L’Ingiustizia Sociale nella Retorica dell’1% (parte I)
April 20th, 2011 by Leonardo
Quando Stiglitz espone la sua visione del capitalismo americano sulla rivista glamour Vanity Fair, argomentando come Bertinotti e facendo sembrare Krugman un moderato interventista liberale, significa che non siamo messi bene. Stiglitz non è semplicemente un accademico di successo che ha coronato la propria carriera con un premio Nobel. Capo dei consiglieri economici dal 1995 al 1997 durante la presidenza Clinton, Vice Presidente della Banca Mondiale fino al 2000, amico del finanziere George Soros, grazie alle cui fortune presiede l’INET (Institute for New Economic Thinking), Stiglitz è sicuramente annoverabile tra gli economisti, come uno dei più vicini alle élite politiche ed economiche del nostro tempo. Non è un outsider marginalizzato a causa di un pensiero eterodosso: per quanto esprima posizioni critiche sul capitalismo quand’anche sulla globalizzazione (o meglio sulla sua governance) lo fa come insider di prim’ordine. Per questo sono rimasto piuttosto stupito nel leggere il contenuto dell’articolo: denso di retorica e male argomentato, assomiglia ad un pezzo scritto per la pancia, la pancia degli interventisti.
È una sensazione epidermica che sto avendo da un po’ di tempo: credo che potremo assistere a quella che chiamerei “la rivolta contro il vincolo di bilancio”. Una rivolta intellettuale che inevitabilmente finisce per coinvolgere il mercato ed il libero scambio in quanto tali, caratterizzata da una decisa sterzata verso l’interventismo rispetto anche allo tradizionali posizione keynesiane. Chi, riguardo alle attuali politiche monetarie e fiscali, non si pone nemmeno il problema di una exit strategy perché non vede nessuna necessità di uscita ma soltanto un’inevitabile incremento della pianificazione e della regolamentazione, vuole semplicemente procedere a grandi passi verso il socialismo, verso il mito della “commanded economy”. Per il momento possiamo rimandare l’impegno di perdere tempo con le fallacie della MMT (“Modern Monetary Theory”) che aleggia nella blogsfera sostenuta da redivivi “Lerneriani”, cultori della finanza funzionale. Ma non possiamo ignorare Stiglitz e le sue invettive: la difesa del libero mercato passa e passerà sempre anche attraverso la rivendicazione di posizioni politicamente scorrette e minoritarie e sicuramente il tema dell’ineguaglianza sociale è uno di questi.
Ogni teoria che non vede lo scambio come cooperazione volontaria e che non comprende la catallattica dei processi di mercato prima o poi pone dei problemi di tipo distributivo e finisce per considerare sia la ricchezza che il reddito come torte da spartire. Ogni teoria che non comprende il fatto che produzione e distribuzione sono un unicum insolubile e non due momenti distinti, se non per mere esigenze di classificazione analitica, avanzerà sempre istanze redistributive. Stigliz non fa eccezione ed esordisce con due dati: quanta ricchezza si concentra nell’1% più ricco (quasi il 40%) della popolazione americana e quanta parte del reddito complessivo è riferibile al primo centile, ovvero all’1% più abbiente dei contribuenti americani (poco meno del 25%). I dati vengono esposti sic et simpliciter come manifestazione di iniquità auto evidente. Sicuramente agli occhi dei più il dato risulterà scioccante, e non c’è dubbio che questa sia l’intenzione, poiché è impresa ardua assumere che i lettori di Vanity Fair abbiano nozioni approfondite sulle leggi di potenza, argomento non tra i più semplici anche per chi ha una formazione universitaria, specie se priva di un forte background matematico-statistico.
A questo punto è necessario fare un passo indietro, esattamente al 1897, anno in cui Vilfredo Pareto pubblica il suo Cours d’économie politique (Corso di economia politica). Il grande economista, analizzando la distribuzione delle terre in Italia giunge alla conclusione che il 20% della popolazione possiede l’80% dei beni fondiari. Questa osservazione ha ispirato la cosiddetta legge 80/20, detta anche principio di Pareto (ex. l’80% del fatturato proviene dal 20% dei clienti, il 20% degli automobilisti causa l’80% dei sinistri, etc.). In alcuni casi si hanno anche persino rilevazioni più estreme: nella saggistica americana il 50% delle vendite è dato da soli 20 titoli sugli 8000 che vengono pubblicati ogni anno. È un fenomeno empirico che si riscontra in numerose distribuzioni di eventi tra cui anche la distribuzione ricchezza fotografata staticamente in un istante t. Sotto il profilo epistemologico non è nemmeno una legge. È passato alla storia come principio dell’80/20, ma potrebbe scriversi anche come principio del 50/01 (l’1% determina il 50%): più o meno, matematicamente è la medesima cosa, ma ha il vantaggio di farci apparire il mondo come un luogo ancor più brutto e ingiusto rispetto alla proporzione 80/20. Ed è appunto lo scopo che Stigliz intende raggiungere esponendo la questione in tal modo.
Ma vediamo adesso come si collocano gli Usa rispetto ad altri paesi occidentali in termini di concentrazione delle ricchezze. Uno studio del World Institute for Development Economics Research nel 2006 ha elaborato i seguenti dati relativi al primo decile, ovvero al 10% più ricco della popolazione in alcuni paesi industrializzati.
