Clicca qui per Opzioni Avanzate


La Camicia di Forza della Formalizzazione, ovvero Dialoghetto sui Minimi Sistemi

1 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 51 Votes | Average: 4 out of 5 (1 voti, media: 4 su 5)
Loading ... Loading ...

March 26th, 2007 by Admin

1,435 Views - Segnala questo Articolo/Pagina

 

a cura di Leonardo, Ihc

 

Quanto segue è basato sulla traduzione dell’articolo “The Straightjacket of Formal Methods”, già qui pubblicato da Pietro IHC, in risposta all’invito di alcuni lettori a rendere fruibile il tutto anche a chi non conoscesse l’inglese; all’interno dell’articolo è stata inserita la maggior parte degli interventi intercorsi nella successiva discussione, rendendo il tutto in forma di dialogo e cercando di rispettare il senso dell’articolo e degli interventi, oltre alla generale coerenza espositiva del risultato.
Leonardo

Pietro: Tra la Scuola Austriaca e il pensiero economico ortodosso contemporaneo (spesso chiamato, anche se impropriamente, Neoclassico) ci sono differenze notevoli, sia dal punto di vista teorico che da quello metodologico. La tentazione di trascurare le differenze metodologiche e considerarle sofismi metafisici è forte, ma, secondo me, questi punti di vista divergenti possono spiegare molte differenze nei risultati teorici. Uno degli argomenti su cui tali differenze sono evidenti è il ruolo dato alla formalizzazione della teoria. Gli Austriaci ritengono che i metodi formali non siano adeguati per la teorizzazione, mentre i Neoclassici considerano l’assiomatizzazione una condizione necessaria per essere "scientifici". Non bisogna confondere formalizzazione e quantificazione: una teoria formale è una teoria basata su assiomi, i cui teoremi sono ottenuti a partire da questi mediante i metodi della logica formale. Quindi la formalizzazione non ha nulla a che fare con dibattiti come quello sulla misurabilità del valore.
Il problema del metodo formale, quando applicato alla teoria economica, è che non si è riusciti, finora, a formalizzare adeguatamente diversi importanti problemi dell’azione umana. Basta aprire un testo di Microeconomia per vedere che tutto ciò che era difficile da formalizzare è stato semplicemente ignorato, indipendentemente dalla sua rilevanza economica. La formalizzazione è diventata quindi una camicia di forza, e la teoria economica conseguente è irrealistica. Dove sono la creatività, l’imprenditorialità, l’informazione e le valutazioni soggettive, l’intelligenza, lo squilibrio, il tempo di produzione, la struttura del capitale? Ha senso eliminare argomenti economici importanti solo perchè non possono essere resi compatibili con i propri gusti metodologici (e quindi metafisici)?

Leonardo: Riguardo la formalizzazione posso dirti che dovresti considerare ciò per cui stai lavorando: in caso tu consideri l’effetto dei prezzi sul consumo puoi stilizzare i fatti e analizzarli (cosciente che non stai spiegando tutto, ma solo parte della realtà di cui ti preoccupi) nel caso tu consideri l’effetto della cultura sui consumi sarà difficile che tu possa formalizzarlo. È lo scopo della tua analisi che ti dice se una formalizzazione sia ammissibile. Sei tu che devi discernere quale strumento usare con riguardo a ciò che vuoi scoprire.

Pietro: Gli economisti si sono trovati di fronte a due strade: 1. Abbandonare la formalizzazione, e continuare a studiare importanti problemi economici, come la struttura della produzione e le valutazioni soggettive, nell’attesa del possibile sviluppo di metodi formali adeguati a tener conto di questi elementi, la cui rilevanza economica è fuori discussione; 2. Abbandonare una teoria economica realistica, per seguire ciecamente il diktat della formalizzazione, eliminando qualunque problema economico non fosse trattabile formalmente: in pratica, ogni problema relativo all’individuo, alla sua conoscenza, e alla sua intelligenza. Scelsero la seconda, e uno dei risultati è che la comprensione delle teorie precedenti a Keynes e Friedman (cioè, prima del successo della macroeconomia e del positivismo metodologico) è stata severamente danneggiata (questa è l’unica spiegazione che riescono ad immaginare per cui un libro breve e semplice come "Prices and Production" di Hayek è considerato difficile ed oscuro da molti economisti, come DeLong e Blanchard). Inoltre, le teorie del calcolo economico, dell’informazione soggettiva, della struttura del capitale e dello squilibrio di lungo termine sono diventati temi dimenticati ed esoterici.

