L’Altra Faccia del Trade Balance
October 19th, 2007 by Leonardo
In un precedente articolo l’ho messa troppo semplice, dicendo che un saldo positivo della bilancia commerciale è segnale di miglior imprenditorialità nel settore export, dando l’impressione che il mio personale “outlook” sull’Italia sia positivo; il dato è sempre da verificare rispetto ad esempio all’andamento di import e export, del PIL, dei prezzi, e dei tassi di cambio, in quanto è il contesto che consente di interpretare la posizione con l’estero come sintomo positivo o negativo della congiuntura.
Il fatto che si abbia un saldo positivo della bilancia dei pagamenti, essenzialmente per incremento dell’export, pure a prezzi crescenti derivanti dall’euro forte, è indice di migliore imprenditorialità; il fatto che l’import languisca con prezzi esterni per la stessa ragione decrescenti mi rende però un’impressione negativa della congiuntura, a dispetto di quanti parlano di ripresa o di superamento dell’impasse “subprime”. Il punto è che l’aspetto settoriale e quello congiunturale non sono mutuamente escludibili.
In termini di contabilità nazionale, la produzione (Y) è diretta a beni di consumo (C) investimento (I) spesa pubblica (G) e export, cioè Y=C+I+G+X; la produzione è anche il reddito a livello nazionale, che è destinato a consumo, risparmio (S) tasse (T) ed importazioni (M), cioè Y=C+S+T+M; dalle due identità si ottiene (X-M)=(S-I)+(T-G) dove (X-M) è il saldo commerciale o Trade Balance (TB), (S-I) è il risparmio netto privato e (T-G) è il risparmio netto pubblico. Considerando la variazione assoluta di queste grandezze e rapportando il tutto al reddito, si ha:
ΔTB/Y=(ΔS/Y-ΔI/Y)+( ΔT/Y-ΔG/Y)
che artisticamente traduco come “la variazione della posizione creditoria nazionale verso l’estero dipende dai maggior thrift (S/Y) e coercion (T/Y) e dai minori entrepreneurship (I/Y) e interventism (G/Y)”.
Incidentalmente faccio una osservazione in un’ottica molto socialista/marxista: avendo i ceti più elevati un thrift maggiore, il positivo TB può ben essere “spia” di una maggior sperequazione reddituale a danno dei ceti più bassi, per cui diviene necessario ridistribuire ricchezza. A parte la fallacia della politica proposta, come ampiamente spiegato su questo sito, essendo la presenza dello Stato in continua crescita mi pare lecito a questo punto porsi la questione se lo Stato riesca efficacemente nella sua funzione redistributiva: direi che ci sono elementi per sostenere che lo Stato è fonte di sperequazione (se pure Santoro, durante Anno Zero del 18/10/07, s’è messo a denunciare come parte della “spesa sociale” non arrivi a destinazione, la situazione deve essere proprio sfacciata).
Tornando ad un’ottica a me più consona, considero i fattori che incidono sulle quattro determinanti del TB sopra identificate. Il thrift aumenta in caso di aspettative di maggiori tasse o di riduzione di contributi statali, in caso di attese di recessione, in caso di rientro da periodi di spese eccessive, o con tassi di interesse in crescita. La coercion aumenta per effetto della progressività delle imposte in fase di forte crescita del PIL nominale, e per aumento delle aliquote (cioè genuina crescita della pressione fiscale). L’entrepreneurship si riduce in caso di aspettative di recessione, in fasi di messa a reddito di maggiori investimenti, in fasi di delocalizzazione , in caso di tassi di interesse in aumento. L’interventismsi riduce per il risparmio di spesa pubblica e per la riduzione delel spese in conto interessi.
Considero ora ogni singolo fattore:
- I tassi di interesse sono rimasti bassi fino a tempi recenti, il che mi fa propendere a considerare l’effetto del rialzo dei tassi come non ancora dispiegato su entrepreneurism e interventism, mentre è più facile che già abbia influenzato il thrift facendolo crescere.
- Se è vero che gli investimenti negli ultimi anni hanno avuto una componente decisamente rilevante di immobili (la cosa fu fortemente sottolinea nell’ultima Relazione Annuale di A.Fazio) la “messa a reddito” assume al forma di una “attesa speculativa” nell’immobiliare, che in prospettiva di fine-bolla si traduce in capitale perso e blocco degli investimenti, con conseguente riduzione dell’entrepreneurism.
- In caso di aspettative di riduzione del credito, o di una sua maggiore onerosità, si può pensare ad una contrazione autonoma del consumo (da diverse parti viene confermata questa tendenza) che va a sostenere il thrift.
