La “Nuova” Vita del Franco Svizzero
September 21st, 2011 by Leonardo
La Swiss National Bank ha deciso ufficialmente di definire un tasso di cambio minimo tra euro e franco svizzero a quota 1,20. Oltre questa soglia, in caso di apprezzamento, la Banca Centrale svizzera si impegna ad intervenire sul mercato dei cambi in modo illimitato per evitare ulteriori apprezzamenti della valuta elvetica procedendo ad acquistare euro senza limiti di sorta. Il consiglio della BCE a Francoforte ha commentato in una nota di essere stato informato dalle autorità elvetiche, sottolineando come la decisione sia stata presa da queste ultime sotto la propria esclusiva responsabilità.
Nel corso degli ultimi due anni la valuta elvetica si è apprezzata di circa il 30% contro l’euro arrivando a sfiorare perfino la parità prima dei recenti interventi. Il motivo di questo rafforzamento è da ricondursi principalmente al fatto che la Svizzera, con lo svilupparsi della crisi, è divenuta un rifugio sicuro per i capitali di fronte alle difficoltà di americane ed europee. Questo significativo rafforzamento, nonostante i legittimi timori, non ha tuttavia avuto ripercussioni degne di particolare nota sull’industria elvetica Come riportato nel bollettino economico relativo al secondo trimestre l’export ha registrato incrementi a doppia cifra, la capacità di utilizzazione degli impianti è sui massimi livelli sia nel manifatturiero che nelle costruzioni, la disoccupazione è in calo al 3% e l’inflazione praticamente nulla. L’industria elvetica è particolarmente competitiva nella parte alta della catena del valore: una moneta forte riduce il costo dei fattori importati e pertanto l’impatto sull’export è (almeno in parte) calmierato. Perché dunque intraprendere una decisione così forte, in modo unilaterale e senza coordinarsi con le altre Banche Centrali, con tutti i rischi che questa comporta? E quali sono questi rischi?
Il primo è una cessione de facto della propria sovranità monetaria: l’impegno implica un’espansione della propria base monetaria tramite l’acquisto di euro o titoli tedeschi ogni volta che sul mercato sussista il rischio di un apprezzamento oltre quota 1,20. Nel 1978 è stata condotta un’operazione analoga nei confronti del marco tedesco: nel breve termine ha avuto successo, tuttavia ha contribuito a far schizzare l’inflazione oltre il 7% nei due anni successivi (il mantenimento del peg all’epoca comportò un’espansione della base monetaria del 25% circa).
Il secondo rischio è quello di fornire pasti gratis agli speculatori. “Datemi una leva e vi solleverò il mondo” esclamò una volta Archimede: tracciare una linea sulla sabbia come fatto dalla SNB equivale a fissare il fulcro su cui potenzialmente poggiarne una.
In terzo luogo, qualora il flusso di denaro verso la Svizzera non si arresti, la SNB dovrà acquistare una quantità indefinita di euro e Bund tedeschi finendo per assomigliare ad una piccola Cina nel cuore della Alpi. Inoltre se la SNB si dovesse limitare ad acquistare solamente titoli tedeschi potrebbe contribuire ad incrementare lo spread tra paesi core e paesi periferici dell’area euro con effetti non facilmente prevedibili. Infine un ulteriore possibile effetto collaterale potrebbe essere quello di dirottare i flussi di “denaro caldo” verso altri Stati come Svezia e Norvegia, spiazzandone le relative politiche macroeconomiche e monetarie e suscitando controreazioni a catena.
Rimangono a questo punto da analizzare due ipotesi marginali ma interessanti che potrebbero aver inciso sulla scelta della SNB. La prima è che la mossa sia stata dettata anche da considerazioni di stabilità finanziaria. Le autorità elvetiche hanno sempre ridimensionato le problematiche derivanti dai finanziamenti in franchi svizzeri concessi a privati ed imprese nei paesi dell’Europa Orientale affermando che tale esposizione è contenuta e gestibile. Questo può essere vero al massimo per le linee di credito concesse direttamente dalle banche elvetiche, tuttavia il problema diventa più rilevante se consideriamo l’esposizione indiretta, includendo quindi le banche europee e le relative succursali che a loro volta hanno concesso crediti in franchi svizzeri. Per l’esattezza, circa il 65% dei mutui ungheresi ed il 54% di quelli polacchi è denominato nella valuta della Confederazione Elvetica: l’apprezzamento del franco ha contribuito a renderli estremamente gravosi deteriorandone fortemente la qualità. La situazione è analoga nei mercati del credito della Repubblica Ceca, Croazia e Romania. Soltanto Unicredit, Erste Group Bank AG, Raiffeisen Bank International AG e Bayerische Landesbank hanno concesso mutui in Europa Orientale per 80 miliardi di franchi ed una parte dei fondi necessari alla provvista è riconducibile a banche svizzere. Sotto questo profilo porre un tetto al rafforzamento del franco agevola i mutuatari e riduce il rischio di un impatto sui conti degli istituti di credito elvetici.
Una seconda ipotesi potrebbe essere quella di sfruttare il momento per accumulare euro e creare successivamente un fondo sovrano (come ipotizzato anche da Izabella Kaminska sul blog del Financial Times Alphaville). Questo presenterebbe sicuri vantaggi in termini di stabilizzazione del cambio, incremento della fiducia e del potere negoziale delle autorità svizzere. Senza contare ovviamente i possibili ritorni in termini di flussi di reddito.
Soltanto il tempo potrà dirci se la mossa della Banca Centrale svizzera è stata un pericoloso azzardo od un rischio calcolato.

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Leonardo, IHC Says
L’ipotesi di protezione dei propri debitori esteri in franchi è ottima! In effetti si tratta di evitare situazioni del tipo “crisi asiatica 97-98″, dove l’apprezzamento del dollaro ha fatto “fallire” pacchettate di debitori asiatici in valuta estera; in effetti da lì dovrebbe essere partita una importante reflazione…
Sep 22nd, 2011 at 8:16 am