Leonardo: Qualcuno è schiavo del diktat, qualcuno no, qualcuno è schiavo del considerare tutti gli altri stupidi.

Pietro: Comunque, ci sono due questioni su cui l’avversione Austriaca per la matematica non ha fondamento ed è esagerata: 1. A parità di condizioni (ceteris paribus, cioè, se i metodi formali fossero all’altezza) una trattazione formale è preferibile ad uno informale (verbale); il metodo formale è basato sul calcolo (in senso lato), le ipotesi sono esplicite, i passaggi logici possono essere testati meccanicamente, e l’astrazione consente l’impiego di strumenti logici molto potenti; 2. Imprenditori e storici usano e hanno bisogno di usare metodi quantitativi, come indicatori economici, formule statistiche, modelli numerici… lo stesso Mises sottolineò l’importanza di questi fattori nella sua collezione di saggi sulla teoria del ciclo ("On the manipulation of money and credit"); e i suoi studi teorici sulla teoria del calcolo economico provano la rilevanza economica di queste tecniche, anche dal punto di vista Austriaco: senz’algebra non c’è contabilità; senza contabilità non c’è mercato; senza mercato non c’è teoria economica.

Leonardo: Ti sottolineo che la ragione della clausola ceteris paribus deriva dall’esigenza prima dello stilizzare la realtà per scopi di formalizzazione: analizzare una singola branca della realtà à la Marshall, cioè dichiaratamente evitare feed-back esterni, il che è sicuramente irrealistico ma è giusto uno tra un milione di passaggi per analizzare (qualitativamente) l’intera economia. Non è una questione di limitatezza dello strumento che usi, è un problema di coscienza dei suoi limiti.

Pietro: L’ipotesi "ceteris paribus" è necessaria nella teoria economica: senza sarebbe impossibile analizzare la fitta rete di relazioni tra individui che caratterizza il mercato. Il risultato è sicuramente approssimato, ma, se alcuni fattori rilevanti sono stati trascurati, si può sempre ridurre il livello di aggregazione e introdurre nuovi fattori causali (almeno fintanto che si comprendono tali fattori ad un basso livello di aggregazione).

Leonardo: Non sono d’accordo; nel caso un teoria manchi dei fattori rilevanti, è semplicemente sbagliata, che sia o meno formalizzata. Ceteris paribus significa “supponiamo che tutto il resto resti lo stesso”, ripeto: nessun feed-back. È utile in una cornice formalizzata, ma funziona anche in qualsiasi altro contesto.

Pietro: La formalizzazione costruisce un intero edificio di teoria economica in modo tale che ciò che non è formalizzato è eliminato. Per esempio, si considerino:1. la teoria della produzione, basata sui vettori di input/output: come può il tempo essere incluso nell’analisi, se la teoria sottostante ha una produzione istantanea per costruzione? 2. la teoria economica di equilibrio: come è possibile includere entro tale cornice gli errori e i costi sommersi? Si potrebbe immaginare un processo di formalizzazione che non elimini tali considerazioni a priori, ma, attualmente, una tale teoria formale non esiste. Allo stato attuale, la formalizzazione è un linguaggio che non consente di esprimere determinati concetti: "Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere", diceva Wittgenstein.

Leonardo: In caso tu sia cercando di trovare una teoria per spiegare tutto in una volta sola, come faceva Marx, questo è un altro problema.

Pietro: Il problema della formalizzazione non è che il risultato è approssimato, ma che rende inconcepibili diversi importanti temi economici: ciò non è semplicemente un problema di imprecisione. Significa essere ciechi di fronte a certi temi economici, perchè la teoria sottostante non può tenerne conto. Se Brad DeLong pensa che il libro di Hayek sia complicato, e io invece lo ritengo elementare (come lo stesso Hayek lo concepiva), il motivo non può essere (almeno non solo) che sono un genio.