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Stato |
% di ricchezza detenuta dal 10% più ricco (2000) |
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Svizzera |
71,30% |
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USA |
69,80% |
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Danimarca |
65,00% |
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Francia |
61,00% |
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Svezia |
58,60% |
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Regno Unito |
56,00% |
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Canada |
53,00% |
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Norvegia |
50,50% |
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Germania |
44,40% |
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Finlandia |
42,30% |
Come si può vedere la classifica è molto meno scontata di quanto ci potremmo attendere. In particolare colpisce vedere la socialdemocratica Danimarca a ridosso degli Stati Uniti, o la Svezia posizionarsi sopra il Regno Unito ed il Canada. E sembra perfino controintuitivo trovare la Finlandia in posizione quasi diametralmente opposta alla Danimarca. Sulla base del criterio della distribuzione della ricchezza, preso senza ulteriori osservazioni, dovremmo concludere che non solo gli Stati Uniti, ma quantomeno anche la Svizzera, la Danimarca e la Francia sono paesi estremamente ingiusti, dove vivere è poco dignitoso. E se consideriamo “intollerabile” che il 10% della popolazione detenga la metà dei patrimoni, beh, dobbiamo scendere fino a includere anche la Norvegia nell’elenco dei posti odiosi, dato che, nonostante una rendita petrolifera cospicua rispetto alla popolazione (gestita da un apparato pubblico tra i più trasparenti e razionalmente amministrati) ha un livello di concentrazione nel primo decile pari al 50,50%. Praticamente tutti i modelli di organizzazione statale delle democrazie occidentali, dal depravato turbocapitalismo americano alle solidali socialdemocrazie nordiche sembrerebbero meritare né più né meno che una rivoluzione ed una “ridistribuzione primaria” dei beni.
A questo punto conviene leggersi in Noise From America, “La disuguaglianza della ricchezza in una società di uguali” dove, con tanto di file excel scaricabile, vengono condotte simulazioni su come si distribuirebbe la ricchezza in una società in cui tutti hanno il medesimo reddito per tutta la vita e l’imposta di successione è fatta pari al 100%. Anche qui, ipotizzando un modello retributivo à la Lenin (per cui il mondo socialista sarebbe una grande fabbrica dove operai e impiegati percepiscono la stessa paga), avremo una distribuzione della ricchezza molto concentrata sul primo 10% in funzione dell’età da far sembrare la società quasi una gerontocrazia. Questo spinge già ad osservare come i fattori demografici (variazioni nella vita media, negli indici di natalità e flussi migratori) abbiano un ruolo piuttosto significativo nell’interpretazione di queste statistiche e come valori apparentemente intollerabili possano tranquillamente venir fuori anche ipotizzando esiti sociali che intuitivamente sembrano molto equitativi.

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Leonardo, IHC Says
Già solo per quello che ha scritto qui, Silvano merita un applauso!
Formazione e Informazione: Stiglitz come un radical-chic, leggi di potenza, classifica di concentrazione… Grazie dottore!
Apr 26th, 2011 at 9:11 am
Eugenio Ermes Says
Scusate ma a me pare evidente che le disuguglianze, come tutte le statistiche relative, vadano integrate con considerazioni sui valori assoluti. L’esempio della società à la Lenin dice tutto. Infatti non si deve andare a vedere solo come è distribuita la ricchezza, ma anche quanto guadagna realmente chi sta nella fascia bassa.
Forse è questa la differenza tra gli Stati Uniti e ad es. la Svezia, che negli Stati Uniti chi rimane indietro rimane senza niente e finisce per strada. Allorà lì sì che è c’è lo scandalo, che nello stesso paese pieno di zii Paperoni con i fantastiliardi, c’è chi non si può neanche curare una carie. Probabilmente Stiglitz dava questo per scontato, perché lui come i suoi lettori sanno che vuol dire in America essere poveri.
Inoltre vanno anche visti i trend: se oggi rispetto a 30 anni fa la classe media ha più o meno lo stesso reddito disponibile, mentre i più ricchi sono molto più ricchi, e i più poveri sono ancora più poveri, e ora anche la stessa classe media comincia a impoverirsi, c’è qualcosa che non va anche in termini di tenuta sociale: per quanto tempo la tendenza potrà andare avanti così?
Il fatto che sia Stiglitz a dire queste cose dovrebbe far riflettere, del resto è difficile che la gente possa continuare ad apprezzare un sistema che ne peggiora le condizioni di vita.
Apr 30th, 2011 at 10:37 am
Silvano Says
In termini assoluti: il 40% delle famiglie classificate come povere negli Usa ha una abitazione, più di 2 famiglie (povere) su 3 dispongono di sistemi di climatizzazione nelle abitazioni, il 75% ha un auto e la disponibilità di elettrodomestici o apparecchi elettronici è maggiore di quella del ceto medio di 30 anni fa. Per carità sarà tutta roba di seconda o terza mano e nessuno nega i problemi del congesitionamento urbano, ma non parliamo dei poveri occidentali come degli sfigati del Burkina Faso che perdono i denti a 30 anni.
In paesi soggetti a consistenti flussi migratori è ancora più importante l’efficenza dinamica: ovvero il fatto che dopo 10 anni solitamente l’80% dei poveri ha “saltato” almeno un quintile. Bene o male l’America si è nutrita ed ha nutrito quantità industriali di masse diseredate a cui l’Europa non riusciva a fornire prospettiva alcuna. La costante affluenza di “ultimi” ha ovviamente impatti sia statistici, che culturali (anche qui in bene e in male).
Apr 30th, 2011 at 4:33 pm