- Con un tasso di crescita reale regolarmente “stentato” e una stabilità dell’inflazione (ufficiale) su bassi livelli, l’effetto della progressività impositiva deve risultare inferiore rispetto al passato, rendendo trascurabile l’effetto sulla coercion.
- Il fenomeno della delocalizzazione mi pare realtà, e quindi è plausibile un qualche grado di minor entrepreneurship.
- Il grado complessivo di interventism non pare essersi ridotto, anzi proprio negli ultimi anni dovrebbe aver avuto un sensibile ritorno alla crescita.
- Anche la pressione fiscale pare aver avuto un incremento complessivo negli ultimi anni (ma pure mesi) quindi con effetto incrementativo sulla coercion.
L’effetto netto sul risparmio netto pubblico può esser controverso, e comunque, guardando alla dinamica del debito pubblico tanto per avere un riferimento, potrebbe aver avuto una dinamica contenuta. Da questo discende che il risultato del TB deve derivare soprattutto dalla dinamica del risparmio netto privato. Gli elementi rilevati indirizzano coerentemente verso maggior thrift e minor entrepreneurism; ipotizzare una generale percezione o aspettativa di recessione semplicemente rafforza queste ultime tendenze e conduce coerentemente alla formazione di un TB positivo.
Inoltre, se quanto dedotto è corretto, da Y=C+S+M+T, essendo le variazioni di S T e M positive, necessariamente risulterà una riduzione di C, e quindi si ritrova ciò che da più parti viene rilevato (cioè, anche se escludo dalle ipotesi “di modello” che il consumo sia diminuito, il “modello” mi porta a concludere che il consumo “deve” diminuire, appunto quel che sta accadendo). In più sottolineo che da Y=C+I+G+X si rileva che la struttura produttiva si sta spostando verso beni di esportazione e spesa pubblica in luogo delle altri componenti “interne” (consumo e investimento), cioè si sta avendo statalizzazione e deindustrializzazione (provate a smentire che non sta accadendo, anche se il Governo parla di contenimento della spesa pubblica e esaltazione del made in Italy). Complessivamente cioè si sta realizzando una diversa allocazione settoriale del capitale domestico e internazionale in risposta ad una situazione “domestica”, e non come effetto della globalizzazione proveniente dall’esterno.
In pratica lo Stato non ha alcun “merito” nella realizzazione del positivo TB, ma ha casomai una “colpa” che riguarda il pregresso di spese insostenibili, la costruzione dell’illusione del Bengodi, il cui venir meno costringe i privati a correggere il consumo incrementando il risparmio.
Da ciò segue, in questa prima vera fase di downturn, il dirottamento della produzione verso settori più redditizi (G, essendo lo Stato un acquirente maniaco-compulsivo, e X a scapito di C e I). La miglior imprenditorialità che è seguita alla riallocazione del capitale (chiaramente solo di parte del capitale, perché l’altra parte è persa nel malinvestment) ha consentito di “tamponare” il reddito nazionale attraverso l’export, ma a monte vi è una disponibilità di risorse da investire nell’export ed un mancato “assorbimento domestico” provenienti da uno stimolo al risparmio originato da uno stato economico recessivo, il che quindi non ha nulla di positivo.
Da questo punto di vista la globalizzazione si presenta come conseguenza di eventi domestici, come reazione al malgoverno nazionale, invece che come forza esogena autonoma e invadente, ed i dati “positivi” sulla bilancia commerciale assumono forse l’aspetto di un canto del cigno per l’Italia.




libertyfirst Says
‘mmazza quante cose s’emparano da du’ identità contabbili.
Credo che l’analisi sia innopugnabile, ho solo anch’io dubbi sul segno di d(T-G), visto che sono aumentati entrambi*. Sugli altri c’è poco da dire, sono sicuramente i due fattori dominanti.
Non avevo pensato che malinvestment potesse significare Iefficace
Oct 19th, 2007 at 6:52 pm
L.Baggiani Says
inefficace?
nella parte in cui dico malinvestment sottintendo tutto il tuo lavoro sul capitale submarginale (una parte è convertibile, ma in generale il capitale è disomogeneo e quindi, all’inizio del downturn, perso).
Oct 22nd, 2007 at 7:56 am
Libertyfirst Says
No no… Ieff: investimento efficace (che è minore dell’investimento contabile I)… è la parte dell’investimento che serve effettivamente alla struttura del capitale… il malinvestment riduce Ieff rispetto a I…
Oct 23rd, 2007 at 11:14 am
L.Baggiani Says
ah ok
resta valido quanto sopra: considero il totale degli investimenti, per cui alcuni possono essere riconvertiti ed alcuni sono condannati al malinvestment. Della Iefficacia non mi sono mai posto il problema, tanto quando si lavora con l’accetta non serve misurare con un micrometro.
Oct 23rd, 2007 at 1:45 pm