Leonardo: Un punto che credo di non aver spiegato chiaramente: tu puoi essere interessato ad analizzare un problema particolare, perché sei curioso o una organizzazione te lo ha chiesto; in questo caso potresti trovare opportuno concentrarti in una gamma più ristretta di variabili ceteris paribus, cioè assumendo che le altre variabili (formalizzate o meno) non varino creando loop o feed-back.

Pietro: Consideri l’ipotesi in questione dal punto di vista tecnico dell’analisi di equilibrio parziale (studio di piccole variazioni in un piccolo mercato che non influenzano il resto del sistema); io ho una concezione più generica del suo utilizzo (in generale, togliere di mezzo tutto ciò che non serve alla spiegazione del fenomeno di interesse, una procedura di cui l’analisi di equilibrio parziale è un esempio).

Leonardo: Ma è comunque scorretto dichiarare che ogni economista elimina dalla propria mente ciò che non può formalizzare.

Pietro: Concordo che gli economisti considerano effettivamente altri fattori oltre a quelli che formalizzati nella teoria. Ciò che affermo è che ciò che insegnano e considerano il non plus ultra della teoria economica è inadeguato. Per essere realisti, devono fare a meno di molte loro ipotesi: equilibrio di lungo termine, continuità ed infinita divisibilità; probabilmente devono considerare anche la complementarità tra i fattori di produzione, il tempo di produzione, e qualsiasi altra cosa serva nel caso specifico. I buoni economisti sicuramente lo fanno: non sono stupidi (a volte ho dei dubbi a riguardo: quando leggo Blanchard che dice "Stimolare la domanda aggregata aiuta l’economia anche quando si tratta di beni inutili", considero ciò cattiva economia, ma fortunatamente non è la regola).

Leonardo: Certamente la bontà della tua analisi dipende pesantemente dalla rilevanza di ciò che stai escludendo, ma se ad esempio vuoi testare che la domanda di auto tenda (sottolineo: tenda) a decrescere rispetto al prezzo delle auto, allora considerare una ampia gamma di variabili come tassi di interesse, gusti, studio, struttura del capitale dei fabbricanti, può non essere così utile. Ma in questo caso il tuo lavoro potrebbe essere come il più piccolo degli atomi in una teoria più ampia, non necessariamente una teoria di per sé, ancor meno che giusto uno strumento in un milione di altri.

Pietro: Il problema è che a nessuno viene insegnato, nelle università, a tener conto di tali fattori (altrimenti avrebbero studiato Economia Austriaca!). In definitiva, il modo in cui gli economisti delle due scuole ragionano è più simile di quanto si potrebbe pensare considerando le rispettive teorie. Ma quando si tratta di decidere chi è l’economista, chi deve insegnare, chi deve vincere il Nobel, cosa gli studenti devono studiare… i pregiudizi metodologici riaffiorano. Ha più senso insegnare il processo di mercato come fanno gli Austriaci, o insegnare modelli formali che possono essere ottenuti solo sacrificando alcuni rilevanti aspetti della realtà? L’Economia Austriaca è una teoria generale del processo di mercato; grazie ad alcune ipotesi irrealistiche, i modelli formali possono descrivere alcuni aspetti di tale processo. Sfortunatamente, a causa dei pregiudizi metodologici, la teoria più generale è trascurata, e la teoria parziale è considerata la vera teoria economica… mah… Aggiungo che molti economisti difendono le loro assunzioni irrealistiche paragonandole all’ipotesi fisica di moti privi di attrito, che non sono certamente realistici. La similarità è solo apparente: dietro la meccanica c’è una teoria formale, valida sia nei moti privi di attrito che nei fluidi viscosi; dietro l’economia formale non c’è una teoria economica generale, ma un insieme particolare di ipotesi speciali. Al momento non esiste una teoria economica generale formalizzata. Pur nella sua brevità, considerò questo punto fondamentale. Il succo è che la teoria economica non va paragonata alla teoria meccanica, perchè la seconda permette di descrivere l’attrito (anche se è possibile astrarre da questo), mentre la prima non permette di concepire alcuni fattori economici rilevanti… il che è equivalente ad una teoria meccanica che non può, neanche in linea di principio, concepire l’attrito.

Leonardo: Vedo che continui ad evitare le mie considerazioni riguardo lo scopo di ogni analisi e l’utilità delle approssimazioni in un primo stadio delle analisi stesse (la stessa cosa che Rothbard dichiara nel difendere la stereotipizzazione) oltre alla differenza tra Marshall e Marx.

