NFA) prendesse più sul serio la parte migliore della scuola austriaca e di Hayek sarebbe una gran cosa (anche per i collegamenti tra economia e altre discipline). Nei rari casi, in cui ci si prova vengon fuori dei piccoli capolavori. Certo, la casalinga di Voghera, e non solo lei, scappa via urlando. Io ho cominciato a capirci qualcosa dopo due anni che bazzicavo certi temi…

    Ma tornando di nuovo sulla banalizzazione, alla fine non è che si posson muovere le persone a piacimento (qui lo dovremmo sapere bene), ognuno fa il suo come gli viene e sta anche a chi legge, come dice Leonardo, trovare dove e come proseguire e approfondire, se lo vuole. Per dire, a quanto pare non sono l’unico che è partito trovando Usemlab, quindi che non serve a niente non lo potrò mai pensare. Qualcuno da lì finisce a parlare di NWO? Mi pare si dica quem deus vult perdere, dementat prius. Insomma, Leonardo e Silvano fanno bene a criticare (quando ce vò ce vò), ma anche a non prendersela e a tirare dritto se dall’altra parte non li ascoltano.

  10. 10

    prometeo Says

    Cari Leonardo e Silvano,

    per tanti motivi, privati e professionali, per diversi mesi mi sono eclissato, chiudendo il mio blog, e “dimenticando” il mio interesse socio-economico per l’economia, l’austrismo, e molto altro.

    Un’apnea che spero porti a qualcosa di nuovo e un approccio diverso a tante questioni, che potrebbe ever senso condividere con un nuovo sito.

    Solo recentemente ho deciso di rimettere il naso in certe questioni e ho ripreso a leggere qua e là, trovando tra le altre cose, questa diatriba in corso.

    Questa sorta di lite a distanza mi ha fatto venire in mente alcune chiacchierate intercorse con un carissimo amico – purtroppo recentemente scomparso – di formazione matematica pura (dottorato alla Normale) e successiva notevole carriera nel risk management in grosse invetment bank.

    Lui aveva il pregio di aver capito che la ricerca matematica pura non ha la capacità di descrivere correttamente i fenomeni non perché fosse errata, o perché non fosse sufficientemente raffinata, ma perché la descrizione pura del fenomeno, non incorpora la comprensione del fenomeno.

    L’errore è assai comune tra i fisici/matematici ed uno dei più famosi errori del genere è stato quello di di Steven Wolfram in “A new type of math”, dove confondeva completamente la descrizione con la comprensione… ossia… la predizione.

    Il mio minimo contributo alle discussioni con lui era il suggerire non bastava che i matematici studiassero l’economia, perché si sarebbero resi conto che per capire l’economia occorre studiare la storia la sociologia, la psicologia e quant’altro.

    Ignorantemente sostenevo che indipendentemente dallo strumento e dalla sua raffinatezza, se non si sa guidare una Ferrari, bisognerebbe astenersi dal metterla in mano a dei cocainomani…

    In modo un po’ semplicistico di concludere soprattutto di fronte ad un raffinato matematico e risk manager, ma terreno su cui ci trovavamo daccoro.

    Ora questa diatriba, mi sembra, approcci lo stesso problema da due punti di vista complementari, o consecutivi. Se vogliamo…

    Francesco si ferma a far aprire gli occhi (anche i miei insieme Pax Tibi e Baggiani) e pubblica dei libri che possono far fare un passo avanti. Chi fa il passo avanti, può apprezzare Baggiani e Fait e farsi delle “sege mentali” di ben altro calibro, oppure – cosa che io non ho fatto – aumentare ancora il calibro dell’ariglieria e farsi delle seghe alla Zingales & Co.

    L’antagonismo lo vedo del tutto fuori luogo, sia da un lato che dall’altro. Ognuno ha una certa autonomia.

    Se fossi un podista e Pietro Mennea m’avesse fatto scoprire le gioie del podismo, mi incazzerei se mi superasse in fondo ad una maratona dicendomi sei “podo-cazzaro” no ti regge il fiato…

  11. 11

    prometeo Says

    Forse avrei dovuto citare Bolt piuttosto che Mennea… è l’età!

  12. 12

    Leonardo, IHC Says

    @prometeo

    Bello rivederti. Ti attendo on line.
    Io son abbastanza d’accordo con te sulla “consecutività”. Se hai letto bene quanto sopra, era esattamente la mia idea; se conosci la controparte, sai come sono andate le cose (e se conosci qualcun altro dovresti pure sapere come andavano le cose in Spagna).
    Detto questo, se io non sono esente da critiche, non vedo perché non lo sia lui; nella fattispecie stavamo trattando del trade off tra comunicabilità e profondità del contenuto, quindi il discorso coinvolge lui sì ma non è da stringere a lui che in fondo nel mondo non è una sega.
    E partendo da “sega” e richiamando il tuo esempio podistico, guardando la qualità delle sue proposte intellettuali (dico i contributi originali, non le mere traduzioni dall’inglese, che sono sì un merito suo ma non gli attribuiscono certo la paternità dell’analisi!), abbi pazienza, ma lui non è Mennea.

  13. 13

    Leonardo, IHC Says

    @Carlo massa
    “ho infatti sempre più l’impressione, leggendo i commenti di economisti seri ma non austriaci, che l’austrismo “nobile e serio” rimarrà per loro sempre un’eterodossia, se non di terza, quanto meno di seconda scelta, e dunque comunque indegno di qualunque attenzione.”
    Io non ho questa impressione. Certo, se ti aspetti che un neokeynesiano dica “sì certo ha ragione DeSoto (quindi io sbaglio)”, non puoi che restare deluso. Che che ne dica Carbone, il monetarismo (quello di Friedman e quello di chi oggi si definisce monetarista… e bisognerebbe fare vari distingui su chi è qualcosa e chi si dichiara da solo esserlo) e il keynesianismo non sono un unico blocco e non si spalleggiano per nulla in un presunto snobbismo all’austrismo. Phelps, cattivissimo monetarista, ha preso il nobel e ha ringraziato gli austriaci (chiaramente non Shostak)…
    L’austrismo “da strada” ha costruito il mito del reietto perché evidentemente fa fico, e si lamenta di non venir riconosciuto come depositario della verità da chi, date le proprie idee, pensa di aver avuto lui la verità… Insomma, roba da grillini schierati contro la forza di gravità. Chi è “dall’altra parte” non ti darà mai ragione,
    come tu non la darai mai a lui, smettiamo di prenderci in giro. Però puoi porti come interlocutore credibile e aperto… se continui però a parlare di dobloni d’oro, di anarchia (ma chi l’ha detto che l’austrismo porta all’anarchia? non è patrimonio escusivo dei libertari più spinti, smettiamola!), di banche chiuse e divieto del debito (e ci sono che lo dicono!) per strizzare l’occhio alla massaia casa-chiesa-nerchia-bar, abbi pazienza, ma come fai a essere credibile? Alla fine ti auto-ghettizzi per poterti lamentare di esser ghettizzato… ecco, io non voglio questo alibi.

Aggiungi un tuo Commento