Pietro: Sembri considerare la teoria economica come un insieme di strumenti eterogenei, utili a risolvere problemi specifici, e non come una teoria sistematica. Se è così, sono quasi d’accordo: i tentativi di formalizzazione sono falliti, e ci sono in giro solo risultati parziali.  Sembra che l’economia non sia diversa dall’elettronica analogica: un’arte eclettica e non una scienza sistematica.

Leonardo: Una mera somma di strumenti separati, secondo me, può portare a risultati incoerenti, quindi un modo di dare un’occhiata all’intera economia è necessario (sia principalmente formalizzata come in MV=PQ o più intuitivamente come in AE). Ogni branca può essere formalizzata, quantitativizzata o niente di tutto questo dipendentemente dai suoi aspetti (senza alcun diktat a priori). Chi avrà ragione? Quello che mostrerà un maggior potere di spiegazione, semplicemente.

Pietro: In ogni caso, il tuo approccio eclettico di scegliere i modelli più adatti caso per caso è esattamente l’opposto della formalizzazione sistematica: e questo dimostra che ho ragione (se ho capito la tua posizione). In assenza di una teoria economica generale, il tuo approccio è il migliore. Un approccio parziale non era certamente l’obiettivo dei tentativi di formalizzazione: lo scopo è quello di esplicitare il cuore della teoria economica, ma se la teoria economica è considerata un insieme non integrato di utensili, la teoria economica, di fatto, non esiste. Tentando di capire la teoria del capitale, ero arrivato ad una conclusione simile: la teoria del capitale non esiste; esistono solo riflessioni sparse sulle proprietà dei beni capitali, da mettere assieme per capire i problemi economici. Questo è anche un limite della teoria Austriaca: a parità di condizioni, è sempre una buona cosa essere sistematici e formali (tra l’altro, Hayek smise di occuparsi di teoria economica, forse, quando capì tale problema, diventando un filosofo sociale).

Leonardo: Secondo me spiegare l’intera economia è un ragionevole obiettivo di ogni sistema di pensiero, ma a causa della rete intricata di relazioni e feed-back e variabili difficili da formalizzare (una che mi piace è la paura) il meglio cui possiamo puntare al momento è un sistema di pensiero modulare, con una cornice per l’intera economia e particolari e ben più precise teorie per ogni branca (ad esempio: mercati finanziari, struttura del capitale, fissazione dei consumi e così via) per entrare più in profondità nel problema e che siano più facili da correggere.

Pietro: Alcuni strumenti della teoria economica sono insegnati (come l’analisi di equilibrio parziale) e altri non lo sono (come la struttura della produzione): c’è una ragione dietro una tale discriminazione? Secondo me, alcuni strumenti rilevanti non sono accettati per via di alcuni pregiudizi metodologici. Modelli formali della teoria del capitale, però, non esistono. Per capire il motivo dovrei comprare un libro di 1700 pagine che costa 700$ e si chiama “Capital Theory” (Bliss, Cohen, Harcourt)… ma non è che le mie tasche siano molto d’accordo. Esiste, sembra, un modello limitato di capitale specifico, che fu proposto per studiare l’edilizia non-residenziale, sarebbe bello avere il PDF (se qualcuno lo trova, me lo spedisca!): Bischoff, Charles W. 1970. “A Model of Nonresidential Construction in the United States.”, American Economic Review. Di fatto, però, tutta la controversia di Cambridge verteva proprio sulle difficoltà di tener conto della struttura del capitale… e la risposta di Samuelson a Sraffa fu “Hai ragione tu, ma continuiamo sulla nostra strada”…    

Leonardo: Perché alcuni strumenti non vengono insegnati? Secondo me ciò ha poco a che fare con le possibilità di formalizzazione (la AE non è un alieno economico, e alcune parti secondo me possono venir formalizzate) ma più con la posizione anti-Stato della AE.

Pietro: L’idea che l’AE non sia presa in considerazione perché ciò sarebbe contrario agli interessi della classe politica è interessante e fondata.

Leonardo: Per esempio: non penso che sia impossibile formalizzare la struttura temporale del capitale, visto che la determinazione del percorso di consumo intertemporale lo è, allora perché la teoria del Business Cycle di Hayek non mi è stata insegnata? Semplice: conclude che le Banche Centrali non dovrebbero esistere, e nessun insegnante ha voglia di mettersi contro una Banca Centrale.

Jacopo: A mio avviso l’idea che l’AE viene rifiutata perché contraria agli interessi della classe politica è tutt’altro che fondata. Non amo i complottismi. Gli accademici, specie quelli statunitensi, non sono certo finanziati dalle varie amministrazioni, anche perché se così fosse dovrebbero cambiare idee ogni 4 anni, e non pendono certo dalla loro bocca. Prendete questa frase in senso lato, è chiaro che un minimo di commistione ci deve essere: in fondo l’economia è politica. Ma affermare che esiste una correlazione diretta è fuori luogo. Affermare di essere scomodi mi sembra più che altro nascondersi dietro ad un dito.

Leonardo: Ho incrociato diverse teorie e questo mi ha fatto pensare che la verità non sia ancora stata rivelata a nessuno che tutti (più o meno) abbiamo qualcosa che possa essere utile. L’ostracismo e l’iconoclastismo non mi sembrano utilissimi. One measure does not fit all…

Print This Post

20 Responses to “La Camicia di Forza della Formalizzazione, ovvero Dialoghetto sui Minimi Sistemi”

  1. 1

    Lamiadestra Says

    La mia sensazione è che la formalizzazione è necessaria; ciò che distingue un bravo economista da uno mediocre è la consapevolezza che il modello matematico non spiega che una parte della realtà: quella che, con le ipotesi fatte, si vuole evidenziare, mentre cento altri fenomeni restano esclusi. Il grande economista riesce a cogliere gli input dai vari modelli, rielabolarli nella mente e proporre un discorso sostanzialmente privo di formule matematiche per spiegarsi ai più.
    E’ evidente a mio avviso che, in qualunque settore scientifico, l’obiettivo di un ricercatore è quello di poter (per citare Lucas) scrivere un codice di Fortran, inserire i valori dei parametri e studiare gli effetti di soluzioni alternative.
    Purtroppo (o meglio, direi per fortuna) l’economia non consente, almeno per ora (ma io credo non lo consentirà mai), di elaborare un codice Fortran omnicomprensivo per pilotare l’economia ad un traguardo voluto.
    Peraltro come hai detto anche tu, un approccio quantitativo è comunque necessario in molti casi, in particolare per imprenditori e finanza, quindi in qualche modo bisogna pur fare.

    PS: se mi mandi una mail, ti giro il pdf di “A Model of Nonresidential Construction in the United States.”

  2. 2

    Jacopo Says

    Credo che dopo qualche settimana di dibattiti e commenti siamo arrivati ad una conclusione condivisa un po’ da tutti. Non mi ricordo da dove è nata tutta questa diatriba.. forse da Peters, forse da Mandelbrot.. Ciò che è chiaro è che oggi sono più convinto di allora sul fatto che rigettare la formalizzazione, insieme con l’utilizzo di ogni strumento quantitativo, prescindendo da tutto il resto sia semplicemente un atto arrogante e, come nel caso della AE, controproducente. E’ per questo che approvo in toto il commento di Mattia..

  3. 3

    CyNyC Says

    intanto ringrazio per la traduzione.

    adesso vedo di leggermi il tutto con calma… :D

  4. 4

    L.Baggiani Says

    No, Cynyc, ora studi e poi ti INTERROGHIAMO!

  5. 5

    libertyfirst Says

    Cynic: domani mattina alle 6:30 c’è la prova scritta, poi Baggiani fa l’orale tramite Skype sabato mattina alle 7:00 (l’idea di dare appuntamento in modo da massimizzare i problemi degli studenti fa molto facoltà di lettere, però). :-D

  6. 6

    libertyfirst Says

    La formalizzazione è un valore aggiunto: con questo tutti concordano (tranne forse qualche estremista Austriaco). Il problema è vedere l’informalizzabile che fine fa: non è un problema di esattezza delle predizioni della teoria, ma di ricchezza concettuale e generalità di questa.

    Proprio ieri mi sono informato un poi sui modelli neoaustriaci di Hicks. Hicks, negli anni ‘70, stufo della teoria della produzione che si studia nei libri, propose una teoria formale che tenesse conto della struttura temporale della produzione, ma che fosse quantitativa.

    Risultato della teoria: esistono vari stadi di produzione, ognuno produce semilavorati tranne l’ultimo che produce beni di consumo. Anche se meccanico, il modello non era male. Poi sono arrivato alla dinamica dei prezzi:

    dPrezzo/dTempo = Supply - Demand

    E mi sono detto… prima di ottenere un modello formale che non sia stupidamente meccanico ci vogliono altri mille anni di progressi nel campo della matematica… :-D

  7. 7

    L.Baggiani Says

    Buono Hicks…. quello che ha formalizzato il modello IS-LM… serve altro?

  8. 8

    L.Baggiani Says

    Liberty, ma sei sicuro che abbia scritto questa scempiaggine? magari aveva scritto una cosa molto più razionale come dP/dt=f(Supply-Demand)

  9. 9

    libertyfirst Says

    il modello era hicksiano, non l’autore del papero (attar e aloisi, su ssrn), ma ora non ce l’ho sottomano.

    Comunque, descrivere la dinamica come un’equazione differenziale è un’abitudine (e.g. dinamica della crescita nei modelli di solow, price tatonnement nei modelli di equilibrio economico generale…), e se f(.)=. si risparmia un sacco di calcoli…

    Capital & Time di Hicks, il libro “Neoaustriaco” potrebbe essere la penitenza per aver inventato il IS/LM… le vie del Signore sono infinite… :D

  10. 10

    L.Baggiani Says

    Io direi un bel grazie a tutti per questo ciclo di discussioni e articoli piacevoli e costruttivi

  11. 11

    Jacopo Says

    x Lamiadestra: potresti inviarlo anche alla mail di IHC il paper “A Model of Nonresidential Construction in the United States.”?
    Cheers

    Ho sentito un docente di Economia Monetaria affermare che se l’inflazione è nulla, cosa che per lui è blanchardianamente un male, i tassi di interesse nominali sono nulli.. ho faticato a non scoppiare a ridere!

  12. 12

    L.Baggiani Says

    voglio la testa di quel docente da usare per un coltura di funghi (velenosi)

  13. 13

    libertyfirst Says

    Jacopo: ci credeva anche Schumpeter, anche se solo all’equilibrio. Secondo me è una conseguenza ovvia di considerare condizioni di equilibrio E produzione atemporale: all’equilibrio ogni opportunità di profitto è sfruttata, e se la produzione è atemporale si ha un profitto immediato se si investe in beni capitali valutati ad interesse nominale positivo… quindi i prezzi devono salire fino a rendere il valore attuale di un bene capitale pari alla somma dei ricavi monetari meno i costi monetari, senza scontare nulla.

  14. 14

    L.Baggiani Says

    “a me me pare una strunzat’”
    Non riesco a vedere il nesso tra equilibrio e tasso reale nullo: il profitto (anzi, extra-profitto) non è il tasso

  15. 15

    Jacopo Says

    Magari citasse Shumpeter.. quello che aveva in testa era più che altro una semplicissima quanto rarissima liquidity trap. Confondeva il significato di relazione diretta.

  16. 16

    libertyfirst Says

    E’ probabile che è una strunzat’… ma due ore fa mi convinceva… adesso ho qualche dubbio ma non ho tempo per rifletterci… :-D

  17. 17

    L.Baggiani Says

    Forse la chiave è in “produzione atemporale” e “profitto immediato”, però in tal caso non è che il tasso reale sia nullo, semplicemente non dovrebbe esistere così come non esistono gli antipodi su una terra piatta; non so se ho capito il punto, ma mi sembrano ipotesi di lavoro un po’ troppo eccessive pure per un sostenitore della forma come me.

  18. 18

    libertyfirst Says

    Il mio ragionamento era un’idiozia bella e buona. Penso di aver battuto il mio record precedente (Quando ho confuso David e Paul Romer), con l’aggiunta che stavolta è proprio la logica che è deficitaria, per non dire che è deficiente. :-(

  19. 19

    L.Baggiani Says

    … e io che ti sto pure dietro…

  20. 20

    L.Baggiani Says

    Ma solo Cynyc era interessato alla traduzione? Lo avremmo fatto lo stesso, però cavolo un po’ di entusiasmo!

Aggiungi un tuo Commento